Andrea Zhok
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کانال Andrea Zhok (@andreazhok) در بخش زبانی ایتالیایی بازیگری فعال است. در حال حاضر جامعه شامل 11 511 مشترک است و جایگاه 4 510 را در دسته سیاست و رتبه 2 242 را در منطقه ايطاليا دارد.
📊 شاخصهای مخاطب و پویایی
از زمان ایجاد در невідомо، پروژه رشد سریعی داشته و 11 511 مشترک جذب کرده است.
بر اساس آخرین دادهها در تاریخ 07 ژوئیه, 2026، کانال فعالیت پایداری دارد. در ۳۰ روز گذشته تغییر اعضا برابر 54 و در ۲۴ ساعت گذشته برابر -1 بوده و همچنان دسترسی گستردهای حفظ شده است.
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- واکنشها و تعامل: مخاطبان بهطور فعال حمایت میکنند؛ میانگین واکنش به هر پست 0 است.
- علایق موضوعی: محتوا بر موضوعات کلیدی مانند potere, iran, occidente, diritto, popolazione تمرکز دارد.
📝 توضیح و سیاست محتوایی
نویسنده این فضا را محل بیان دیدگاههای شخصی توصیف میکند:
“Antropologia / Filosofia / Politica”
به لطف بهروزرسانیهای پرتکرار (آخرین داده در تاریخ 08 ژوئیه, 2026)، کانال همواره بهروز و دارای دسترسی بالاست. تحلیلها نشان میدهد مخاطبان بهطور فعال با محتوا تعامل دارند و آن را به نقطه اثرگذاری مهم در دسته سیاست تبدیل کردهاند.
در حال بارگیری داده...
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| 03 ژوئیه | +5 | |||
| 02 ژوئیه | +2 | |||
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| 2 | Ritirato il corpo diplomatico americano a Bruxelles.
L'amministrazione americana chiederà venga riconosciuto il 4-1 a tavolino a favore del Team USA.
Nel frattempo, il segretario alla Difesa Pete Hegseth ha spiegato alla Reuters che "If we need to negotiate with bombs, we'll negotiate with bombs".
Entro la mattinata verrà deliberata la prima tranche di sanzioni verso il Belgio e da Sigonella - all'insaputa della Meloni - partiranno i primi B-52 alla volta di Bruxelles. | 2 897 |
| 3 | Ma quel pericolo venne esaltato ed esagerato anche per testare le forme di reazioni della popolazione, in vista di futuri scenari di conflitto d’ogni genere.
La mia scelta personale fu condizionata da paura e urgenza, specie per chi mi era accanto, anziani e minori, non certo da adesione a un modello di gestione emergenziale che discrimina i cittadini e rafforza la subordinazione della sanità pubblica alle multinazionali del farmaco. Questo modello, che ha colpito duramente una minoranza di non vaccinati e ha leso il consenso informato di tutti, è oggi oggetto della nostra critica politica e non può essere riproposto. Io stesso, scrissi nello stesso anno 2020 dei testi in cui esprimevo malgrado tutto dubbi e soprattutto criticavo la gestione politica della pandemia.
È altrettanto chiaro che la tragedia del Covid è stata aggravata pesantemente da decenni di tagli ai posti letto ospedalieri e al finanziamento della sanità pubblica: in vent’anni l’Italia ha perso decine di migliaia di posti letto, scendendo da quasi 4,7 a poco più di 3 letti per mille abitanti, e i sindacati medici hanno mostrato come la scarsità di posti letto sia correlata a un aumento significativo della mortalità durante la prima ondata. Una triste pratica che è proseguita e prosegue ben oltre “l’emergenza Covid” e ne sono stato personalmente colpito negli affetti più cari, come ho dichiarato nella relazione che ha aperto l’Assemblea Nazionale di Agorà del 27 giugno 2026.
Il punto politico non è opporre “No-vax” a “Sì-vax”, ma rifiutare un modello di governo delle “emergenze” che scarica sui cittadini le scelte sbagliate operate in nome del risparmio e della privatizzazione, e che usa la paura e la coercizione per coprire responsabilità strutturali di chi ha smantellato la sanità pubblica.
Su questo terreno Agorà, a partire dai due documenti fondativi da me stesso redatti (datati 25 aprile e 2 giugno) è oggi impegnata a costruire una linea chiara e condivisa, rifiutando ogni guerra di religione, e invitando all’unità contro il ventre che ha generato tutto questo, il neoliberismo. Sulla critica del neoliberismo, del turbocapitalismo e delle istituzioni che lo sorreggono, UE e NATO, in difesa di una Italia libera, sovrana, autenticamente democratica, sorretta da istituzioni politiche, educative, sanitarie pubbliche e nazionali, Agorà, a partire dal sottoscritto, intende battersi con la massima decisione.» | 3 397 |
| 4 | dell’intero sistema agli occhi dei cittadini.
In Italia, ad esempio, gli accordi regionali e aziendali hanno previsto specifiche remunerazioni per ogni dose di vaccino Covid somministrata dai medici di medicina generale, accompagnate dall’impegno alla promozione attiva della vaccinazione verso gli assistiti. Non è l’esistenza di un compenso in sé a costituire un abuso, quanto il fatto che tali meccanismi economici siano stati inseriti dentro un contesto di ricatto legale e sociale – sospensioni dal lavoro, esclusione dai luoghi pubblici, negazione di esenzioni anche in presenza di controindicazioni – che ha trasformato questi incentivi in leve di pressione su una popolazione privata di un’informazione onesta, anche quando non ancora completa, su cui poter basare una effettiva libertà di scelta.
