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Andrea Zhok

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Antropologia / Filosofia / Politica

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📈 Аналитический обзор Telegram-канала Andrea Zhok

Канал Andrea Zhok (@andreazhok) языкового сегмента Итальянский является активным участником. Сейчас сообщество объединяет 11 514 подписчиков, занимая 4 546 место в категории Политика и 2 257 место в регионе Италия.

📊 Показатели аудитории и динамика

С момента создания невідомо проект демонстрирует стремительный рост, собрав аудиторию из 11 514 подписчиков.

Согласно последним данным от 18 июня, 2026, канал показывает стабильную активность. За последние 30 дней изменение числа участников составило 43, а за последние 24 часа — 9, при этом общий охват остаётся высоким.

  • Статус верификации: Не верифицирован
  • Уровень вовлечённости (ER): Средний показатель вовлечённости аудитории составляет 79.79%. В первые 24 часа после публикации контент обычно набирает 57.19% реакций от общего числа подписчиков.
  • Охват публикаций: В среднем каждый пост получает 9 182 просмотров. В течение первых суток публикация набирает 6 581 просмотров.
  • Реакции и взаимодействия: Аудитория активно поддерживает контент: среднее количество реакций на один пост — 0.
  • Тематические интересы: Контент сосредоточен на ключевых темах, таких как potere, iran, occidente, diritto, popolazione.

📝 Описание и контентная политика

Автор описывает ресурс как площадку для выражения субъективного мнения:
Antropologia / Filosofia / Politica

Благодаря высокой частоте обновлений (последние данные получены 19 июня, 2026) канал поддерживает актуальность и высокий уровень охвата публикаций. Аналитика показывает, что аудитория активно взаимодействует с контентом, что делает его важной точкой влияния в категории Политика.

11 514
Подписчики
+924 часа
+277 дней
+4330 день

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Привлечение подписчиков
июнь '26
июнь '26
+94
в 23 каналах
май '26
+57
в 12 каналах
Get PRO
апрель '26
+187
в 45 каналах
Get PRO
март '26
+415
в 35 каналах
Get PRO
февраль '26
+146
в 28 каналах
Get PRO
январь '26
+426
в 48 каналах
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декабрь '25
+214
в 41 каналах
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ноябрь '25
+31
в 3 каналах
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октябрь '25
+138
в 25 каналах
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сентябрь '25
+148
в 18 каналах
Get PRO
август '25
+88
в 18 каналах
Get PRO
июль '25
+238
в 35 каналах
Get PRO
июнь '25
+381
в 52 каналах
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май '25
+67
в 19 каналах
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апрель '25
+150
в 24 каналах
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март '25
+437
в 43 каналах
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февраль '25
+139
в 14 каналах
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январь '25
+213
в 22 каналах
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декабрь '24
+142
в 26 каналах
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ноябрь '24
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в 13 каналах
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октябрь '24
+198
в 27 каналах
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сентябрь '24
+245
в 25 каналах
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август '24
+651
в 42 каналах
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июль '24
+227
в 21 каналах
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июнь '24
+204
в 28 каналах
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май '24
+488
в 51 каналах
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апрель '24
+165
в 15 каналах
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март '24
+41
в 3 каналах
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февраль '24
+49
в 17 каналах
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январь '24
+28
в 1 каналах
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декабрь '23
+36
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ноябрь '23
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в 21 каналах
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октябрь '23
+382
в 37 каналах
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сентябрь '23
+66
в 0 каналах
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август '23
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июль '23
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июнь '23
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февраль '23
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август '22
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июль '22
+464
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июнь '22
+249
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май '22
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апрель '22
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март '22
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февраль '22
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январь '22
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ноябрь '21
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октябрь '21
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сентябрь '21
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Дата
Привлечение подписчиков
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Каналы
19 июня+9
18 июня+10
17 июня+8
16 июня+6
15 июня0
14 июня+2
13 июня+3
12 июня+9
11 июня+6
10 июня+6
09 июня0
08 июня+18
07 июня+9
06 июня+2
05 июня0
04 июня+2
03 июня+2
02 июня+1
01 июня+1
Посты канала
Ieri è stata approvata una mozione dal Parlamento Europeo con 283 voti favorevoli, 199 contrari e 85 astensioni. Questa mozione condanna "l'emergenza umanitaria a Cuba" addossandone integralmente la responsabilità al governo cubano e al sistema politico socialista. Nella mozione si trova scritto che «L’emergenza umanitaria non è il prodotto di alcun embargo esterno, ma la diretta conseguenza del modello e dei fallimenti del regime stesso». In sostanza, secondo il più classico modello della latrina morale europea, si dà la colpa al sistema politico più egalitario dell'America Latina della distruzione di un paese, che gli USA hanno tenuto sotto embargo dal 1959, quando la rivoluzione capeggiata da Fidel Castro e Che Guevara cacciò il dittatore Fulgencio Batista. E che dire, non c'è dubbio che Cuba se la sia voluta. Dopo tutto se rimanevano una piantagione di canna da zucchero punteggiata da resort per la plutocrazia americana, non gli sarebbe successo nulla. E se poi si fossero venduti al miglior offerente, tipo Milei, avrebbero avuto canali preferenziali per crediti e investimenti. Invece no, testardamente hanno tentato di percorrere la propria strada verso giustizia e libertà, invece di accettare una posizione da maggiordomi o servi della gleba dell'impero americano. E in questo contesto quella repellente, inutile, marcescente istituzione che risponde al nome di Unione Europea coglie l'occasione di una crisi umanitaria indotta dall'esterno per schiacciare con il proprio tallone moraleggiante un paese agonizzante. E come al solito queste anime putrefatte lo fanno nel nome dei "diritti umani violati". Lo fanno perché hanno tanto a cuore le condizioni di vita della popolazione cubana, tanto da mandargli non aiuti ma una reprimenda in carta bollata. Dante riservò il nono e ultimo girone dell'Inferno ai traditori: i traditori dei parenti, i traditori della patria, i traditori degli ospiti e i traditori dei benefattori. Per questi traditori dell'umanità bisognava scavare più a fondo.

