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Andrea Zhok

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Antropologia / Filosofia / Politica

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📈 Telegram 频道 Andrea Zhok 的分析概览

频道 Andrea Zhok (@andreazhok) 意大利语 语言赛道中的 是活跃参与者。目前社区聚集了 11 488 名订阅者,在 政治 类别中位列第 4 573,并在 意大利 地区排名第 2 268

📊 受众指标与增长动态

невідомо 创建以来,项目保持高速增长,吸引了 11 488 名订阅者。

根据 12 六月, 2026 的最新数据,频道保持稳定运转。过去 30 天订阅人数变化为 18,过去 24 小时变化为 8,整体触达仍然可观。

  • 认证状态: 未认证
  • 互动率 (ER): 平均受众互动率为 72.75%。内容发布后 24 小时内通常能获得 54.47% 的反应,占订阅者总量。
  • 帖子覆盖: 每篇帖子平均可获得 8 358 次浏览,首日通常累积 6 257 次浏览。
  • 互动与反馈: 受众积极参与,单帖平均反应数为 0
  • 主题关注点: 内容集中在 potere, iran, occidente, diritto, popolazione 等核心主题上。

📝 描述与内容策略

作者将该频道定位为表达主观观点的平台:
Antropologia / Filosofia / Politica

凭借高频更新(最新数据采集于 13 六月, 2026),频道始终保持新鲜度与高覆盖。分析显示受众积极互动,使其成为 政治 类别中的关键影响点。

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六月 '26
六月 '26
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三月 '26
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二月 '26
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03 六月+2
02 六月+1
01 六月+1
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5) In un sistema competitivo come il nostro, il peso di questa situazione ricade prevalentemente sulle persone che sono in relazione di competizione diretta con la forza-lavoro d’importazione, cioè quel proletariato o quella piccola borghesia che fatica a tenere insieme salario e dignità. Queste persone appartengono spesso ad aree socialmente già deprivate o a rischio di deprivazione, e percepiscono lo Stato come lontano ed anzi ostile, come non interessato a difenderli né sul piano lavorativo né sul piano della sicurezza pubblica. L’inefficienza ed inerzia dei sistemi repressivi (come ogni servizio pubblico, sottodimensionato e tenuto a dieta) finisce paradossalmente per essere più efficace nel colpire le piccole violazioni di quel proletariato che ha faticosamente conservato un poco (un auto, una casa), che le grandi violazioni di chi è appena arrivato e non ha niente da perdere (se e quando delinque). Chiedere infinita saggezza, perenne moderazione e santo autocontrollo a queste persone significa essere o stupidi o in malafede. È certo come il sorgere del sole che ad un certo punto queste situazioni sono destinate ad esplodere in forme di violenza civile. 6) Che queste forme di violenza civile siano brutte, immorali, che prendano forme di violenza indeterminata, incapace di distinguere i bersagli colpevoli da quelli innocenti, è ovvio ed inevitabile. Il problema, il vero problema, è che ora – solo ora – ceti politici privi di vergogna sono pronti ad arrivare come avvoltoi sulla scena della violenza sociale. Non c’erano quando le famiglie, siano esse autoctone o migranti, non riuscivano a star dietro ad un figlio malato o soccombevano di fronte al minimo rovescio di fortuna, non c’erano quando le persone venivano ricattate per anni, per decenni, ad accettare condizioni di lavoro sempre più precarie. Ma ci sono ora. Ci sono da un lato a sciacallare soffiando sul fuoco della “sacrosanta protesta contro l’intruso”, e dall’altro a sciacallare indignandosi per il “razzismo” e il “fascismo”. Così trasformano i problemi, quei problemi che hanno contribuito entrambi a creare, in altrettante occasioni personali per un’intervista piena di sdegno e per qualche photo opportunity. 7) In conclusione. La trappola che è stata predisposta (se intenzionalmente o per caso, non importa) è questa. Finché la gente non reagisce, si finge che il sistema stia magicamente funzionando secondo i meccanismi di qualche “mano invisibile” e che tutti ne stiano beneficiando. Quando la pentola a pressione scoppia, quando ci sono tumulti e violenze (possono essere degli autoctoni, ma possono anche essere di migranti di prima o seconda generazione – si pensi alle banlieue), a questo punto si scatena il gioco della polarizzazione artefatta, che tiene in vita il ceto politico che ha creato il danno, e anzi gli attribuisce maggiori poteri. Se non reagisci non esisti e ti ridono in faccia. Se reagisci ti metti dalla parte del torto e dai forza a chi ha creato il problema. Senza una trasformazione della rappresentanza politica (oggi difficile anche da immaginare) questo circo occidentale continuerà a marcire, fino a qualche forma di guerra civile.