Sul piano europeo, il cosiddetto “Pfizergate”, relativo agli scambi di messaggi tra la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen e il CEO di Pfizer per la negoziazione di contratti miliardari di vaccini, è divenuto simbolo di questa opacità: il Tribunale dell’Unione Europea ha censurato la Commissione per non aver garantito un accesso trasparente a quella corrispondenza, mettendo in luce l’insufficienza delle spiegazioni fornite sull’irreperibilità degli SMS e sulla loro eventuale cancellazione. Il fatto che decisioni di enorme impatto economico e sanitario siano state negoziate tramite canali personali non documentati, fuori da ogni effettivo controllo democratico, rafforza la percezione di una “governance” globalista e privatistica che tende a espropriare i popoli e i parlamenti delle scelte fondamentali in materia di salute e bilancio pubblico.
Agorà combatte questo disegno in ogni ambito: nella sanità, nella scuola, nel lavoro, nella gestione delle crisi economiche e belliche. La stagione pandemica non è stata un incidente isolato, ma una tappa paradigmatica di un metodo di governo fondato su “emergenze” vere o spesso presunte, gestite in modo opaco, sul ricatto istituzionale, sulla trasformazione di diritti fondamentali (alla salute, al lavoro, alla mobilità) in favori concessi in cambio dell’obbedienza a protocolli decisi da élite politicofinanziarie transnazionali. In questo senso la nostra critica alle politiche vaccinali non è affatto un rifiuto della medicina in quanto tale, o un atteggiamento antiscientifico, ma una denuncia della colonizzazione privatistica della medicina e della sanità, che intendiamo contrastare rivendicando una sanità realmente pubblica, trasparente, radicata nei territori e libera da condizionamenti industriali.
• Quest’esperienza storica deve rimanere ben presente a tutti noi come monito a non ripercorrere più simili strade. Ma deve anche metterci in guardia rispetto a meccanismi coattivi analoghi, che potrebbero essere messi in campo a fronte di minacce di natura diversa, non più di indole sanitaria, ma terroristica, bellica, ecc.
Quest’esperienza storica, e la frattura sociale che ne è seguita, non deve però impedirci di unire gli sforzi per rovesciare quei nuclei di potere, opachi e manipolatori, che sono stati ieri responsabili dell’infame gestione pandemica e che oggi ci preparano orizzonti di guerra.
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Segue la Dichiarazione del fondatore di Agorà, professor Angelo d’Orsi.
«In piena emergenza pandemica, di fronte alla morte di persone a me care, ho sostenuto con convinzione l’uso esteso dei vaccini disponibili, pur consapevole dei rischi di effetti collaterali, che però ritenevo inferiori a quelli del virus. Oggi, alla luce di quanto sappiamo sui limiti di quei prodotti, sulle omissioni informative e sulle forme di ricatto giuridico e sociale esercitate attraverso strumenti come il Green Pass, riconosco che quella posizione peccava di eccesso di fiducia in una scienza tutt’altro che onesta, anche se ritenevo, alla luce di dialoghi intensi con giuristi e filosofi, che in situazioni di effettivo pericolo collettivo, le libertà personali possano essere temperate dalle necessità della salute pubblica. | 3 034 |
| 5 | GESTIONE DELLA PANDEMIA COVID-19: L'ANALISI DI AGORÀ
• La stagione pandemica è stata una stagione di rottura. Persone che si sono fidate di fonti diverse sono giunte a forme di incomprensione reciproca, fino all’odio.
In quel contesto di frattura sociale, tuttavia, c’è stata una fondamentale asimmetria di responsabilità, perché alcuni hanno esercitato costrizione, altri l’hanno subita.
Una minoranza della popolazione ha subito forme di mobbing, è stata additata come untrice se non come assassina, è stata condannata alla morte sociale, esclusa da ogni luogo pubblico, ha perduto il salario o persino il lavoro.
Altri, che, in buona fede, hanno creduto ai messaggi dall’alto, o obtorto collo hanno ceduto al ricatto, per salvare lavoro, ne sono usciti con danni fisici che ancora oggi faticano ad essere riconosciuti dalle istituzioni.
• Ai medici curanti veniva sostanzialmente interdetto di fornire esenzioni, anche in presenza di chiare controindicazioni. I fogli di accompagnamento dei vaccini mancavano – per la rapidità dell’approvazione emergenziale – di informazioni decisive relativamente a interazioni con altri farmaci, effetti su altre patologie o condizioni (come la gravidanza), ecc. e tuttavia questa mancanza di informazione non era mai ritenuta ragione sufficiente per esentare dall’inoculazione.
Le istituzioni – come emerso anche recentemente nei lavori della Commissione d'inchiesta sulla gestione dell'emergenza sanitaria – hanno costantemente omesso informazioni, sviato l’opinione pubblica e sollevato da responsabilità tutta la catena degli inoculi, dalle case farmaceutiche ai vaccinatori. Questo sta emergendo anche negli Stati Uniti dove è stato posto sotto accusa il responsabile sanitario, dr. Fauci, accusato di aver deliberatamente nascosto le conoscenze acquisite sulla genesi del coronavirus nel laboratorio di Wuhan in Cina, mentre sempre più insistenti si fanno le voci su un ruolo attivo dell’Ucraina nella creazione del virus nei diffusi laboratori segreti, coperti dagli “alleati” occidentali.
I cittadini sono stati costretti a sottoscrivere un documento che sollevava da ogni responsabilità quegli stessi soggetti che li costringevano a subire un intervento sanitario indesiderato (un consenso informato che di fatto non era né consensuale, né informato). La paura costruita ad arte insieme al ricatto sul posto di lavoro o a scuola finiva per vincere i dubbi e le esitazioni.
I dati disponibili e i dubbi leciti furono silenziati dalle istituzioni, che sono riuscite nell’intento di tenere una gran parte della popolazione all’oscuro.
• Al tempo alcuni sapevano, ma molti non sapevano, ciò che oggi è acclarato, ovvero:
1) che i farmaci somministrati presentavano profili di rischio in gran parte ignoti (due dei quattro farmaci che appartenevano inizialmente al novero delle opzioni vaccinali sono stati addirittura ritirati dal mercato);
2) che quelle somministrazioni non garantivano automaticamente la protezione verso terzi (non bloccavano la trasmissione).