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A monte della tendenza a condannare questa adesione alla finitezza dei nostri percorsi umani sta una forma di malinteso universalismo della ragione. Il confine, qualunque confine, è sempre una dimensione relativa a ciò che sta fuori dal confine. In questo senso la coltivazione di ciò che sta all’interno del confine si può nutrire delle virtù di ciò che sta al di fuori di esso. Il presupposto perché tale acquisizione di virtù avvenga, tuttavia, è che entro altri confini, altri soggetti le abbiano coltivate, prendendosi cura della propria determinatezza, con le possibilità che le erano proprie. Qui per descrivere la spinta all’assimilazione del nuovo e del diverso si ricorre spesso a metafore come ‘fusione’, ‘mescolanza’, ‘contaminazione’. Ma sono metafore essenzialmente fuorvianti. Noi possiamo apprezzare un contributo culturale a noi estraneo in quanto in passato esso è stato oggetto di approfondimento e devozione da parte di altri. Ciò può avvenire per la coltivazione di una tecnica, un’arte, una lingua, un intero sistema di relazioni umane, di modi di vivere, abitare, alimentarsi. Se qualcuno ha approfondito la propria determinatezza, le proprie condizioni di esistenza, il risultato può assumere un valore universale, nel senso che può essere compreso anche da altri, può essere significativo anche per loro, che quell’approfondimento non avevano fatto. Ciò che cresce dentro i confini può valicarli: questo è un universalismo dotato di senso e capace di opporsi a bigottismi e chiusure provinciali. Ma il presupposto perché ciò accada è appunto che confini vi siano, che la circoscrizione del campo si dia, che scelte vengano fatte, che aspetti vengano privilegiati, ecc. La ‘diversità’ è un valore se significa comprensione e apprezzamento di qualcosa maturato separatamente. Possiamo ammirare la cultura tedesca, o greca, russa o britannica perché queste realtà hanno avuto modo di maturare approfondendo alcuni aspetti a scapito di altri, investigando e sperimentando la propria collocazione storica e geografica. Invece la prospettiva dell’abolizione dei confini, è una prospettiva che distrugge le capacità di gruppi sociali territoriali di coltivare ciò che gli è proprio, nei tempi storici necessari per ogni maturazione. Al suo posto viene alla luce un mercato di gadget, frammenti esotici, stilemi ‘internazionali’ a buon prezzo, apparenze prive di radicamento e di comoda fruizione. Lungi dall’essere una ‘apertura alla diversità’, questa è la direzione dell’ottuso appiattimento sulla più anonima e insignificante superficialità."
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-------- "Il libro che Frank Furedi ha dedicato al significato assunto oggi dal tema dei “confini” rientra nel novero dei libri necessari. È un libro necessario in quanto, in un panorama di pubblicistica tutta rivolto in senso opposto, esamina processi che tutti abbiamo incontrato con disorientamento, quando non con schietto imbarazzo. Furedi fornisce una splendida rassegna della pervasività con cui nell’ultimo mezzo secolo il discredito ha coperto l’idea di confine, il suo senso simbolico e politico, e lo fa mostrando con sobrietà ed acribia la pervasività egemonica di questa delegittimazione. Guardando ai contributi intellettuali, spesso rinomati, che Furedi cita come illustri denigratori dell’idea di confine, non si può non rimanere colpiti dalla apparente trasversalità di quest’opinione che vede nei ‘confini’ una sorta di ‘significante immorale’, un concetto contaminato che evoca fantasmi tribali, ottusa brutalità, magari razzismo. Nella retorica contemporanea il “confine” si contrappone alla “apertura” come le tenebre alla luce nella religione di Zoroastro. (...) Uno dei maggiori pregi del testo di Furedi consiste nell’osservare come l’opera di demolizione dei “confini” non si limiti all’idea di confine geopolitico, nazionale, ma sia una forma di discredito concettuale che coinvolge l’idea di “confine” in sé. Ad essere minata è l’idea stessa che avere confini possa avere valore: gli unici confini buoni sono confini morti. Qui le formulazioni astratte della retorica trascolorano in visione metafisica. Nell’ultimo mezzo secolo, ci mostra Furedi, è emersa e si è consolidata una prospettiva che nutre sistematicamente associazioni positive per tutto ciò che “supera i limiti”, che “abbatte i muri”, che “scavalca i confini”, che “rompe i legami”, che “fluidifica le identità”, che “trasgredisce le regole”. (...) Le pagine di 'Why Borders Matter' sono una brillante descrizione di una società malata, la nostra, una società incapace di diagnosticare la propria malattia, di interpretarsi, di stabilire una qualunque rotta. Sul piano dell’inquadramento causale, tuttavia, l’esposizione si attesta su una certa indeterminatezza, e questo può esporre il testo al rischio di essere percepito come mero ‘lamento moralistico’, come ‘rimpianto conservatore’. Siccome l’autore è perfettamente consapevole che la soluzione ai processi dissolutivi che espone non sta in nessuna risposta autoritaria, reazionaria o moralistica, è un peccato che questo rischio interpretativo non venga fugato. (...) Il ‘confine’, che riguardi i confini individuali o quelli collettivi, le personalità o le comunità, è ciò che permette l’esistenza. Esistere è essere determinato, e i confini, nelle loro varie accezioni, sono ciò che determina (omnis determinatio est negatio): solo come esistenti determinati possiamo coltivare ciò che siamo, e che non abbiamo scelto di essere. Se vogliamo stigmatizzare come ingiusto ogni confine e limite, dobbiamo stigmatizzare ogni determinazione ed esistenza. (...)
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Ieri, a seguito della pubblicazione delle tracce delle tracce per i temi di maturità, si è scatenata la furia iconoclasta della cosiddetta "sinistra radicale". Dapprima Christian Raimo si è prodotto in una stroncatura scoppiettante delle tracce scelte, accusando il ministero di aver "dichiarato guerra contro i ragazzi" (ehi Raimo, come andiamo con questo maschile plurale sovraesteso? Non ti funzionava il tasto asterisco?) A breve giro di posta Sinistra Italiana ha ricicciato il post di Raimo, mettendolo in italiano, per dire esattamente le stesse cose. Non ci provo neanche ad entrare nei dettagli della critica, perché - come sempre - non sono dettagli argomentativi, ma moti di ripulsa emozionale rivestiti da parole. Un passaggio mi ha però colpito particolarmente, ed è quello in cui ci si inalbera contro il fatto stesso di aver citato in una traccia un libro del sociologo Frank Furedi. Per capire la drammaticità dell'accusa, per Raimo è come se in una traccia fossero comparse, cito: "una citazione di Charlie Kirk o un brano di un libro di Passaggio al bosco." Notiamo il meccanismo. Per Raimo (e per l'attuale intellighentsia "de sinistra") il problema non è mai il contenuto che viene proposto, ma la sua provenienza. Il contenuto è sempre indifferente, non viene valutato proprio, non fluisce nei circuiti neuronali ma incontra una diga preliminare. Ci sono autori, editori, persone che "non sono kosher", sono impure, fuori casta, cui non bisogna dare la chance di "corrompere i giovani" (la celebre accusa contro Socrate). Il rogo mentale dei libri come seconda natura. Ecco, questo spiega benissimo molte cose, e su ciò voglio tornare in un'altra occasione. Tuttavia, siccome, accidentalmente, mi è capitato di scrivere le prefazioni per ben due libri di Furedi, pubblicati in Italia, tra cui il citato "I confini contano", voglio riportare una piccola selezione della prefazione stessa al libro, a titolo di chiarimento delle molte sciocchezze che sono circolate nelle ultime 24 ore. - (Premetto che il passo estratto appartiene alla sezione dedicata ai confini territoriali, mentre la traccia del tema di maturità concerneva i confini soggettivi, specificamente quelli intergenerazionali.)
