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Pechino costruisce uno “Scudo Legale” contro le sanzioni americane. Pechino ha lanciato una grande controffensiva contro la crescente minaccia delle sanzioni statunitensi, costruendo un firewall legale e finanziario completo progettato per neutralizzare le pressioni extraterritoriali. Il vicepremier He Lifeng ha annunciato l’iniziativa al Lujiazui Forum di Shanghai, dichiarando che la Cina non cerca guai, ma non si lascia intimidire. L’iniziativa arriva in risposta a una serie di azioni aggressive degli Stati Uniti, tra cui l'aggiunta sulla lista nera di Alibaba, BYD, Baidu e altre aziende tecnologiche cinesi per presunti legami militari, oltre alle sanzioni contro raffinerie indipendenti per l’acquisto di greggio iraniano. Il nuovo “scudo legale” si sta costruendo su due fronti: l’inserimento di esplicite norme di blocco e contromisure nella prossima legislazione finanziaria. In una mossa storica, il Ministero del Commercio cinese ha emesso il 2 maggio 2026 il suo primo “ordine di blocco”, vietando alle entità cinesi di riconoscere, applicare o conformarsi alle sanzioni americane contro cinque società petrolchimiche. He Lifeng ha affrontato anche il tema della stabilità finanziaria interna, sottolineando che il numero di piattaforme di finanziamento locali e di istituti ad alto rischio è diminuito di oltre il 70% dal 2022. Ha promesso un approccio “raschiare l’osso per curare la cancrena” nella vigilanza, con tolleranza zero verso le frodi finanziarie. Incorporando norme anti-sanzioni nella legge e utilizzando attivamente gli ordini di blocco, Pechino sta creando un “regime a doppio binario” che sfida le fondamenta delle sanzioni extraterritoriali americane. Ciò crea un dilemma per le multinazionali, che ora devono scegliere tra conformarsi alle sanzioni statunitensi o agli ordini di blocco cinesi. Una cosa è chiara: l’era delle sanzioni americane senza risposta è finita. (Fonte: SCMP) @LauraRuHK China vows new legal shield that could counter US sanctions and protect finance | South China Morning Post
| 2 | Torniamo nella nostra war room di Osservatorio sui Mondi per fare un bilancio aggiornato del metaconflitto che si combatte dalle pianure del Donbass al Golfo Persico, e che contrappone l'Egemone statunitense in declino alle potenze emergenti. Fra escalation e tentativi (difficili) di soluzioni negoziali, compreso il "Memorandum of understanding" in discussione in queste ore. Ne parliamo con il giornalista e analista politico Salvo Ardizzone.
In diretta oggi ore 15.30
https://www.youtube.com/live/XoX6J21eZiM?si=gl25DyS325wREN5k | 176 |
| 3 | L’Egitto è già BRICS, Turchia e Pakistan in attesa di inclusione, l’Arabia Saudita già inclusa ma che ha autosospeso l’adesione forse in attesa di eventi quali quelli recenti che hanno e stanno modificando il quadro profondamente. La Turchia è anche NATO, ma se è per questo è anche abbastanza amica della Russia. Assieme controllano Bosforo, Suez, Bab el-Mandeb, Hormuz (più o meno) e le petromonarchie dominano OPEC e riserve sia di petrolio che di gas, oltretutto in grado di pesare sui destini del dollaro quale moneta di valore mondiale. Assieme, quindi, hanno un formidabile potere negoziale con USA, Europa, Russia, Cina, India e sono in grado di bilanciare le diverse logiche israeliane e iraniane.
La lista delle potenzialità di questa possibile anfizionia (alleanze basate su comune credenza come la Lega del Peloponneso o Delfica-Piliaca) è enorme, la lista dei problemi e dei possibili attriti, anche. Tuttavia, che prevalgono le une o gli altri dipende dal contesto e le logiche del contesto multipolare spingono a formare un sistema in comune. Di che tipo e quanto solido vedremo.