Questi due dati danno oggi piena ragione a chi contestava il Green Pass, la cui ipotetica funzione sarebbe stata quella di impedire la propagazione virale. E oggi sappiamo che il GP insieme a una militarizzazione della profilassi, sono stati anticipazioni di una sorta di stato di guerra, che ci ha preparato all’attuale normalizzazione del conflitto militare, anche nelle forme estreme del conflitto termonucleare.
• Nella vicenda pandemica è emerso in forma estrema un processo che Agorà denuncia con forza: la subordinazione delle istituzioni pubbliche agli interessi delle grandi multinazionali del farmaco e, più in generale, dei gruppi privati che da oltre vent’anni promuovono lo smantellamento progressivo della sanità pubblica. La gestione dell’emergenza ha mostrato come una parte significativa della comunità medicoscientifica sia stata resa dipendente da flussi finanziari, consulenze, contratti di ricerca e incentivi economici legati ai prodotti delle stesse industrie di cui doveva valutare l’efficacia e la sicurezza, con un danno di lungo periodo alla credibilità | 2 700 |
| 6 | بدون متن... | 2 727 |
| 7 | Segnalo per gli interessati, questo venerdì a Casalgrande (RE) | 4 681 |
| 8 | Per uscire da questo modello bisogna accettare la sua trasformazione in un modello alternativo. E anche qui, di modelli possibili ce ne sono principalmente tre. Un modello dove la SOVRANITÀ NAZIONALE contiene e governa i meccanismi di mercato; un modello dove a contenere e governare i meccanismi di mercato è una forma di SOVRANITÀ POPOLARE, ed infine un modello di autoritarismo coattivo delle élite, che possiamo chiamare TECNOFEUDALESIMO.
Sovranità nazionale e sovranità popolare sono distinguibili, ma non necessariamente in opposizione. Un sistema come quello della Cina popolare o del moderno Iran sono sistemi in cui la sovranità nazionale riesce a governare e contenere i meccanismi di mercato. Il che significa che, se c’è la volontà politica, è possibile crescere ma anche decrescere o rimanere in una condizione economicamente stazionaria. Ovviamente, quanto più un sistema si integra nel meccanismo dei mercati mondiali e ne accetta le regole, tanto più difficile è mantenere il potere in situazioni di assenza di crescita.
Un sistema a sovranità popolare deve avere caratteristiche di tipo socialista / comunista, cioè deve sottoporre i meccanismi di mercato ad un controllo governato da un fattore unificante di carattere costituzionale, mosso da un impianto di regole e principi che garantiscano la giustizia sociale. Esistono numerosi modelli, ma va detto che storicamente quelli più duraturi hanno sempre abbinato istanze socialiste a forme di sovranità nazionale. Non è necessario che il mercato venga abolito, esso deve essere circoscritto, diviene un gioco interno, un sistema che non può essere mai nelle condizioni di rimpiazzare il meccanismo politico.
Il terzo modello è quello che abbiamo chiamato “tecnofeudalesimo”, ed è la soluzione che più da vicino minaccia la scena occidentale. L’accrescimento del potere su base tecnologica, il suo accentramento nelle mani dei detentori di grandi capitali, la progressiva separazione di questi gruppi dalla società (gated communities) prelude ad un possibile scenario dove le rimanenze della democrazia formale vengono estinte e sostituite direttamente da un governo di grandi corporations, che esercitano un potere illimitato di tipo tecnologico coattivo sulla grande massa della popolazione. | 7 232 |
| 9 | Socialmente, questo modello mette in cattura tutti coloro i quali hanno difficoltà a stare all’altezza delle richieste di “innovazione”. L’incremento di controlli e certificazioni, la penalizzazione di beni tecnologicamente obsoleti (automobili, caldaie, ecc.) rispetto a beni tecnologicamente più avanzati mette sempre più gruppi sociali con le spalle al muro: si chiede a Mario la mobilità, la disponibilità a lavorare fuori sede, lo si spinge a vivere in periferia perché i costi delle abitazioni urbane esplodono, e poi lo si punisce perché non cambia la vecchia automobile con un gioiellino ibrido che costa quanto tre anni del suo stipendio.
Ma al netto dell’ingiustizia, questo modello è anche del tutto inefficace nell’affrontare i problemi. Esso infatti affronta i problemi generati dall’iperconsumo e dall’iperproduzione ricorrendo a ulteriore crescita di consumo e produzione. Mentre tappa un buco (ammesso che lo faccia) ne crea altri dieci. Il sistema in perenne accelerazione non ha mai il tempo di fare il punto sui problemi da risolvere, perché ne genera di nuovi a getto continuo.
7.2) POTATURA CICLICA. La seconda soluzione è quella indicibile, ma ben presente agli occhi delle élite economiche. Siccome non sono tutti stupidi, anche tra chi è riccamente beneficato dal sistema ci sono molti che capiscono che il liberalismo tecnologico non risolve nulla. Ufficialmente continuano a supportarlo, ma ufficiosamente prendono in considerazione scenari alternativi. Questi scenari passano attraverso l’idea che, non potendo (non volendo) prendere in considerazione un mutamento di paradigma produttivo, l’unico punto su cui si può lavorare è la demografia o l’accessibilità di beni ai più. Lo spettro di queste soluzioni vanno da progetti di depopolazione, alla promozione di dinamiche di immiserimento ed esclusione di massa, alla promozione di scenari bellici, all’abbattimento della fertilità creando condizioni di invivibilità per i più.
L’idea di fondo è semplice e coerente, ed è quella che è stato ripetuto da Reagan e Bush, dicendo che “il tenore di vita degli americani non è negoziabile”, ma estesa all’interno degli stessi paesi ricchi (“il tenore di vita delle élite non è negoziabile”). Quali soluzioni si percorreranno di volta in volta è da vedere. Alcune soluzioni saranno apertamente esplicitabili, altre rimarranno tra le righe, altre ancora saranno del tutto clandestine, ma il punto di fondo è, perdonate la semplificazione: “Povery, dovete morire.”