2 645
5
Se tale capitolazione non dovesse avvenire (orizzonte massimo un anno), credo che la logica interna del conflitto sarebbe inevitabile: l'Europa andrebbe "rimessa al suo posto", fino a quando il suo potenziale militare è modesto e il sostegno degli USA scarso. E questo significa Guerra, non guerra fredda, non guerra ibrida, non guerra metaforica. Semplicemente guerra. E, per quanto in prima istanza avremmo a che fare con una guerra convenzionale, il pendio scivoloso verso l'utilizzo del vero vantaggio strategico russo - cioè il nucleare - è fatale.
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La guerra in Ucraina sarebbe dovuta finire un mese dopo il suo inizio, quando ci furono le prime trattative e un accordo era già stato sostanzialmente definito. L'Ucraina sarebbe ancora un paese e non un cumulo di macerie depopolato. La Russia poteva ottenere che l'Ucraina divenisse uno "stato cuscinetto" con rapporti bilaterali e traffici sia verso la Russia che verso l'Europa. L'Europa poteva continuare ad approvvigionarsi di gas e petrolio a prezzi convenienti. La civiltà europea non avrebbe vissuto quella fase di umiliazione dei propri principi caratterizzata da una ridicola e tragicamente stupida "caccia al russo", dallo sport alla lirica. Invece a 4 anni e 4 mesi dall'ingresso delle truppe russe in territorio ucraino, e a 12 anni dall'inizio del conflitto (febbraio 2014), l'Ucraina si è trasformata integralmente in una proxy militare della Nato, senza che nessuno abbia chiesto ai cittadini europei se volessero partecipare a questa guerra per procura. La tattica Nato, oggi più europea che statunitense, consiste nel produrre grandi masse di droni prevalentemente in aree al di fuori del territorio ucraino e di lanciarli in profondità in Russia. L'idea non è quella di tentare una riconquista dei territori perduti, perché questo richiederebbe truppe che né l'Ucraina né l'Europa tutta hanno. L'idea è quella di infliggere danni così gravi alla Russia da provocare una rivolta interna nei confronti di Putin. Ovviamente questa situazione converge fatalmente in due direzioni. La prima dipende dal fatto che le retrovie europee delle truppe ucraine sono oramai parte cruciale e decisiva della guerra, sono una minaccia persistente, una minaccia che rimarrebbe tale qualunque fosse l'esito del conflitto in Ucraina. Che lo si ammetta o no, l'Europa è in guerra con la Russia e la Russia lo sa. Il gioco europeo è tutto imperniato sul presupposto che i paesi europei possono gestire il conflitto da una posizione di sicurezza intoccabile, perché protetti dall'Art. 5 della Nato. Ma che tale protezione sia uno scudo origami lo hanno capito tutti. Gli USA non interverranno mai in aiuto di un paese europeo eventualmente aggredito, quantomeno non finché Trump rimane alla presidenza. E senza il supporto americano la Nato europea non è capace di fare niente di più di quello che fa già nella sua guerra per procura. La debolezza europea, il disprezzo conclamato dell'amministrazione americana per l'Europa e il gioco di nascondersi dietro l'art. 5 puntano tutti in una sola direzione, ovvero quella di un'escalation che coinvolga direttamente qualche paese europeo. La seconda direzione è tutta legata alla politica interna russa. Putin, nonostante la propaganda europea lo abbia costantemente presentato come un novello Attila, in effetti è sempre stato un moderato, incline al compromesso e speranzoso in un rappacificamento con l'Europa. Il prolungamento della guerra nella forma attuale, con colpi nelle retrovie urbane di Mosca e Piteroburgo, indebolisce oggettivamente la leadership di Putin. E questo preme verso un duplice scenario, o una sua sostituzione alla leadership (improbabile) o un'accettazione da parte di Putin di un'agenda radicale, proposta da tempo da consiglieri e colonnelli dell'establishment russo. Nella situazione attuale, il nemico non è più l'Ucraina, che è solo una piattaforma fisica che fornisce carne da macello, ma l'Europa, che in questa situazione - con la guerra fuori dai propri confini - si sta rafforzando sul piano militare. La domanda ovvia che si pongono moltissimi dirigenti russi è: perché dovremmo aspettare altri 3-4 anni che l'Europa metta a punto di suo riarmo, con magari un nuovo governo americano incline a rivivificare la Nato? Putin sta scommettendo tutte le sue carte su una capitolazione ucraina in tempi brevi. Solo un esito del genere consentirebbe dal punto di vista della Russia un orizzonte di sicurezza.
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Vedo che il dibattito pubblico nazionale ferve. Oggi ci si infervora sull'esistenza o meno del femminicidio e sulle patenti di fascismo o antifascismo. Spettacolari battaglie per la supremazia simbolica sul mercatino interno: battaglie navali in una piscina gonfiabile. Intanto il mondo del lavoro per i giovani consta sempre più di soli "lavoretti", pagati in rimborsi spese e prestigio curriculare. Il sistema industriale, in costante declino da vent'anni, è alla canna del gas per i costi energetici e la chiusura di mercati di sbocco, per censure politiche e sanzioni autoinflitte. Scuola ed università sfornano in sempre maggior misura esperti di fuffa in angloitaliano, consapevolezza dei propri sentimenti e pubbliche relazioni. Il reddito vitale che tiene su quel che resta del ceto medio è sempre più delegato alla messa a frutto del capitale immobiliare ereditato (città con biglietto d'ingresso, B&B, noleggio case vacanze, ecc.). Finanza e burocrazia funzionano secondo meccanismi intricati, del tutto opachi, inaccessibili che ingenerano nella cittadinanza media un costante senso di arbitrio, sopraffazione, frustrazione. Siamo sommersi da "modifiche unilaterali di contratti", trabocchetti legali a piede di pagina, sanzioni a capocchia sui social media, interlocuzioni kafkiane con risponditori automatici e AI, senza nessunissima possibilità di chiamare qualcuno a rispondere di qualcosa. I pochi che hanno ancora voglia di fare qualcosa sono richiamati duramente all'ordine con oneri preventivi e responsabilizzazioni esorbitanti. Chiunque abbia iniziativa - dal fare un figlio a fare un mestiere, dall'aprire un'impresa a promuovere un'idea non premasticata - viene messo duramente al suo posto, così impara. Un paese che assiste a quel che succede nel mondo come se fosse su un tavolo operatorio, dopo un'iniezione di miorilassante: totalmente paralizzato, afono, vede gente affaccendarsi intorno al suo corpo con attrezzi preoccupanti in mano. E al posto dell'anestesia, nelle orecchie gli ronzano battaglie navali simboliche.
