Andrea Zhok
📈 Аналітичний огляд Telegram-каналу Andrea Zhok
Канал Andrea Zhok (@andreazhok) у мовному сегменті Італійська є активним учасником. На даний момент спільнота об'єднує 11 516 підписників, посідаючи 4 488 місце в категорії Політика та 2 224 місце у регіоні Італія.
📊 Показники аудиторії та динаміка
З моменту свого створення невідомо, проект продемонстрував стрімке зростання, зібравши аудиторію у 11 516 підписників.
За останніми даними від 30 липня, 2026, канал демонструє стабільну активність. Хоча за останні 30 днів спостерігається зміна кількості учасників на -5, а за останні 24 години на 2, загальне охоплення залишається високим.
- Статус верифікації: Не верифікований
- Рівень залученості (ER): Середній показник залученості аудиторії становить 66.13%. Протягом перших 24 годин після публікації контент зазвичай збирає N/A% реакцій від загальної кількості підписників.
- Охоплення публікацій: В середньому кожен допис отримує 7 615 переглядів. Протягом першої доби публікація в середньому набирає 0 переглядів.
- Реакції та взаємодія: Аудиторія активно підтримує контент: середня кількість реакцій на один пост – 0.
- Тематичні інтереси: Контент зосереджений навколо ключових тем, таких як potere, iran, occidente, diritto, popolazione.
📝 Опис та контентна політика
Автор описує ресурс як майданчик для висловлення суб'єктивної думки:
“Antropologia / Filosofia / Politica”
Завдяки високій частоті оновлень (останні дані отримано 31 липня, 2026), канал підтримує актуальність та високий рівень охоплення публікацій. Аналітика показує, що аудиторія активно взаємодіє з контентом, що робить його важливою точкою впливу в категорії Політика.
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| Дата | Залучення підписників | Згадування | Канали | |
| 31 липня | 0 | |||
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| 09 липня | +1 | |||
| 08 липня | +5 | |||
| 07 липня | +5 | |||
| 06 липня | 0 | |||
| 05 липня | 0 | |||
| 04 липня | +2 | |||
| 03 липня | +5 | |||
| 02 липня | +2 | |||
| 01 липня | +1 |
| 2 | 2) Trovare il modo per togliere dalla circolazione, almeno nel breve periodo, anche i rei di reati “minori”. Se questo deve significare la costruzione di nuove carceri, è triste ma così sia. Anche gli atti di criminalità minore da parte di chi ha poco da perdere devono poter essere oggetto di sanzione efficace e dissuasiva. Non è possibile che lo scippatore arrestato ieri sia in strada oggi.
3) Escludere i rei da risarcimenti e compensazioni monetarie in caso di danni subiti nel corso dell’esercizio dei propri reati. Un reato non può essere trattato come un incidente sul lavoro. Chi si mette al di fuori della legge per perseguire i propri scopi a danni di terzi deve sapere che non potrà comunque trarne beneficio economico.
4) Trasferire l’attenzione e le energie delle forze dell’ordine sulla criminalità ordinaria, distogliendola dal concentrarsi sulle proteste civili. Non è accettabile assistere – come accade sempre più spesso – a forze dell’ordine (e giudici) che intervengono pesantemente e in massa su proteste pacifiche, manifestazioni, sit-in, mentre latitano quando si tratta di colpire spacciatori, violenti, vandali, scippatori, ecc.
• CIÒ CHE NON SI DEVE FARE È:
1) NON si devono rimuovere i limiti di proporzionalità e incombenza del pericolo nell’esercizio della legittima difesa. (Eventualmente si possono produrre delle casistiche esemplificative che consentano alle persone di capire meglio quali reazioni siano adeguate e quali no.)
2) NON si deve “chiudere un occhio” sulle modalità di intervento delle forze dell’ordine. Il fatto che lo stato avochi a sé il “monopolio della violenza” comporta una rigorosa assunzione di responsabilità nei confronti dei civili. Proprio perché esiste il reato di “resistenza a pubblico ufficiale”, che obbliga il cittadino ad accondiscendere all’operato delle forze dell’ordine, deve esistere una rigorosa responsabilità intorno ai limiti consentiti a tali interventi. | 5 341 |
| 3 | NOTE SUL TEMA “SICUREZZA”
• In questi giorni estivi il tema “sicurezza”, e il suo nesso con l’immigrazione, è stato al centro della discussione pubblica. Possiamo immaginare facilmente le ragioni di questa concentrazione, che al tempo stesso favorisce la polarizzazione su vecchie linee oppositive (Dx-Sx), distrae dai problemi strutturali e aiuta l’imporsi dei Gate-Keeper di Futuro Nazionale.
Ma non basta capire le ragioni strumentali, bisogna anche guardare in faccia lo stato reale delle cose e confrontarsi con la percezione pubblica.
• ALCUNI DATI. Secondo l’Istat e sulla base dei dati del Ministero dell’Interno il quadro della criminalità in Italia si è evoluta in questo senso.
Il numero totale dei delitti in rapporto alla popolazione si attesta su una dimensione eguale a quella degli anni ’90 (40 delitti per 1000 abitanti). La natura dei delitti però è cambiata.
Sono in diminuzione abbastanza costante dagli anni ‘90 omicidi, furti e rapine (anche se queste ultime in aumento negli ultimi 5 anni). Stabili gli scippi.
Sono invece in aumento frodi e truffe informatiche, episodi di criminalità minorile (baby gang), aggressioni in generale e, in misura minore, le violenze sessuali.
La popolazione di origine straniera è sovrarappresentata nella popolazione carceraria (per una popolazione straniera residente del 9,4%, la popolazione carceraria di origine straniera è del 31,5%).
La distribuzione dei crimini è radicalmente diversa tra i grandi centri urbani e i piccoli centri: nei grandi centri urbani la percentuale di eventi criminosi in rapporto alla popolazione è più del triplo rispetto a centri sotto i 10.000 abitanti.
• Questi dati non sono sufficienti per definire un quadro dettagliato ma sono sufficienti a stabilire che, per quanto la situazione della sicurezza in Italia sia lontana da una situazione d’emergenza, tuttavia la diffusa percezione di allarme sociale non è un mero costrutto artificiale. Potremmo dire che le forme di criminalità spicciola e arbitraria, non organizzata (aggressioni gratuite, vandalismi, ecc.), sono in aumento, a fronte di una diminuzione dei grandi delitti (l’omicidio, la rapina in banca).
