Andrea Zhok
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频道 Andrea Zhok (@andreazhok) 意大利语 语言赛道中的 是活跃参与者。目前社区聚集了 11 663 名订阅者,在 政治 类别中位列第 4 410,并在 意大利 地区排名第 2 155 位。
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自 невідомо 创建以来,项目保持高速增长,吸引了 11 663 名订阅者。
根据 28 八月, 2026 的最新数据,频道保持稳定运转。过去 30 天订阅人数变化为 140,过去 24 小时变化为 9,整体触达仍然可观。
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- 互动率 (ER): 平均受众互动率为 111.58%。内容发布后 24 小时内通常能获得 70.39% 的反应,占订阅者总量。
- 帖子覆盖: 每篇帖子平均可获得 13 004 次浏览,首日通常累积 8 203 次浏览。
- 互动与反馈: 受众积极参与,单帖平均反应数为 0。
- 主题关注点: 内容集中在 potere, iran, occidente, diritto, popolazione 等核心主题上。
📝 描述与内容策略
作者将该频道定位为表达主观观点的平台:
“Antropologia / Filosofia / Politica”
凭借高频更新(最新数据采集于 29 八月, 2026),频道始终保持新鲜度与高覆盖。分析显示受众积极互动,使其成为 政治 类别中的关键影响点。
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Solo che è ben difficile che possa accadere niente di diverso se i progressisti studiati ti spiegano che il problema è che non c’è abbastanza mercato, che non abbiamo “razionalizzato” il mercato del lavoro, che la colpa è nostra, che non abbiamo fatto abbastanza austerity, che non siamo stati abbastanza aperti verso chi ci raccoglie i pomodori e ci paga la pensione, che non c’è abbastanza Europa, che non ci siamo internazionalizzati abbastanza, e che, in fondo, è comunque tutto un problema di percezione.
E dunque, che bisogna insistere con più mercato, più austerity, più Europa, più mobilità di merci, capitali e forza-lavoro. E più ore di educazione civica dedicate a “correggere la percezione”.
Che bisogna insomma insistere con la stessa ricetta, con la stessa interpretazione libresca, solo con più intensità, perché se la realtà non corrisponde ai libri che erano in programma tanto peggio per la realtà.
| 2 | Ieri Stefano Bonaccini (ex presidente del PD) ha esternato come segue:
«Il voto al primo e al secondo Trump, il voto per la Brexit - qualche anno fa - il voto in Germania a destra, quello alla Le Pen, quello in Italia, a Meloni e prima a Salvini e oggi forse a Vannacci - è un voto che vede in maniera maggioritaria il voto di chi ha poco studiato, di chi vive nelle aree interne o nelle periferie delle città e, come dice la Meloni, chi sta peggio economicamente».
Tutti a indignarsi perché un parlamentare PD dice cose da PD.
È un errore. Bonaccini ci sta dicendo con schiettezza un paio di cose sostanzialmente corrette.
Lo scandalo è il non-detto, di cui egli non sembra avvedersi.
La prima cosa che dice B. è semplice ed è un’onesta notazione di classe.
Le politiche della sinistra parlamentare oggi sono commisurate agli interessi dell'alta borghesia dei centri storici nelle grandi città (quella parte di popolazione che si rivolge all'armocromista, per intenderci).
Non c’è alcun dubbio che quella fetta di popolazione, che tradizionalmente era tutelata dalla destra liberale, oggi sia in gran parte conquistata al voto della sinistra di governo.
Che oggi gli interessi dei Parioli o di San Babila siano tutelati non solo dalla destra liberale ma ancor meglio dal PD è oggettivamente vero.
Se questo meriti una medaglia al valore politico, lo lasciamo valutare a Bonaccini.
La seconda cosa è il riferimento alla “cultura di fondo” di chi “ha poco studiato e vive nelle aree interne o nelle periferie delle città”.
Il problema non è quello che dice la Meloni, che dal suo punto di vista si limita a schiacciare la palla che Bonaccini le ha alzato, facendo l’offesa (“come si permette a dire che chi vota a destra è ignorante!”)
Il problema è che questa cosa, pur essendo in buona parte vera, implica qualcosa di molto diverso da quel che la sinistra “studiata” pensa.
È vero che i libri servono (i BUONI libri), e che chi ha un titolo di studio superiore TALVOLTA ha una maggiore frequentazione di buoni libri.
Ma la mera frequentazione scolastica e universitaria dei libri, ciò che garantisce un titolo di studio superiore, può essere tanto un fattore di illuminazione che un fattore di ottundimento.
I libri servono se consentono alle intuizioni della quotidianità, ai vissuti dell’esperienza di essere interpretati meglio, in maniera più comprensiva, più articolata, con più distinzioni.
Ma i libri (oggi più spesso le dispensine, gli appuntini in cui devi ripetere ciò che il docente vuole sentirsi ripetere) possono essere anche un modo per OBLITERARE quelle intuizioni e quei vissuti, per RIMUOVERE la propria esperienza sostituendola con una rappresentazione finzionale, con un’immagine compiacente.
Alla miopia dell’ignorante, che generalizza in maniera esagerata la propria esperienza, si può contrapporre la semplice astrazione di chi la propria esperienza la rimpiazza con un immaginario libresco.
Decidere quale dei due approcci faccia più danni è una bella sfida.
Chi non vede più di uno spicchio di mondo e vuole trarne conclusioni universali è miope, limitato, ma comunque qualcosa VEDE.
