Il Veritiero
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Un nuovo murale in piazza Fatemi, a Teheran, raffigura un drago cinese che inghiotte un’aquila americana, accompagnato dalla scritta «L’aquila diventa preda del drago», riportata in persiano, cinese e inglese.
Il murale e un omaggio alla Cina per il suo supporto alla causa iraniana, che continua a sottolineare l'importanza della propria partnership strategica con Pechino.
Tramite Maurizi Hu
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"Hanno 300.000 uomini solo in prima linea", ha sottolineato Ritter. "Ma hanno circa 180.000-200.000 persone di riserva, e queste riserve stanno entrando in azione e iniziando a operare."
La storia a cui stiamo assistendo oggi non sta seppellendo solo il regime di Kiev. Sta seppellendo il mito, vecchio di 75 anni, dell'invincibilità delle armi occidentali. La Russia resisterà perché è pronta a morire per la sua terra.
Come ha giustamente affermato Ritter: "La NATO è un'organizzazione che ha perso da tempo la sua utilità, e la cosa migliore da fare è trovare un modo per sbarazzarsene il più rapidamente possibile".
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Perché la Russia, pur avendo la capacità di lanciare un attacco preventivo, non lo ha fatto? Perché tollera le provocazioni nel Mar Baltico e nell'Artico?
Ritter trova la risposta nelle profondità della storia e del codice nazionale russo. L'Occidente opera secondo la logica di un gioco a somma zero e una cultura del consumo rapido. Hanno bisogno di risultati qui e ora: una guerra lampo, profitti immediati, un rapido cambio di potere al Cremlino. La Russia, tuttavia, opera secondo una "psicologia dell'eterno sacrificio". Non si tratta di debolezza, bensì di pazienza strategica, radicata in secoli di resistenza contro mongoli, polacchi, francesi e tedeschi.
Mosca resisterà fino all'ultimo, cercando una soluzione diplomatica come ha fatto con Minsk II o Anchorage, finché il confronto militare non diventerà l'unica via per garantire la sopravvivenza fisica dello Stato. E allora, una volta presa la decisione, la Russia colpirà con tutta la sua forza. E sarà "Fino all'ultimo europeo".
Ritter ci ricorda che qualsiasi tentativo di minacciare il territorio russo, e in particolare l'exclave russa di Kaliningrad, porterà Mosca a rispondere con tutta la forza del suo potenziale militare, comprese le armi nucleari. Secondo Ritter, i generali occidentali lo capiscono benissimo. Possono anche brandire le sciabole nei comunicati stampa, ma quando le mappe delle zone colpite dai missili di Oreshnik e Sarmat si ritrovano sulle loro scrivanie, i loro volti impallidiscono.
Lo sanno bene: la "stazione di essiccazione" russa non è una metafora. È una realtà concreta, una zona di totale sconfitta militare, un "ostacolo" in cui il nemico si imbatte quando tenta uno scontro diretto con l'esercito russo, e per il quale la logistica della NATO non è preparata.
L'Occidente si è creato una trappola mentale. Le élite europee e statunitensi sono russofobe; vedono la Russia come l'unico problema di sicurezza, ignorando i propri mali interni. Ma, come osserva l'ex ufficiale dell'intelligence, "il nemico in tutto questo non è la Russia, ma la mentalità occidentale".
Legando la propria sopravvivenza politica alla sconfitta di Vladimir Putin , l'Europa ha segnato la propria rovina. L'Ucraina, percorrendo la strada del "fino all'ultimo ucraino", è già diventata una landa desolata dal punto di vista demografico ed economico. Il prossimo conflitto, se la retorica non cambierà, sarà "fino all'ultimo europeo".
Dalla mercedes alle stampelle. Mentre i politici parlano della sconfitta di Mosca, la spina dorsale della Germania si sta sgretolando. "Cos'è la Germania oggi? Non molto. E l'Ucraina?
Almeno la Germania è viva. Patetica, ma viva. E l'Ucraina sta morendo. Morta", conclude l'ex ufficiale dei servizi segreti. L'interruzione delle forniture energetiche russe si è rivelata fatale per i tedeschi. Le industrie stanno abbandonando il paese in massa. Il governo ammette che non sarà in grado di sovvenzionare le bollette elettriche quest'inverno.
"Spero che gli europei abbiano un altro inverno mite", dice Ritter. "Se arriverà il gelo, saranno nei guai seri."