• Questa tipologia di reati, paradossalmente, sfuggono più facilmente alle sanzioni di legge proprio per la loro natura: per i reati che non prevedono pene superiori ai 5 anni di reclusione non esiste l’obbligo di arresto, e in presenza di carceri già ampiamente sovraffollate (occupazione media al 135%), l’esito più frequente è il rilascio immediato del reo.
• Il nesso tra criminalità e immigrazione è chiaro anche se ne va precisata la natura. Non si tratta di una maggiore “propensione a delinquere degli stranieri” in generale. Si tratta di una maggiore propensione a delinquere tipica di soggetti giovani, sradicati e disagiati, tutte caratteristiche che si concentrano nella popolazione migrante italiana.
• Che fare?
Esiste un livello di intervento fondamentale, che riguarda la forma produttiva del paese: oggi l’Italia attrae intenzionalmente persone poco formate, che forniscano manovalanza di base a buon prezzo, e che si vogliono sacrificabili e ricattabili. Se si vuole affrontare il problema di petto, bisogna modificare il modello produttivo – il che avrebbe incidentalmente ricadute benefiche innanzitutto sui giovani italiani.
Ma se si vuole rimanere sul ristretto piano degli interventi in termini di sicurezza, esistono risposte che si dovrebbero dare – per quanto non risolutive.
Queste risposte riguardano sia il piano di ciò che si deve fare sia il piano di ciò che non si deve fare.
• CIÒ CHE SI DEVE FARE, vista la natura dei crimini e il tipo di percezione di insicurezza, è:
1) Mettere le forze dell’ordine nelle condizioni di intervenire con efficacia e sicurezza, per sé e per i soggetti oggetto degli interventi restrittivi. La sciatteria (volendo essere benevoli) vista in recenti interventi mette in luce un problema di formazione e di protocolli di intervento. | 4 961 |
| 4 | L’altro giorno il Ministro del Commercio cinese ha annunciato una serie di restrizioni verso le aziende europee dei settori difesa e tecnologia. Si tratta di una risposta all’attacco alle aziende cinesi presente nel 21° pacchetto di sanzioni contro la Russia.
Questo è solo l’ultimo atto di una crescente tensione tra UE e Cina, di cui un momento importante è stata l’uscita dell’Italia dal progetto della Via della Seta nel 2023.
Le fiabe che gli europei si raccontano rispetto alla Cina sono innumerevoli. Di volta in volta la Cina è stata ed è accusata di varie e contraddittorie nefandezze. Dapprima era accusata di essere un paese chiuso in quanto comunista. Poi è stato accusato di farci concorrenza sleale (mentre le aziende europee correvano a delocalizzare in Cina – con la benedizione dei governi - per ricattare i propri lavoratori con la minaccia di “salari cinesi”).
Intanto la Cina ha fatto tesoro dell’expertise europea, ha educato i propri lavoratori, e ha mantenuto un forte settore statale in ricerca e sviluppo, trasformandosi rapidamente da esportatrice di prodotti di fascia bassa, a prezzi risibili, ad esportatrice di prodotti tecnologicamente all’avanguardia.
Le oligarchie finanziarie europee pensavano di poter continuare a far soldi detenendo solo la proprietà legale e il brand (logo), e facendo fare tutta la produzione all’estero (Cina in testa), pagandola in perline e specchietti.
Questo paradiso dell’economia finanziaria ricattava i lavoratori europei, comprimendone i salari e passava dalla vecchia economia europea con alti investimenti ed alta innovazione ad un’economia di sfruttamento del nome fattosi in generazioni passate (un po’ come l’odierna vendita a pezzi di Venezia).
Il risultato finale è:
1) un tessuto produttivo sempre più deindustrializzato, dove la stessa expertise produttiva si è ridotta (lo scotto delle delocalizzazione);
2) un mercato interno impoverito, cioè con sempre meno europei capaci di acquistare merci di qualità (lo scotto del contenimento salariale);
3) una capacità di innovazione tecnologica sempre più ridotta (per lo più l’industria privata privilegia i dividendi degli azionisti agli investimenti in ricerca e sviluppo).
Ed oggi frigniamo per il mostruoso disavanzo della bilancia commerciale (359 miliardi a favore della Cina) e pensiamo di affrontarlo con patetiche accuse di “violazioni dei diritti umani” (un evergreen europeo) e con richieste di barriere commerciali (che, da sole, servono solo a farci pagare di più beni di qualità peggiore).
La soluzione sarebbe ovvia, ma il prosciutto ideologico sugli occhi delle nostre classi dirigenti lo impedisce. L’Europa dovrebbe rimettersi a fare quello che faceva un tempo, dovrebbe ricostruire un’economia mista in cui grandi imprese statali promuovono l’innovazione tecnologica, lasciando fare al mercato ciò che il mercato fa bene, cioè l’allocazione flessibile. In sostanza l’Europa dovrebbe mettersi a fare la Cina.
Noi invece lasciamo pascolare senza guinzaglio Kaja Kallas che se ne esce con robe come “Se non riusciamo a sconfiggere la Russia come faremo a sconfiggere la Cina?”
Sipario. | 5 104 |
| 5 | Mi spiace per Pirlo, ma con tutto il rispetto stiamo sempre guardando la guarnizione della torta dimenticando la torta.
E la torta è che siamo già de facto in guerra con la Russia.
Nel 21° pacchetto di sanzioni l’UE, e dunque anche l’Italia, ha approvato un meccanismo che permette di confiscare e vendere il petrolio russo proveniente dalle petroliere intercettate, senza risarcimenti. In sostanza, è una dichiarazione che approva ufficialmente la pirateria di stato.
Questo è l’esatto equivalente della “guerra da corsa” che l’Inghilterra elisabettiana conduceva contro la Spagna: i corsari inglesi erano navigatori autorizzati dalla regina Elisabetta I ad assaltare le navi e i porti della Spagna. Si trattava di atti di guerra, senza distinguo, senza se e senza ma.
L’unica ragione per cui la Russia non ne trae le dirette conseguenze è che al momento non le conviene aprire un fronte ulteriore, nel momento in cui resta aperto il fronte ucraino.
La scommessa UE è che la Russia non riuscirà mai a chiudere questo fronte, che l’Ucraina continuerà a tempo indeterminato a tenere occupate ingenti risorse militari russe e che perciò riusciremo a continuare indefinitamente a fare la guerra alla Russia da lontano, senza pagare dazio, senza che i nostri porti saltino in aria, senza che le nostre infrastrutture vadano in pezzi, senza che le nostre navi vadano a picco.