Chi però non ha INTEGRATO l’esperienza con l’astrazione, ma ha SOSTITUITO l’astrazione all’esperienza può rendersi del tutto impermeabile alla realtà.
Ed è così che oggi un idraulico, un agricoltore, un negoziante di periferia possono aver registrato che nell’ultimo quarto di secolo lavorano di più guadagnando di meno, che la pensione si allontana, che intere aree della città sono diventate insicure, che il medico di famiglia è sparito e che se vuoi curarti devi pagarti la visita privata, che fare benzina o scaldarsi d’inverno è diventato un salasso ingestibile, ecc. possono registrare tutto questo e possono anche cadere in interpretazioni semplificatorie promosse dalla destra. | 2 768 |
| 3 | IL NUOVO PARADIGMA
Dal 2020 l’Occidente è entrato in una logica di guerra, con elementi di un’economia di guerra e una gestione di tipo bellico della politica interna, dei media e della politica estera.
Le origini dell’ingresso del paradigma bellico nel mondo occidentale sono abbastanza semplici da capire:
1) L’Occidente a guida americana ha perso la capacità di imporre le proprie “ragioni di scambio” a livello internazionale e questo ne limita la capacità “estrattiva” e i margini di profitto. Un sistema come quello vigente non può reggere una prospettiva di prolungata stagnazione o contrazione. Per uscirne agli USA e ai suoi sodali non resta che utilizzare la migliore carta rimasta: la relativa supremazia dell’apparato industriale-militare.
2) Passare ad una gestione bellica del sistema consente:
a) di esigere che le risorse pubbliche vengano cooptate in direzione di un “grande sforzo comune” di difesa, che fornisce sangue a selezionati grandi gruppi privati, fornitori di ciò che serve.
b) di passare ad una gestione bellica della cosa pubblica, con centralizzazione verticale delle decisioni, sottratte ad ogni vaglio democratico (l’urgenza non consente quel lusso che è la democrazia).
c) di slittare verso un’economia di guerra, dove interi settori possono essere arbitrariamente spazzati via, bloccati e riconvertiti.
d) di impoverire la popolazione media, incrementando così il potere contrattuale delle oligarchie finanziarie e rendendo i lavori più rischiosi e deprecabili (come il militare in tempo di guerra) comunque appetibili.
e) di legittimare ogni forma di controllo sull’informazione, di censura, di sanzione e coercizione dei disobbedienti, distruggendo sul nascere ogni possibile opposizione. Va da sé che di fronte all’impellenza della minaccia chiunque non cooperi è nominalmente un alleato del nemico, è parte del problema e va trattato come tale.
Ora, potremmo discutere all’infinito se la strategia pandemica sia stata parte intenzionale di questo cambiamento di paradigma o se sia stata solo un’occasione colta per testare un progetto già predisposto.
Ciò che è davvero importante è capire che quei meccanismi li abbiamo visti già all’opera nel 2020-2022 e che hanno dimostrato la loro straordinaria efficacia. Se si sostituisce “guerra alla Russia (o ai Brics)” con “guerra al virus” si può osservare come la dinamica strutturale sia stata precisamente la stessa.
Drenaggio opaco di denaro dal pubblico al privato; decisionismo verticale con sospensione delle procedure democratiche (decretazione d’urgenza); blocco economico di interi paesi; impoverimento medio della popolazione (ed arricchimento di pochi grandi gruppi); distorsione, manipolazione mediatica, censura, esposizione degli insubordinati come capro espiatorio.
In questo momento noi abbiamo il privilegio di aver visto la potenza di fuoco di quella manipolazione, la sua efficacia, la sua capacità di generare da un giorno all’altro comportamenti letteralmente opposti a tutto ciò che fino al giorno prima era considerato giusto e normale.
Per quanto oggi quasi nessuno in Europa e in Italia voglia la guerra, nessuno si illuda. La maggioranza della popolazione è composta o da beoti, o da persone distratte da altre necessità della vita: persuaderla di qualunque cosa, presentando in modo plausibile una minaccia grave e immediata, non è affatto difficile.
E una volta partita la giostra, una volta che anche solo dubitare della direzione presa diverrà sinonimo di cooperazione col nemico, il gioco è fatto. | 7 113 |
| 4 | Concludendo, siamo davvero di fronte alla fine di quel fenomeno culturale e sociale che ha preso il nome di “woke”?
Ma figuriamoci!
Il fatto stesso che si possa pensare che un piccolo cambiamento di parole d’ordine strumentali, in chiave elettorale, possa decretarne la fine è l’indicazione più chiara che chi lo pensa non ne ha percepito la radicalità e profondità.
Fino a ieri l’ordine di scuderia era: “Non esiste alcun woke”, ed oggi si passa senza un fiato a “Ce lo siamo lasciato alle spalle, non c’è niente da discutere.”
Solo che due intere generazioni sono nate e cresciute in un’atmosfera culturale in cui le parole d’ordine woke, e il suo tessuto profondo, sono stati dati per scontati.
Il retroterra profondo del woke è qualcosa di molto serio, di cui ciò che chiamiamo “woke” è solo una ramificazione. Non è uno scherzo. È letteralmente una rivoluzione culturale, dagli esiti catastrofici.
Questo retroterra è quello di un radicale relativismo culturale, degenerato fino a relativismo individuale (dove ogni singolo individuo ha la “propria cultura”). L’idea (idea ben rappresentata, ad esempio, da idee come la nozione di “gender fluid”) è che la sfera organica è un’appendice unilateralmente dipendente dalle persuasioni soggettive, le quali sono sovrane.