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5) In un sistema competitivo come il nostro, il peso di questa situazione ricade prevalentemente sulle persone che sono in relazione di competizione diretta con la forza-lavoro d’importazione, cioè quel proletariato o quella piccola borghesia che fatica a tenere insieme salario e dignità. Queste persone appartengono spesso ad aree socialmente già deprivate o a rischio di deprivazione, e percepiscono lo Stato come lontano ed anzi ostile, come non interessato a difenderli né sul piano lavorativo né sul piano della sicurezza pubblica. L’inefficienza ed inerzia dei sistemi repressivi (come ogni servizio pubblico, sottodimensionato e tenuto a dieta) finisce paradossalmente per essere più efficace nel colpire le piccole violazioni di quel proletariato che ha faticosamente conservato un poco (un auto, una casa), che le grandi violazioni di chi è appena arrivato e non ha niente da perdere (se e quando delinque). Chiedere infinita saggezza, perenne moderazione e santo autocontrollo a queste persone significa essere o stupidi o in malafede. È certo come il sorgere del sole che ad un certo punto queste situazioni sono destinate ad esplodere in forme di violenza civile. 6) Che queste forme di violenza civile siano brutte, immorali, che prendano forme di violenza indeterminata, incapace di distinguere i bersagli colpevoli da quelli innocenti, è ovvio ed inevitabile. Il problema, il vero problema, è che ora – solo ora – ceti politici privi di vergogna sono pronti ad arrivare come avvoltoi sulla scena della violenza sociale. Non c’erano quando le famiglie, siano esse autoctone o migranti, non riuscivano a star dietro ad un figlio malato o soccombevano di fronte al minimo rovescio di fortuna, non c’erano quando le persone venivano ricattate per anni, per decenni, ad accettare condizioni di lavoro sempre più precarie. Ma ci sono ora. Ci sono da un lato a sciacallare soffiando sul fuoco della “sacrosanta protesta contro l’intruso”, e dall’altro a sciacallare indignandosi per il “razzismo” e il “fascismo”. Così trasformano i problemi, quei problemi che hanno contribuito entrambi a creare, in altrettante occasioni personali per un’intervista piena di sdegno e per qualche photo opportunity. 7) In conclusione. La trappola che è stata predisposta (se intenzionalmente o per caso, non importa) è questa. Finché la gente non reagisce, si finge che il sistema stia magicamente funzionando secondo i meccanismi di qualche “mano invisibile” e che tutti ne stiano beneficiando. Quando la pentola a pressione scoppia, quando ci sono tumulti e violenze (possono essere degli autoctoni, ma possono anche essere di migranti di prima o seconda generazione – si pensi alle banlieue), a questo punto si scatena il gioco della polarizzazione artefatta, che tiene in vita il ceto politico che ha creato il danno, e anzi gli attribuisce maggiori poteri. Se non reagisci non esisti e ti ridono in faccia. Se reagisci ti metti dalla parte del torto e dai forza a chi ha creato il problema. Senza una trasformazione della rappresentanza politica (oggi difficile anche da immaginare) questo circo occidentale continuerà a marcire, fino a qualche forma di guerra civile.
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Visto che i fatti di Belfast hanno rimesso al centro della discussione un tema oramai sviscerato in tutti i suoi aspetti, proviamo a fare solo un po’ d’ordine mentale. 1) Il fenomeno migratorio in Occidente è integralmente un fenomeno con radici economiche, dipendente dalla logica di capitale. Vengono favoriti gli spostamenti di forza-lavoro che cerca di occupare gli spazi lavorativi disponibili sul mercato mondiale. È nell’interesse del capitale ottenere forza lavoro massimamente disponibile a lavorare per poco e facilmente ricattabile. Non è una questione di “immigrazione irregolare”. Gli irregolari sono anch’essi parte del gioco, perché un po’ più ricattabili, ma il gioco nel suo complesso è accettato, desiderato e teorizzato. 2) La pressione che viene esercitata dalle forme di vita coltivate in Occidente (dai costi per crescere la prole, alle responsabilità legali, alle difficoltà pedagogiche per figli che crescono in ambienti desocializzati, ecc.) crea costantemente le condizioni per una riduzione della fecondità. (Questo succede anche per le seconde generazioni dei migranti, non appena si acclimatano). La mancanza di forza lavoro interna dei paesi occidentali viene compensata importandola da parti del mondo dove i “costi di produzione di bambini” sono bassi, perché non esiste un sistema di tutele pubbliche, servizi sanitari, sistemi scolastici, ecc. L’Occidente è una tomba indaffarata che assorbe giovani “prodotti” altrove per trasformarli in concentrazioni di capitale. 3) Questo processo non è mai guidato e controllato perché per guidarlo e controllarlo ci vorrebbero enormi investimenti: denari per i processi di assimilazione, educazione o rieducazione, istruzione linguistica, socializzazione, ma anche per il controllo e la repressione di comportamenti illeciti. Dunque si lasciano ad alcuni clown politici le parole d’ordine dell’inclusione e dell’accoglienza, ma siccome l’intero senso del processo è esclusivamente volto a incrementare i margini di profitto, tutto questo “processo di inclusione e accogleinza” rimane necessariamente sulla carta. Peraltro, se vivessimo in Stati disponibili a sostenere questi livelli di spesa pubblica per i processi di socializzazione-inclusione il problema migratorio non sorgerebbe proprio: saremmo in Stati disposti a drenare denaro dal grande capitale per migliorare le condizioni di lavoro degli autoctoni, per migliorare i servizi pubblici, per reprimere lo sfruttamento e il lavoro nero, per aiutare le famiglie ad allevare i figli, ecc. Dunque, se fossimo nel mondo fantasticato (ma mai implementato) dai promotori dell’“accoglienza infinita”, non ci sarebbe semplicemente nessun interesse a importare forza-lavoro, perché appena arrivata da noi essa sarebbe tutelata e dunque costosa. 4) Il processo è dunque sempre lasciato a sé stesso, perché chi comanda questi processi è il capitale ed esso non ha alcun interesse a guidare gli effetti sociali dei processi migratori. Dunque, costantemente ed inevitabilmente, questi processi creano forme di destabilizzazione sociale. La scuola pubblica ne esce degradata perché sopraffatta da un eccesso di domanda senza mezzi adeguati per rispondere; gli alloggi popolari scompaiono dalla disponibilità pubblica; soggetti culturalmente estranei e non integrabili – perché l’unica forma di integrazione offerta è il lavoro e non ce n’è per tutti – finiscono per nutrire le fila della piccola delinquenza. Mi si risparmi l’ovvietà che non c’è equazione tra immigrazione e delinquenza. Ovviamente non c’è equivalenza, ma altrettanto ovviamente ed irrefutabilmente, nelle società in cui crescono gruppi di soggetti culturalmente estranei e non lavorativamente impiegabili, aumentano insicurezza e reati. Solo persone in perfetta e colpevole malafede possono negare questo nesso che è testimoniato costantemente e registrato statisticamente.