È una scommessa insensata oltre che impossibile da vincere.
Di fronte alla nuova riconfigurazione dei rifornimenti all’Ucraina, la Russia ha avviato un’escalation, cominciando a distruggere sistematicamente il sistema portuale ucraino, risparmiato finora. È il segno che le cautele iniziali con cui era stata avviata l’“Operazione speciale” sono oramai cadute.
Questo, che è un segno di difficoltà del fronte russo, è il peggior segnale possibile per l’Europa, e solo l’imbecillità delle nostre classi dirigenti non ne comprende le implicazioni. Più la Russia è in difficoltà, minori saranno gli scrupoli con cui la guerra verrà esercitata.
La possibilità che la Russia si lasci quietamente logorare fino alla dissoluzione è il sogno bagnato della von del Leyen, ma non accadrà mai. Il giorno in cui qualcuno in Russia dovesse ritenere che un rischio del genere si affaccia concretamente alle porte, l’opzione nucleare sarebbe immediatamente messa in campo, con NESSUNA POSSIBILITÀ che avvenga una replica (gli USA ci hanno da tempo lasciato il cerino in mano; e chi pensa che verrebbero in soccorso per un attacco all’Europa affrontando una guerra nucleare frontale, deve cambiare pusher). Ovviamente il giorno in cui si romperà il tabù, invalso dopo il 1945, dell’uso del nucleare militare, si apriranno le cataratte del cielo e dell’inferno.
Stiamo lavorando attivamente per la nostra distruzione, e il fatto che questa comporti potenzialmente anche una distruzione globale non dovrebbe essere una consolazione per nessuno. | 8 061 |
| 6 | Ciò che accade in Italia è semplicissimo e, senza cambiamenti di indirizzo nella politica industriale, inevitabile: esportiamo diplomati e laureati, che dopo aver investito in formazione non vogliono diventare working poor, ed importiamo disperati disposti a qualunque lavoro per salari di sussistenza.
Ovviamente questo flusso ha anche ricadute culturali e di sicurezza. Un aumento percentuale della popolazione costituita da giovani, culturalmente estranei, con poco da perdere, vincolati a salari di sussistenza e spesso in nero, non può che ripercuotersi in problemi di sicurezza e di integrazione. Ma questo è l’effetto, non la causa e se si insiste ad occuparsi solo degli effetti e mai delle cause si sta invero cercando di coltivarsi il problema, che torna sempre utile.
Il punto è che i bassi salari, le privatizzazioni, la dequalificazione del lavoro e il flusso migratorio asimmetrico (la mitica “sostituzione etnica”) SONO UNO E UN MEDESIMO PROBLEMA.
E non lo si risolve né facendo la predica ai giovani che non si rassegnano a fare lavori di merda per una paga di merda, né invocando pugni di ferro e mitragliate sui barconi.
Qualcuno, sia a destra che a sinistra ha scelto quella strada e continua a perseguirla (“perché lo vuole l’Europa”, “perché lo vogliono i mercati”, e via delirando).
Lo so che vorreste restare sul piano dei sentimenti: i “buoni e accoglienti” (zecche buoniste per la controparte) versus i “rigorosi e inflessibili” (fasciorazzisti per la controparte). Su questo piano non serve capire nulla, basta affidarsi ai sentimenti e alle bandiere.
Ma se si vuole risolvere un problema strutturale lo si affronta strutturalmente.
Se il problema invece lo si vuole coltivare, facendo chiassate per decerebrati e ottenendo applausi di pancia dalle varie tifoserie, bene così, la rotta è giusta e continuiamo così. | 7 077 |
| 7 | NOTA A MARGINE SUL TEMA MIGRATORIO
Il tema dell'immigrazione è enormemente complesso; esso tocca aspetti economici, culturali e di sicurezza, in forme variegate. Non esistono bacchette magiche che invertano i processi in corso in un battibaleno.
Tuttavia, a fronte di un sacco di urlatori di professione che spazzano lo spazio pubblico a colpi di slogan roboanti e promesse di rigore draconiano, richiamarsi alla complessità, finisce per dare l’impressione di voler menare il can per l’aia.
Mi si permetta allora, per una volta, una risposta diretta, in parte semplificatoria, ma almeno rappresentativa di come un discorso serio dovrebbe essere affrontato.
Di fronte al tema dei movimenti migratori verso l’Europa si confrontano tipicamente due atteggiamenti.
1) C’è un atteggiamento “umanitario”, prevalente a sinistra, percepito come “buonista”, che sostanzialmente cerca sempre di spiegare da un lato che il problema non è poi tanto grave, o anzi è una grande opportunità di arricchimento umano, e che chi si lamenta è un razzista, e dall’altro che è un movimento storico fatale, inevitabile e che ogni opposizione è inutile (oltre che inumana).
2) C’è un secondo atteggiamento, “securitario”, che accentua tutti i problemi legati all’immigrazione, ne esacerba la narrazione e i pericoli, e finisce per invocare regolarmente variegati “pugni di ferro”: blocchi navali, remigrazioni, improbabili esami di fede cristiana, facce feroci e occasionali strizzate d’occhio ai razzisti veri (che sono minoranze in Italia, ma esistono).
Il gioco di queste due parti dura da oltre una trentina d’anni (dall’approdo di 20.000 albanesi nel 1991 al porto di Bari). Nel frattempo l’Italia, che ha esperito i processi migratori con ritardo, non avendo avuto un impero coloniale, si è ritrovata investita da un processo che non sembra dare cenni di arrestarsi.
Sia quella buonista che quella repressiva sono due non-soluzioni.
Esse servono in effetti solo a mantenere in vita il problema, accrescendolo, e fidelizzando le rispettive tifoserie attraverso il disprezzo per le posizioni avverse.
Cosa manca in questo quadro? Molte cose mancano, ma una è colossale, ed è qualcosa di cui nessuno, letteralmente nessuno, a destra come a sinistra, vuole parlare.
Il grande assente nel dibattito sull’immigrazione è la comprensione di una dinamica elementare.
Negli ultimi anni tra italiani che si trasferiscono all’estero e italiani che ritornano in Italia abbiamo un saldo medio negativo di 100.000 cittadini ogni anno.
Gli italiani residenti all’estero sono 6,4 milioni.
Per un confronto, l’intera popolazione straniera in Italia ammonta a 5,4 milioni di persone.