Che ciò avvenga abbattendo i sistemi sanitari e il welfare, creando condizioni di vita e lavoro che distruggono la fertilità, lasciando che i morti di fame si ammazzino tra di loro per le briciole del sistema, oppure inducendoli ad ammazzarsi tra di loro mettendogli un’uniforme, queste sono decisioni particolari, secondarie.
7.3) IL CAMBIAMENTO DI SISTEMA: La terza soluzione è in certo modo ovvia, ma oggi persino difficile da dichiarare. Siccome i problemi di cui sopra sono alimentati e resi insolubili da una specifica organizzazione sociale, bisogna mutare questa organizzazione. Un sistema che ha bisogno di crescita illimitata, che non può tollerare neppure una lunga pausa di stazionarietà senza collassare, è patogeno. Ovviamente il punto di questo sistema non è e non è mai stato il soddisfacimento di bisogni, neppure dei bisogni più elaborati e raffinati. Se si pensa che dagli inizi del ‘900 ad oggi la produttività procapite è centuplicata ma l’orario di lavoro è rimasto sostanzialmente immutato, si capisce bene che per il sistema ogni capacità produttiva supplementare deve essere impiegata per alimentare il circolo produzione-consumo, e non per liberare tempo umano, non per liberare energie fisiche e mentali. L’avvento prossimo venturo dell’AI in massa sui posti di lavoro è destinato a seguire la stessa parabola: esplosione di produttività e di margini di profitto, carichi di lavoro immutati per chi lavora, competizione aumentata per accedere ad un lavoro qualunque (e dunque compressione salariale). | 6 062 |
| 10 | 6) LA VERA DIMENSIONE DEL PROBLEMA. Accettare la lettura che traduce “problemi ecologici” con “riscaldamento climatico ad origine antropica”, accentuando un’interpretazione particolare, finisce per nascondere il quadro generale. E il quadro generale è piuttosto chiaro: esiste un processo ECOPATOLOGICO generato dalle forme di vita dell’umanità contemporanea – soprattutto in alcune parti del mondo. Questo processo è legato ad una doppia tendenza: la crescita demografica mondiale e la crescita della produzione-consumo procapite.
Dal 1900 ad oggi la popolazione del pianeta è più che quintuplicata (da 1,6 a 8,3 miliardi) e la produttività procapite è, approssimativamente, centuplicata. Facendo i conti della serva, possiamo dire che tra quando Heidegger o Wittgenstein erano adolescenti ed oggi il tasso di produzione-consumo planetario è aumentato di circa 500 volte. Senza abbracciare fantasie malthusiane o luddiste, bisogna riconoscere che questo processo è intrinsecamente esplosivo. Significa che sia il consumo di risorse, sia la produzione di scarti ed esternalità sono cresciute di 500 volte nell’arco che separa la generazione dei miei nonni dalla presente. Non bisogna essere apocalittici o catastrofisti per comprendere che una curva esponenziale del genere non è sostenibile nel lungo periodo.
Nota bene: È molto più difficile sapere QUALI squilibri un simile processo va a creare che sapere CHE una simile tendenza è destinata a creare gravi squilibri. Questo punto è cruciale. Noi possiamo nutrire moltissimi sospetti intorno a vari processi degenerativi a livello ambientale, possiamo rilevare l’incremento di numerose malattie, identificare processi di depauperamento biologico e desertificazione, possiamo registrare cambiamenti climatici, ecc. e tuttavia l’imputazione causale diretta può rimanere elusiva e contendibile per tempi lunghissimi. Possiamo in sostanza essere certi che il sistema è patologico, senza sapere esattamente quali processi causano esattamente quali danni.
7) L’ORIZZONTE DELLA SOLUZIONE. Se riconosciamo le linee di fondo dell’analisi precedente – e io credo che le riconoscano in molti, anche tra i più entusiasti sostenitori del sistema – ci si trova di fronte all’orizzonte delle possibili soluzioni. Riducendole all’osso le soluzioni che vengono immaginate (e, talvolta, molto più di rado, esplicitate) sono di tre tipi che chiamerò SOLUZIONE DELLA FEDE NEL LIBERALISMO TECNOLOGICO, SOLUZIONE DELLA POTATURA CICLICA e SOLUZIONE DEL CAMBIAMENTO DI SISTEMA.
7.1) LIBERALISMO TECNOLOGICO. La prima soluzione appartiene al novero delle escogitazioni dell’economia liberale. Essa suppone che, per ogni problema, il libero sistema della produzione competitiva troverà una soluzione, non appena quella soluzione sarà economicamente attraente. Questa è la forma in cui vengono incanalate oggi tutte le discussioni di natura ecologica, a partire dal riscaldamento climatico. Non si cambia niente a livello sistemico, ma si spinge per la ricerca di qualche soluzione tecnologicamente innovativa, che ha il vantaggio di aprire settori con margini di profitto allettanti. Si spaccia questa soluzione compatibile con i meccanismi di mercato correnti come decisiva. Simultaneamente si producono sistemi di incentivi e disincentivi economici, volti ad orientare il mercato verso le “soluzioni innovative”. Tutto ciò viene fatto da molti in buona fede. Tuttavia è una strategia insieme socialmente ingiusta e materialmente catastrofica. | 4 132 |
| 11 | RIFLESSIONI SULL’ECOPATOLOGIA (post lungo, portate pazienza)
È estate, fa caldo, e come ogni anno in questo periodo si surriscalda anche il dibattito simil-ecologico sul riscaldamento climatico. Prendo spunto da alcune belle riflessioni di Pierluigi Fagan per cercare di districare l’ingarbugliata matassa delle discussioni sul tema e fornire una lettura d’insieme.