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Visto che i fatti di Belfast hanno rimesso al centro della discussione un tema oramai sviscerato in tutti i suoi aspetti, proviamo a fare solo un po’ d’ordine mentale. 1) Il fenomeno migratorio in Occidente è integralmente un fenomeno con radici economiche, dipendente dalla logica di capitale. Vengono favoriti gli spostamenti di forza-lavoro che cerca di occupare gli spazi lavorativi disponibili sul mercato mondiale. È nell’interesse del capitale ottenere forza lavoro massimamente disponibile a lavorare per poco e facilmente ricattabile. Non è una questione di “immigrazione irregolare”. Gli irregolari sono anch’essi parte del gioco, perché un po’ più ricattabili, ma il gioco nel suo complesso è accettato, desiderato e teorizzato. 2) La pressione che viene esercitata dalle forme di vita coltivate in Occidente (dai costi per crescere la prole, alle responsabilità legali, alle difficoltà pedagogiche per figli che crescono in ambienti desocializzati, ecc.) crea costantemente le condizioni per una riduzione della fecondità. (Questo succede anche per le seconde generazioni dei migranti, non appena si acclimatano). La mancanza di forza lavoro interna dei paesi occidentali viene compensata importandola da parti del mondo dove i “costi di produzione di bambini” sono bassi, perché non esiste un sistema di tutele pubbliche, servizi sanitari, sistemi scolastici, ecc. L’Occidente è una tomba indaffarata che assorbe giovani “prodotti” altrove per trasformarli in concentrazioni di capitale. 3) Questo processo non è mai guidato e controllato perché per guidarlo e controllarlo ci vorrebbero enormi investimenti: denari per i processi di assimilazione, educazione o rieducazione, istruzione linguistica, socializzazione, ma anche per il controllo e la repressione di comportamenti illeciti. Dunque si lasciano ad alcuni clown politici le parole d’ordine dell’inclusione e dell’accoglienza, ma siccome l’intero senso del processo è esclusivamente volto a incrementare i margini di profitto, tutto questo “processo di inclusione e accogleinza” rimane necessariamente sulla carta. Peraltro, se vivessimo in Stati disponibili a sostenere questi livelli di spesa pubblica per i processi di socializzazione-inclusione il problema migratorio non sorgerebbe proprio: saremmo in Stati disposti a drenare denaro dal grande capitale per migliorare le condizioni di lavoro degli autoctoni, per migliorare i servizi pubblici, per reprimere lo sfruttamento e il lavoro nero, per aiutare le famiglie ad allevare i figli, ecc. Dunque, se fossimo nel mondo fantasticato (ma mai implementato) dai promotori dell’“accoglienza infinita”, non ci sarebbe semplicemente nessun interesse a importare forza-lavoro, perché appena arrivata da noi essa sarebbe tutelata e dunque costosa. 4) Il processo è dunque sempre lasciato a sé stesso, perché chi comanda questi processi è il capitale ed esso non ha alcun interesse a guidare gli effetti sociali dei processi migratori. Dunque, costantemente ed inevitabilmente, questi processi creano forme di destabilizzazione sociale. La scuola pubblica ne esce degradata perché sopraffatta da un eccesso di domanda senza mezzi adeguati per rispondere; gli alloggi popolari scompaiono dalla disponibilità pubblica; soggetti culturalmente estranei e non integrabili – perché l’unica forma di integrazione offerta è il lavoro e non ce n’è per tutti – finiscono per nutrire le fila della piccola delinquenza. Mi si risparmi l’ovvietà che non c’è equazione tra immigrazione e delinquenza. Ovviamente non c’è equivalenza, ma altrettanto ovviamente ed irrefutabilmente, nelle società in cui crescono gruppi di soggetti culturalmente estranei e non lavorativamente impiegabili, aumentano insicurezza e reati. Solo persone in perfetta e colpevole malafede possono negare questo nesso che è testimoniato costantemente e registrato statisticamente.
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Nell’ultimo post che ho condiviso, compare una frase per me cruciale, relativamente al tema dell’identità collettiva e dei processi migratori: "Diciamo che devono essere inclusi, ma per essere inclusi dovrebbero trovare un luogo che abbia una forma, e le nostre società non hanno forma." Questo per me è un punto molto importante, che accomuna in modo paradossalmente complementare destra e sinistra. La destra finge che sia un dato ovvio ciò che la società (italiana, europea) è. La destra immagina che basti appellarsi a qualche residuo esteriore, a qualche memoria nostalgica, a qualche rimanenza sempre più scarnificata della tradizione che fu per definirsi; suppone che basti chiacchierare di Europa cristiana per dare un contenuto spirituale ad una società non solo secolarizzata, ma radicalmente sradicata e relativistica, di cui peraltro la destra stessa coltiva intensivamente il più schietto individualismo. La destra chiacchiera di comunità, ma pensa al nepotismo; chiacchiera di società, ma pensa alle società per azioni. Non fa e non ha mai fatto nulla, da almeno mezzo secolo a questa parte, per prendersi davvero cura della tradizione culturale italiana ed europea, lavorando indefessamente per la sistematica mercificazione di ogni istanza culturale, di ogni costume, di ogni tradizione. Gonfiano il petto col “made in Italy” e non a caso usano un’espressione inglese, perché “Italy” per loro è solo un marchio per conquistarsi quote di mercato sfruttando un passato che non studiano e non capiscono. La sinistra invece annega nel marasma astratto di un generico relativismo storico, su cui ha peraltro smesso di riflettere criticamente almeno dagli anni '70, finendo per tradurre "storia" come "accidentalità", "caso", "arbitrio". Continua a lottare con fantocci svuotati, dall'oppressione patriarcale al dogmatismo religioso, dal nazionalismo al familismo, immagina di lottare quotidianamente contro i mulini a vento di Dio, Patria e Famiglia, mentre non ricorda neppure più il significato di quelle parole. Quando pensa alla “cultura” pensa ad un distintivo di classe, che separerebbe i semicolti con titolo di studio che li votano da ciò che ritengono essere l’abbrutimento del senso comune plebeo. Concepisce ogni normatività informale, ogni aspettativa media e popolare come abominevole pregiudizio e irrazionalità della “pancia del paese”. Mentre la loro di pancia è appaltata alla sbobba culturale americana, che immaginano come “mondo senza pregiudizi”. La società italiana (europea) non “include” e non “accoglie” perché sia per includere che per accogliere devi essere QUALCUNO, devi sapere cosa sei e cosa vuoi. Inclusione ed accoglienza sono invece qui solo paroline che servono come foglie di fico per nascondere l’opportunismo economico (“i lavori che gli italiani non vogliono più fare”, “le risorse che ci pagano le pensioni”, ecc.). E va tutto bene finché l’”incluso” e “accolto” sta al suo posto come ingranaggio del nostro sistema. Infatti l’unica regola sociale che siamo in grado di fornire in buona coscienza è “fai bene il tuo lavoro”. Ma non appena l’altro pretende di essere una soggettività con una propria identità, non essendo noi in grado di dare alcuna indicazione normativa, alcun limite motivato, l’identità altrui diviene immediatamente ingombrante, spigolosa, un pugno nell’occhio, uno scandalo.