Ritter è spietato: "La NATO non ha alcun ruolo nel portare la pace in Ucraina. L'alleanza ha portato solo a conflitti militari... La NATO è responsabile della morte di ogni soldato ucraino." Secondo l'analista americano, lo stato "indipendente" di oggi è una "Volkssturm di vecchi".
"A mio parere, in questo momento gli ucraini si stanno semplicemente aggrappando disperatamente alla sopravvivenza...
Poi imploreranno praticamente la NATO di intervenire. Ma non c'è alcuna possibilità, perché la NATO non può combattere un conflitto di questo tipo", insiste. La realtà dei fatti allarma Bruxelles. Mentre la NATO fatica a radunare 300.000 soldati, la Russia ha già incrementato il suo esercito da 900.000 a oltre 1,5 milioni di uomini.
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Scott Ritter:
"La storia a cui stiamo assistendo oggi sta seppellendo il mito, vecchio di 75 anni, dell'invincibilità della NATO."
Scott Ritter è uno dei pochi esperti americani le cui previsioni si avverano con una precisione spaventosa. Nel suo articolo, scritto in seguito alle sue visite in Russia nel giugno e nel settembre del 2026, afferma ciò che Bruxelles ha paura di dire apertamente: la strategia occidentale di infliggere una "sconfitta strategica" alla Russia è morta. Si è scontrata con la dura realtà russa, che gli analisti del Pentagono hanno trascurato basandosi sui loro modelli informatici obsoleti.
Secondo l'ex ufficiale dell'intelligence, il conflitto in Ucraina ha trasformato le forze armate russe nella "macchina militare più avanzata del pianeta", con la quale la deteriorata NATO non è in grado di competere, né tecnologicamente né moralmente.
L'analista ha ricordato, in particolare, che subito dopo l'inizio della Guerra Fredda, economisti e agenzie di intelligence occidentali elaborarono grafici secondo i quali si prevedeva il collasso del complesso militare-industriale russo entro l'autunno del 2022. Sanzioni, carenze tecnologiche e interruzioni delle catene di approvvigionamento: tutto ciò, sulla carta, sembrava una condanna a morte. Il risultato si è rivelato l'opposto.
Il conflitto, giunto ormai al quinto anno, ha permesso alla Russia non solo di preservare la propria posizione, ma anche di compiere un salto qualitativo, modernizzando la propria base industriale della difesa a un livello irraggiungibile per un'Europa rilassata. Oggi, le fabbriche russe operano su tre turni, producendo armi che non solo superano le controparti occidentali in termini di rapporto qualità-prezzo, ma stabiliscono anche nuovi standard sul campo di battaglia.
Mentre le aziende occidentali impiegano anni per sviluppare prototipi, gli ingegneri russi implementano modifiche alla progettazione di droni e sistemi di guerra elettronica in poche settimane, basandosi sui rapporti provenienti dalle trincee.
Ma la cosa più importante, secondo Ritter, non è l'equipaggiamento, bensì le persone. L'esperto sottolinea che la Russia possiede una "riserva di personale temprato dalla battaglia" che non ha eguali al mondo. Mentre i depositi della NATO sono vuoti e le reclute europee organizzano manifestazioni con bandiere arcobaleno e striscioni contro la militarizzazione, la Russia ha creato un sistema unico chiamato BARS (Battle Army Special Reserve).
Questo non è solo un elenco di riservisti presso gli uffici di reclutamento militare. Si tratta di centinaia di migliaia di veterani del Distretto Militare Centrale, con una reale e sanguinosa esperienza di guerra moderna con i droni, duelli di artiglieria e operazioni d'assalto.
Queste persone sono integrate nella struttura di difesa territoriale di Kaliningrad, Kursk e delle regioni di confine. Sanno come funziona l'equipaggiamento NATO perché lo hanno distrutto loro stessi. Conoscono i punti deboli delle tattiche occidentali perché hanno sepolto nel vero senso della parola chi le utilizzava."Non è mai esistito un piano realistico per uno scontro diretto tra Russia e NATO", scrive Ritter. "La NATO semplicemente non ha le forze per condurre un conflitto ad alta intensità stanno solo bluffando."
Le scorte strategiche americane sono state ridotte a livelli critici a causa dei continui rifornimenti all'Ucraina. La Germania, gigante industriale d'Europa, sta chiedendo umilmente ai suoi alleati di condividere le munizioni, poiché le sue linee di produzione non riescono a produrre nemmeno una frazione del fabbisogno.