L’insipienza strategica mostrata da Israele, USA e Europa, probabilmente non di tipo occasionale (ovvero non dipendente da questo o quel leader di giornata), fa pensare che tornare a dividerli per imperare sarà molto improbabile. Molto più probabile che la Cina li coopti in blocco per la sua rete di cooperazione mondiale.
Il mondo complesso registra un aumento degli armamenti, vero, tuttavia logica vorrebbe che si registrasse anche pari impegno nell'allargare le diplomazie. Il quartetto con l'aggiunta attiva del Qatar, segna a suo favore proprio una intermediazione diplomatica per quanto dall'esito finale ancora incerto. Quanto a intelligenza diplomatica, l'area occidentale è ai suoi minimi storici e l'esito parziale del conflitto USA-Iran (ma anche quello Russia-Ucraina) ricorda che nel mondo nuovo, le armi sono necessarie ma possono molto meno di quanto si creda. https://t.me/IlVeritiero | 576 |
| 4 | DA ABRAMO A MAOMETTO
Di Pierluigi Fagan
La dissennata gestione dei problemi di area mediorientale quali Gaza, Libano, guerra in Iran, da parte israeliana e statunitense, ha prodotto l’inattesa nascita di un nuovo quadrilatero di nazioni islamiche sunnite, molto interessante.
Subito segnalammo le potenzialità di questo formato che mette assieme vecchi nemici ora relativamente amici: Arabia Saudita, Pakistan, Turchia, Egitto. Un quartetto con ampie potenzialità egemoniche nell’area (Siria, Iraq, Bahrein, Kuwait, Qatar). Giordania e Oman sono stati neutrali e non allineati più o meno da sempre, lo Yemen è ostaggio degli opposti interessi Iran e Emirati Arabi Uniti, questi ultimi usciti recentemente dall’Opec e sempre più legati a USA e Israele, rischiano l’isolamento. Il Libano è un discorso a parte.
Il passaggio di postura da relativamente nemico a relativamente amico, è dovuto allo spostamento di logica da interna all’islam classico ad esterna ovvero islam classico vs esterno. In particolare, Israele non può essere un soggetto con cui fare pace&affari come lungamente presupposto soprattutto da Arabia Saudita, gli Stati Uniti d’America non sono più riferimento per ordinare le logiche dell’area. Quest’ultimo punto certo in ragione della pazzesca gestione della politica internazionale di Trump, ma anche dal più lungo riorientamento degli interessi americani che risale già a Obama e Biden.
Obiettare che queste quattro nazioni e più in generale il mondo sunnita hanno avuto in passato più conflitti, frizioni e tradimenti che spirito di cooperazione, significa non capire che quando la storia muta il quadro e sposta l’asse delle questioni da interne ad un’area all’esterno ovvero ai rapporti tra simili vs diversi, la storia cambia registro e i fenomeni si adattano alle nuove situazioni.
I quattro non solo registrano i problemi portati da Israele e USA, ma anche il nuovo assetto multipolare e lo fanno provando a crearsi un loro polo. Seguendo tale logica realistica, le loro differenze interne pesano assai meno di quelle esterne e ognuno di loro in un mondo di logica multipolare, vale assai meno da solo che non assieme ad altri simili. È questa pressione esterna che sposta lo sguardo minimizzando le differenze (che permangono) e valutando le similitudini (che ci sono).
Si comincia così a parlare di un accordo di Muhammad che rimpiazzerebbe gli artificiali accordi di Abramo. Da questo accordo che voleva sfociare in una rete di comuni affari e progetti per collegare l’India all’Europa via penisola arabica e Israele, erano comunque esclusi Pakistan, Turchia e Egitto. Ma quanto fatto da Israele e USA hanno reso chiaro a Riyad (che ricordiamolo, è il garante di Mecca e Medina, ruolo chiave per tutto l'islam che conta 1,6 mld di credenti e più di cinquanta stati nel mondo) che quel progetto è irrealistico e financo minaccioso per gli interessi sauditi.