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S) “Ciao D.” D) “Ciao S, bello rivedersi, sia pure solo ogni 5 anni” S) “Per me questa riprogrammazione sarebbe anche superflua, oramai funzionano col pilota automatico” D) “Lo credo anch’io, ma sai com’è, vuolsi così colà...” S) “Ok, bando alla ciancie, partiamo. Tu cosa proponi?” D) “Io partirei in sordina, con una X (da X Mas) appena accennata, in convegno defilato, un qui lo dico qui lo nego, giusto per mettere i tuoi in allarme.” S) “Ottimo, anch’io la prendo alla lontana: in qualche conferenza di periferia facciamo dire a uno prominente dei nostri che la “famiglia tradizionale è un retaggio patriarcale” e che “famiglia è ovunque ci sia amore”, così i tuoi cominciano a – battutona – vedere rosso.” D) “Bello, ma non strafare, dobbiamo cuocerli pian piano per quasi un anno. Noi rispondiamo senza esagerare con qualche battutina ammiccante sui gay, chi vuol capire capisce.” S) “A questo punto direi che noi possiamo tirare fuori un evergreen come lo “Ius Soli” spiegando dalla Gruber che i confini sono convenzioni e che siamo tutti cittadini del mondo.” D) “Questo comincerà già a scaldare l’atmosfera. E noi tiriamo fuori, in qualche bel comizio paonazzo il “blocco navale” e la “remigrazione”, facendo capire che Trump ci ha provato, ma noi faremo sul serio. – Naturalmente ci sarà qualcuno che si ricorderà che col blocco navale li avevamo già fottuti l’ultima volta, ma basterà ricordargli quanto siete brutti voi e torneranno trotterellando all’ovile.” S) “A 3-4 mesi dalle elezioni si comincia con gli assi di briscola. Noi tireremo fuori come al solito, in forme generiche e suggestive “LA PATRIMONIALE”, lo faremo ammiccando ai nostri («faremo piangere i ricchi»), ma dando a intendere ai vostri che porteremo via la casa di proprietà alla nonna. Per i messaggi con doppia codifica ci vuole un po’ di sottigliezza, ma sono sempre riusciti.” D) “Mi piace; intanto, alla prima storiaccia di cronaca nera, meglio se con protagonisti diversamente abbronzati, noi ci lanciamo sull’ “Inasprimento delle pene” e sul “Buttare via la chiave”. Di solito qui partono i mortaretti.” S) “Si chiude con il solito appello a fare fronte unico contro il Nemico, modello Gandalf – TU-NON-PUOI-PASSARE!!” D) “CHI NON SALTA COMUNISTA È!!!” S) “FASCISTI, CAROGNE, TORNATE NELLE FOGNE!!!” D) “Sipario. Direi che può bastare. La maggioranza cogliona dei nostri due elettorati sarà già bella incaprettata, e andrà alle urne pensando di fermare Mordor. Con la minutaglia rimanente ce la giochiamo, seggio più seggio meno, con qualche spottone. – Epperò, cosa facciamo con quelli che hanno capito il gioco di prestigio? Saranno pure quattro gatti, ma potrebbero svelare il trucco.” S) “Tranquillo, chiamiamo i nostri giornalisti da riporto e a quelli gli facciamo tatuare “Rossobruno” in fronte, facendo capire al pueblo che si tratta di una tale mostruosità, da non poter essere neppure spiegata. Funziona, credimi. E dopo tutto il finanziamento pubblico ai giornali servirà pure a qualcosa, no?”
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Segnalo per gli interessati, giovedì 11 a Bergamo, h. 20.30
Segnalo per gli interessati, giovedì 11 a Bergamo, h. 20.30
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Stamattina mi è sovvenuto un ricordo. Qualcuno rammenta cos'era il "Cártel de los Soles", presentato come minaccia esistenziale per la gioventù americana, esportatori di droga in grande stile, supportati dai vertici del governo venezuelano di Maduro? Una volta imbragato Maduro e sbattutolo in una cella senza processo - secondo lo stile del Paese della Libertà - del Cártel de los Soles si sono perse le tracce. Dissolto. Ricordo pensose riflessioni sugli organi di stampa che davano credito a questa entità - nonostante la sua palese natura artefatta. Ricordo discussioni in rete con schiere di bamba che - come fanno per tutto il fiume di spazzatura mediaticamente accreditato - sosteneva la plausibilità che Maduro fosse il capo di un cartello della droga ("E perché no? Dopo tutto è un cattivo. E dai villain internazionali ti puoi aspettare di tutto"). A questo punto è emerso un altro ricordo. Quello del deputato repubblicano Thomas Massie, che dopo aver rappresentato incontrastato il Kentucky per 13 anni alla Camera dei Rappresentanti ha avuto la malaugurata idea di prendere posizione su due questioni: gli Epstein Files (ricordate gli Epstein Files?), di cui aveva insistentemente chiesto la pubblicazione integrale, e la guerra in Iran, che aveva contestato obiettando all'eccessiva influenza israeliana sulla politica americana. Dopo queste due prese di posizione Massie è caduto in disgrazia, è stato oggetto di campagne mediatiche di screditamento, e alle primarie repubblicane si è trovato di fronte un avversario che ha magicamente raccolto la più grande somma a sostegno della propria candidatura delle elezioni amministrative americane. Milioni di dollari sono arrivati a sostegno della campagna elettorale del suo avversario da parte di lobby israeliane. Risultato: Massie defenestrato a favore di un emerito sconosciuto (Ed Gallrein). Anche qui decisivo è stato il riorientamento mediatico supportato da mazzette di dollari. Niente di più complicato di questo. L'apparato mediatico a tassametro in tutto il mondo occidentale riorienta a pagamento la massa di opinione pubblica beota, costruendo narrazioni ad hoc che devono reggere solo il tempo sufficiente per arrivare ad un certo appuntamento (un intervento militare, un'elezione, ecc.), poi chi s'è visto s'è visto, avanti con la prossima fiaba. Morale da trarre. Nel mondo esistono parecchi regimi problematici, ciascuno con i suoi difetti. E' giusto riflettere sui loro pro e contro. Purché nessuno si sogni di contrapporre quei sistemi, sempre migliorabili, alle preclare virtù del Cartello Occidentale, spacciato per Democrazia. Il Sistema Politico Occidentale è un sistema piuttosto organico che abbraccia numerosi paesi e circa un ottavo della popolazione mondiale. In esso - salvo sporadiche eccezioni: il Potere Legislativo appartiene alle lobby finanziarie il Potere Giudiziario appartiene al sistema mediatico il Potere Esecutivo appartiene a pupazzi a molla, attori di risulta e mercenariato brado.