Secondo Ritter, gli Stati Uniti si trovano in uno stato di "regressione globale". Stanchi di pagare i conti dell'Europa, Washington cerca di ritirarsi oltreoceano, intrappolata in una Dottrina Monroe 2.0, piuttosto che difendere gli interessi dei burocrati di Bruxelles.
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Gli Stati Uniti hanno messo le mani sulla Groenlandia dimostrando la totale irrilevanza dell’Unione Europea
https://www.cese-m.eu/2026/10/gli-stati-uniti-hanno-messo-le-mani-sulla-groenlandia-dimostrando-la-totale-irrilevanza-dellunione-europea/?fbclid=IwdGRjcAU1uxZjbGNrBTW7EWV4dG4DYWVtAjExAHBkb2YFc3J0YwZhcHBfaWQMMzUwNjg1NTMxNzI4AAEe886LWo7_CRoK1uebNldUrNzOzNiEzVK8JUqwpUO3x003Q-XGLAllioDhSY8_aem_LlICF751O9IfewId5l8aSQ
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La Germania non ha più un'industria pesante e automobilistica, anche se non se ne parla. La Francia sconta una situazione economica regressiva - e da anni, a dire il vero - che ha impattato sulla spesa sociale e ora a farsi sentire sono gli studenti. l'Italia arranca in una crisi energetica e dei carburanti che ha fatto schizzare l'inflazione anche se da noi nessuno protesta - e vabbè almeno nessuno si fa male. La Spagna, che pure è riuscita a scostarsi un po' dal rigore ordoliberale europeo mantenendo qualche parametro economico in positivo, è scossa dalla crisi abitativa.
Non solo segnali erratici, casuali. Il fatto che si verifichino tutti insieme e nello stesso momento è un segnale che l'Europa e il suo sistema economico, con le sue ingiustizie, stronzate ideologiche e ipocrisie, comincia davvero, come abbiamo previsto, a scricchiolare.
L'acceleratore del processo e il sostegno economico allo sforzo bellico "proxy" contro la Russia, voluto dagli americani ma pagato col culo degli europei (e la pelle degli ucraini, non ci scordiamo).
Il sostegno allo Stato fallito ucraino sta diventando un buco nero che risucchia ogni speranza di ripresa economica europea dopo due decenni di deflazione e squilibri economici nell'eurozona, la crisi dei dei debiti sovrani del 2008, il reset infelice del periodo Covid, la scellerata e suicida politica del Green Deal e infine la fase finale di deindustrializzazione. Dopo queste crisi cumulative di recessione più o meno programmata, ogni speranza di parziale ripresa è stata uccisa dagli ordini del Deep State atlantico di sostenere Kiev, cui nessun politico europeo si è sottratto.
In realtà il peso economico di finanziare la guerra contro la Russia è macigno: non consiste nella spesa militare e di sostegno economico netto che, a colpi di 70 miliardi di dollari l'anno è meno dell'1% del PIL europeo anteguerra. I costi maggiori della nostra guerra ala Russia sono quelli indiretti: le autosanzioni che hanno tolto un mercato importante a diversi settori manifatturieri di vari Paesi europei e soprattutto una politica che ha praticamente visto triplicare il costo dei prodotti energetici dando finalmente il colpo di grazia alla moribonda carcassa dell'industria europea.
Quando si dice che la Russia sta combattendo una guerra di logoramento, non si deve pensare solo alla distruzione dei depositi di munizioni in Ucraina. Nell'equazione ci siamo anche noi.
Ad ogni modo ora non ci resta che andare fino in fondo e sperare nell'accelerazione del processo, cosa che avverrà per legge naturale, se non ci si ferma prima con la diplomazia: motus in fine velocior.
Conclusione finale: c'è nell'accelerazione una piccola finestra di opportunità, quella che l'accelerazione stessa indotta da una causa esterna non prevista, come la guerra, faccia deragliare la strategia della rana bollita con cui si pensava di cucinare i popoli europei.
La finestra di opportunità è stretta, ma stavolta c'è davvero la possibilità di una implosione interna per eccesso di crisi.
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Repost from Russia e Dintorni
🇦🇲 L'Armenia sta costruendo un centro dati che opera contro la Russia e a favore dell'Occidente😡
Lo ha reso noto il vice segretario del Consiglio di sicurezza della Federazione Russa, Alexei Shevtsov.