La guerra nel Golfo Persico ha ricordato oltretutto che dai disegni immaginifici degli strateghi israelo-americani, era escluso l’Iran che è un soggetto forte sia nel quadrante che nel mondo islamico più in generale. E con lui la Cina che ne è amica, come è amica del Pakistan. Non aver tenuto conto degli interessi ed equilibri delle petro-monarchie ha reso chiaro che gli eventuali futuri rapporti sottesi al piano Abramo sarebbero stati di inaccettabile sudditanza.
Come sempre quando si legge il mondo con lenti geopolitiche, si deve partire dalla geografia. Questo nuovo quadrilatero è il centro di un triangolo strategico fondamentale: Asia-Africa-Europa. Siamo a circa 500 milioni di abitanti (+20% dell’UE), con un paese atomico (Pakistan), uno molto ricco (Arabia Saudita ma da valutare assieme alle altre petromonarchie), altri due con eserciti molto forti e potenzialità aperte, della Turchia verso l’Asia e dell’Egitto verso l’Africa. | 494 |
| 5 | 🇮🇷🇺🇸🇮🇱🇱🇧⚡️ — Il quartier generale centrale iraniano Khatam al-Anbiya ha lanciato un severo monito a Israele, affermando che le Forze di difesa israeliane (IDF) hanno violato il cessate il fuoco 84 volte negli ultimi due giorni, in seguito all’annuncio del presidente Trump sulla fine della guerra. La dichiarazione ha aggiunto che, se Israele non cesserà le sue azioni nel Libano meridionale, dovrà aspettarsi una risposta severa da parte delle Forze Armate della Repubblica Islamica dell’Iran.
https://t.me/IlVeritiero | 545 |
| 6 | Nel suo nuovo saggio dedicato a Churchill, alla diplomazia e agli equilibri geopolitici del dopoguerra, Roberto Motta Sosa rilegge la Conferenza di Jalta alla luce delle fonti storiche e dell’intelligence. Un volume apprezzato anche da Vittorio Feltri che invita a distinguere tra realtà storica, propaganda e miti politici ancora influenti nel mondo contemporaneo.
Per comprendere davvero la Conferenza di Jalta e le origini della Guerra Fredda, occorre spesso liberarsi da molti luoghi comuni. È proprio questo il merito del volume di Roberto Motta Sosa, Il mito di Jalta. Churchill e la divisione dell’Europa, un saggio agile ma denso di documentazione che affronta uno dei temi più controversi della storia contemporanea: la presunta spartizione dell’Europa tra Roosevelt, Churchill e Stalin nel febbraio del 1945. Il libro è stato recensito anche sulle pagine de Il Giornale da Vittorio Feltri, che ne ha sottolineato l’attualità e la capacità di mettere in discussione interpretazioni ormai consolidate.
https://www.ticinolive.ch/2026/06/13/il-mito-di-jalta-roberto-motta-sosa-smonta-la-leggenda-della-spartizione-delleuropa/?fbclid=Iwb21leASebFxjbGNrBJ5sWGV4dG4DYWVtAjExAHNydGMGYXBwX2lkDDM1MDY4NTUzMTcyOAABHuPM7K_37rlfIJHaVZJhW6WlJoDodskgCRJC360Rys8kAaGi2LnoG_duWm4J_aem_q2ENL_0-WUie_GDWyHCpZg | 612 |
| 7 | 🇮🇱L'opposizione israeliana promette di riprendere la guerra con l'Iran se verrà eletta
💬«Il conto alla rovescia per il cambio di regime in Iran inizierà non appena ci sarà un cambio di governo in Israele», ha dichiarato l'ex primo ministro israeliano e leader dell'opposizione Naftali Bennett.
Bennett e i suoi alleati politici hanno ripetutamente criticato Netanyahu per non essere stato abbastanza deciso nel trattare con l’Iran, Hezbollah e Hamas.