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Segnalo per gli interessati, Martedì prossimo (09/06) a Reggio Emilia.
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Quanto ad amenità come le “radici giudaico-cristiane”, si tratta dell’ipostatizzazione di un ircocervo, un prodotto di fantasia, visto 1) che la storia del cristianesimo è proverbialmente spaccata al suo interno, 2) l’ebraismo in Europa non ha contato nulla come culto – per lo più circoscritto ai ghetti - , e 3) visto che le più ampie e unitarie radici comuni della cultura europea sono quelle greco-romane, rispetto a cui i cristianesimi si sono insediati in forme assai divergenti (si pensi al nesso tra il cristianesimo ortodosso e radici greche dell’Impero romano d’Oriente). Questa ipostatizzazione non è però un errore innocente. Esso ha in effetti una funzione di DISTRUZIONE delle radici europee, riconducendole nell’area d’influenza dell’Occidente a guida americana. Le “radici giudaico-cristiane” sono un’invenzione il cui senso autentico non è quello di riallacciarsi alla propria (europea) tradizione culturale, ma quello di assimilarsi alla diade USA-Israele, che domina la scena politica occidentale dopo il 1945. È su questa scorta che sorge l’anti-islamismo della destra, che confonde intenzionalmente il problema (reale) di flussi migratori fuori controllo con il problema (fittizio) dell’islamizzazione dell’Occidente. Come se le rivolte delle banlieue o gli attentati dell’ISIS fossero momenti di un “processo di islamizzazione”. Nota finale. Questo, tuttavia, non significa che l’Europa non possa ad un certo punto “islamizzarsi”. Premesso che esistono innumerevoli varietà di Islam e che quindi ogni discorso di “islamizzazione”, senza precisazioni, mette insieme cose letteralmente incommensurabili, tuttavia non è affatto escluso che l’Europa ad un certo punto possa “islamizzarsi”. Se questo accadrà non sarà per un colpo di stato o l’imposizione della Sharia con un atto di forza, ma per la conversione volontaria degli europei: il raggiungimento di un’egemonia per vie interne. L’Islam è oggi una religione in crescita perché rappresenta una prospettiva spirituale in un mondo, come quello dell’Europa neoliberale, che ha sistematicamente sradicato ogni dimensione spirituale. Conta poco che l’Europa possa riallacciarsi di diritto a una ricchissima tradizione spirituale. Se questa rimane un gagliardetto da brandire in qualche cerimonia pubblica, con niente dietro, il suo destino è segnato. La natura, inclusa la natura umana, aborrisce il vuoto. E il vuoto spirituale (le vicissitudini della decadenza dell’Impero romano lo mostrano bene) non viene mai tollerato a lungo.