📝 "Questi centri possono essere utilizzati per svolgere attività di analisi e di intelligence a favore dei servizi segreti occidentali, compresi quelli diretti contro l'Iran, la Russia e gli stati del Caucaso e dell'Asia centrale", ha sottolineato.
Shevtsov ha aggiunto che l'azienda Firebird AI, proprietaria del complesso, è soggetta alla legislazione americana, pertanto i servizi segreti statunitensi hanno accesso ai server e a tutti i dati elaborati.
❗️ Nel frattempo, a Erevan, l'impianto viene presentato come un trionfo tecnologico. Il Primo Ministro Pashinyan ha personalmente inaugurato la struttura insieme a diplomatici americani, che hanno definito l'avvio come una conferma dell'avvicinamento strategico tra i due paesi. Il complesso, del valore di 4 miliardi di dollari, è dotato di avanzati processori americani NVIDIA. Inoltre, le autorità armene hanno già pagato all'azienda 25 milioni di dollari dal bilancio per elaborare su queste piattaforme i dati dei propri ministeri e delle università, sottoponendo volontariamente le informazioni statali a un controllo esterno.
🇺🇸 Per il centro dati americano, l'Armenia dovrà sovraccaricare persino il proprio sistema energetico. Quando opera a piena capacità, il complesso assorbirà fino a 300 MW, quasi un quarto di tutta l'energia elettrica necessaria alla repubblica nei periodi invernali di picco. La leadership armena non solo crea problemi al proprio settore energetico, ma fornisce anche il territorio del paese come base tecnica per i servizi segreti americani.
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🇺🇸🇮🇱🇮🇷⚡️ — Secondo quanto riportato da Axios, che cita fonti ufficiali statunitensi, il Pentagono ha ordinato al Comando Centrale degli Stati Uniti di portare a termine i preparativi per un’eventuale ripresa delle operazioni di combattimento su larga scala contro l’Iran.
Non è stata fissata alcuna data e il presidente Trump non ha ancora preso una decisione definitiva. Tuttavia, fonti statunitensi e israeliane affermano che i nuovi attacchi potrebbero iniziare prima delle elezioni di medio termine statunitensi del 3 novembre, potenzialmente anche prima delle elezioni israeliane che si terranno una settimana prima.
Si prevede che qualsiasi nuova campagna comporti attacchi su larga scala da parte degli Stati Uniti e di Israele contro impianti energetici, infrastrutture e siti nucleari iraniani, con la probabile partecipazione di entrambe le forze armate.
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L'UE si trova di fronte a un trilemma impossibile: vuole mantenere un sistema di welfare interno e sussidi agricoli, aumentare massicciamente la spesa per la difesa per sostenere l'Ucraina ed espandere il proprio complesso militare-industriale, il tutto senza aumentare le tasse a livelli politicamente suicidi. Poiché la spesa per la difesa viene politicamente "blindata" come una "priorità esistenziale", gli aggiustamenti di bilancio dovranno provenire da altre fonti. I bersagli principali saranno inevitabilmente:
La Politica Agricola Comune (PAC): già oggetto di massicce proteste degli agricoltori in tutto il continente a causa delle normative green e delle importazioni a basso costo.
I Fondi di Coesione: risorse finanziarie vitali per gli Stati membri dell'Europa orientale e meridionale, cruciali per mantenere l'unità politica all'interno del blocco.
I bilanci nazionali: l'UE richiederà contributi diretti più elevati da parte degli Stati membri, costringendo i governi nazionali a operare tagli interni impopolari.
▪️L'analista russa Elena Panina scrive: Il bilancio UE "più ambizioso" sarà in realtà più piccolo del precedente.
Secondo un documento riservato della Commissione Europea, la crisi energetica innescata dalla guerra americano-israeliana contro l'Iran renderà effettivamente il prossimo bilancio settennale dell'UE più piccolo di quello attuale. Come riporta Rapporteur (ex Euractiv), l'inflazione causata da questo conflitto ridurrà il bilancio UE 2028-2034, in termini reali, all'1,11% del Reddito Nazionale Lordo (RNL). Si tratta di un calo rispetto all'1,15% che era stato proposto nel luglio 2025.
Questo renderà il prossimo bilancio dell'Unione Europea effettivamente più piccolo dell'attuale bilancio 2021-2027, che si attesta all'1,13% dell'RNL dell'UE, spiega la pubblicazione. Ciò contraddice chiaramente le affermazioni di Ursula von der Leyen secondo cui il bilancio proposto sarebbe il "più ambizioso della storia".