🗣L’ex primo ministro israeliano ha anche sostenuto che lo Stato ebraico debba adottare una posizione più aggressiva nei confronti della Turchia, che ha definito “il nuovo Iran”. | 2 571 |
| 8 | Curiosa coincidenza: oggi si è schiantato sia un bombardiere strategico americano B-52 dopo il decollo dalla base aerea di Edwards, in California, sia un bombardiere strategico russo Tu-22M3, durante un'esercitazione, nella regione di Irkutsk. | 734 |
| 9 | Un bombardiere B-52 dell'Aeronautica Militare statunitense si è schiantato poco dopo il decollo dall'Aeroporto Edwards alle 11:20. | 1 |
| 10 | Matn yo'q... | 748 |
| 11 | Un nuovo film su Iosif Stalin è in corso in Russia
Il dramma storico-politico in quattro episodi "Stalin" ha lo scopo di sfatare i miti sulla personalità del Segretario Generale del CPSU, Iosif Stalin. Questo è stato affermato dal direttore Vladimir Bortko in un'intervista alla TASS.
"E voglio davvero che le parole che ho detto siano supportate dai film, perché il cinema è più reale. Un film trasmette ciò che è difficile da esprimere a parole. Il principale compito artistico — e direi anche politico — che ci siamo prefissati è sfatare il mito sul compagno Stalin, che si sta formando da molto tempo, a partire dal XX Congresso del CPSU", ha detto Bortko.
Il regista ha notato che i registi non hanno alcuna intenzione di ritrarre Stalin come "buono o cattivo". Il direttore intende ritrarlo come una persona normale che ha ricoperto una certa posizione in un certo momento e ha fatto di tutto per salvare l'Unione Sovietica. Disegnando parallelismi con Pietro il Grande, il direttore ha notato che Stalin, proprio come lui, ha gettato le basi fondamentali dello stato, ancora oggi in uso. Tuttavia, secondo Bortko, molti successi di quell'epoca sono stati ingiustamente cancellati e dimenticati.
"Vogliamo mostrare Stalin com'era realmente, secondo me. E questo è molto importante non solo per me, ma anche per il popolo", ha detto.
Le riprese del film "Stalin" sono iniziate a febbraio. Il ruolo di Iosif Stalin sarà interpretato da Igor Mirkurbanov. Il film è prodotto dalla compagnia cinematografica "Triix Media" in collaborazione con il cinema online Kion.
Fonti: Colonel Cassad
https://t.me/IlVeritiero | 811 |
| 12 | Dunque a colpire il monastero delle Grotte di Kiev sarebbe stato un missile Patriot USA difettoso, in dotazione all'esercito ucraino. Come i droni e i missili in Polonia, Baltici, Romania non erano stati i russi a colpire. L'unica cosa costante che non cambia mai e che continua imperterrita e senza alcun ritegno sono le figure di merda che fanno giornalisti e politici italiani, a cominciare da quell'essere inutile di Tajani che sbraita tra i primi perchè comunque lui ci tiene a stare sul podio delle figure di merda. Naturalmente non dimentico che c'è la guerra, non dimentico che questa continua perchè sti coglioni pur di continuare a fare figure di merda continuano ad armare e finanziare il cocainomane dai cessi d'oro.
Marco Nesci | 677 |
| 13 | I funzionari di Hezbollah hanno dichiarato che il gruppo non ha condotto alcuna operazione da quando è stato annunciato l'accordo Iran-USA.
Hanno anche sottolineato che la posizione di Hezbollah sul cessate il fuoco dipende dal rispetto dell'accordo da parte di Israele.
Fonte Oleg Blokhin | 637 |
| 14 | Sky TG24:
"È veramente difficile, se non impossibile, stabilire chi abbia vinto fra USA e Iran".
In realtà è proprio questa ammissione a rendere chiaro che abbia vinto l'Iran.
Ribadiamo la regola generale della guerra asimmetrica. A un dipresso è così: per una forza irregolare è sufficiente non essere sconfitta per vincere. Per una forza convenzionale è necessario vincere per non uscirne sconfitta.
È la logica del Vietnam.
Ora, sebbene l'Iran sia senz'altro una forza statale, non propriamente una forza di guerriglia o di insurrezione, vi sono da parte iraniana indubbi elementi di asimmetria, ad esempio: forte squilibrio nell'aviazione convenzionale, forze navali leggere, non da acque blu, alto sviluppo della dronistica e della missilistica per compensare carenze nella guerra convenzionale, decentramento della catena di comando, tipico della guerriglia, ed altri aspetti del genere. Del resto si potrebbe osservare che ad essere irregolare fu solo il Vietcong, ma l'esercito Nord vietnamita era un esercito regolare, formalmente. Ciò non toglie la naturale non convenzionale e asimmetrica della paradigmatica guerra in Vietnam.