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POPOLO, DEMOCRAZIA E ALCUNI FRAINTENDIMENTI   Il problema posto dalla democrazia è il problema dell’esistenza e funzionalità di un popolo (demos). Affermare che “la sovranità appartiene al popolo” è un passo indispensabile ma insufficiente.   La sinistra di progressisti e liberali ha creato una finzione, destituita di ogni fondamento storico e pratico, per cui possono esistere democrazie senza popoli. DI fatto queste “democrazie senza popoli” sono semplicemente la riduzione della democrazia a non-luogo totale (globale) degli scambi volontari. Questa è la “democrazia” per cui “un dollaro è un voto” e in cui la volontà dei popoli si esprime con gli atti d’acquisto sul mercato. Ovviamente qui non esiste alcuna identità collettiva e dunque non esiste nessun orizzonte politico, che richiede la possibilità di una discussione orizzontale tra tutti i decisori. Questo è il “villaggio globale” dei “cittadini del mondo”. La politica è sostituita dall’economia, la democrazia dal mercato. Che ne siano consapevoli o meno, questa è esattamente la direzione in cui si muovono tutti i vari “no border” e tutti coloro i quali pensano che una cittadinanza sia un orpello inutile o un’onoreficenza politicamente corretta. Le democrazie hanno cominciato ad esistere quando sono venuti alla luce ordinamenti politici territorialmente definiti, dove le leggi, decise da chi appartiene stabilmente al territorio, si applicano a ciò che avviene su quel territorio. (E questa la ragione per cui esistono quelle eccezioni – l’extraterritorialità - che sono ambasciate o navi, in cui si applica una legge definita da un popolo per un territorio distante e diverse.) Altrimenti ci sono imperi, monarchie, od oligarchie plutocratiche.   Ma se la sinistra è confusa ed inconcludente nella propria concezione del popolo e della sovranità popolare, la destra non lo è di meno. Esiste una parte della destra – oggi minoritaria – che non ha mai riconosciuto l’idea stessa di sovranità popolare e con essa l’idea stessa di democrazia. C’è poi una parte, consistente, della destra che di fatto abbraccia la concezione liberaldemocratica, per cui un dollaro è un voto, e per cui in ultima istanza le decisioni delle persone si devono “pesare” e non contare: chi è più ricco semplicemente pesa di più ed è giusto così. Questa prospettiva accoglie formalmente la democrazia intendendola come una forma di plutocrazia. Nella limitata misura in cui ci riflette, questa destra si autogiustifica sulla scorta di una qualche forma di “darwinismo sociale”. C’è infine una parte della destra che rimane ad un livello di puro marasma culturale, immaginando che basti chiacchierare di “tradizioni”, di “radici giudaico-cristiane” o di “italianità” per aver qualcosa in mente. Questa è la parte più insidiosa, perché la confusione mentale consente di mescolare in maniera indistinta cose diversissime, giuste e sbagliate, acquisendo paradossalmente credibilità proprio per questa confusione in cui ciascuno può riconoscervi qualcosina di affine. Il concetto di “tradizione” è enormemente importante, giacché è sostanzialmente un equivalente per “trasmissione culturale” e non esiste alcun popolo (né alcuna politica democratica) se non alla luce di una buona comunanza nella “trasmissione culturale”. Ma la “tradizione” in bocca alla destra è di solito roba tipo la sagra dei osei o il festival della porchetta, cose degnissime s’intende, ma sostanzialmente brand da vendere ai turisti come “prodotti tipici”. Nello stesso momento in cui si riempie la bocca di queste “tradizioni” la destra (proprio come la sinistra) smonta i programmi scolastici, demolisce i teatri, accoglie con gioia l’americanizzazione delle accademie, ecc.
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Segnalo per gli interessati, da domani a Cerea (VR) ALTERFESTIVAL 2026 - Antidoti contro il pensiero unico 29-30-31 Maggio 20
Segnalo per gli interessati, da domani a Cerea (VR) ALTERFESTIVAL 2026 - Antidoti contro il pensiero unico 29-30-31 Maggio 2026 Palazzo Bresciani
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Questa mossa ha rappresentato il cuore del “tradimento dei chierici”, dell’abbandono delle istanze popolari da parte di quegli intellettuali che dicevano di parlare a nome del popolo. Le implicazioni di questa mossa hanno stabilito di fatto una paradossale alleanza di ferro tra neoliberismo e il “post-comunismo postmoderno” di tanta sinistra, uniti oggi nel produrre frammentazione sociale e bloccare a tempo indefinito ogni possibilità di superamento del paradigma capitalista.
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C’è tuttavia una mossa antecedente, decisiva, promossa già all’interno della Scuola di Francoforte. Si tratta della lettura sconsolata che fanno autori come Marcuse del “venir meno del soggetto rivoluzionario”. A loro avviso il proletariato, il popolo lavoratore, non era più un possibile soggetto rivoluzionario perché si era imborghesito. Esso non era più nelle condizioni previste da Marx di “non avere nulla da perdere salvo le propri catene”. L’economia mista del dopoguerra aveva in effetti sottratto una parte significativa dei lavoratori europei alla condizione di proletariato. Lo stato sociale, con i processi connessi di scolarizzazione, accesso agli studi superiori, proprietà immobiliare diffusa, sanità pubblica avevano tolto di mezzo la spinta “palingenetica” di chi “non ha niente da perdere”.   Invece di gioire per questo processo e di provare ad utilizzare questi spazi di agio e libertà per un superamento degli ulteriori, estesi, problemi sociali rimasti, Marcuse ed altri decisero che se il popolo non era più un soggetto rivoluzionario, non era il piano della rivoluzione a dover essere modificato, ma il popolo.   Bisognava trovare un altro soggetto rivoluzionario.   E nelle ultime pagine dell’“Uomo a una dimensione” troviamo espressa questa transizione con chiarezza. Scrive Marcuse:   “«Il popolo», un tempo lievito del mutamento sociale, è «salito», sino a diventare il lievito della coesione sociale. (...)Tuttavia, al di sotto della base popolare conservatrice vi è il sostrato dei reietti e degli stranieri, degli sfruttati e dei perseguitati di altre razze e di altri colori, dei disoccupati e degli inabili. Essi permangono al di fuori del processo democratico; la loro presenza prova come non mai quanto sia immediato e reale il bisogno di porre fine a condizioni ed istituzioni intollerabili. Perciò la loro opposizione è rivoluzionaria.”   In sostanza, il popolo è oramai fattore di coesione sociale. E questo è male! Perché così non è più disposto a morire per la Rivoluzione. Dunque al posto del popolo lavoratore deve subentrare una collazione di “minoranze oppresse”, assumendo che il fatto stesso di essere (o sentirsi) oppresse sarà carburante sufficiente per la Rivoluzione.   Poche teorizzazioni storiche sono state tanto erronee e tuttavia catastroficamente influenti. Questa lettura dimentica che in Marx il proletariato è “classe rivoluzionaria” non perché Marx fosse “tenero di cuore verso i poveri” – che lo fosse è irrilevante – ma perché il proletariato era, di diritto, la totalità del popolo che viveva del proprio lavoro, e perciò era “classe universale”, soggetto collettivo capace di emancipare tutti (e non solo di rivendicare i propri “diritti”).   Sostituendo il “popolo lavoratore” con la “minoranza oppressa” può darsi che rimanga il fattore di rabbia sociale, ma viene meno l’idea di emancipazione collettiva, di trasformazione migliorativa dell’intero sistema sociale. Al suo posto entra un insieme eterogeneo di gruppetti di pressione, lobby, partiti tematici, associazioni culturali benemerite o parassitarie, mosse ciascuna dal proprio orizzonte rivendicativo.   Questo mossa, che quando emerge alla fine degli anni ’60 aveva almeno dalla sua la lotta a reali condizioni di oppressione (manicomiale, sessista, razziale, ecc.), diviene dopo gli anni ’90 la perfetta arma brandita dal capitale per il proprio “divide et impera”, per creare disunione sociale, per far macerare ogni lotta sociale nell’acido dei micro-rivendicazionismi incrociati.   È in questo contesto che si può comprendere come possano essere divenute parte di un patrimonio culturale che una volta si voleva popolare istanze che chiedono, come recita un recente libro della sinistra radicale, di “unificare le rivendicazioni di tutti i movimenti di emancipazione civile, sociale, ambientale, internazionali e intersezionali: anti-razzisti, transfemministi, “lgbtqiapk+”, per i rifugiati e gli immigrati”, ecc.