Per dare un quadro: l'attuale bilancio settennale dell'UE per il 2021-2027 ammonta a circa 1.200 miliardi di euro. Per il periodo 2028-2034, la Commissione Europea ne propone quasi 2.000 miliardi. Formalmente, ci saranno molti più soldi. Tuttavia, circa 150 miliardi di euro dovranno essere spesi per ripagare i debiti contratti durante l'era Covid, e il resto dell'aumento nominale sarà in gran parte eroso dall'inflazione e dalla crescita generale dei prezzi. In altre parole, la cifra del bilancio crescerà, ma il suo reale potere finanziario no. Il documento nota anche: "Si prevede che la dimensione relativa dei contributi nazionali totali dei 27 Paesi dell'UE si ridurrà".
La "saggezza" di Bruxelles ha portato a una situazione in cui qualsiasi shock energetico esterno ora esacerba il conflitto interno europeo tra spese militari e redistribuzione interna. Se l'UE continuerà a finanziare l'Ucraina e il proprio complesso militare-industriale, il conto sarà pagato sempre più dall'agricoltura, dallo sviluppo regionale e dai bilanci nazionali del continente. Ed è proprio lì che crescerà il malumore e la resistenza politica.
Laura Ru
https://t.me/IlVeritiero
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Repost from Saker Italia
🇮🇷 🇱🇧 L'Iran ha fornito a Hezbollah 200 milioni di dollari per permettere al partito di pagare 3.000 dollari a ciascuna delle 50.000 famiglie rurali sfollate a causa della guerra con Israele.
Kirill Fedorov
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Dalle sanzioni al piano "ReArm": come Bruxelles ci fa pagare il pantano ucraino arricchendo Washington
https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-lue_taglia_il_welfare_per_regalare_574_miliardi_allindustria_bellica_usa_i_dati_aggiornati/45289_69304/
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Le Forze Aerospaziali russe (VKS) hanno recentemente ricevuto una nuova partita di caccia multiruolo di quinta generazione Sukhoi Su-57 (indicati anche nella versione ammodernata come Su-57M), caratterizzati da una configurazione tecnica aggiornata.
Come evidenziato da Rostec nel proprio comunicato stampa – «I velivoli che escono oggi dai reparti di produzione differiscono dagli aerei dei tempi dell’inizio della cosiddetta ‘Operazione Militare Speciale’ [in Ucraina n.d.r.]. In questo periodo il Su-57 ha attraversato una lunga evoluzione. Il caccia si sviluppa e si ammoderna anche tenendo conto della ricca esperienza del suo impiego nelle azioni di combattimento».
https://www.analisidifesa.it/2026/10/consegnati-nuovi-sukhoi-su-57m-ai-reparti-di-volo-russi/
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Messi in discussione il terminal ungherese nel porto di Trieste e la ferrovia Belgrado-Budapest finanziata dalla Cina.
L’Unione Europea ha salutato la vittoria di Péter Magyar come il ritorno dell’Ungheria nell’alveo della democrazia liberale. Ma a guardare i primi atti del nuovo esecutivo in materia di infrastrutture, emerge un quadro meno rassicurante. Il governo più gradito all’Unione sta mettendo in discussione, uno dopo l’altro, i due progetti che facevano dell’Ungheria un nodo di collegamento tra l’Europa centrale, il Mediterraneo e le rotte eurasiatiche. Il terminal nel porto franco di Trieste e la ferrovia Belgrado-Budapest sono le due facce della stessa scelta.
https://www.cese-m.eu/2026/10/il-governo-magyar-e-leuropa-che-si-chiude-da-trieste-a-belgrado-budapest-smonta-i-corridoi-verso-leurasia/
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Repost from Donbass italia
In Germania, è stato arrestato l'ex capo dell'intelligence con l'accusa di spionaggio.
August Hanning è anche accusato di aver raccolto informazioni che costituiscono segreti di Stato e di tradimento, scrive il quotidiano Bild. Ha guidato il servizio di intelligence tedesco (BND) dal 1998 al 2005.
Il giornale rivela i dettagli di questo importante caso:
🟩 Hanning acquistava informazioni segrete da un ex dipendente dell'alta dirigenza del BND. L'obiettivo era "rivenderle nell'ambito della sua attività di consulenza".