Molto più profondo di qualunque relativismo storico, qui si è fatto spazio, come fosse la cosa più ovvia, ad una prospettiva dove non esiste alcuna sostanziale base naturale dell’umano e dove anche gli ordinamenti collettivi (storia, costume, tradizione) sono trattati alla stregua di pregiudizi arbitrari.
Questa non è una moda, è uno slittamento antropologico che richiederà decenni per essere corretto (se mai lo sarà). | 4 682 |
| 5 | Questa soggettivizzazione del diritto e delle pretese di tutela ha aperto il Vaso di Pandora per cui ogni persuasione soggettiva, che sia solidamente fondata o che sia il frutto di un fragile convincimento divenuto un’idea fissa, comunque poteva e doveva ricevere una tutela normativa. Abbiamo così straziato la lingua italiana con un profluvio di goffaggini prive di senso per andar dietro a rivendicazioni fondate sul nulla (es.: il plurale sovraesteso è sempre stato usato e percepito come neutro: l’uso crea il significato; questo finché qualcuno non si è inventato che si trattava di una discriminazione). Parimenti abbiamo dato spazio a pretese lesive di diritti altrui, come la pretesa che la mia autopercezione come donna debba diventare il diritto a poter gareggiare nelle squadre femminili, o che le mie fantasie maschili di maternità possano legittimare esperimenti sulla pelle di un nascituro, ecc. ecc.
4) LA FRAMMENTAZIONE ORIZZONTALE.
Sul piano sociale questo passaggio dai diritti civili universalisti (come il diritto di voto) a pretesi diritti civili soggettivisti (fondati sull’autopercezione) ha prodotto un macroscopico effetto di frammentazione orizzontale della società, trasformandola nell’agone permanente di lobby battagliere per diritti speciali.
Questa tendenza è venuta incontro in maniera mirabile ai desideri concomitanti dei ceti dominanti del periodo neoliberale. Non è affatto un caso che la trasformazione soggettivistica dei diritti civili sia avvenuta esattamente in parallelo con la “rivoluzione neoliberale”. Quella tendenza è riuscita a rimpiazzare nei discorsi pubblici del “progressismo” tutto ciò che prima era rivendicazione di diritti per tutti in una proliferazione di fratture orizzontali. L’effetto storico di lungo periodo è stato che le battaglie davvero difficili, quelle che sfidavano la sinistra a confrontarsi con il vero potere, sono state progressivamente messe in cantina, per comodità ed opportunismo, lasciando in primo piano un florilegio di battaglie folcloristiche, incomprensibili ai più, spesso destinate a porre diverse lobby interne ad un stesso movimento politico in conflitto. E nonostante tutti i proclami sulla possibilità di far convivere diverse battaglie, la semplice verità è che la politica è fatta di priorità, e se pensi che il tuo problema sia il “soffitto di cristallo” delle manager, ti mancherà lo spazio per occuparti del "pavimento di fango" di chi fatica sul serio.
5) IL WOKE È MORTO, VIVA IL WOKE! | 4 358 |
| 6 | Spesso sul tema “woke”, “politicamente corretto” ecc. viene fuori spesso a sinistra l’argomento “non è mica detto che diritti civili e diritti sociali non possano svilupparsi assieme”. Questo argomento, apparentemente sensato, è in verità un completo marasma.
È semplicemente falso equiparare le tematiche woke con i “diritti civili”. Moltissimi diritti civili si sono sviluppati benissimo a fianco dei diritti sociali per lungo tempo.
Ma si trattava di una specifica classe di diritti civili, ovvero quelli che chiedevano EGUAGLIANZA formale, EGUAGLIANZA giuridica tra tutti i cittadini. Diritti del lavoro e diritto di voto si sono sviluppati armonicamente gli uni accanto agli altri. L’eguaglianza davanti alla legge indipendentemente da razza, sesso, orientamento sessuale, ecc. è un portato dello sviluppo sociale complessivo degli ultimi due secoli.
Ciò che viene costantemente messo sotto il tappeto è che tra gli anni ’70 e gli anni ’80 del XX secolo – gli anni in cui emergono le tematiche confluite nel “woke” – si impone un paradigma di diritti soggettivi che non ha più niente a che fare con il paradigma egalitario precedentemente in vigore. Ciò che emerge è un paradigma “rivendicazionista” in cui si assume che anche se non ci sono più discriminazioni di legge, ora bisogna rivendicare diritti speciali per gruppi specifici. L’idea di fondo è quella di un “diritto compensativo”, tale per cui si assume che un certo gruppo sia in una condizione di particolare bisogno o sofferenza o abuso tacito e si attivano tutele speciali a compensazione di questi “bisogni”.
Ma qui naturalmente tutto cambia.
Un conto è dire che Mario e Maria devono avere entrambi diritto di voto. Questo è facile da spiegare ed è facile da dimostrare che prima Maria non aveva il diritto di voto e Mario sì. Ma se si assume di dover fornire compensazioni per bisogni, sofferenze, abusi che non sono manifesti, ma presunti, allora si scatena una infinita rincorsa di mille gruppetti e lobby nel dipingersi come “bisognosi di compensazione”.