Ora, la prima semplice questione che nessuno vuole porre è: ma se ogni anno 100.000 italiani (con formazione medio-alta) se ne vanno all’estero, come si può pensare che il buco non verrà tappato da ingressi esteri?
Il problema, espresso nei suoi termini essenziali è questo: decine di migliaia di italiani, quasi tutti diplomati o laureati, vanno a cercare un lavoro decente all’estero e vengono sostituiti da numeri analoghi di stranieri, spesso con scarsa formazione, che vengono impiegati in lavori a basso valore aggiunto.
Perché accade tutto ciò? È una questione di destino cinico e baro?
Ma figuriamoci. Questo è l’esito deliberato di una scelta di politica industriale fatta negli anni ’90, nella cornice della finanziarizzazione dell’economia, del trionfo neoliberale e dell’adesione all’UE.
In Italia il settore che faceva principalmente Ricerca e Sviluppo, e che aveva una produzione ad alto impiego di capitale (capital-intensive) era il settore pubblico. La scelta di ridurlo ai minimi termini attraverso le ondate di privatizzazioni, e la scelta di delocalizzare anche le produzioni ad alto valore aggiunto ha comportato una scelta ben definita a favore di lavori ad alto impiego di lavoro (labor-intensive). Per competere nei settori capital-intensive devi innovare, per competere nei settori labor-intensive devi comprimere i costi per i salari. | 6 092 |
| 8 | Segnalo per gli interessati l'intervento "Dal Welfare al Warfare" al convegno Medio Oriente - Guerra senza fine, presso Unidolomiti di venerdì 17 luglio.
casadelsole.tv
ANDREA ZHOK: DAL WELFARE AL WARFARE | 3 315 |
| 9 | Segnalo per gli interessati quest'intervista per Ibex (Alessio Mannino) sul tema "immigrazione/remigrazione".
Perché la REMIGRAZIONE è una PROPOSTA INUTILE? | 3 311 |
| 10 | A destra la libertà individuale è pensata su un modello anarco-capitalista, con una spruzzatina di darwinismo sociale, in cui chi ha più potere per definizione se lo è meritato e dunque basta lasciar fare al mercato. Quando tuttavia la mano invisibile del mercato produce mostri (es.: immigrazione incontrollata, free rider, ecc.) e questi mostri creano problemi al mercato stesso, allora si ritorna all’originario concetto hobbesiano dell’uomo naturalmente cattivo, che deve essere tenuto in riga a mazzate. E qui lo stato può intervenire somministrando mazzate a chi disturba il mercato (e solo a quelli), oppure delegando ai privati di somministrare mazzate a proprie spese.
Incidentalmente nessuno prende in considerazione un modello dei rapporti tra libertà individuale e ruolo dello stato che proviene dalla tradizione socialista e da quella della dottrina sociale della chiesa, e che è incarnata con grande precisione nella NOSTRA COSTITUZIONE.
In quel modello lo stato assumeva come suo compito l’esatto opposto del modello neoliberale: esso deve essere mosso dall’interesse pubblico. Così, l’attività economica è sì libera, ma “non può svolgersi in contrasto con l'utilità sociale o in modo da recare danno alla salute, all’ambiente, alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana.” Al contempo la Repubblica ha a cuore “il pieno sviluppo della persona umana” e il lavoro non è soltanto un diritto, ma è anche un dovere: il “dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un'attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società.”
Nella Costituzione italiana non c’è traccia dell’opposizione astratta tra uno stato come formalismo esteriore (iper-regolamentatore o erogatore di mazzate ai morti di fame), e una libertà individuale come arbitrio privo di doveri (la Prima parte si intitola: “Diritti e DOVERI dei cittadini”).
Ma proprio quella opposizione astratta viene oggi assunta come se fosse una realtà di natura, da cui non riusciamo a sfuggire prima di tutto mentalmente. | 6 928 |
| 11 | IL VICOLO CIECO DELLA NOSTRA IDEA DI STATO
Nelle intense discussioni che hanno avuto luogo in questi giorni sul tema “sicurezza” una delle questioni che rimane insidiosamente sotto traccia è la questione del ruolo dello Stato.
Nel formato neoliberale lo stato interviene ben oltre il perimetro dello stato minimo (stato sentinella fatto di ordine pubblico e difesa militare), ma lo fa con un’agenda dettata dagli interessi dei mercati (e dei maggiorenti sui mercati). Dunque lo stato neo liberale può essere assai intrusivo, purché questa intrusività esprima gli interessi dei mercati.
La sinistra si è fatta piacere lo stato neoliberale facendo proprio il dogma liberale che il mercato è libertà e che i “servizi pubblici” possono essere erogati efficacemente servendo interessi privati (esternalizzazioni dei servizi, intramoenia per i sanitari, ecc.). Le libertà individuali vengono sempre più chiaramente assimilate all’idea classica dell’arbitrio, al “fare quello che ti pare”, con l’unica limitazione che ciò non danneggi direttamente altri individui (ma può serenamente danneggiare la società). La libertà a sinistra è così diventata senza resti la libertà individuale del liberalismo.
La destra si è fatta piacere lo stato neoliberale perché la rimanente pervasività dello stato è comunque di fatto privatizzata. Così nel nome della “salute pubblica” si possono avviare campagne vaccinali inutili (purché l'industria farmaceutica sia contenta), nel nome della “difesa nazionale” si possono spendere risorse dell’erario in commesse alle aziende della difesa, ecc.
Sia la destra che la sinistra accettano che lo stato rimanga in esistenza al di là di polizia, giudici ed esercito, purché lo stato funzioni in modo coerente con i meccanismi di mercato: per la destra è comunque una vittoria perché premia chi già detiene il potere, per la sinistra è una vittoria perché vissuto come trionfo della libertà individuale come libertà di scelta.
Nella cornice dello stato neoliberale richiedere “più stato” non significa di solito richiedere “più sfera pubblica”, perché lo stato tende a servire interessi privatizzati.
Ma similmente, nella cornice neoliberale, richiedere “meno stato” non significa ampliare i margini di libertà personale, perché in assenza della mediazione dello stato rimangono in piedi tutte le forme di coercizione privata e ricatto economico.
Siamo così arrivati all’impasse odierna, dove sembra che ogni soluzione sia un vicolo cieco.
Se lo stato è più presente lo sarà in una forma oppressiva, forte con i deboli e debole con i forti.