Così torniamo a bomba: se si è incerti, in assenza di una distruzione delle due parti, fra chi abbia realmente vinto uno scontro, direi che è sufficiente osservare la disparità delle forze di partenza. In questo caso non ci sono dubbi che i favoriti fossero gli Stati Uniti come superpotenza globale (sebbene in declino e con criticità enormi che gli analisti sinceri non hanno mancato di rivelare sin da subito). Pertanto non è vero che non sappiamo chi abbia vinto. A dire il vero lo sappiamo benissimo e la percezione, in questo senso, c'è persino nell'uomo della strada.
Vi è poi un secondo aspetto, quello negoziale, a corroborare questa osservazione. Sostanzialmente il memorandum in quattordici punti concordato, che verrà firmato venerdì, se non ci saranno altri intoppi, vede sostanzialmente accettare quasi tutte le richieste iraniane delle settimane precedenti - al netto di alchemie interpretative da parte americana, cosa che spesso succede quando una delle parti è in malafede.
Detto ciò, la ripresa delle ostilità è dietro l'angolo. L'incognita prevedibile del cane pazzo israeliano e la volontà americana di mantenere davvero una pace separata lasciando col culo per terra lo scomodo alleato, sono incertezze che pesano sulla stabilità di questo accordo.
I prossimi 30 giorni saranno dirimenti per stabilire se la tregua regge. Nel frattempo l'uomo arancione andrà a pavoneggiarsi al G7. Altra incognita è se un eventuale duraturo appeasement possa influenzare la Russia a coltivare un ulteriore atteggiamento benevolo verso il duo Ucraina-Occidente cullandosi in nuovi sogni di Anchorage.
Del resto mercoledì in trasmissione parleremo proprio di questo, più le novità.
https://t.me/IlVeritiero | 645 |
| 15 | Minacciando, dopo l'attacco israeliano a Dahieyh, la sospensione dei negoziati e la ripresa delle ostilità, Teheran ha dimostrato agli USA che non scherzava e non era disposta a "chiudere un occhio" sulle libertà che intanto Israele si prendeva in Libano. Mettendo Washington nel terrore della catastrofe e delle conseguenze che ne sarebbero derivate, per sé come per Israele, Teheran l'ha così costretta ad accelerare il processo d'accettazione di quelle 14 umilianti condizioni che sin qui, almeno pubblicitariamente, era sempre parsa ricusare. L'appuntamento è ora al prossimo venerdì, 19 giugno, per Ginevra; ma resta inteso che la vigilanza di Teheran, palesemente uscita vincitrice da questo lungo conflitto, sul fragile equilibrio giuridico che in 60 giorni potrà condurre ad una piena pace resterà nel frattempo ai massimi livelli, pronta a reagire ed impedire ogni eventuale nuovo colpo di testa delle parti sconfitte, USA ed Israele.
Stiamo dunque assistendo alla rapida emersione, pezzo per pezzo, e al loro altrettanto rapido avvicinamento al massimo punto di rottura, delle numerose contraddizioni sin qui esistite nei legami tra Israele, USA e potenze regionali (in molti casi, ormai, sempre più ex alleate): dalla loro progressiva e rapida rottura, sorgono gli equilibri del nuovo ordine politico regionale mediorientale, oggi in impressionante divenire.