Ed è quel che è avvenuto. È nata così un’intera letteratura sulle “microviolenze”, su presunte prevaricazioni che sarebbero implicite in certe parole, in certi comportamenti, in certi costumi. Alle volte queste “microviolenze” esistevano, più spesso erano pura opera di fantasia, ma il vero problema è il mutamento di paradigma: a questo punto si è scatenata una rincorsa all’ottenimento di diritti speciali (diritti destinati non alla collettività, ma a sottogruppi), e la base per rivendicarli si è soggettivizzata: non più ciò che esteriormente tutti potevano vedere ma ciò per definizione era nascosto e che veniva soltanto percepito soggettivamente come sofferenza privata.
C’è tutta la differenza del mondo tra essere tutelati dall’esercizio altrui della violenza (cosa sulla cui giustezza nessuno sano di mente ha dubbi) e l’essere tutelati rispetto al fatto che un modo corrente di usare le parole sia da qualcuno ritenuto una violenza metaforica, un’aggressione alla propria dignità. C’è tutta la differenza del mondo tra chiedere che ci sia tolleranza per come ci sentiamo, e dichiarare che se il mondo non riconosce come noi ci autopercepiamo (e non lo rende realtà) questa sarebbe una violenza. | 4 162 |
| 7 | “IL WOKE È MORTO, VIVA IL WOKE!”
Si stanno celebrando in questi giorni i funerali del “woke”. Come sempre gli ordini di scuderia sono partiti dagli USA dove l’icona progressista Alexandria Ocasio-Cortez, in vista dei prossimi appuntamenti elettorali, ha fatto uno spostamento tattico per recuperare il voto popolare perduto dai progressisti: “Controordine compagni, ci siamo concentrati sul woke mentre abbiamo perso contatto con il mondo del lavoro.”
1) IL CONFORMISMO MANNARO.
Una prima osservazione. Qualcuno potrebbe dire che il woke è nato come è morto: senza una ragione, senza una spiegazione razionale, semplicemente sull’onda dell’opportunismo e del conformismo di gruppi autorevoli annidati innanzitutto e principalmente nelle università americane.
In effetti il dato più eminente della cultura woke – termine vago che copre una trasformazione culturale che parte dagli anni ’70 – è che non ha mai funzionato come un dispositivo razionale. Esso ha sempre funzionato soltanto come un dispositivo stigmatizzante, che minacciava i non conformisti di “sanzioni morali”, e in un secondo tempo anche di sanzioni materiali. La principale caratteristica del “woke” è che il discorso argomentativo non è mai stato accettato, le obiezioni non sono mai state accolte su un possibile piano di pari dignità, le tesi sono state sempre calate dall’alto (promosse da uffici politici di minoranze combattive) e imposte con l’implicito ricatto che chi non vi si conformava era un “odiatore”, un “omofobo”, un “razzista”, insomma un essere umano disgustoso come cui semplicemente si dovevano tagliare i rapporti.
Questo “conformismo mannaro”, questo meccanismo di stigmatizzazione e bullizzazione ha sempre funzionato eccellentemente solo nei gruppi sociali apicali, quelli che funzionano essenzialmente per cooptazione, cioè attraverso il consenso interno al gruppo di appartenenza: giornalisti, accademici, magistrati, ecc. Si è così arrivati ad una situazione in cui gran parte degli “insider” di questi gruppi hanno aderito in maniera automatica ed acefala a tutti i diktat woke, che è diventato una sorta di codice interno implicito, mentre i gruppi sociali che ne erano estranei (cioè più o meno tutte quelle che una volta si sarebbero chiamate le “masse lavoratrici”) ne sono rimasti al di fuori, creando quella cesura culturale e di ceto che ora Ocasio-Cortez e i suoi seguaci cercano di colmare.
2) L’IRRAZIONALISMO “BUONO” PRESERVA L’IRRAZIONALISMO “CATTIVO”.
Proprio questo modo di operare ha favorito, sciaguratamente, il preservarsi di bolle di dogmatismo e ignoranza, bolle pronte a riemergere intoccate. Infatti, se imponi le tue tesi come fossero dogmi della santa inquisizione, è del tutto naturale che chi sfugge all’imposizione si senta rafforzato nel coltivare i propri di dogmi. Se davvero fossimo di fronte al “tramonto del woke” uno dei primi effetti preoccupanti è che a riemergere non saranno soltanto le mille cose ragionevoli che sono state insensatamente represse negli scorsi decenni, ma anche gli autentici omofobi, gli autentici razzisti, gli autentici sessisti (abbiamo visto sprazzi di questa dinamica nella figura di Trump in America). A questi soggetti retrogradi ma minoritari potrebbero oggi unirsi tutti coloro i quali, e sono tanti, hanno covato un motivato risentimento per anni rispetto agli abusi del woke, in un ritorno del pendolo storico.
3) LA GRANDE TRASFORMAZIONE. | 4 397 |
| 8 | Comunque la miseria umana di gente che aggredisce una famiglia che ha appena perso una figlia è allucinante, lascia proprio senza fiato.
Il gusto del frustrato di poter dire "Haha, se lo è voluto, ben gli sta!" è tutto lì, squadernato davanti ai nostri occhi.
Incidentalmente, siccome il vaccino per la difterite non mi pare sia obbligatorio né in Germania, né in Spagna, né in Portogallo, né in Austria, né in Svezia, né in Danimarca, né in Irlanda, né in Lussemburgo, né in Islanda, né in Norvegia, né nel Regno Unito, se un piccolo tedesco in vacanza si ammala di difterite, che fate?
Lo perculate?
Intonate il coretto "ben gli sta", visto che appartiene a una comunità retrograda?