Se lo stato è meno presente, saranno direttamente i forti ad opprimere i deboli, i ricchi a ricattare i poveri, ecc.
Di qui tutti i cortocircuiti cui abbiamo assistito in questi giorni, dove chiedere PIÙ STATO NELLA SICUREZZA veniva interpretato come “sbirri a servizio dei benestanti che picchiano i poveracci”, e dove chiedere PIÙ LIBERTÀ NELLA SICUREZZA veniva interpretato o come libertà di farsi giustizia da sé o come lassismo verso i piccoli crimini “perché tanto i problemi sono altri”.
L’oscillazione mentale odierna è dunque la seguente (tagliando a fette grosse):
A sinistra la libertà individuale è pensata su un modello para-anarchico, rousseauiano, dove l’uomo senza interferenza del potere si comporterà naturalmente bene. Quando non lo fa è perché è traviato da influenze culturali perniciose che bisogna spezzare attraverso regolamenti dettagliati, procedure, controlli.
A sinistra l’intervento statale è perciò pensato come garante di diritti naturali, individualmente premiale, non sanzionatorio, e neppure educativo (sarebbe paternalismo). Ma si giustifica l’intervento statale attivo, anche pesantemente attivo, quando produce regolamenti “nel nome del bene” (laddove questo bene è di solito il momentaneo consenso raggiunto nella cultura di sinistra). | 6 596 |
| 12 | Немає тексту... | 6 742 |
| 13 | Francamente ho l'impressione che la situazione stia sfuggendo rapidamente di mano.
Le immagini (il filmato è disponibile online) dell'arresto e della contestuale uccisione di Abderrahim Fakir, un quarantaduenne di origine marocchina, lasciano solo due opzioni: o la polizia manda in pattuglia gente che dovrebbe rimanere dietro una scrivania, oppure qualcuno dall'alto gli ha fatto capire che in questo momento vale tutto (e che saranno comunque coperti).
L'autopsia farà chiarezza (speriamo) sulle cause della morte, ma un intervento in cui non si riesce a fare niente di meglio che montare in due su un soggetto da immobilizzare, restandoci sopra fino al decesso, è indice quantomeno di grave incapacità.
Personalmente credo sia in corso un'operazione orchestrata dall'alto per condurre la popolazione a concentrarsi sul tema "sicurezza" e a polarizzarsi.
Ogni giorno salta fuori un nuovo caso (viene mediaticamente esposto) e viene cucita una narrazione ad hoc, che deve creare un'opposizione insanabile tra un blocco di "autoritarismo Legge e Ordine" ed un blocco di "libertarismo antistatalista (A.C.A.B)".
L'autoritarismo lavora sulla paura, sul disagio, sul senso di esposizione di una parte della popolazione esposta alla microcriminalità e non protetta.
Il libertarismo antistatalista lavora sul senso di estraneità allo stato e promuove una strutturale diffidenza nei confronti delle istituzioni, presentate come intrinsecamente compromesse e irriformabili, come un nemico antropologico.
Ovviamente entrambe le posizioni l'autoritarismo e l'antistatalismo sono graditissime al potere reale e convivono magnificamente.
Se uno guarda alla società americana, ne ha un'immagine perfetta.
Non c'è film americano che non presenti il "Government" e le "National Agencies" come una perenne opaca minaccia sul cittadino, una forma di ottusa oppressione di cui diffidare in ogni istante e che è giusto definanziare.
Al contempo, il "paese della libertà" è il paese con la più grande parte di popolazione incarcerata al mondo (0,7% della popolazione USA è dietro le sbarre, contro lo 0,07% della Germania o lo 0,11% dell'Italia). E lo stile autoritario delle forze dell'ordine americane è internazionalmente noto (e, a quanto pare, sta facendo scuola anche da noi).
Le due istanze convivono nella società americana in forma polarizzata e inconciliabile, e si rinforzano reciprocamente, producendo come esito finale una società dove i ricchi si gestiscono la sicurezza privatamente e i poveri applaudono alla pena di morte.
Ed è lì che ci vogliono portare. | 7 461 |
| 14 | Nel funzionamento dei media, non meno delle tesi esplicite che vengono presentate, conta l'imposizione del discorso dominante.
In questa fase, con il mondo che sta andando a fuoco verso una guerra mondiale, mentre l'endiadi Israele-USA sta tentando di ricostituirsi in impero unipolare a colpi di bombardamenti quotidiani, mentre l'Europa tutta, a partire dalla Germania, sta scendendo nel gorgo della deindustrializzazione perdendo cittadini con alta formazione e importando mano d'opera estera con bassa formazione, mentre tutto questo e molto altro sta succedendo, quest'estate ci viene imposto il tema della "Sicurezza fai da te" come questione fondamentale.
Non è importante per quali tesi questo o quel giornale o telegiornale parteggino, l'importante è che, su un tale tema, non ci si debba poter appellare a nessuna forma di ragione.
Si producono narrazioni mirate e si chiede alla plebe cogliona di contribuire lanciando sassi nell'arena.
Basta presentare in maniera umana la posizione di una delle parti in causa (X), raccontandone le vicende pregresse, i colpi della fortuna avversa, narrandone il possibile filo psicologico, suscitando empatia, per poi raccogliere i frutti in termini di gente che si vuole arruolare nelle fila dei difensori di X.
Anche persone intelligenti non vedono che il sottotesto fondamentale qui non sta nella realtà delle ragioni e dei torti, ma nella creazione e nel mantenimento della rabbia polarizzante.
Questa polarizzazione su temi, magari importanti, ma strutturalmente periferici (cioè temi che sono l'effetto di questioni più profonde a monte) permette al potere di consolidarsi.
E' il meccanismo per cui se guardo una partita e magari non ho ragioni per sostenere una squadra piuttosto che l'altra, comunque mi metto a tifare per una delle due squadre, perché solo così la partita diventa appassionante.
Discutere di quanta ragione aveva il profugo iracheno o l'attivista di destra, quanta ragione aveva il gioielliere derubato o il ladro assassinato, pone la discussione su un livello in cui chiunque si sente in grado di dire qualcosa di sensato.
Basta fare propria la narrazione empatica nei confronti di uno dei poli del conflitto (quella favorita dal proprio retroterra) e poi far partire il meccanismo del tifo.
A quel punto funziona tutto da solo, senza fatica, perché si incardina in meccanismi atavici, profondi, di appartenenza tribale.
Ovviamente questa polarizzazione serve ad una cosa soltanto, e cioè a rivivificare l'attuale finta opposizione tra destra e sinistra, in vista delle elezioni prossime venture.