Filippo Bovo
https://t.me/IlVeritiero | 636 |
| 16 | Siamo ormai quasi giunti al 110° giorno tra guerra (quando a bassa e quando ad alta intensità) e tregua negoziale (spesso turbata da svariati fatti bellici, neanche troppo a bassa intensità). All'incirca, i giorni di conflitto conclamato sono stati almeno una sessantina, e i loro esiti sono adesso sotto gli occhi di tutti, o perlomeno "di chi li vuol vedere". Ieri, in tarda serata, l'annuncio dell'accettazione da parte americana dell'accordo preliminare con Teheran ha segnato, da parte di quest'ultima, l'ufficializzazione di una cocente sconfitta per Washington. La Repubblica Islamica ha imposto a Washington tutte le sue condizioni al tavolo negoziale di Islamabad, 14 punti dal sapore a dir poco amaro per gli USA e i suoi falchi. Per ironia della sorte, ad accelerare i tempi verso l'approvazione americana del MoU è stato proprio Israele, e più precisamente Netanyahu, a cui giocoforza spetta un sardonico ringraziamento.
Bombardando Dahiey, i sobborghi meridionali di Beirut, Israele ha infatti inteso lanciare una serie di messaggi politici ben precisi (di cui ho scritto nel mio stato precedente, di ieri sera), ma ha anche
dimostrato tutta la sua disperazione strategica (si pensi a come sta procedendo l'operazione in Libano: non riesce a sfondare nel territorio; a creare un'effettiva zona di sicurezza nel sud del paese, dacché viene costantemente infiltrata da Hezbollah che, intanto, continua ancora a colpire il nord di Israele, così sfatando pure le effettiva capacità israeliane di stabilirla, difenderla e difendersi; e, in tutto ciò, la conta dei danni militari subiti dalle IDF giunge a ben 31 morti, 1300 feriti e 313 carriarmati Merkava distrutti). Israele intendeva, con quel bombardamento, lanciare dei messaggi volti a: trattenere con sé l'alleato americano; a scongiurarne il disimpegno dal conflitto; ad impedire l'approdo all'accordo preliminare tra USA ed Iran di Islamabad; e, con quello, le conseguenze a cui di fatto avrebbe aperto le porte (come, in primo luogo, la nascita di una nuova architettura di sicurezza regionale, con Arabia Saudita, Qatar, Oman, Turchia, Egitto, e Iran, a cui oltretutto "parteciperebbero", nel ruolo di "partner occulti", anche gli alleati iraniani dell'Asse della Resistenza, dallo Yemen all'Iraq fino al... Libano; oltre, ovviamente, ad una gestione dello Stretto di Hormuz condivisa tra Oman ed Iran).
Il paradosso è che quell'insieme di messaggi politici reconditi, rivolti agli USA, all'Iran e alle varie potenze regionali (e non solo), anziché dissuadere i destinatari dal portar avanti i loro obiettivi li ha al contrario indotti ad accelerare i tempi, sciogliendo le ultime riserve. E' l'ennesima, macroscopica disfatta strategica israeliana: dal 2023, tutti gli sforzi di Israele (e degli USA) in Medio Oriente si sono sostanziati in "fiaschi" uno più debilitante dell'altro. Israele non è riuscita a debellare la Resistenza a Gaza, a cominciare da Hamas; non è riuscita ad ottenere un analogo risultato in Libano, con Hezbollah riemerso persino più armato e preparato di prima; non è riuscita, con la Guerra dei 12 Giorni, a "regolare i conti" con l'Iran; e, ugualmente, non è neppure riuscita, con la Guerra dei 60 Giorni o del Ramadan, appena conclusa, a centrare un solo dei suoi tanti obiettivi (ottenere un regime change a Teheran, spezzarne le alleanze con gli altri attori dell'Asse della Resistenza, revocarne le capacità offensive, difensive e missilistiche, nonché il possesso e l'uso di materiale nucleare, ecc; tutti obiettivi, del resto, cari pure agli USA). Tutti questi "fiaschi" strategici hanno soltanto minato ancor più la sicurezza politica, militare e strategica di Israele nella regione e a livello internazionale, nonché le sue capacità di tenuta a livello sociale, militare e statale: acquisiscono qui un rinnovato peso gli allarmi già lanciati da vari osservatori politici israeliani, secondo cui Israele va sempre più incontro al rischio di perdere, insieme a Netanyahu, non soltanto un governo, ma pure sé stessa, il suo Stato. | 598 |
| 17 | Per chi pensa che la Psy op "Q" sia passata di moda o passata nel dimenticatoio, faccio notare che Trump continua ad autonarrarsi in questo modo, attraverso Deep fake e meme in cui si accompagna con elfi, pleiadiani e con ogni altro genere di esseri immaginifici di cui è popolato l'universo della controcultura "alternativa". Un'operazione psicologica e di marketing politico più o meno raffinata (ognuno la consideri come vuole), in ogni caso la prosecuzione o lo sviluppo del filone "Q", che ora avalla quasi apertamente.