La semplice amara verità è che questo paese è pieno di nazistelli, di vigliacchetti, di gente che sta in agguato con il solo segreto desiderio di potersene venire fuori con una delazione, con una rivincita, con un piccolo splendente momento in cui sentirsi nel coro dei migliori, per poi tornare alla propria mediocrità. | 19 063 |
| 9 | Rimbomba su giornali e social media il caso di una bambina di 4 anni morta forse di difterite.
Sul caso specifico c’è poco da dire finché non verranno fatti i dovuti accertamenti da parte delle autorità competenti.
Più interessante è notare il senso dell’operazione di roboante sciacallaggio, avviata da giornali e telegiornali sul corpo ancora caldo di una bambina.
L’oggetto dell’operazione è il fatto che la bambina, a quanto sembra, non fosse vaccinata contro la difterite. Sulla base di questo fatto si è scatenata la torma dei burionidi, nostalgici del bei tempi del Covid.
Ora, premesso che - per quel poco che contano i pareri personali - credo che vaccinarsi per una malattia seria, per cui esiste un vaccino ben testato, come la difterite sia assai raccomandabile, la cosa più interessante da notare mi pare un’altra.
La difterite è una malattia seria, ma si cura. Qui, a quanto pare, non è stata curata.
Ora se cominciamo ad avere un sistema sanitario sovraccarico, medici di famiglia introvabili, sanitari affaticati e con sempre minore esperienza clinica, la possibilità di NON venire curati per problemi CURABILI cresce esponenzialmente.
Questo è il dettaglio che viene sempre trascurato quando si scatenano le tempeste sul tema “vaccini”.
I vaccini sono dispositivi somministrabili da chiunque, che rappresentano un trasferimento diretto dalle casse pubbliche alle multinazionali del farmaco.
Le vaccinazioni sono quel mezzo sanitario che, idealmente, salta la necessità della cura (anche se le cure esistono e anche se, ricordiamo, nessuna vaccinazione copre al 100%).
Pompare i vaccini significa immaginare un sistema in cui non c’è bisogno di cure ospedaliere.
Ora, concedendo tutto quello che si vuole sull’utilità dei vaccini, che non è qui in discussione, nessuno vede uno schema in un sistema che:
a) terrorizza la popolazione amplificando ogni notizia a ciò funzionale;
b) cura i malati in modo sempre più inefficiente, spingendoli verso il privato;
c) promuove come salvifico l’unico dispositivo sanitario che non richiede ospedali pubblici funzionanti e che rappresenta un guadagno netto per le aziende farmaceutiche?
Non cascano troppo bene tutte le tessere del puzzle? | 13 896 |
| 10 | Ieri You Tube ha rimosso il canale del regista serbo Emir Kusturica (30.000 iscritti, 10 milioni di visualizzazioni).
Il canale è stato bloccato senza avvisi, ammonimenti, notifiche o motivazioni manifeste.
Naturalmente tutti sanno che il motivo della rimozione sono le posizioni culturalmente filorusse di Kusturica.
Un click dal nulla di un’azienda di telecomunicazioni privata e un famoso cineasta internazionale può scomparire dalla scena pubblica.
Ecco, quando qualcuno vi racconta che il sistema si cambia dall’esterno, che lo Stato e le istituzioni sono orpelli inutili, ricordategli che in assenza di una tutela istituzionale, giuridica, pubblica – in un mondo di relazioni mediate da telecomunicazioni e tecnologia – ciascuno di noi è solo uno schiavo in temporanea libera uscita.
Quanto più cresce il potere della tecnologia nelle relazioni tra persone e nelle relazioni produttive, tanto maggiore è il potenziale di coercizione privata.
Questa è una tendenza storica fondamentale che bisogna avere ben chiara.
Ogni incremento di potere tecnologico che la storia presenta è un potenziale aumento di potere del singolo (detentore di capitali) sui molti.
Questa tendenza non è arrestabile quanto non è arrestabile il progresso tecnologico.
Dunque esiste una tendenza progressiva alla concentrazione di potere.
L’unico modo noto che abbiamo per compensare questo processo, e limitarne la pervasività, consiste nell’avere a disposizione strutture istituzionali di tipo democratico: Stati efficienti con sovranità popolare.
Che gli stati odierni in Occidente siano ben lontani dall’essere Stati efficienti con sovranità popolare è un argomento non contro il ruolo degli Stati, ma a favore di un impegno per correggerne la rotta.
Ogni struttura istituzionale, per essere sana, deve riposare su basi personali e comunitarie solide: le strutture istituzionali non sono una soluzione automaticamente ottimale. Al contrario, possono essere trappole burocratiche, fucine di astrazione.
E tuttavia, chi pensa di poterne fare a meno, e preferisce fantasticare di mera resistenza individuale, passaggi al bosco, e rivoluzioni prossime venture è meglio che spenga Netflix. | 14 720 |
| 11 | Israele e USA hanno una notoria e capillare capacità di modellare la realtà percepita.
Larry Sanger, cofondatore di Wikipedia, ha rivelato come la CIA abbia operato una sistematica revisione delle pagine di Wikipedia, per anni, nell’interesse del governo USA, di “governi amici” e di alcune corporations.
Sappiamo che Israele sta allocando per le campagne propagandistiche (hasbara) enormi investimenti. Alla luce del sole ci sono 726 milioni stanziati per il 2026, ma molto altro (vedi il condizionamento dell’Eurovision o l’avvelenamento delle fonti delle AI, via società come Clock Tower X) passano per canali indiretti.