La premessa di quanto segue è metodologica e politica: se non impariamo a ragionare distinguendo, se continuiamo a supporre che la forma corretta del dibattere sia la contrapposizione di schieramento, la qualità del dibattito politico continuerà a degenerare. La prima ecologia che dobbiamo imparare a rispettare è un’ecologia del discorso e del pensiero: equilibrio, proporzione, visione organica.
1) RADICALIZZAZIONE IDEOLOGICA. Il tema ecologico nel dibattito pubblico è stato spinto dal solito apparato mediatico a gettone su un tipico binario morto di contrapposizione astratta, “ideologica”. Questo perché la complessità delle tematiche ambientali è stata ridotta ad un singolo problema (il riscaldamento climatico). Questo problema è stato trattato come se ammettesse epistemicamente una singola risposta (l’origine antropica), e quella risposta è stata utilizzata – come al solito – per lasciarsi mano libera su interventi “emergenziali”, antipopolari, asserviti ad interessi particolari, e inutili (rottamazioni forzate, elettrificazione coatta, introduzione di un’infinità di regole e regolette sulla mobilità, sugli immobili, ecc. che colpiscono regolarmente i ceti meno abbienti).
2) IL FENOMENO E L’INTERPRETAZIONE. Che vi sia stato una fase di riscaldamento climatico accentuato nell’ultimo mezzo secolo è certo. Vi sono ragioni per credere che questo riscaldamento possa avere un’origine antropica? Sì, vi sono: possediamo la conoscenza di alcuni meccanismi fisici (effetto serra) e la misurazione di alcune correlazioni. Possiamo dire che queste ragioni hanno carattere apodittico, dimostrativo, ultimativo? No, non possiamo dirlo e ben difficilmente potremo mai dirlo, a causa della natura del problema, che concerne un sistema complesso e unico (il pianeta), e che dunque non può essere sottoposto alle forme dimostrative più forti, cioè i test sperimentali con mutamento delle variabili a monte per vedere gli effetti a valle.
3) DIMOSTRABILITÀ E PRINCIPIO DI PRECAUZIONE. Il fatto di non poter plausibilmente pervenire mai ad una dimostrazione compiuta è ragione sufficiente per sospendere indefinitamente il giudizio? No, non lo è, per la semplice ragione che siamo di fronte a processi che coinvolgono in maniera potenzialmente assai dannosa l’esistenza di tutti. Dunque è un tipico caso in cui ha senso applicare una forma di principio di precauzione, cioè agire come se l’opzione più dannosa fosse reale.
4) RIGETTO DELL’EMERGENZIALISMO. Assumere il principio di precauzione non significa cadere in una trappola emergenzialista. Il processo di cambiamento climatico, anche se accogliamo l’idea della prevalente origine antropica e anche se adottiamo il principio di precauzione, non fa parte di quei problemi per cui una decisione frettolosa è meglio che niente. Non è qualcosa che può essere risolto nel breve periodo, non è qualcosa che richiede decisioni emergenziali, con il consueto ricorso a scorciatoie, decreti, appelli che ben conosciamo tipo “NON C’È PIÙ TEMPO!” e “FATE PRESTO!”.
5) RIGETTO DELLA DINAMICA AMICO-NEMICO. Un corollario del rifiuto di ogni isteria emergenziale è quello di accettare ad ogni livello, e soprattutto a livello scientifico, la massima ampiezza di dibattito. Vanno fermamente respinti i meccanismi da gregge che oggi imperversano nel mondo scientifico e accademico, dove ogni posizione eccentrica finisce sotto il fuoco incrociato della denigrazione e del declassamento. Espressioni come “negazionista climatico” vanno eliminate dal vocabolario. Un dibattito scientifico in cui solo la tesi prevalente può essere sostenuta non è più dibattito scientifico. | 4 590 |
| 12 | Segnalo per gli interessati
https://www.giornaleadige.it/2026/06/24/perche-i-confini-sono-importanti/ | 5 514 |
| 13 | Ieri è stata approvata una mozione dal Parlamento Europeo con 283 voti favorevoli, 199 contrari e 85 astensioni.
Questa mozione condanna "l'emergenza umanitaria a Cuba" addossandone integralmente la responsabilità al governo cubano e al sistema politico socialista.
Nella mozione si trova scritto che «L’emergenza umanitaria non è il prodotto di alcun embargo esterno, ma la diretta conseguenza del modello e dei fallimenti del regime stesso».
In sostanza, secondo il più classico modello della latrina morale europea, si dà la colpa al sistema politico più egalitario dell'America Latina della distruzione di un paese, che gli USA hanno tenuto sotto embargo dal 1959, quando la rivoluzione capeggiata da Fidel Castro e Che Guevara cacciò il dittatore Fulgencio Batista.
E che dire, non c'è dubbio che Cuba se la sia voluta.
Dopo tutto se rimanevano una piantagione di canna da zucchero punteggiata da resort per la plutocrazia americana, non gli sarebbe successo nulla.
E se poi si fossero venduti al miglior offerente, tipo Milei, avrebbero avuto canali preferenziali per crediti e investimenti.
Invece no, testardamente hanno tentato di percorrere la propria strada verso giustizia e libertà, invece di accettare una posizione da maggiordomi o servi della gleba dell'impero americano.
E in questo contesto quella repellente, inutile, marcescente istituzione che risponde al nome di Unione Europea coglie l'occasione di una crisi umanitaria indotta dall'esterno per schiacciare con il proprio tallone moraleggiante un paese agonizzante.
E come al solito queste anime putrefatte lo fanno nel nome dei "diritti umani violati". Lo fanno perché hanno tanto a cuore le condizioni di vita della popolazione cubana, tanto da mandargli non aiuti ma una reprimenda in carta bollata.
Dante riservò il nono e ultimo girone dell'Inferno ai traditori: i traditori dei parenti, i traditori della patria, i traditori degli ospiti e i traditori dei benefattori.