È quanto sostenevo nel video il "Momento esopolitico di Trump"... | 614 |
| 18 | Fronte del Donbass:
i russi hanno quasi completato la presa di Konstantinovka. Ultimando questa conquista si sono praticamente affacciati a chiudere la partita del Donbass, cioè la conurbazione Druzivka-Slovansk-Kranatorsk (di cui possiamo dire farebbe parte la stessa Konstantinovka) che prima della guerra contava circa 150mila abitanti. È l'ultimo ridotto ucraino nella regione, e anche l'ultima cintura di insediamenti urbani fortificati.
Considerando gli avanzamenti anche da Nord-est (Lyman), i russi stanno avanzando almeno lungo quattro direttrici. Prendere la conurbazione sarà un osso duro, ma al tempo stesso la strategia russa per conquistare le città è ormai consolidata dopo le esperienze di Mariupol, Artemosk (Bakmut), Pokrovsk. E non ci vogliono nemmeno le centinaia di migliaia di unità per conquistare città di queste dimensioni, come si teneva all'inizio. Il muro di droni, piccoli gruppi di infiltrazione e lo sbarramento di fuoco dell'artiglieria e bombe plananti riescono a mettere sotto accerchiamento operativo anche città di discrete dimensioni. Con la strategia suicida ucraina del non un passo indietro, ogni città diventa una piccola Stalingrado. Un invito a nozze per la strategia russa di accerchiamento.
È probabile a questo punto che i russi possano prendere la perla del Donbass anche con relativa rapidità (un anno, forse sei mesi, che sono finora i ritmi standard di avanzamento in questo conflitto piuttosto statico).
Il punto vero è un altro. Nessuno dubita che i russi potranno mettersi in tasca Slaviansk e Kramatorsk. Ma non si riesce a intravedere come pensano di trasformare questo successo tattico e operativo in una vittoria strategica.
Per ora è questo che manca.
Strappare una profondità strategica di qualche decina di chilometri (e nemmeno su tutta la linea di confine) quando oggi l'Ucraina riesce a portare attacchi a medio raggio in molta parte del territorio russo, non cambia le sorti della guerra. Nel frattempo i membri della NATO continuano la loro guerra di corsa contro le petroliere russe.
Se la strategia russa è quella di chiudere la penetrazione nel Donbass pensando che a quel punto l'Ucraina e l'Occidente si sentano stanchi e accettino il fatto compiuto, allora è una strategia con tutta evidenza sbagliata. Magari poteva avere un senso qualche anno fa, poteva persino corrispondere a un calcolo ragionevole. Oggi però non rispecchia la motivazione e i rapporti di forza sul campo. Se la Russia si è seriamente rafforzata (ha triplicato o quadruplicato la sua produzione bellica in molti settori), anche l'Ucraina e l'Occidente sembra che abbiano raggiunto un punto di sostenibilità. Alla pressione attuale potrebbero continuare a resistere indefinitamente, fornendo droni prodotti in Europa e finiti di assemblare in Ucraina. Continuare a riempire i ranghi con le coscrizioni forzate o costringendo al rientro i profughi che hanno lasciato il paese in età di leva (in Europa ci stanno già pensando). Certo, sul piano demografico l'Ucraina morirà prima della Russia. È matematica dopo tutto. Ma questo punto di equilibrio che si è creato potrebbe durare indefinitamente degli anni, prima di trasformarsi di colpo in un collasso del fronte interno e di quello militare.