Questo dato di fatto spiega la manifesta costante crescita delle campagne antiislamiche sui social media. Solo nella giornata di ieri ho contato tre post virali, con profluvio di like, che una breve indagine ha rivelato essere del tutto falsi (richiesta di adozione della Sharjia in Michigan, presunta persecuzione dei cani in quanto animali impuri, filmati di origine irrintracciabile descritti come spedizioni punitive di gruppi di islamici.)
Questo turbinio di menzogne, mezze verità distorte o schiette diffamazioni è il concime su cui fioriscono le esternazioni dei nostri Vannacci, che drenano parassitariamente sangue dalle paure di molti, non per cercare di risolverle, ma per esacerbarle a fini elettorali.
Il problema però non è l’uso elettorale: il punto di caduta di queste iniziative è ben più grave.
Avendo il mondo visto il vero volto di Israele negli ultimi anni, la hasbara sta promuovendo un’operazione correttiva di soft power, che ripresenti Israele (e gli USA) nelle vesti sbiancate del “baluardo antiislamico”.
Abbiamo visto che per questi attori internazionali il fine giustifica ogni mezzo. Al di là degli utili idioti che si prestano al gioco per qualche voto in più, il problema è che l’odio fomentato è reale: si sta spargendo massivamente benzina in un’area fumatori.
E siccome gli esagitati ci sono in ogni gruppo, non ci vuole niente per organizzare un bel Bataclan e una guerra civile, come premessa per uno “scontro di civiltà”.
Chi diffonde questa spazzatura è complice di ciò che seguirà. | 11 087 |
| 12 | Segnalo per gli interessati:
https://www.youtube.com/watch?v=vXFnHmkk-HI | 7 299 |
| 13 | C’è chi dice che il riarmo italiano è il prezzo da pagare se vogliamo sovranità. È possibile. È vero che non ci si deve illudere che ci aspetti un futuro irenico dove le capacità di difesa militare saranno irrilevanti.
E però, cos’ha questo a che fare con l’attuale politica di riarmo italiano?
In primo luogo, per discutere di esigenze militari si parte da un’analisi di quello che manca e che è richiesto nei conflitti attuali. Non si parte dal budget. Non si parte da quanti soldi si vogliono spendere. Quest’ultimo è il ragionamento di chi non sta pensando alla difesa, ma alle commesse per gli amici degli amici.
Ma non solo.
Le esigenze odierne della difesa passano, prima che da munizioni e carri armati, dalle infrastrutture delle comunicazioni e dai software dedicati.
Ora, esattamente come si pensa di difendere la Patria con un sistema di telecomunicazioni consegnato a fondi esteri come il fondo KKR? Come si pensa di “fare la guerra” con sistemi informatici nazionali che girano su software made in USA? E che dire degli F-35 (100 milioni di euro), con i software di utilizzo in costante bisogno di aggiornamento, per cui se l’Italia vuole farli partire deve aver di fatto il permesso americano?
Dunque, non raccontiamoci balle.
Qui non si tratta affatto di preparare una difesa del paese nello spirito dell’art. 52 della Costituzione. Si tratta di continuare ad essere un’appendice dell’esercito americano, ma questa volta un’appendice spesata al 100% dall’erario italiano e più sacrificabile di prima.
Se dovessimo reistituire la leva, a queste condizioni non sarà per difendere la patria, ma per fare piaceri alle èlite finanziarie che muovono le fila di Washington (e di Bruxelles) fornendo giovani italiani come carne da macello.
Vogliamo parlare di dovere costituzionale della difesa della nazione? Parliamone.
Ma per parlarne sul serio, prima ritiriamoci dalla Nato.
Poi costruiamo una capacità di gestione autonoma in tutti i settori nazionali “dual use”, dall’elettronica alle telecomunicazioni, ai software (sovranità digitale). Costruiamo una rete satellitare nazionale.
Poi forse potremo parlare, senza mentire, di investimenti per la difesa della patria. | 15 508 |
| 14 | Segnalo per gli interessati: https://www.youtube.com/watch?v=0xcaIMgROhU | 6 284 |
| 15 | Ieri, tre ragazzini (13-14 anni) di Pradamano (UD) hanno cercato di vendere limonata ad offerta libera per comprarsi un Ciao; un passante li ha denunciati per vendita senza licenza, e la forza pubblica è intervenuta per punire l’illecito.
C’è chi ha deprecato il denunciante, chi l’intervento della polizia.
Ma questo episodio, nella sua banalità, mette il dito sulla piaga di una questione enorme, che ci coinvolge tutti: la questione delle norme sociali.
In ogni società esistono due tipi di norme, quelle INFORMALI, basate sul costume e sulle aspettative condivise, e quelle FORMALI, basate sui codici e sull’intervento della forza pubblica.
Nelle società arcaiche esistevano solo norme informali fondate su costumi, tradizioni, comunanza culturale.
Con il complessificarsi delle società, vennero introdotte leggi scritte e sanzioni erogate da giudici terzi, come elemento complementare, integrativo delle norme informali.
Il dramma della società europea contemporanea è di aver spinto all’estremo la sostituzione delle norme informali con quelle formali.
Nel mondo che abbiamo costruito per ogni conflitto, disaccordo, violazione, attrito, offesa, molestia bisognerebbe ricorrere all’intervento di un giudice terzo (carabiniere, magistrato, Stato).