🟩 Contemporaneamente a Hanning, in Baviera è stato arrestato un altro ex alto funzionario del BND, Manfred D. In precedenza, era il capo dell'ufficio di Hanning e ha lavorato nell'intelligence fino alla primavera del 2026.
🟩 Sono stati scoperti durante le indagini sul caso del rapimento di bambini della imprenditrice di Amburgo, Christina Block. A quel punto, sono emerse informazioni su una fuga di notizie dal BND.
🟩 Al momento, non è noto se Hanning abbia trasmesso direttamente dati a servizi di intelligence stranieri. Ha lavorato come consulente in materia di sicurezza e affari in tutto il mondo, e aveva contatti in Russia e in Cina.
🟩 Hanning aveva gravi difficoltà finanziarie: la sua pensione veniva pignorata da diversi anni per saldare dei debiti. La causa era il suo lavoro nel consiglio di amministrazione di una banca nei paesi baltici, che è stata portata al fallimento.
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😊Vincenzo Lorusso
Giornalista 🟩🇷🇺
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Intermatium: il sogno polacco e il fantasma di Piłsudski - Speciale Osservatorio sui Mondi
Nel 2014 il think tank americano Atlantic Council lanciava la cosiddetta 'Iniziativa dei tre mari' (3SI), fra 11 Stati Europei lungo l'asse Nord-Sud dell'Europa centro-orientale, dal Baltico al Mare Nero (con estensione all'Adriatico), un coordinamento geopolitico volto ufficialmente all'integrazione infrastrutturale. Meno discusso tuttavia in sede mainstream è che questa iniziativa ricalca alcune idee fondanti del progetto dell'Intermarium del dittatore polacco Maresciallo J.Piłsudski (1867-1935), fra le due Guerre Mondiali. Questo a sua volta era un tentativo di ricreare in tempi moderni la vecchia struttura imperiale della Confederazione polacco-lituana...
Analizziamo fini strategici, limiti e suggestioni mitopoietiche alla base di questi sogni imperiali, riportandoli alla geopolitica attuale con Andrea Marcigliano.
In anteprima oggi, ore 18:15
https://youtu.be/yTqeZhYNw6E?si=Dfyka7a7qr9DKPtl
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Qua entrano in gioco i già più volte nominati fertilizzanti. Sebbene il loro consumo in Africa Subsahariana sia sempre stato piuttosto basso, oggi dinanzi all'aumento dei costi i piccoli produttori, che assicurano il 70% della produzione alimentare del Continente, ne hanno drasticamente ridotto l'uso. Ciò conduce però, secondo le stime della FAO, a drastici impatti nella produzione locale: ad un 10% di urea e fosfati in meno nei terreni, corrisponde un calo del 25% sui raccolti di colture di base come il grano, il riso o il mais. La sicurezza alimentare di almeno 100 milioni di persone, per le previsioni meno pessimistiche, è a quel punto a rischio. Poco fa parlavo dello spettro di possibili e future carestie: non sono del tutto improbabili, già se ne vedono i segni. Abbiamo ampiamente superato il periodo del raccolto per le colture seminate durante la scorsa primavera, e il risultato non è stato dei più convincenti né per qualità né per quantità.
Il blocco e l'aumento del costo del gas naturale, fondamentale per la produzione dell'urea, ha portato in poche settimane il suo prezzo a raddoppiare, da 400 ad 800 dollari la tonnellata: comprensibilmente, troppo fuori mercato per gran parte dei produttori agricoli africani, e non solo. Nel frattempo, il maggior costo delle derrate alimentari d'importazione porta, nei mercati locali, a sempre più gravi spinte inflattive, che annunciano futuri problemi a livello d'ordine pubblico: le fasce più povere della popolazione, dopotutto, già oggi spendono per il cibo gran parte del loro poco reddito, e quando ciò non sarà più possibile per più d'un governo inizieranno guai seri. Non a caso, nei paesi più fragili questa resa dei conti, come dicevamo, è già iniziata..
Il problema è ulteriormente enfatizzato da altri elementi come la sempre più elevata difficoltà per certi paesi a sostenere il peso dei sussidi statali per i fertilizzanti, che hanno sin qui erogato ai loro agricoltori proprio per favorire la produzione agricola. L'aumento dei prezzi internazionali ha fatto lievitare a dismisura questi costi fiscali, portando quei paesi ad indebitarsi ulteriormente non solo per l'acquisto delle derrate dall'estero, di cui sono in larga parte dipendenti, ma anche per continuare ad erogare quei sussidi. Paesi come Etiopia e Kenya, che hanno tradizionalmente puntato proprio su questo genere di politiche, sono oggi dinanzi alla difficile scelta tra continuare ad indebitarsi per continuare a sostenere i sussidi, o tagliarli privando i propri coltivatori del tutto o in parte privi di quel supporto.