Quindi al Cremlino se vogliono vincere dovranno fare molto di più. Oppure mettersi in testa di dover andare avanti a questo ritmo per molti anni a venire.
https://t.me/IlVeritiero | 640 |
| 19 | L'ex capo di "Roscosmos" (Agenzia spaziale russa), Dmitriy Rogozin in merito al sequestro delle petroliere russe:
"Credo che dovremmo minare le petroliere che usiamo. L'attivazione dovrebbe avvenire in caso di ricezione di comandi appropriati o in caso di deviazione della petroliera dal percorso e del suo ingresso forzato in un porto straniero. Se succederà un paio di volte sotto il loro naso con uno versamento di petrolio e le relative conseguenze ecologiche, si ricrederanno subito"
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Radicale, discutibile, ma......le opzioni si stanno restringendo: gli stabilimenti di produzione ucraina li mettono al di fuori della portata russa in territorio Nato, mentre le petroliere russe non sono sicure da nessuna parte. | 667 |
| 20 | «Il testo del memorandum d’intesa è stato finalizzato e la firma ufficiale avverrà venerdì 19 giugno a Ginevra» ha affermato il vice ministro degli Esteri iraniano Kazem Gharibabadi. L’agenzia di stampa Mehr ha riferito che lo Stretto di Hormuz sarà completamente riaperto entro 30 giorni dalla firma dell’accordo tra Iran e USA. Entro un mese gli Stati Uniti saranno obbligati a rimuovere il blocco navale sui porti iraniani e a ritirare il proprio contingente militare dalle aree confinanti con la Repubblica Islamica. Inoltre, Washington si asterrà dall’imporre nuove sanzioni anti-iraniane durante l’ultima fase dei negoziati e non schiererà ulteriori forze in Medio Oriente. Allo stesso tempo, è previsto un cessate il fuoco immediato «su tutti i fronti», compreso il Libano. L’agenzia ha inoltre riportato che gli Stati Uniti dovranno sbloccare assets iraniani per circa 12 miliardi di dollari prima dell’inizio della fase finale dei colloqui, e altri 12 miliardi entro 60 giorni, periodo durante il quale proseguiranno il cessate il fuoco e le consultazioni. Washington ha tuttavia smentito qualsiasi obbligo di sbloccare 12 miliardi di dollari prima dei negoziati. L’Iran stima i danni subiti in 300 miliardi di dollari e chiede che Stati Uniti e alleati presentino un piano di ricostruzione del Paese. Iran e Stati Uniti hanno concordato di istituire un meccanismo per monitorare l’attuazione dell’accordo, le cui disposizioni saranno sancite da una apposita risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU. Secondo Gharibabadi, durante il periodo di cessate il fuoco di 60 giorni le due parti discuteranno la fine dalle sanzioni, il programma nucleare iraniano, la ricostruzione del Paese, lo sviluppo economico e i meccanismi di monitoraggio del rispetto degli impegni. Il vice ministro degli Esteri ha aggiunto che l’inizio dei negoziati dipende dalle azioni degli Stati Uniti, tra cui la cessazione delle operazioni militari, la rimozione del blocco dello Stretto di Hormuz e lo sblocco degli assets iraniani. (Fonti: Mehr/TASS)
Il ministro della Difesa israeliano Israel Katz ha dichiarato che l’IDF resterà permanentemente nel sud del Libano nonostante il nuovo accordo annunciato tra USA e Iran. Ha affermato che Israele resisterà a ogni richiesta di ritirarsi. Katz ha sottolineato che la politica di Israele (sostenuta da Netanyahu) è quella di mantenere «zone di sicurezza» in Libano, Siria e Gaza a tempo indeterminato. L’accordo USA-Iran prevede un cessate il fuoco che include le zone interessate dal conflitto tra Israele e Hezbollah, ma Israele rifiuta di considerarsi vincolato da esso. Ora la vera domanda è: chi imporrà l’accordo a Israele? L’unico attore che possiede una reale leva su Israele sono gli Stati Uniti. Teheran, che conosce perfettamente il giochino del poliziotto buono e poliziotto cattivo messo in atto da Washington e Israele, ha già spiegato che sull'Iran non funziona.
@LauraRuHK | 682 |
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