Questa sostituzione è tecnicamente impossibile. Per ragioni sia logiche che pratiche le normatività informali non possono essere tutte rimpiazzate da articoli di legge. Dovremmo avere tutti un carabiniere e tribunale portatile a seguito.
Qui però viene fuori un enorme problema.
Infatti, per non poggiare sulle leggi formali devi poter contare sulle norme informali.
E queste funzionano soltanto in società con un elevato grado di comunanza culturale (costumi, tradizioni).
Ma noi ci siamo vantati di aver costruito società “aperte” e “cosmopolite” dove quella comunanza culturale è in gran parte abolita.
Però, quanto meno puoi contare su un retroterra comune con chi ti circonda, tanto più devi confidare sulla forza pubblica.
Ergo, l’esito delle società aperte e cosmopolite è una parabola legalista, securitaria, di sorveglianza e controllo, il cui eroe è il cittadino che denuncia i ragazzini che vendono limonata senza licenza. | 25 188 |
| 16 | Le idee contano, eccome se contano.
La sovrastruttura culturale influenza la struttura economica, non solo viceversa.
E l’esempio più mirabile di ciò è il processo culturale che ha demolito l’Italia portandola da 5a potenza mondiale negli anni ’80 (Pil procapite come la Germania) a 28a per Pil procapite oggi.
Esiste un fiaba con cui i giornalisti a gettone hanno infarcito le nostre teste: la storia dell’Italia spendacciona, che avendo vissuto al di sopra delle sue possibilità ha prodotto perciò un mostruoso debito pubblico, condannando le generazioni successive alle catene debitorie.
È stata un’invenzione prodotta e pompata nell’atmosfera della rivoluzione neoliberale.
Come molti sanno, ma è bene ricordarlo, la catastrofe debitoria degli anni ’80 (debito dal 60% al 120% del PIL) fu dovuta a una precisa scelta politica, cioè al cosiddetto “divorzio tra Tesoro e Banca d’Italia”: la rinuncia a contenere i tassi di interesse acquistando i titoli del Tesoro non collocati nelle aste pubbliche.
Questa scelta fu presa perché i responsabili economici del paese (Andreatta,Ciampi, ecc.) decisero di imporre al paese un “vincolo esterno”, subordinando lo stato frutto del patto costituzionale all’“equilibrio dei mercati internazionali”.
La verità è che la spesa pubblica, al netto degli interessi sul debito, aumenta un po’ all’inizio degli anni ’80 per poi rimanere stabile dal 1985 al 2001. Ad esplodere è la spesa per interessi sul debito, che si impenna proprio con il “divorzio” del 1981.
Ergo: economisti nutriti di teoria neoclassica, formati su manualistica anglosassone, sensibili alle nuove èlite neoliberali decisero di “dare una lezione” alla giovane democrazia italiana, togliendo potere alla politica e consegnandola al mercato dei capitali.
La china delle privatizzazioni dell’industria pubblica ne fu una conseguenza, con la scusa di usare i soldi per ridurre il debito pubblico (fallendo).
La tecnocrazia si è imposta sulla democrazia.
L’ideologia neoliberale si è imposta sullo stato sociale.
Il futuro di una nazione è stato dato in ostaggio, rovinando due generazioni (finora).
Traditori. Sovversivi. Golpisti in doppiopetto. | 16 686 |
| 17 | Poche cose sono più insopportabili di atlantisti filoamericani, sostenitori da sempre delle virtù del mercato che si impancano a difensori dell’Identità Italiana.
L’identità italiana non è stata fatta a pezzi dalle moschee ma dai McDonald’s, dalle basi americane, da Hollywood, da un profluvio di scarti culturali a stelle e strisce che ha invaso ogni ganglio della nostra cultura.
La cultura italiana è stata massacrata da quelli che hanno promosso il libero movimento di merci, capitali e forza-lavoro nel nome delle gioie della globalizzazione e del conto in banca.
Il cattolicesimo italiano non è stato messo all’angolo dall’Islam, ma si è messo all’angolo da solo accettando ogni sorta di compromesso pop e pensando di conquistarsi, a colpi di marketing, una fetta del “mercato delle religioni”.
L’identità italiana è stata demolita da chi l’ha immaginata non come una tradizione vivente da coltivare, ma come un “brand” da vendere, il “made in Italy”, la svendita da parte dei nipoti degeneri del patrimonio e della fama conquistata dagli antenati.
L’identità italiana è stata scarnificata da slogan come le “tre I” di Berlusconi (Inglese, Internet, Impresa), seguita da emuli persino peggiori (Renzi, Gelmini), che non sono mai riusciti a immaginare il paese se non come colonia USA.
L’unità italiana è stata logorata dalla privatizzazione delle aziende pubbliche, dal competitivismo neoliberale negli ospedali, nelle scuole, nelle università, istituzioni oggi rivolte sempre meno al servizio del cittadino e sempre più alle gare a premi per ottenere premietti ministeriali.
La prevalenza della competizione sulla cooperazione, tra istituzioni, e dentro di esse ha spostato enormi risorse dal “servire i cittadini” all’“essere attrattivi”, dal “fare bene” all’“apparire fighi”.
Queste e un’infinità di altre porcate le avete volute voi, atlantisti filoamericani, mercatisti neoliberali.
Ed oggi, come non bastasse, volete spiegarci che il vero pericolo all’identità italiana è la minaccia islamica, lo “scontro di civiltà”?
Laddove la nostra civiltà da salvare sarebbe il diritto al Bic Mac.
E tutto per ottemperare ai desideri delle ambasciate israelo-americane.