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SOVRANITÀ POPOLARE, DEMOCRAZIA REALE E TRADIMENTO DEI CHIERICI   Le spiacevoli polemiche di questi giorni hanno avuto almeno il merito di far riemergere alcuni temi rilevanti per la riflessione filosofico-politica. Uno di questi è il tema della sovranità popolare.   Per chi si accontenta di usare le parole come clave, pensando che basti dare a qualcuno del: “fascista”, “comunista”, “sovranista”, “rossobruno”, “novax”, ecc. per averlo sistemato, la lettura può interrompersi ora. Per tutti quelli che non si fanno ipnotizzare dall’uso performativo di parole d’ordine, una riflessione ulteriore può essere utile.   Il tema della sovranità popolare  e la prospettiva delle rivendicazioni del mondo del lavoro (di contro al mondo della rendita o del capitale) sono sempre state abbinate come questioni ovviamente concomitanti fino a circa mezzo secolo fa.   Nella “Critica al programma di Gotha” Karl Marx ricordava come non goni Stato poteva giocare un ruolo emancipativo per i lavoratori; non, ad esempio lo Stato tedesco del tempo (oggi potremmo dire, non lo Stato Neoliberale). Per Marx la plausibilità che uno Stato si faccia latore di rivendicazioni emancipative per il lavoro poggia “sul riconoscimento della cosiddetta sovranità del popolo e perciò sono a posto solo in una repubblica democratica.”   La maggioranza dei rovesciamenti di regime ispirati dal socialismo e dal comunismo in giro per il mondo dalla Rivoluzione Cinese, alla Rivoluzione Cubana a quella sandinista in Nicaragua all’ascesa di Chavez in Venezuela, ecc. hanno in comune il carattere patriottico e di liberazione dall’influenza straniera (che è esattamente la corretta definizione di “sovranista”).   Questo nesso, pur non essendo obbligato (non lo fu per la Rivoluzione Russa) non è neppure accidentale. Esso ha a che fare con il problema stesso della democrazia come autogoverno del popolo. Affinché un popolo possa anche solo immaginare la possibilità di “autogovernarsi” deve ESISTERE COME POPOLO. Forgiare un’unità di popolo attorno alla sola “coscienza di classe” è notoriamente complesso, per non dire impossibile.   L’Internazionalismo, finché è esistito come forza politicamente trainante, era concepito e concepibile soltanto come unione di popoli nazionali. Nella Prefazione del 1893 al Manifesto del Partito Comunista Engels scriveva: “Senza l’autonomia e l’unità restituite a ciascuna nazione europea, né l’unione internazionale del proletariato, né la tranquilla e intelligente cooperazione di queste nazioni verso fini comuni potrebbero compiersi.”   L’idea di nazione è strumentalizzabile in forma nazionalista, come presunzione di supremazia rispetto ad altre nazioni, ma originariamente non è niente di tutto questo. Essa è la base della sovranità popolare come si configura all’indomani della Rivoluzione francese, che a sua volta è alla base di ogni idea sostanziale di democrazia. Senza il tessuto connettivo rappresentato da una comunanza culturale, linguistica e territoriale nessun “popolo” (demos) viene alla luce e senza un demos non c’è nessuna democrazia.   È del tutto chiaro perché liberismo e neoliberismo abbiano sempre premuto per lo smantellamento delle identità nazionali. Un mondo di apolidi privi di identità può certo essere idealizzato come “cittadino del mondo” ma in verità è soltanto la materia prima, vittimizzata, del sistema internazionale degli scambi; esso diviene “forza lavoro” e “sovranità del consumatore”, sommatoria di transazioni individuali anonime e anomiche.   Molto meno chiaro è come è stato possibile che all’interno della tradizione socialista e comunista si sia innestato il verme del rigetto delle identità nazionali e delle tradizioni culturali comuni, cioè di tutto ciò che creava le premesse per una democrazia reale.   In prima battuta la svolta si radica nell’assorbimento da parte della sinistra post-comunista della lezione postmoderna, dove “stato”, “ragione”, “natura umana”, “storia” scompaiono dall’orizzonte come protagonisti della scena politica (Foucault, Deleuze, Lyotard).