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Nell’ultimo post che ho condiviso, compare una frase per me cruciale, relativamente al tema dell’identità collettiva e dei processi migratori: "Diciamo che devono essere inclusi, ma per essere inclusi dovrebbero trovare un luogo che abbia una forma, e le nostre società non hanno forma." Questo per me è un punto molto importante, che accomuna in modo paradossalmente complementare destra e sinistra. La destra finge che sia un dato ovvio ciò che la società (italiana, europea) è. La destra immagina che basti appellarsi a qualche residuo esteriore, a qualche memoria nostalgica, a qualche rimanenza sempre più scarnificata della tradizione che fu per definirsi; suppone che basti chiacchierare di Europa cristiana per dare un contenuto spirituale ad una società non solo secolarizzata, ma radicalmente sradicata e relativistica, di cui peraltro la destra stessa coltiva intensivamente il più schietto individualismo. La destra chiacchiera di comunità, ma pensa al nepotismo; chiacchiera di società, ma pensa alle società per azioni. Non fa e non ha mai fatto nulla, da almeno mezzo secolo a questa parte, per prendersi davvero cura della tradizione culturale italiana ed europea, lavorando indefessamente per la sistematica mercificazione di ogni istanza culturale, di ogni costume, di ogni tradizione. Gonfiano il petto col “made in Italy” e non a caso usano un’espressione inglese, perché “Italy” per loro è solo un marchio per conquistarsi quote di mercato sfruttando un passato che non studiano e non capiscono. La sinistra invece annega nel marasma astratto di un generico relativismo storico, su cui ha peraltro smesso di riflettere criticamente almeno dagli anni '70, finendo per tradurre "storia" come "accidentalità", "caso", "arbitrio". Continua a lottare con fantocci svuotati, dall'oppressione patriarcale al dogmatismo religioso, dal nazionalismo al familismo, immagina di lottare quotidianamente contro i mulini a vento di Dio, Patria e Famiglia, mentre non ricorda neppure più il significato di quelle parole. Quando pensa alla “cultura” pensa ad un distintivo di classe, che separerebbe i semicolti con titolo di studio che li votano da ciò che ritengono essere l’abbrutimento del senso comune plebeo. Concepisce ogni normatività informale, ogni aspettativa media e popolare come abominevole pregiudizio e irrazionalità della “pancia del paese”. Mentre la loro di pancia è appaltata alla sbobba culturale americana, che immaginano come “mondo senza pregiudizi”. La società italiana (europea) non “include” e non “accoglie” perché sia per includere che per accogliere devi essere QUALCUNO, devi sapere cosa sei e cosa vuoi. Inclusione ed accoglienza sono invece qui solo paroline che servono come foglie di fico per nascondere l’opportunismo economico (“i lavori che gli italiani non vogliono più fare”, “le risorse che ci pagano le pensioni”, ecc.). E va tutto bene finché l’”incluso” e “accolto” sta al suo posto come ingranaggio del nostro sistema. Infatti l’unica regola sociale che siamo in grado di fornire in buona coscienza è “fai bene il tuo lavoro”. Ma non appena l’altro pretende di essere una soggettività con una propria identità, non essendo noi in grado di dare alcuna indicazione normativa, alcun limite motivato, l’identità altrui diviene immediatamente ingombrante, spigolosa, un pugno nell’occhio, uno scandalo.
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S) “Ciao D.” D) “Ciao S, bello rivedersi, sia pure solo ogni 5 anni” S) “Per me questa riprogrammazione sarebbe anche superflua, oramai funzionano col pilota automatico” D) “Lo credo anch’io, ma sai com’è, vuolsi così colà...” S) “Ok, bando alla ciancie, partiamo. Tu cosa proponi?” D) “Io partirei in sordina, con una X (da X Mas) appena accennata, in convegno defilato, un qui lo dico qui lo nego, giusto per mettere i tuoi in allarme.” S) “Ottimo, anch’io la prendo alla lontana: in qualche conferenza di periferia facciamo dire a uno prominente dei nostri che la “famiglia tradizionale è un retaggio patriarcale” e che “famiglia è ovunque ci sia amore”, così i tuoi cominciano a – battutona – vedere rosso.” D) “Bello, ma non strafare, dobbiamo cuocerli pian piano per quasi un anno. Noi rispondiamo senza esagerare con qualche battutina ammiccante sui gay, chi vuol capire capisce.” S) “A questo punto direi che noi possiamo tirare fuori un evergreen come lo “Ius Soli” spiegando dalla Gruber che i confini sono convenzioni e che siamo tutti cittadini del mondo.” D) “Questo comincerà già a scaldare l’atmosfera. E noi tiriamo fuori, in qualche bel comizio paonazzo il “blocco navale” e la “remigrazione”, facendo capire che Trump ci ha provato, ma noi faremo sul serio. – Naturalmente ci sarà qualcuno che si ricorderà che col blocco navale li avevamo già fottuti l’ultima volta, ma basterà ricordargli quanto siete brutti voi e torneranno trotterellando all’ovile.” S) “A 3-4 mesi dalle elezioni si comincia con gli assi di briscola. Noi tireremo fuori come al solito, in forme generiche e suggestive “LA PATRIMONIALE”, lo faremo ammiccando ai nostri («faremo piangere i ricchi»), ma dando a intendere ai vostri che porteremo via la casa di proprietà alla nonna. Per i messaggi con doppia codifica ci vuole un po’ di sottigliezza, ma sono sempre riusciti.” D) “Mi piace; intanto, alla prima storiaccia di cronaca nera, meglio se con protagonisti diversamente abbronzati, noi ci lanciamo sull’ “Inasprimento delle pene” e sul “Buttare via la chiave”. Di solito qui partono i mortaretti.” S) “Si chiude con il solito appello a fare fronte unico contro il Nemico, modello Gandalf – TU-NON-PUOI-PASSARE!!” D) “CHI NON SALTA COMUNISTA È!!!” S) “FASCISTI, CAROGNE, TORNATE NELLE FOGNE!!!” D) “Sipario. Direi che può bastare. La maggioranza cogliona dei nostri due elettorati sarà già bella incaprettata, e andrà alle urne pensando di fermare Mordor. Con la minutaglia rimanente ce la giochiamo, seggio più seggio meno, con qualche spottone. – Epperò, cosa facciamo con quelli che hanno capito il gioco di prestigio? Saranno pure quattro gatti, ma potrebbero svelare il trucco.” S) “Tranquillo, chiamiamo i nostri giornalisti da riporto e a quelli gli facciamo tatuare “Rossobruno” in fronte, facendo capire al pueblo che si tratta di una tale mostruosità, da non poter essere neppure spiegata. Funziona, credimi. E dopo tutto il finanziamento pubblico ai giornali servirà pure a qualcosa, no?”