Pericolosi pagliacci | 16 115 |
| 18 | Un mesetto fa l’incontinenza verbale del Segretario della Nato Rutte ha messo al corrente l’opinione pubblica italiana che da Sigonella e Aviano erano partiti 500 voli a sostegno dei bombardamenti americani sull’Iran.
Ieri siamo venuti a sapere che da quattro mesi l’Italia ha dispiegato nel Golfo Persico 400 membri dell’Areonautica e 300 dell’Esercito, più caccia Eurofighter, Aerei di sorveglianza, ecc., sempre a sotegno dell’aggressione statunitense all’Iran.
In sintesi, il governo Meloni ci ha coinvolto in una guerra di aggressione illegale, non dichiarata, senza mandato parlamentare, in forma clandestina e occulta.
Ricordo, per quanto nessuno oramai sembri farci caso, che la Costituzione italiana, all’art. 11, dichiara che “L'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”.
Ergo il comportamento del governo è manifestamente anticostituzionale.
Non mi intendo abbastanza di diritto per sapere se ci sono gli estremi per un procedimento formale di messa sotto accusa, ma quel che è certo è che questo modo irresponsabile di agire ci mette tutti in pericolo, su questo come su altri fronti.
Il giorno in cui ci troveremo a scavare sotto qualche ammasso di detriti, non avremo neanche il piacere di sapere da dove il colpo è arrivato, e perché. | 18 326 |
| 19 | Nei commenti sulla questione dell’invasione di migranti illegali a Ceuta gira parecchia confusione e, come al solito, parecchia ignoranza.
Tre osservazioni.
1) In primo luogo, Ceuta è sul continente africano, per quanto territorio spagnolo. Dunque per giungere sul territorio del continente europeo devono ancora attraversare lo stretto di Gibilterra. Se lo faranno o meno è decisione politica e giuridica, non è esito automatico dell’invasione.
2) In secondo luogo, Ceuta ha un regime speciale, tale per cui chi parte da lì per prendere un traghetto o un aereo deve superare un controllo dei documenti, che devono dunque essere in regola. Nelle uscite da Ceuta non vale Schengen.
3) In terzo luogo, molti citano come causa di questa invasione una recente decisione del governo spagnolo di “concedere la cittadinanza” a 500.000 stranieri entrati illegalmente. Qualunque cosa si pensi di questa decisione, deve essere chiaro che non si è trattato di una concessione di cittadinanza, come scritto da più parti, ma dell’erogazione di permessi di soggiorno e lavoro di un anno (la cosiddetta, uscita dall’irregolarità). I permessi sono stati erogati a persone che lavorano in Spagna da anni, senza precedenti penali. Lo scopo è, come sempre in questi casi, farle uscire dal lavoro nero e poterli dunque tassare.
Per capirci, in Italia abbiamo avuto 8 grandi regolarizzazioni di lavoranti stranieri. Ad esempio, con la Bossi-Fini si regolarizzarono 634.000 immigrati clandestini, con la sanatoria Berlusconi del 2009 se ne regolarizzarono 300.000, con la sanatoria del governo Conte (2020) furono 200.000 ad essere regolarizzati.
Morale. Il tema migratorio è oggettivamente incasinato e non può essere trattato né con semplificazioni “buoniste”, né con semplificazioni “cattiviste”.
Questo se si è interessati a risolvere problemi.
Se si è invece interessati a suscitare reazioni di pancia per fidelizzare i propri gruppi ideologici, va benissimo andare avanti così. | 8 368 |
| 20 | 2) Trovare il modo per togliere dalla circolazione, almeno nel breve periodo, anche i rei di reati “minori”. Se questo deve significare la costruzione di nuove carceri, è triste ma così sia. Anche gli atti di criminalità minore da parte di chi ha poco da perdere devono poter essere oggetto di sanzione efficace e dissuasiva. Non è possibile che lo scippatore arrestato ieri sia in strada oggi.
3) Escludere i rei da risarcimenti e compensazioni monetarie in caso di danni subiti nel corso dell’esercizio dei propri reati. Un reato non può essere trattato come un incidente sul lavoro. Chi si mette al di fuori della legge per perseguire i propri scopi a danni di terzi deve sapere che non potrà comunque trarne beneficio economico.
4) Trasferire l’attenzione e le energie delle forze dell’ordine sulla criminalità ordinaria, distogliendola dal concentrarsi sulle proteste civili. Non è accettabile assistere – come accade sempre più spesso – a forze dell’ordine (e giudici) che intervengono pesantemente e in massa su proteste pacifiche, manifestazioni, sit-in, mentre latitano quando si tratta di colpire spacciatori, violenti, vandali, scippatori, ecc.
• CIÒ CHE NON SI DEVE FARE È:
1) NON si devono rimuovere i limiti di proporzionalità e incombenza del pericolo nell’esercizio della legittima difesa. (Eventualmente si possono produrre delle casistiche esemplificative che consentano alle persone di capire meglio quali reazioni siano adeguate e quali no.)
2) NON si deve “chiudere un occhio” sulle modalità di intervento delle forze dell’ordine. Il fatto che lo stato avochi a sé il “monopolio della violenza” comporta una rigorosa assunzione di responsabilità nei confronti dei civili. Proprio perché esiste il reato di “resistenza a pubblico ufficiale”, che obbliga il cittadino ad accondiscendere all’operato delle forze dell’ordine, deve esistere una rigorosa responsabilità intorno ai limiti consentiti a tali interventi. | 15 148 |