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“Respingere le idiozie populiste della “moneta sovrana” come panacea di ogni male. In regime di libera circolazione dei capitali non sussiste “sovranità”, tantomeno democratica.” (p. 112) Pussa via! Nel cestino la sovranità democratica, illusione borghese! Ma come, non avevamo appena detto che eravamo così abili da controllare politicamente i movimenti di capitale? Possiamo regolamentare i flussi di capitale, ma non detenere il controllo su una moneta nazionale? In Cina dunque sono dei boccaloni? La chiave di lettura complessiva credo, però, emerga gettando uno sguardo alla post-appendice (la chiama “Appunti per un manifesto”). Questa sezione è disorganica e di primo acchito uno non capirebbe perché sia stata messa là. Essa contiene una serie di imperativi, di desiderata politici, tipo: “Unificare con le rivendicazioni di tutti i movimenti di emancipazione civile, sociale, ambientale, internazionali e intersezionali: anti-razzisti, transfemministi, “lgbtqiapk+”, per i rifugiati e gli immigrati, per i diritti digitali, per una stampa libera e indipendente, per l’abolizione della censura, per la libertà di pensiero, di riunione, di associazione, di protesta, per la giustizia climatica. Mettere in comune coi bisogni dei diversamente abili, dei malati, delle persone con disagio psichico, dei bambini e degli anziani, di tutti coloro che l’oltrefascismo definisce improduttivi.” (pp. 109-110) “Arrestare non i migranti ma i capitali.” (p. 112) “Abolire i brevetti e i diritti proprietari sui frutti del progresso scientifico. Promuovere la scienza collettiva e aperta, sostenere il governo anarchico delle risorse pubbliche per la ricerca.” (p. 113) Questa sezione rappresenta sostanzialmente la ripresa forfettaria dei ritornelli “de sinistra”, dalla New Left degli anni ’70 ad oggi. Sbobba usurata che da oltre mezzo secolo è stata affermata, proclamata, ribadita, urlata e pretesa, in forme e modi sempre più stanchi e implausibili, senza mai far balenare neanche uno spiraglio su COME sarebbe da realizzare (per tacere di una chiara analisi della loro piena desiderabilità). Ma proprio questa sezione consente di capire l’intera operazione che sottende al libello. Scientificamente è materiale riciclato. Come testo divulgativo è confuso. Ma come operazione di autopromozione, nella speranza di essere notato per una candidatura alle politiche del 2027, è notevole. Questo spiega anche la recente agitazione di E.B., che si sta sbracciando quotidianamente per accreditarsi come “mangiatore di rossobruni”. Questo libello è, dopo tutto, un grande, tenero vagito, alla ricerca di attenzioni. E dopo tutto ha ragione, se in parlamento c’è un Calenda, cos’ha fatto di male per non esserci lui? Il nostro interesse per il personaggio reale è comunque irrilevante. L’unica cosa che merita una riflessione è l’operazione messa in campo da pubblicazioni come questa (e dalle campagne autopromozionali che le accompagnano). Si tratta di tentare un’operazione simmetrica per la sinistra a quella avviata da Vannacci a destra. Si tratta di far balenare per qualche mese davanti al disilluso elettore di sinistra, per la milionesima volta, qualche parolina d’ordine con un profumo di radicalità. Serve a far percepire a quell’area che esistono ancora “grandi ideali rivoluzionari” e soggetti che “non le mandano a dire”. Come al solito tra il Sol dell’Avvenir ribadito e il mesto presente si spalanca, oggi come ieri, un abisso che nessuno sa come colmare, né prova a colmare. La regola aurea nelle fasi preelettorali, da trent’anni a questa parte, è “raccogliere a strascico l’elettorato simpatizzante intorno a promesse messianiche e radicali, ma rigorosamente innocue, perché prive di riferimento alla realtà operativa.” Si tratta, insomma, dell’ennesimo tentativo di vendere ai turisti della politica la stessa Fontana di Trevi. Ed è una truffa, che in qualche misura, continua a riuscire.
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La soluzione insomma è una nuova forma di partito. Nei settecento tentativi precedenti avevamo scherzato, ma questa volta si fa sul serio. E come lo chiameremo? Poca suspence, inizia l’ultimo capitolo, intitolato, appunto: “Libercomunismo”. È il momento del Partito Libercomunista. A questo punto siamo caldi al punto giusto, le aspettative sono state titillate, attendiamo l’orizzonte della soluzione. E a questo punto, non ci crederete. Qualcuno vuole sapere qual è la soluzione proposta? La soluzione cui nessuno aveva ancora mai pensato? Pronti? Tenetevi forte. Si tratta di CONCILIARE PIANIFICAZIONE ECONOMICA E LIBERTÀ INDIVIDUALE. Ecco, l’ho detto. Quest’idea, che praticamente assedia la teorizzazione del “socialismo scientifico” dal primo giorno, da quando Marx parla del comunismo come società dove il libero sviluppo di ciascuno è condizione per il libero sviuppo di tutti, viene presentata come un’impennata di ardimento teorico, un balzo inedito, un colpo di teatro, un’idea finora impensata e impensabile. Qualcuno potrebbe credere che io esageri per malizia. Dunque lasciamo la parola all’autore che così si esprime; si tratta de: “l’unione spregiudicata di due sostanze politiche finora considerate inconciliabili, immiscibili come acqua e mercurio. Stiamo parlando di una unione mai tentata, tra pianificazione collettiva e libertà individuale.” (p. 91) Considerando che non credo ci sia tema più battuto, teorizzato, modellizzato, discusso e ridiscusso nel ‘900 del rapporto tra controllo