Per questi traditori dell'umanità bisognava scavare più a fondo. | 28 515 |
| 14 | A monte della tendenza a condannare questa adesione alla finitezza dei nostri percorsi umani sta una forma di malinteso universalismo della ragione. Il confine, qualunque confine, è sempre una dimensione relativa a ciò che sta fuori dal confine. In questo senso la coltivazione di ciò che sta all’interno del confine si può nutrire delle virtù di ciò che sta al di fuori di esso. Il presupposto perché tale acquisizione di virtù avvenga, tuttavia, è che entro altri confini, altri soggetti le abbiano coltivate, prendendosi cura della propria determinatezza, con le possibilità che le erano proprie. Qui per descrivere la spinta all’assimilazione del nuovo e del diverso si ricorre spesso a metafore come ‘fusione’, ‘mescolanza’, ‘contaminazione’. Ma sono metafore essenzialmente fuorvianti. Noi possiamo apprezzare un contributo culturale a noi estraneo in quanto in passato esso è stato oggetto di approfondimento e devozione da parte di altri. Ciò può avvenire per la coltivazione di una tecnica, un’arte, una lingua, un intero sistema di relazioni umane, di modi di vivere, abitare, alimentarsi. Se qualcuno ha approfondito la propria determinatezza, le proprie condizioni di esistenza, il risultato può assumere un valore universale, nel senso che può essere compreso anche da altri, può essere significativo anche per loro, che quell’approfondimento non avevano fatto. Ciò che cresce dentro i confini può valicarli: questo è un universalismo dotato di senso e capace di opporsi a bigottismi e chiusure provinciali. Ma il presupposto perché ciò accada è appunto che confini vi siano, che la circoscrizione del campo si dia, che scelte vengano fatte, che aspetti vengano privilegiati, ecc. La ‘diversità’ è un valore se significa comprensione e apprezzamento di qualcosa maturato separatamente. Possiamo ammirare la cultura tedesca, o greca, russa o britannica perché queste realtà hanno avuto modo di maturare approfondendo alcuni aspetti a scapito di altri, investigando e sperimentando la propria collocazione storica e geografica. Invece la prospettiva dell’abolizione dei confini, è una prospettiva che distrugge le capacità di gruppi sociali territoriali di coltivare ciò che gli è proprio, nei tempi storici necessari per ogni maturazione. Al suo posto viene alla luce un mercato di gadget, frammenti esotici, stilemi ‘internazionali’ a buon prezzo, apparenze prive di radicamento e di comoda fruizione. Lungi dall’essere una ‘apertura alla diversità’, questa è la direzione dell’ottuso appiattimento sulla più anonima e insignificante superficialità." | 9 357 |
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"Il libro che Frank Furedi ha dedicato al significato assunto oggi dal tema dei “confini” rientra nel novero dei libri necessari. È un libro necessario in quanto, in un panorama di pubblicistica tutta rivolto in senso opposto, esamina processi che tutti abbiamo incontrato con disorientamento, quando non con schietto imbarazzo. Furedi fornisce una splendida rassegna della pervasività con cui nell’ultimo mezzo secolo il discredito ha coperto l’idea di confine, il suo senso simbolico e politico, e lo fa mostrando con sobrietà ed acribia la pervasività egemonica di questa delegittimazione. Guardando ai contributi intellettuali, spesso rinomati, che Furedi cita come illustri denigratori dell’idea di confine, non si può non rimanere colpiti dalla apparente trasversalità di quest’opinione che vede nei ‘confini’ una sorta di ‘significante immorale’, un concetto contaminato che evoca fantasmi tribali, ottusa brutalità, magari razzismo. Nella retorica contemporanea il “confine” si contrappone alla “apertura” come le tenebre alla luce nella religione di Zoroastro.
(...)
Uno dei maggiori pregi del testo di Furedi consiste nell’osservare come l’opera di demolizione dei “confini” non si limiti all’idea di confine geopolitico, nazionale, ma sia una forma di discredito concettuale che coinvolge l’idea di “confine” in sé. Ad essere minata è l’idea stessa che avere confini possa avere valore: gli unici confini buoni sono confini morti. Qui le formulazioni astratte della retorica trascolorano in visione metafisica. Nell’ultimo mezzo secolo, ci mostra Furedi, è emersa e si è consolidata una prospettiva che nutre sistematicamente associazioni positive per tutto ciò che “supera i limiti”, che “abbatte i muri”, che “scavalca i confini”, che “rompe i legami”, che “fluidifica le identità”, che “trasgredisce le regole”.
(...)
Le pagine di 'Why Borders Matter' sono una brillante descrizione di una società malata, la nostra, una società incapace di diagnosticare la propria malattia, di interpretarsi, di stabilire una qualunque rotta. Sul piano dell’inquadramento causale, tuttavia, l’esposizione si attesta su una certa indeterminatezza, e questo può esporre il testo al rischio di essere percepito come mero ‘lamento moralistico’, come ‘rimpianto conservatore’. Siccome l’autore è perfettamente consapevole che la soluzione ai processi dissolutivi che espone non sta in nessuna risposta autoritaria, reazionaria o moralistica, è un peccato che questo rischio interpretativo non venga fugato.
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Il ‘confine’, che riguardi i confini individuali o quelli collettivi, le personalità o le comunità, è ciò che permette l’esistenza. Esistere è essere determinato, e i confini, nelle loro varie accezioni, sono ciò che determina (omnis determinatio est negatio): solo come esistenti determinati possiamo coltivare ciò che siamo, e che non abbiamo scelto di essere. Se vogliamo stigmatizzare come ingiusto ogni confine e limite, dobbiamo stigmatizzare ogni determinazione ed esistenza. (...) | 5 764 |
| 16 | Ieri, a seguito della pubblicazione delle tracce delle tracce per i temi di maturità, si è scatenata la furia iconoclasta della cosiddetta "sinistra radicale". Dapprima Christian Raimo si è prodotto in una stroncatura scoppiettante delle tracce scelte, accusando il ministero di aver "dichiarato guerra contro i ragazzi" (ehi Raimo, come andiamo con questo maschile plurale sovraesteso? Non ti funzionava il tasto asterisco?)