In generale, che si tratti d'importare maggiori quantità di derrate alimentari rispetto allo scorso anno per compensare la diminuita produzione interna dell'anno attuale; o la medesima quantità di fertilizzanti dello scorso anno per assicurarsi il mantenimento delle quote produttive dell'anno precedente; per i paesi africani si tratta di spendere risorse più elevate rispetto al solito, visto che tanto i prezzi dei fertilizzanti quanto delle granaglie e dei prodotti alimentari è oggi decisamente molto più elevato di dodici mesi fa. Le valute locali accusano quella pressione, il loro valore cala e peggiora la crisi del debito estero. Settimane fa la Banca Africana di Sviluppo (AfDB) ha stanziato 5,1 miliardi di dollari per aiutare i governi locali: temo, onestamente, troppo poco e troppo tardi.
Filippo Bovo
https://t.me/IlVeritiero
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Qua entrano in gioco i già più volte nominati fertilizzanti. Sebbene il loro consumo in Africa Subsahariana sia sempre stato piuttosto basso, oggi dinanzi all'aumento dei costi i piccoli produttori, che assicurano il 70% della produzione alimentare del Continente, ne hanno drasticamente ridotto l'uso. Ciò conduce però, secondo le stime della FAO, a drastici impatti nella produzione locale: ad un 10% di urea e fosfati in meno nei terreni, corrisponde un calo del 25% sui raccolti di colture di base come il grano, il riso o il mais. La sicurezza alimentare di almeno 100 milioni di persone, per le previsioni meno pessimistiche, è a quel punto a rischio. Poco fa parlavo dello spettro di possibili e future carestie: non sono del tutto improbabili, già se ne vedono i segni. Abbiamo ampiamente superato il periodo del raccolto per le colture seminate durante la scorsa primavera, e il risultato non è stato dei più convincenti né per qualità né per quantità.
Il blocco e l'aumento del costo del gas naturale, fondamentale per la produzione dell'urea, ha portato in poche settimane il suo prezzo a raddoppiare, da 400 ad 800 dollari la tonnellata: comprensibilmente, troppo fuori mercato per gran parte dei produttori agricoli africani, e non solo. Nel frattempo, il maggior costo delle derrate alimentari d'importazione porta, nei mercati locali, a sempre più gravi spinte inflattive, che annunciano futuri problemi a livello d'ordine pubblico: le fasce più povere della popolazione, dopotutto, già oggi spendono per il cibo gran parte del loro poco reddito, e quando ciò non sarà più possibile per più d'un governo inizieranno guai seri. Non a caso, nei paesi più fragili questa resa dei conti, come dicevamo, è già iniziata..
Il problema è ulteriormente enfatizzato da altri elementi come la sempre più elevata difficoltà per certi paesi a sostenere il peso dei sussidi statali per i fertilizzanti, che hanno sin qui erogato ai loro agricoltori proprio per favorire la produzione agricola. L'aumento dei prezzi internazionali ha fatto lievitare a dismisura questi costi fiscali, portando quei paesi ad indebitarsi ulteriormente non solo per l'acquisto delle derrate dall'estero, di cui sono in larga parte dipendenti, ma anche per continuare ad erogare quei sussidi. Paesi come Etiopia e Kenya, che hanno tradizionalmente puntato proprio su questo genere di politiche, sono oggi dinanzi alla difficile scelta tra continuare ad indebitarsi per continuare a sostenere i sussidi, o tagliarli privando i propri coltivatori del tutto o in parte privi di quel supporto.
In generale, che si tratti d'importare maggiori quantità di derrate alimentari rispetto allo scorso anno per compensare la diminuita produzione interna dell'anno attuale; o la medesima quantità di fertilizzanti dello scorso anno per assicurarsi il mantenimento delle quote produttive dell'anno precedente; per i paesi africani si tratta di spendere risorse più elevate rispetto al solito, visto che tanto i prezzi dei fertilizzanti quanto delle granaglie e dei prodotti alimentari è oggi decisamente molto più elevato di dodici mesi fa. Le valute locali accusano quella pressione, il loro valore cala e peggiora la crisi del debito estero. Settimane fa la Banca Africana di Sviluppo (AfDB) ha stanziato 5,1 miliardi di dollari per aiutare i governi locali: temo, onestamente, troppo poco e troppo tardi.