Stanno caricando psicologicamente le appartenenze, come sempre, come nel 100% delle elezioni da mezzo secolo a questa parte.
Stanno caricando il meccanismo psicologico dello "schifo per la parte avversa" sul singolo tema (di solito tema di costume), in maniera che parta la molla "Pur di non mandare al governo quelli là (gli ALTRI) mi alleerei anche col diavolo!"
E siccome il diavolo si allea, appunto, con entrambe le parti, l'unico risultato certo è che alla fine sarà proprio lui a governare. | 11 040 |
| 15 | Il logoramento delle condizioni di vita non concerne solo la riduzione dei margini economici, ma concerne anche la costante crescita delle mille forme di rendicontazione, bollinatura, certificazione, tassazione, responsabilizzazione che lo stato odierno impone ai cittadini attivi. In sostanza, per tenere la testa sopra l’onda, la gran parte dei cittadini non solo deve abbrutirsi di lavoro, ma deve anche sentirsi costantemente sotto sorveglianza e sanzione. Le forze dell’ordine sono occhiute e inesorabili quando si tratta di sanzionare il cittadino medio che ha dimenticato una scadenza, ritardato una “certificazione verde”, messo un post offensivo verso il capo dello stato, o lasciato a casa la mascherina d’ordinanza per passeggiare sulla spiaggia.
Dopo di che esiste una parte della popolazione che è caduta al di fuori della “cittadinanza attiva” o non ci è mai entrata (così è spesso per i clandestini), che ha poco o nulla da perdere, e che proprio per queste ragioni di solito sfugge ad ogni effettiva sanzione.
La presenza di una parte della popolazione di “marginali” non è una novità, e finché i numeri sono percentualmente molto contenuti, il fenomeno rimane sotto controllo. Ma oggi, per la combinazione di una perdita di reddito degli autoctoni e di rilevanti flussi migratori, il numero delle persone “marginali” è in evidente aumento.
L’effetto di questa combinazione è semplice da capire.
Quando una persona della “fascia a rischio”, che fatica a rimanere nella “cittadinanza legale”, che tiene a malapena la testa sopra l’onda di piena, si scontra con una persona della fascia “marginale”, ciò che avviene è che la prima sente, simultaneamente, di poter perdere tutto e di essere sotto giudizio, mentre la seconda non ha nulla da perdere e si sottrae ad ogni giudizio (è impermeabile alla sanzione morale).
In altri termini, se qualche scalmanato (che può essere straniero come autoctono) mi danneggia l’auto in parcheggio, mi vandalizza i tavolini del bar, molesta i clienti, mi costringe ad accompagnare i bambini a scuola perché ha reso la strada inaffidabile, ecc., io, finché cerco di essere un buon cittadino, sono in una condizione di stress e fragilità. Un qualunque danno materiale serio mi può mandare gambe all’aria e qualunque mia reazione deve stare attentissima a rimanere entro il più rigoroso perimetro della legge, pena la possibilità di finire con la testa sotto l’onda. Di contro, chi agisce nella fascia “marginale” può muoversi con sostanziale tranquillità finché non si macchia dei crimini più gravi.
Questa situazione di attrito perenne e crescente tra una fascia della popolazione in caduta e una già marginale è una potenziale bomba ad orologeria sociale. La gravità di questo attrito non è percepita dalla fascia più benestante della popolazione, che tende a vedervi qualche lotta tra “visioni del mondo”, non capendo che ciò che per lei è un fastidio, per qualcun altro può essere la soglia del tracollo.
La soluzione per questo problema è semplice.
Da un lato, idealmente, bisognerebbe ridurre i fattori di attrito, il che significa la presenza di aiuti non solo per quelli già “caduti nella marginalità”, ma anche per quella ampia fascia a rischio di caduta. Ma dall’altro lato, bisogna creare le condizioni giuridiche e materiali affinché le forze dell’ordine possano intervenire in modo efficace. Semplicemente non è pensabile alimentare una situazione in cui le forze dell’ordine sono inflessibili con i padri di famiglia col mutuo, mentre latitano nei confronti della microcriminalità (“perché tanto domani sono di nuovo fuori”).
Non è bello né elegante parlare delle funzioni repressive dello stato, ma talvolta è necessario. E non in un’ottica ottusamente securitaria, ma in un’ottica sociale. Ci sono ambiti, come quello della microcriminalità, che colpiscono come una tassazione altamente regressiva: pesano enormemente sulle fasce sociali in difficoltà e lasciano esenti le fasce più ricche.
Fingere che questa sia una "questione di destra" è un tradimento di ogni istanza socialmente orientata. | 6 319 |
| 16 | L’ATTRITO
Da ieri ferve l'usuale discussione polarizzata su un episodio di per sé abbastanza insignificante, ma che ha avuto la ventura di venire filmato.
Si tratta, nelle sue linee di fondo, di un episodio banale: qualcuno, ubriaco, drogato o mentalmente instabile, agisce in modo insistentemente molesto, qualcun altro perde la pazienza e lo “mette a posto”, magari esagerando. Rientra nella categoria “risse di strada”. Chi ha più ragione o più torto è una questione di dettagli.
Il caso non avrebbe raggiunto gli onori della cronaca se non fosse capitato che il signore molesto era, a quanto pare, un profugo iracheno, mentre il “giustiziere” era, sempre a quanto pare, un militante di Futuro Nazionale.
A questo punto si è scatenato l’inferno sui social, con due “partiti” entrambi convinti di possedere l’unica corretta chiave interpretativa, e pronti ad azzannarsi.
Da un lato la lettura: “Migrante in difficoltà malmenato da fascista”, dall’altro lato la lettura: “Minaccia straniera neutralizzata da prode autoctono.”
Potremmo riderci sopra, se non fosse che l’ampiezza e virulenza delle reazioni ci mettono in guardia sul fatto che siamo nei pressi di una questione esplosiva. E interpretare correttamente tale situazione è importante, per evitare degenerazioni con tratti da “guerra civile”, che vediamo sempre più spesso – per ora in altri paesi europei. La questione reale va molto al di là dei dettagli del singolo episodio.
Una parte ha giustamente paura che venga promossa una visione della società dove ci si fa giustizia da soli e dove, dunque, alla fine vale la legge del più forte. Il modello statunitense dove, nei quartieri difficili, hai solo la scelta se farti proteggere dalla “gang di latinos” o dalla “fratellanza ariana”, non è qualcosa che nessuno sano di mente potrebbe auspicare. Tuttavia l’accusa ai “tifosi del giustiziere” di “razzismo” e “fascismo” credo manchi complessivamente il bersaglio.