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Segnalo per gli interessati, giovedì 11 a Bergamo, h. 20.30
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Stamattina mi è sovvenuto un ricordo. Qualcuno rammenta cos'era il "Cártel de los Soles", presentato come minaccia esistenziale per la gioventù americana, esportatori di droga in grande stile, supportati dai vertici del governo venezuelano di Maduro? Una volta imbragato Maduro e sbattutolo in una cella senza processo - secondo lo stile del Paese della Libertà - del Cártel de los Soles si sono perse le tracce. Dissolto. Ricordo pensose riflessioni sugli organi di stampa che davano credito a questa entità - nonostante la sua palese natura artefatta. Ricordo discussioni in rete con schiere di bamba che - come fanno per tutto il fiume di spazzatura mediaticamente accreditato - sosteneva la plausibilità che Maduro fosse il capo di un cartello della droga ("E perché no? Dopo tutto è un cattivo. E dai villain internazionali ti puoi aspettare di tutto"). A questo punto è emerso un altro ricordo. Quello del deputato repubblicano Thomas Massie, che dopo aver rappresentato incontrastato il Kentucky per 13 anni alla Camera dei Rappresentanti ha avuto la malaugurata idea di prendere posizione su due questioni: gli Epstein Files (ricordate gli Epstein Files?), di cui aveva insistentemente chiesto la pubblicazione integrale, e la guerra in Iran, che aveva contestato obiettando all'eccessiva influenza israeliana sulla politica americana. Dopo queste due prese di posizione Massie è caduto in disgrazia, è stato oggetto di campagne mediatiche di screditamento, e alle primarie repubblicane si è trovato di fronte un avversario che ha magicamente raccolto la più grande somma a sostegno della propria candidatura delle elezioni amministrative americane. Milioni di dollari sono arrivati a sostegno della campagna elettorale del suo avversario da parte di lobby israeliane. Risultato: Massie defenestrato a favore di un emerito sconosciuto (Ed Gallrein). Anche qui decisivo è stato il riorientamento mediatico supportato da mazzette di dollari. Niente di più complicato di questo. L'apparato mediatico a tassametro in tutto il mondo occidentale riorienta a pagamento la massa di opinione pubblica beota, costruendo narrazioni ad hoc che devono reggere solo il tempo sufficiente per arrivare ad un certo appuntamento (un intervento militare, un'elezione, ecc.), poi chi s'è visto s'è visto, avanti con la prossima fiaba. Morale da trarre. Nel mondo esistono parecchi regimi problematici, ciascuno con i suoi difetti. E' giusto riflettere sui loro pro e contro. Purché nessuno si sogni di contrapporre quei sistemi, sempre migliorabili, alle preclare virtù del Cartello Occidentale, spacciato per Democrazia. Il Sistema Politico Occidentale è un sistema piuttosto organico che abbraccia numerosi paesi e circa un ottavo della popolazione mondiale. In esso - salvo sporadiche eccezioni: il Potere Legislativo appartiene alle lobby finanziarie il Potere Giudiziario appartiene al sistema mediatico il Potere Esecutivo appartiene a pupazzi a molla, attori di risulta e mercenariato brado.
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Segnalo per gli interessati, Martedì prossimo (09/06) a Reggio Emilia.
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Quanto ad amenità come le “radici giudaico-cristiane”, si tratta dell’ipostatizzazione di un ircocervo, un prodotto di fantasia, visto 1) che la storia del cristianesimo è proverbialmente spaccata al suo interno, 2) l’ebraismo in Europa non ha contato nulla come culto – per lo più circoscritto ai ghetti - , e 3) visto che le più ampie e unitarie radici comuni della cultura europea sono quelle greco-romane, rispetto a cui i cristianesimi si sono insediati in forme assai divergenti (si pensi al nesso tra il cristianesimo ortodosso e radici greche dell’Impero romano d’Oriente). Questa ipostatizzazione non è però un errore innocente. Esso ha in effetti una funzione di DISTRUZIONE delle radici europee, riconducendole nell’area d’influenza dell’Occidente a guida americana. Le “radici giudaico-cristiane” sono un’invenzione il cui senso autentico non è quello di riallacciarsi alla propria (europea) tradizione culturale, ma quello di assimilarsi alla diade USA-Israele, che domina la scena politica occidentale dopo il 1945. È su questa scorta che sorge l’anti-islamismo della destra, che confonde intenzionalmente il problema (reale) di flussi migratori fuori controllo con il problema (fittizio) dell’islamizzazione dell’Occidente. Come se le rivolte delle banlieue o gli attentati dell’ISIS fossero momenti di un “processo di islamizzazione”. Nota finale. Questo, tuttavia, non significa che l’Europa non possa ad un certo punto “islamizzarsi”. Premesso che esistono innumerevoli varietà di Islam e che quindi ogni discorso di “islamizzazione”, senza precisazioni, mette insieme cose letteralmente incommensurabili, tuttavia non è affatto escluso che l’Europa ad un certo punto possa “islamizzarsi”. Se questo accadrà non sarà per un colpo di stato o l’imposizione della Sharia con un atto di forza, ma per la conversione volontaria degli europei: il raggiungimento di un’egemonia per vie interne. L’Islam è oggi una religione in crescita perché rappresenta una prospettiva spirituale in un mondo, come quello dell’Europa neoliberale, che ha sistematicamente sradicato ogni dimensione spirituale. Conta poco che l’Europa possa riallacciarsi di diritto a una ricchissima tradizione spirituale. Se questa rimane un gagliardetto da brandire in qualche cerimonia pubblica, con niente dietro, il suo destino è segnato. La natura, inclusa la natura umana, aborrisce il vuoto. E il vuoto spirituale (le vicissitudini della decadenza dell’Impero romano lo mostrano bene) non viene mai tollerato a lungo.