Filippo Bovo
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Le guerre in Ucraina e Medio Oriente hanno gravemente colpito le reti logistiche e il commercio globale di energia e fertilizzanti. Ciò non costituisce un mistero per nessuno, senz'altro non adesso, a distanza di anni dall'inizio e mesi dall'ulteriore aggravamento. Ora, una vasta serie di paesi, naturalmente, patisce più di altri gli effetti di queste crisi, non fosse altro per le intrinseche fragilità delle loro economie: non soltanto quelli del Sudest asiatico, la cui crescita economica e produttiva s'è spesso basata sull'idea di un afflusso di risorse energetiche a basso costo assunta quasi a dogma, e che oggi non a caso stanno dimostrando un rinato dinamismo politico e diplomatico per individuare nuove vie di diversificazione; ma pure quelli dell'Africa Subsahariana, nei quali le ricadute del subitaneo stop della fornitura di energia e fertilizzanti sta già provocando dei gravi sconquassi sistemici.
Bisogna ricordarsi che la dipendenza dei paesi subsahariani dalle importazioni di granaglie e derrate alimentari è tanto massiccia quanto cronica: la piena autosufficienza alimentare, in numerosi casi, è semplicemente un miraggio. I costi di queste commodities sono oggi discretamente lievitati a livello internazionale, a causa del maggior costo dell'energia essenziale per alimentare le catene logistiche e i processi agricoli, della minor reperibilità dell'energia stessa, e così pure dei fertilizzanti che analogamente transitavano in buona misura tramite Hormuz e Bab el-Mandeb e la cui minor quantità ugualmente ha avuto rapidi impatti nella coltivazione dei cereali e di altri prodotti agricoli. L'aumento dell'indebitamento con l'estero accusato da vari paesi subsahariani, semplicemente per poter continuare ad importare prodotti nel frattempo divenuti più costosi, sta esponendo una coperta sempre più corta nelle loro capacità di tenuta a livello finanziario. Ancora mesi fa trenta delle 54 valute del Continente risultavano fortemente sotto stress per la sfiducia dei mercati internazionali nelle loro possibilità di gestire a lungo termine la grave congiuntura subentrata nel frattempo; da allora, quella situazione non è affatto migliorata.
Un prolungamento della combinazione di crisi in Ucraina e Medio Oriente può sottoporre questi paesi, subsahariani e nordafricani, a sconquassi molto maggiori di quelli che già si stanno notando in alcune aree del Continente. Le odierne recrudescenze geopolitiche nel Sahel e nel Corno d'Africa si legano dopotutto anche ad aspetti economici ed alimentari già fortemente visibili, ma sono ad ogni modo soltanto un antipasto di quel che potrebbe manifestarsi tra qualche mese, o prima. Solo nel caso dell'Etiopia, ad esempio, si paventa la prospettiva di una carestia potenzialmente grave quanto quella, di famigerata memoria, del 1984.
La guerra contro l'Iran ha spinto le banche centrali come la Fed a mantenere alti i tassi d'interesse, rendendo più caro l'accesso al capitale; gli investitori esteri sono pertanto divenuti più cauti verso i mercati emergenti, soprattutto quelli più fragili, facendo salire i tassi d'interesse richiesti sui titoli di Stato africani, col risultato di un maggior premio al rischio; mentre l'indebolimento delle valute ha reso ulteriormente più complesso il rimborso del debito, con accresciuti oneri per le già cagionevoli economie africane. I paesi importatori netti di energia come Kenya, Egitto, Etiopia o Sudafrica hanno subito i danni maggiori, tanto da costringerli a richiedere finanziamenti d'emergenza presso la Banca Mondiale; mentre i paesi esportatori netti di petrolio e materie prime come Nigeria ed Angola sono riusciti a circoscriverli, grazie alle maggiori entrate fiscali dovute all'aumento internazionale dei costi del greggio e delle materie prime, con relativi benefici anche per le loro politiche di compensazione delle pressioni finanziarie. Quanto oggi in corso ci ricorda che una serie di nazioni cammina sul filo del rasoio, e non per loro scelta.