Infatti le ragioni di chi plaude al “giustiziere” si basano in generale su qualcosa di assai meno astrattamente ideologico di “razzismo” e “fascismo”, qualcosa su cui vale la pena di spendere qualche parola.
La società italiana odierna conta un 10% di popolazione in povertà assoluta, mentre circa un terzo della popolazione non è in grado di affrontare una spesa imprevista (dentista, piccolo incidente d’auto, ecc.) di 1000 euro. Oltre a questa popolazione già in apnea, c’è un’altra ampia fetta di popolazione che percepisce anno dopo anno un’erosione delle proprie condizioni di vita e che, pur lavorando in maniera continuativa, spesso come lavoratori autonomi, arranca.
Ricordo che sociologicamente la piccola borghesia in fase di scivolamento verso il proletariato è sempre stata il bacino di coltura delle reazioni autoritarie del ‘900. L’invito qui, però, è non di pensare che se tiriamo fuori dal cappello le paroline magiche “nazismo” o “fascismo” abbiamo automaticamente capito qualcosa. Non è che la piccola-borghesia in crisi sia ontologicamente malvagia. Ci sono state ragioni per l’emergere di quelle crisi, e ci sono ragioni simili anche oggi. Usare come clave etichette del passato non serve a nulla se non si capisce cosa sta succedendo.
E ciò che oggi sta succedendo non è difficile da vedere. Oggi viviamo una micidiale combinazione di due istanze: un logoramento delle condizioni di vita della maggioranza e una latitanza della capacità di controllo dello stato verso i soggetti marginali (oltre che di aiuto per uscire dalla marginalità). | 5 520 |
| 17 | Questa scommessa è stata lasciata cadere volontariamente a partire dagli anni ’80, accettando l’equazione liberale per cui l’unica vera espressione democratica di cui era doveroso curarsi era il mercato.
Si accettò l’idea che i media non dovessero avere un ruolo formativo (niente più sceneggiati su classici, niente più “maestro Manzi”, ecc.), ma dovesse solo intrattenere, abbassando progressivamente le richieste ai fruitori.
Si accettò l’idea che l’istruzione pubblica non dovesse produrre cittadini, ma “forza lavoro” (fallendo peraltro anche questo obiettivo).
Si promosse l’idea della fine delle ideologie, sostituite tutte da un’unica ideologia, fatta passare per norma naturale: il mercato come luogo di incontro e realizzazione dei desideri individuali.
Con gli anni ’80 è dunque partito un processo di erosione che, se non arrestato, ha un unico punto di sbocco, ovvero una plutocrazia compiuta e istituzionalizzata. La plutocrazia che già intravediamo ha la stessa assolutezza di potere delle aristocrazie del passato, ma in un contesto gravemente degradato sul piano culturale. Al posto degli aristocratici e dei feudatari del passato – che almeno erano originariamente uomini d’arme e, spesso, avevano timor di Dio – oggi governano squali e usurai, ingranaggi di lusso dell’anonima macchina del capitale.
Ecco, oggi nel 2026, è passato quasi mezzo secolo da quando il nostro esperimento di democrazia reale ha cominciato ad arretrare. Due generazioni sono nate e cresciute in questa temperie.
Oggi, gli scritti popolari che Marx, Engels, Gramsci e tanti altri rivolgevano agli operai e ai contadini – e che ebbero enorme ricezione - verrebbero percepiti come pipponi intollerabili, robe astruse; chiederemmo all’AI di farcene un riassunto in una frasetta o un reel. Non è che gli operai di fine ‘800 fossero più colti della popolazione media odierna. No, è che pensavano di AVER BISOGNO di strumenti per sollevarsi dall’ottusità e dall’impotenza, e per ciò, per darsi strumenti di lotta, erano persino disposti a fare fatica. Ma oggi la sola menzione di un argomento del genere suona come inquietante elitismo. Si è abituati ad essere sedotti dai prodotti, inclusi i prodotti culturali, che ci devono blandire affinché li si compri. E naturalmente se l’aspettativa è questa qui, i politici che vengono allevati dovranno essere solo abili venditori di pentole, che una volta che il bonifico è arrivato e il set di pentole è a casa, spariscono, lasciandoti le pentole arrugginite.
Dunque, ritornando alla questione iniziale, a quello che ho chiamato “atto di fede”: se uno mi chiede oggi se sono convinto che possiamo evitare di andare a sbattere, se sono sicuro che potremo cambiare rotta, se ho fiducia che l’impegno delle persone di buona volontà verrà premiato, l’unica risposta che ho è: VOGLIO CREDERCI, perché solo volendolo esiste una possibilità (non una certezza) che quelle prospettive si realizzino.
Il sol dell’avvenir non ci attende quieto all’orizzonte.
È più probabile che all’orizzonte ci attenda l’incenerimento termonucleare.
Ma talvolta la fede, quando diviene collettiva, muove davvero le montagne. | 8 861 |
| 18 | SUL PROBLEMA DELLA DEMOCRAZIA
Ogni volta che mi sono accostato ad un’esperienza politica negli ultimi anni, una delle principali costanti è stata incontrare – proprio tra quelli che avrebbero più ragioni per auspicare un serio cambiamento di rotta – una forma di rassegnazione endemica, di sfiducia capillare.
Di fronte a qualunque tentativo di prendere sul serio la democrazia, cercando di portare istanze di popolo nelle istituzioni, nei governi locali o nazionali, innumerevoli persone pongono – con argomenti anche sottilmente diversi – una e una sola istanza scettica: “Pensi davvero che cambierà qualcosa?”
Ora, credo che l’unica risposta onesta sia sempre una: “VOGLIO CREDERE che sia possibile cambiare qualcosa.” La forma di questa frase è quella di un atto di fede. La ragione di questa forma è che qui siamo su un piano che potremmo chiamare delle “profezie autorealizzantesi”. È un piano frequente nelle dinamiche collettive.
Con un esempio, il denaro di per sé è una convenzione priva di valore in sé. Tuttavia il fatto che tutti credano che abbia valore, fa sì che esso funzioni davvero come una sostanza dotata di valore e produca tutte le conseguenze di una sostanza dotata di valore.