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POPOLO, DEMOCRAZIA E ALCUNI FRAINTENDIMENTI   Il problema posto dalla democrazia è il problema dell’esistenza e funzionalità di un popolo (demos). Affermare che “la sovranità appartiene al popolo” è un passo indispensabile ma insufficiente.   La sinistra di progressisti e liberali ha creato una finzione, destituita di ogni fondamento storico e pratico, per cui possono esistere democrazie senza popoli. DI fatto queste “democrazie senza popoli” sono semplicemente la riduzione della democrazia a non-luogo totale (globale) degli scambi volontari. Questa è la “democrazia” per cui “un dollaro è un voto” e in cui la volontà dei popoli si esprime con gli atti d’acquisto sul mercato. Ovviamente qui non esiste alcuna identità collettiva e dunque non esiste nessun orizzonte politico, che richiede la possibilità di una discussione orizzontale tra tutti i decisori. Questo è il “villaggio globale” dei “cittadini del mondo”. La politica è sostituita dall’economia, la democrazia dal mercato. Che ne siano consapevoli o meno, questa è esattamente la direzione in cui si muovono tutti i vari “no border” e tutti coloro i quali pensano che una cittadinanza sia un orpello inutile o un’onoreficenza politicamente corretta. Le democrazie hanno cominciato ad esistere quando sono venuti alla luce ordinamenti politici territorialmente definiti, dove le leggi, decise da chi appartiene stabilmente al territorio, si applicano a ciò che avviene su quel territorio. (E questa la ragione per cui esistono quelle eccezioni – l’extraterritorialità - che sono ambasciate o navi, in cui si applica una legge definita da un popolo per un territorio distante e diverse.) Altrimenti ci sono imperi, monarchie, od oligarchie plutocratiche.   Ma se la sinistra è confusa ed inconcludente nella propria concezione del popolo e della sovranità popolare, la destra non lo è di meno. Esiste una parte della destra – oggi minoritaria – che non ha mai riconosciuto l’idea stessa di sovranità popolare e con essa l’idea stessa di democrazia. C’è poi una parte, consistente, della destra che di fatto abbraccia la concezione liberaldemocratica, per cui un dollaro è un voto, e per cui in ultima istanza le decisioni delle persone si devono “pesare” e non contare: chi è più ricco semplicemente pesa di più ed è giusto così. Questa prospettiva accoglie formalmente la democrazia intendendola come una forma di plutocrazia. Nella limitata misura in cui ci riflette, questa destra si autogiustifica sulla scorta di una qualche forma di “darwinismo sociale”. C’è infine una parte della destra che rimane ad un livello di puro marasma culturale, immaginando che basti chiacchierare di “tradizioni”, di “radici giudaico-cristiane” o di “italianità” per aver qualcosa in mente. Questa è la parte più insidiosa, perché la confusione mentale consente di mescolare in maniera indistinta cose diversissime, giuste e sbagliate, acquisendo paradossalmente credibilità proprio per questa confusione in cui ciascuno può riconoscervi qualcosina di affine. Il concetto di “tradizione” è enormemente importante, giacché è sostanzialmente un equivalente per “trasmissione culturale” e non esiste alcun popolo (né alcuna politica democratica) se non alla luce di una buona comunanza nella “trasmissione culturale”. Ma la “tradizione” in bocca alla destra è di solito roba tipo la sagra dei osei o il festival della porchetta, cose degnissime s’intende, ma sostanzialmente brand da vendere ai turisti come “prodotti tipici”. Nello stesso momento in cui si riempie la bocca di queste “tradizioni” la destra (proprio come la sinistra) smonta i programmi scolastici, demolisce i teatri, accoglie con gioia l’americanizzazione delle accademie, ecc.
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Segnalo per gli interessati, da domani a Cerea (VR) ALTERFESTIVAL 2026 - Antidoti contro il pensiero unico 29-30-31 Maggio 20
Segnalo per gli interessati, da domani a Cerea (VR) ALTERFESTIVAL 2026 - Antidoti contro il pensiero unico 29-30-31 Maggio 2026 Palazzo Bresciani
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Questa mossa ha rappresentato il cuore del “tradimento dei chierici”, dell’abbandono delle istanze popolari da parte di quegli intellettuali che dicevano di parlare a nome del popolo. Le implicazioni di questa mossa hanno stabilito di fatto una paradossale alleanza di ferro tra neoliberismo e il “post-comunismo postmoderno” di tanta sinistra, uniti oggi nel produrre frammentazione sociale e bloccare a tempo indefinito ogni possibilità di superamento del paradigma capitalista.