A breve giro di posta Sinistra Italiana ha ricicciato il post di Raimo, mettendolo in italiano, per dire esattamente le stesse cose.
Non ci provo neanche ad entrare nei dettagli della critica, perché - come sempre - non sono dettagli argomentativi, ma moti di ripulsa emozionale rivestiti da parole.
Un passaggio mi ha però colpito particolarmente, ed è quello in cui ci si inalbera contro il fatto stesso di aver citato in una traccia un libro del sociologo Frank Furedi. Per capire la drammaticità dell'accusa, per Raimo è come se in una traccia fossero comparse, cito: "una citazione di Charlie Kirk o un brano di un libro di Passaggio al bosco."
Notiamo il meccanismo.
Per Raimo (e per l'attuale intellighentsia "de sinistra") il problema non è mai il contenuto che viene proposto, ma la sua provenienza. Il contenuto è sempre indifferente, non viene valutato proprio, non fluisce nei circuiti neuronali ma incontra una diga preliminare. Ci sono autori, editori, persone che "non sono kosher", sono impure, fuori casta, cui non bisogna dare la chance di "corrompere i giovani" (la celebre accusa contro Socrate).
Il rogo mentale dei libri come seconda natura.
Ecco, questo spiega benissimo molte cose, e su ciò voglio tornare in un'altra occasione.
Tuttavia, siccome, accidentalmente, mi è capitato di scrivere le prefazioni per ben due libri di Furedi, pubblicati in Italia, tra cui il citato "I confini contano", voglio riportare una piccola selezione della prefazione stessa al libro, a titolo di chiarimento delle molte sciocchezze che sono circolate nelle ultime 24 ore. - (Premetto che il passo estratto appartiene alla sezione dedicata ai confini territoriali, mentre la traccia del tema di maturità concerneva i confini soggettivi, specificamente quelli intergenerazionali.) | 5 330 |
| 17 | Se tale capitolazione non dovesse avvenire (orizzonte massimo un anno), credo che la logica interna del conflitto sarebbe inevitabile: l'Europa andrebbe "rimessa al suo posto", fino a quando il suo potenziale militare è modesto e il sostegno degli USA scarso.
E questo significa Guerra, non guerra fredda, non guerra ibrida, non guerra metaforica. Semplicemente guerra.
E, per quanto in prima istanza avremmo a che fare con una guerra convenzionale, il pendio scivoloso verso l'utilizzo del vero vantaggio strategico russo - cioè il nucleare - è fatale. | 13 005 |
| 18 | La guerra in Ucraina sarebbe dovuta finire un mese dopo il suo inizio, quando ci furono le prime trattative e un accordo era già stato sostanzialmente definito.
L'Ucraina sarebbe ancora un paese e non un cumulo di macerie depopolato.
La Russia poteva ottenere che l'Ucraina divenisse uno "stato cuscinetto" con rapporti bilaterali e traffici sia verso la Russia che verso l'Europa.
L'Europa poteva continuare ad approvvigionarsi di gas e petrolio a prezzi convenienti.
La civiltà europea non avrebbe vissuto quella fase di umiliazione dei propri principi caratterizzata da una ridicola e tragicamente stupida "caccia al russo", dallo sport alla lirica.
Invece a 4 anni e 4 mesi dall'ingresso delle truppe russe in territorio ucraino, e a 12 anni dall'inizio del conflitto (febbraio 2014), l'Ucraina si è trasformata integralmente in una proxy militare della Nato, senza che nessuno abbia chiesto ai cittadini europei se volessero partecipare a questa guerra per procura.
La tattica Nato, oggi più europea che statunitense, consiste nel produrre grandi masse di droni prevalentemente in aree al di fuori del territorio ucraino e di lanciarli in profondità in Russia.
L'idea non è quella di tentare una riconquista dei territori perduti, perché questo richiederebbe truppe che né l'Ucraina né l'Europa tutta hanno.
L'idea è quella di infliggere danni così gravi alla Russia da provocare una rivolta interna nei confronti di Putin.
Ovviamente questa situazione converge fatalmente in due direzioni.
La prima dipende dal fatto che le retrovie europee delle truppe ucraine sono oramai parte cruciale e decisiva della guerra, sono una minaccia persistente, una minaccia che rimarrebbe tale qualunque fosse l'esito del conflitto in Ucraina.
Che lo si ammetta o no, l'Europa è in guerra con la Russia e la Russia lo sa. Il gioco europeo è tutto imperniato sul presupposto che i paesi europei possono gestire il conflitto da una posizione di sicurezza intoccabile, perché protetti dall'Art. 5 della Nato.
Ma che tale protezione sia uno scudo origami lo hanno capito tutti. Gli USA non interverranno mai in aiuto di un paese europeo eventualmente aggredito, quantomeno non finché Trump rimane alla presidenza. E senza il supporto americano la Nato europea non è capace di fare niente di più di quello che fa già nella sua guerra per procura. La debolezza europea, il disprezzo conclamato dell'amministrazione americana per l'Europa e il gioco di nascondersi dietro l'art. 5 puntano tutti in una sola direzione, ovvero quella di un'escalation che coinvolga direttamente qualche paese europeo.
La seconda direzione è tutta legata alla politica interna russa. Putin, nonostante la propaganda europea lo abbia costantemente presentato come un novello Attila, in effetti è sempre stato un moderato, incline al compromesso e speranzoso in un rappacificamento con l'Europa. Il prolungamento della guerra nella forma attuale, con colpi nelle retrovie urbane di Mosca e Piteroburgo, indebolisce oggettivamente la leadership di Putin. E questo preme verso un duplice scenario, o una sua sostituzione alla leadership (improbabile) o un'accettazione da parte di Putin di un'agenda radicale, proposta da tempo da consiglieri e colonnelli dell'establishment russo. Nella situazione attuale, il nemico non è più l'Ucraina, che è solo una piattaforma fisica che fornisce carne da macello, ma l'Europa, che in questa situazione - con la guerra fuori dai propri confini - si sta rafforzando sul piano militare. La domanda ovvia che si pongono moltissimi dirigenti russi è: perché dovremmo aspettare altri 3-4 anni che l'Europa metta a punto di suo riarmo, con magari un nuovo governo americano incline a rivivificare la Nato?