Sul piano personale la mia ascendenza famigliare appartiene a quei ceti, rurali o piccolo-borghesi, che prima della Rivoluzione Francese non avrebbero toccato palla, e anche dopo hanno faticato non poco ad essere minimamente calcolati.
Non vivo perciò la “democrazia” come un sistema istituzionale astratto, ma come un esperimento storico che di fatto ha dato parola a persone che altrimenti sarebbero rimaste il concime dei campi altrui.
E la maggior parte delle persone di qualità che ho conosciuto in vita mia appartenevano a questo stesso novero: non erano famiglie di antica nobiltà, né di antica proprietà, e in un mondo privo di elementi democratici non avrebbero mai avuto alcuna possibilità di alzare la testa e la voce.
Sono state davvero poche le fasi storiche in cui “democrazia” è stata più che un’espressione teorica.
Tra queste la più prominente è stata quella dei decenni che hanno succeduto alla Seconda Guerra Mondiale in Europa, e di cui ho percepito solo la coda in via di dissolvimento, negli anni ’80 del XX secolo. In quella breve, ma importante, fase storica non abbiamo assistito soltanto ad un miglioramento economico dei ceti popolari.
Abbiamo anche assistito ad una crescita della partecipazione, della consapevolezza politica, della capacità di comprendere i propri bisogni e l’interesse pubblico.
Senza idealizzare un periodo storico che pure aveva molti limiti, dev’essere chiaro che in quella fase storica siamo andati approssimando forme di democrazia reale. Praticamente tutti i diritti sociali e collettivi che ancora oggi ci permettono di tenere (per alcuni, e a malapena) la testa al di sopra dell’abbrutimento paraschiavistico sono stati ottenuti in quegli anni.
La democrazia è stata da sempre una scommessa complicata. Sin da Platone si sapeva che essa avrebbe avuto la tendenza a degenerare in demagogia e poi in tirannide. Perché ciò non accadesse era necessario “creare e coltivare” il popolo. E questo significava istruzione pubblica, funzione formativa dei media e stimolo costante alla partecipazione. La scommessa era che praticando la democrazia in forma partecipata il popolo sarebbe divenuto sempre più capace di esercitarla bene. | 7 155 |
| 19 | Questo sistema di potere, non aristocratico, ma plutocratico, ha modellato la società sull’idea che servire bene il pilota automatico del sistema è, per definizione, bene. Perciò delle idee, delle personalità, della coerenza, del rigore non interessa più niente a nessuno; sono atavismi, residui di epoche passate.
La qualità che viene oggi più ampiamente riconosciuta, più premiata, più accreditata, nelle aziende private come nelle istituzioni accademiche, nei partiti politici come negli uffici pubblici, è esattamente questa, il servilismo.
In prima istanza ad essere coltivata è innanzitutto la virtù di essere un buon ingranaggio, una leva, un servo-sterzo che si adegua a tutto senza alzare la testa.
In seconda istanza, per i più brillanti e promettenti, per i più “proattivi”, si persegue lo schietto talento prostitutivo, la capacità di “venire incontro ai desideri” del capo, del cliente, di chiunque abbia un qualche potere.
Un simile sistema, ovviamente, non produce più niente di nuovo, niente di originale, niente di significativo, in nessun campo (e se lo fa, si tratta di un incidente che viene messo sotto il tappeto). E intanto noi continuiamo a vivere nella paradossale illusione di essere la civiltà del merito, dell’individuo, dell’originalità, mentre abbiamo trasformato la grande civiltà che fu in un immenso pollaio di venditori di fuffa, escort, quaquaquraquà che come lo metti sta, leccaculo assortiti, e Rutte. | 9 768 |
| 20 | SULLO SPIRITO DEI TEMPI
Il Segretario Generale della NATO Mark Rutte è un olandese, membro del partito liberale, che negli ultimi tempi si è distinto per uno stile politico e comunicativo peculiare.
È un europeo che si congratula con sé stesso quando proclama che "Gli ordini bellici degli alleati Nato danno lavoro a 200mila statunitensi", non vedendo in ciò niente di strano.
È uno che vi spiega compunto quanto “sia giusto che il supporto chiave dagli Stati Uniti all'Ucraina sia pagato dai canadesi e dagli europei.”
È uno che quando gli chiedono conto delle guerre offensive della Nato in Libia e in Iraq non fa un plissé e assicura tutti sorridente che “la NATO è qui per difendere.”
È uno che chiama Donald Trump “papino” (Daddy) e che si addolora sinceramente quando deve riportargli, con voce sommessa, che alcuni stati europei non si sono sdraiati nel supporto ai bombardamenti americani sull’Iran: "So che ci sono stati casi isolati dei quali sei davvero deluso."
Rutte è in effetti una figura dello spirito. Rutte è uno che fa sembrare il mitico geometra Calboni un campione di dignità.
Con quella faccia che trasuda mediocrità, con quell’eloquio untuoso e spiaggiato, con l’assoluta serenità con cui si accuccia e si dedica con vigore a compiacere il padrone, è l’emblema di qualcosa di profondo nelle odierne classi dirigenti occidentali.
Noi siamo nati e cresciuti con un immaginario nutrito da personalità storiche di cui riconoscevamo la fermezza dei principi, magari principi altamente discutibili, magari principi distruttivi, e tuttavia principi, posizioni ideali cui nessuno poteva negare una (talvolta tragica, talvolta odiosa) dignità.
Che si parli di Fidel Castro o di Mao Tse Tung, di Adolf Hitler o di Winston Churchill, di Togliatti o di De Gasperi, di Che Guevara o di Garibaldi, ecc. ci si poteva azzannare sulle idee di cui erano portatori, odiarle o amarle, ma nessuno dubitava che fossero tutti personaggi dotati di una spina dorsale, di una volontà, di una coerenza.
Spesso ci sono state presentate le epoche passate, in cui prevalevano forme monarchiche o imperiali, come ordinamenti che favorivano l’adulazione dei cortigiani e con ciò impedivano il riconoscimento del merito.
Al contrario, ci siamo rappresentati la modernità liberale come il luogo dove finalmente l’individuo con la sua dignità, il suo pensiero, le sue idee, la sua capacità di innovazione poteva farsi strada e trovare riconoscimento.
Ecco, la schietta verità, verità incarnata in modo esemplare da una figura come l’attuale Segretario della Nato, è che il nuovo sistema di potere che il liberalismo ha portato alla luce ha incoronato e immortalato una nuova deflagrante forma di SERVILISMO. | 7 787 |