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C’è tuttavia una mossa antecedente, decisiva, promossa già all’interno della Scuola di Francoforte. Si tratta della lettura sconsolata che fanno autori come Marcuse del “venir meno del soggetto rivoluzionario”. A loro avviso il proletariato, il popolo lavoratore, non era più un possibile soggetto rivoluzionario perché si era imborghesito. Esso non era più nelle condizioni previste da Marx di “non avere nulla da perdere salvo le propri catene”. L’economia mista del dopoguerra aveva in effetti sottratto una parte significativa dei lavoratori europei alla condizione di proletariato. Lo stato sociale, con i processi connessi di scolarizzazione, accesso agli studi superiori, proprietà immobiliare diffusa, sanità pubblica avevano tolto di mezzo la spinta “palingenetica” di chi “non ha niente da perdere”.   Invece di gioire per questo processo e di provare ad utilizzare questi spazi di agio e libertà per un superamento degli ulteriori, estesi, problemi sociali rimasti, Marcuse ed altri decisero che se il popolo non era più un soggetto rivoluzionario, non era il piano della rivoluzione a dover essere modificato, ma il popolo.   Bisognava trovare un altro soggetto rivoluzionario.   E nelle ultime pagine dell’“Uomo a una dimensione” troviamo espressa questa transizione con chiarezza. Scrive Marcuse:   “«Il popolo», un tempo lievito del mutamento sociale, è «salito», sino a diventare il lievito della coesione sociale. (...)Tuttavia, al di sotto della base popolare conservatrice vi è il sostrato dei reietti e degli stranieri, degli sfruttati e dei perseguitati di altre razze e di altri colori, dei disoccupati e degli inabili. Essi permangono al di fuori del processo democratico; la loro presenza prova come non mai quanto sia immediato e reale il bisogno di porre fine a condizioni ed istituzioni intollerabili. Perciò la loro opposizione è rivoluzionaria.”   In sostanza, il popolo è oramai fattore di coesione sociale. E questo è male! Perché così non è più disposto a morire per la Rivoluzione. Dunque al posto del popolo lavoratore deve subentrare una collazione di “minoranze oppresse”, assumendo che il fatto stesso di essere (o sentirsi) oppresse sarà carburante sufficiente per la Rivoluzione.   Poche teorizzazioni storiche sono state tanto erronee e tuttavia catastroficamente influenti. Questa lettura dimentica che in Marx il proletariato è “classe rivoluzionaria” non perché Marx fosse “tenero di cuore verso i poveri” – che lo fosse è irrilevante – ma perché il proletariato era, di diritto, la totalità del popolo che viveva del proprio lavoro, e perciò era “classe universale”, soggetto collettivo capace di emancipare tutti (e non solo di rivendicare i propri “diritti”).   Sostituendo il “popolo lavoratore” con la “minoranza oppressa” può darsi che rimanga il fattore di rabbia sociale, ma viene meno l’idea di emancipazione collettiva, di trasformazione migliorativa dell’intero sistema sociale. Al suo posto entra un insieme eterogeneo di gruppetti di pressione, lobby, partiti tematici, associazioni culturali benemerite o parassitarie, mosse ciascuna dal proprio orizzonte rivendicativo.   Questo mossa, che quando emerge alla fine degli anni ’60 aveva almeno dalla sua la lotta a reali condizioni di oppressione (manicomiale, sessista, razziale, ecc.), diviene dopo gli anni ’90 la perfetta arma brandita dal capitale per il proprio “divide et impera”, per creare disunione sociale, per far macerare ogni lotta sociale nell’acido dei micro-rivendicazionismi incrociati.   È in questo contesto che si può comprendere come possano essere divenute parte di un patrimonio culturale che una volta si voleva popolare istanze che chiedono, come recita un recente libro della sinistra radicale, di “unificare le rivendicazioni di tutti i movimenti di emancipazione civile, sociale, ambientale, internazionali e intersezionali: anti-razzisti, transfemministi, “lgbtqiapk+”, per i rifugiati e gli immigrati”, ecc.
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SOVRANITÀ POPOLARE, DEMOCRAZIA REALE E TRADIMENTO DEI CHIERICI   Le spiacevoli polemiche di questi giorni hanno avuto almeno il merito di far riemergere alcuni temi rilevanti per la riflessione filosofico-politica. Uno di questi è il tema della sovranità popolare.   Per chi si accontenta di usare le parole come clave, pensando che basti dare a qualcuno del: “fascista”, “comunista”, “sovranista”, “rossobruno”, “novax”, ecc. per averlo sistemato, la lettura può interrompersi ora. Per tutti quelli che non si fanno ipnotizzare dall’uso performativo di parole d’ordine, una riflessione ulteriore può essere utile.   Il tema della sovranità popolare  e la prospettiva delle rivendicazioni del mondo del lavoro (di contro al mondo della rendita o del capitale) sono sempre state abbinate come questioni ovviamente concomitanti fino a circa mezzo secolo fa.   Nella “Critica al programma di Gotha” Karl Marx ricordava come non goni Stato poteva giocare un ruolo emancipativo per i lavoratori; non, ad esempio lo Stato tedesco del tempo (oggi potremmo dire, non lo Stato Neoliberale). Per Marx la plausibilità che uno Stato si faccia latore di rivendicazioni emancipative per il lavoro poggia “sul riconoscimento della cosiddetta sovranità del popolo e perciò sono a posto solo in una repubblica democratica.”   La maggioranza dei rovesciamenti di regime ispirati dal socialismo e dal comunismo in giro per il mondo dalla Rivoluzione Cinese, alla Rivoluzione Cubana a quella sandinista in Nicaragua all’ascesa di Chavez in Venezuela, ecc. hanno in comune il carattere patriottico e di liberazione dall’influenza straniera (che è esattamente la corretta definizione di “sovranista”).   Questo nesso, pur non essendo obbligato (non lo fu per la Rivoluzione Russa) non è neppure accidentale. Esso ha a che fare con il problema stesso della democrazia come autogoverno del popolo. Affinché un popolo possa anche solo immaginare la possibilità di “autogovernarsi” deve ESISTERE COME POPOLO. Forgiare un’unità di popolo attorno alla sola “coscienza di classe” è notoriamente complesso, per non dire impossibile.   L’Internazionalismo, finché è esistito come forza politicamente trainante, era concepito e concepibile soltanto come unione di popoli nazionali. Nella Prefazione del 1893 al Manifesto del Partito Comunista Engels scriveva: “Senza l’autonomia e l’unità restituite a ciascuna nazione europea, né l’unione internazionale del proletariato, né la tranquilla e intelligente cooperazione di queste nazioni verso fini comuni potrebbero compiersi.”   L’idea di nazione è strumentalizzabile in forma nazionalista, come presunzione di supremazia rispetto ad altre nazioni, ma originariamente non è niente di tutto questo. Essa è la base della sovranità popolare come si configura all’indomani della Rivoluzione francese, che a sua volta è alla base di ogni idea sostanziale di democrazia. Senza il tessuto connettivo rappresentato da una comunanza culturale, linguistica e territoriale nessun “popolo” (demos) viene alla luce e senza un demos non c’è nessuna democrazia.   È del tutto chiaro perché liberismo e neoliberismo abbiano sempre premuto per lo smantellamento delle identità nazionali. Un mondo di apolidi privi di identità può certo essere idealizzato come “cittadino del mondo” ma in verità è soltanto la materia prima, vittimizzata, del sistema internazionale degli scambi; esso diviene “forza lavoro” e “sovranità del consumatore”, sommatoria di transazioni individuali anonime e anomiche.   Molto meno chiaro è come è stato possibile che all’interno della tradizione socialista e comunista si sia innestato il verme del rigetto delle identità nazionali e delle tradizioni culturali comuni, cioè di tutto ciò che creava le premesse per una democrazia reale.   In prima battuta la svolta si radica nell’assorbimento da parte della sinistra post-comunista della lezione postmoderna, dove “stato”, “ragione”, “natura umana”, “storia” scompaiono dall’orizzonte come protagonisti della scena politica (Foucault, Deleuze, Lyotard).
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