Putin sta scommettendo tutte le sue carte su una capitolazione ucraina in tempi brevi. Solo un esito del genere consentirebbe dal punto di vista della Russia un orizzonte di sicurezza. | 13 874 |
| 19 | Vedo che il dibattito pubblico nazionale ferve.
Oggi ci si infervora sull'esistenza o meno del femminicidio e sulle patenti di fascismo o antifascismo.
Spettacolari battaglie per la supremazia simbolica sul mercatino interno: battaglie navali in una piscina gonfiabile.
Intanto il mondo del lavoro per i giovani consta sempre più di soli "lavoretti", pagati in rimborsi spese e prestigio curriculare.
Il sistema industriale, in costante declino da vent'anni, è alla canna del gas per i costi energetici e la chiusura di mercati di sbocco, per censure politiche e sanzioni autoinflitte.
Scuola ed università sfornano in sempre maggior misura esperti di fuffa in angloitaliano, consapevolezza dei propri sentimenti e pubbliche relazioni.
Il reddito vitale che tiene su quel che resta del ceto medio è sempre più delegato alla messa a frutto del capitale immobiliare ereditato (città con biglietto d'ingresso, B&B, noleggio case vacanze, ecc.).
Finanza e burocrazia funzionano secondo meccanismi intricati, del tutto opachi, inaccessibili che ingenerano nella cittadinanza media un costante senso di arbitrio, sopraffazione, frustrazione. Siamo sommersi da "modifiche unilaterali di contratti", trabocchetti legali a piede di pagina, sanzioni a capocchia sui social media, interlocuzioni kafkiane con risponditori automatici e AI, senza nessunissima possibilità di chiamare qualcuno a rispondere di qualcosa.
I pochi che hanno ancora voglia di fare qualcosa sono richiamati duramente all'ordine con oneri preventivi e responsabilizzazioni esorbitanti. Chiunque abbia iniziativa - dal fare un figlio a fare un mestiere, dall'aprire un'impresa a promuovere un'idea non premasticata - viene messo duramente al suo posto, così impara.
Un paese che assiste a quel che succede nel mondo come se fosse su un tavolo operatorio, dopo un'iniezione di miorilassante: totalmente paralizzato, afono, vede gente affaccendarsi intorno al suo corpo con attrezzi preoccupanti in mano.
E al posto dell'anestesia, nelle orecchie gli ronzano battaglie navali simboliche. | 12 438 |
| 20 | 5) In un sistema competitivo come il nostro, il peso di questa situazione ricade prevalentemente sulle persone che sono in relazione di competizione diretta con la forza-lavoro d’importazione, cioè quel proletariato o quella piccola borghesia che fatica a tenere insieme salario e dignità.
Queste persone appartengono spesso ad aree socialmente già deprivate o a rischio di deprivazione, e percepiscono lo Stato come lontano ed anzi ostile, come non interessato a difenderli né sul piano lavorativo né sul piano della sicurezza pubblica.
L’inefficienza ed inerzia dei sistemi repressivi (come ogni servizio pubblico, sottodimensionato e tenuto a dieta) finisce paradossalmente per essere più efficace nel colpire le piccole violazioni di quel proletariato che ha faticosamente conservato un poco (un auto, una casa), che le grandi violazioni di chi è appena arrivato e non ha niente da perdere (se e quando delinque).
Chiedere infinita saggezza, perenne moderazione e santo autocontrollo a queste persone significa essere o stupidi o in malafede. È certo come il sorgere del sole che ad un certo punto queste situazioni sono destinate ad esplodere in forme di violenza civile.
6) Che queste forme di violenza civile siano brutte, immorali, che prendano forme di violenza indeterminata, incapace di distinguere i bersagli colpevoli da quelli innocenti, è ovvio ed inevitabile.
Il problema, il vero problema, è che ora – solo ora – ceti politici privi di vergogna sono pronti ad arrivare come avvoltoi sulla scena della violenza sociale.
Non c’erano quando le famiglie, siano esse autoctone o migranti, non riuscivano a star dietro ad un figlio malato o soccombevano di fronte al minimo rovescio di fortuna, non c’erano quando le persone venivano ricattate per anni, per decenni, ad accettare condizioni di lavoro sempre più precarie.
Ma ci sono ora.
Ci sono da un lato a sciacallare soffiando sul fuoco della “sacrosanta protesta contro l’intruso”, e dall’altro a sciacallare indignandosi per il “razzismo” e il “fascismo”. Così trasformano i problemi, quei problemi che hanno contribuito entrambi a creare, in altrettante occasioni personali per un’intervista piena di sdegno e per qualche photo opportunity.
7) In conclusione. La trappola che è stata predisposta (se intenzionalmente o per caso, non importa) è questa.
Finché la gente non reagisce, si finge che il sistema stia magicamente funzionando secondo i meccanismi di qualche “mano invisibile” e che tutti ne stiano beneficiando.
Quando la pentola a pressione scoppia, quando ci sono tumulti e violenze (possono essere degli autoctoni, ma possono anche essere di migranti di prima o seconda generazione – si pensi alle banlieue), a questo punto si scatena il gioco della polarizzazione artefatta, che tiene in vita il ceto politico che ha creato il danno, e anzi gli attribuisce maggiori poteri.
Se non reagisci non esisti e ti ridono in faccia.
Se reagisci ti metti dalla parte del torto e dai forza a chi ha creato il problema.
Senza una trasformazione della rappresentanza politica (oggi difficile anche da immaginare) questo circo occidentale continuerà a marcire, fino a qualche forma di guerra civile. | 10 068 |