sociale della produzione e libertà individuale, sentire che siamo di fronte ad una unione spregiudicata, mai tentata prima, lascia tramortiti. Si tratta di un tema che era consolidato quando ne discuteva Bernstein, discusso diritto e rovescio quando ne parlano i fracofortesi, oramai anchilosato quando lo rivendicava un Craxi, decotto quando l’URSS crolla e il PCI si scioglie. Sentire che questo sarebbe l’orizzonte della novità colpisce, se non altro per il coraggio – o per lo sprezzo del ridicolo. Ma, un momento, forse il testo ci spiega COME farlo. Questo sarebbe meritevole. È così? No, purtroppo no. L’autore legge le operazioni classiche e studiatissime del NEOLIBERALISMO – in cui lo Stato assume un ruolo interventista a sostegno dei meccanismi di mercato – come prova di una sorta di crollo imminente del sistema, che di fronte alla contraddizioni interne deve ricorrere all’intervento centralizzato. Cose come i salvataggi bancari della crisi subprime, il disciplinamento autoritario della società durante il Covid, la militarizzazione forzosa odierna, ecc. sarebbero i segni che il sistema è maturo per passare a un’economia pianificata. Non ce ne eravamo accorti, ma dietro Bill Gates e il PNRR, dietro gli sms tra Bourla e la von der Leyen, cova il fantasma dei piani quinquennali. Ma sia ben chiaro, un’economia pianificata lontana dalle brutture del passato, dallo stalinismo, ecc. No, questa volta un’economia pianificata tutta volta a consentire e coltivare le libertà personali. Bellissimo. A breve su questi schermi il lupo che si pasce pacificamente con l’agnello, i fiumi di latte e miele, le Valchirie che mescono idromele agli eroi e altro ancora, lasciatevi stupire siore e siori. Si giunge così alla posizione di istanze inderogabili: “L’istanza della libertà individuale deve essere situata al centro della lotta politica dei nuovi pianificatori collettivi.” (p. 97) Deve?! Altrimenti che gli fai? Chi sono questi “pianificatori collettivi”? Draghi? I rettiliani? Gli Illuminati? Da dove viene il “soggetto politico” che agisce secondo questi desiderata? Lo Stato sovrano? Quale? Non bastava cominciare il libro scrivendo: “Basta che mi facciate capo del mondo e poi...”? E poi, bisogna: “Promuovere il controllo politico dei movimenti di capitale e delle relazioni economiche internazionali.” (p. 112) Com’è che non ci avevamo pensato prima. Quanto hai ragione. Chi lo fa? Tu? Fratoianni? Peter Thiel? Come? Ok, non si sa. Ma di una cosa E.B. è certissimo: come NON si fa. Bisogna infatti
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“I CONTI QUALCHE VOLTA NON TORNANO. MA IO SONO DUCA” (Antonio de Curtis, in arte TOTÒ) Visto che il signor E.B. continua a somministrare molestie con cadenza quotidiana, costruendosi draghi di paglia da abbattere valorosamente davanti al suo pubblico – tipo il principe Azzurro di Shrek – mi sono sentito in dovere di capire un po’ meglio chi è questo signore così bramoso delle nostre attenzioni. Per farlo mi sono procurato, come si fa tra persone civili, una copia del suo ultimo libro “Libercomunismo” e l’ho letto in un pomeriggio. Nessuno si stupisca, sono poco più di cento paginette, assai ridondanti. Mi è rimasto anche il tempo per guardare Netflix. Ero interessato a capire cosa ci fosse dietro la roboante incontinenza verbale e i preoccupanti tassi di autoincensamento. Per lo più questo tipo di sovradimensionato senso di sé si abbina a disturbi della personalità, ma esistono anche casi in cui si abbina al genio (Nietzsche fu un soggetto del genere). E dunque, perché escludere a priori che il signor E.B. sia un genio incompreso? Meritava accertarsene ispirati da un po’ di principio di carità. Invero, anche all’interno del testo appare incontenibile l’urgenza di E.B. nell’appuntarsi medaglie rimirandosi allo specchio. Si trovano passi dove il Totò del “lei non sa chi sono io” non riesce a non affiorare, tipo: “Nel discutere con il sottoscritto, il premio Nobel per l’economia Daron Acemoglu ha ammesso che la centralizzazione del capitale è un reale motivo di inquietudine (...). E in un altro dibattito con il sottoscritto, l’ex capo economista del FMI Olivier Blanchard è giunto persino a tratteggiare un’ansiogena biforcazione.” (p. 89, versione digitale) Ehi raga, Acemoglu e Blanchard. Mica Pulcinella. Mi hanno parlato. Ho anche i selfie, giuro. Ok, caritatevolezza e proseguiamo. Il testo si articola in 13 brevi capitoli, un’Appendice e una post-appendice dal significato incerto. I primi 12 capitoli espongono, riespongono e ricicciano due (2) idee di Marx: la tendenza progressiva alla concentrazione del capitale e la caduta tendenziale del saggio di profitto. Ottime idee – che spiego alle matricole in una lezione, e che hanno quasi due secoli dietro le spalle – ma, bene così, se pensi di dover persuadere i giovani di “Azione” potrebbe non averne sentito parlare. Il messaggio che, con molti rulli di tamburo, E.B. ci comunica è: Il capitale continua a concentrarsi in poche mani, la forbice sociale continua ad allargarsi, i ricchi sono sempre più ricchi i poveri sempre più poveri. Verissimo. Dopo Marx e mille analisti successivi, 13 anni fa Thomas Piketty lo ha riargomentato in dettaglio, con un impressionante apparato documentale, in un best seller tradotto in 40 lingue. Fornendo anche interessanti ricette. Ma, ok, repetita iuvant. Nei primi 12 capitoli gli unici contributi originali sono due neologismi: “esocapitale” e “oltrefascismo”. “Esocapitale” indica – in modalità “lo famo strano” – ciò che in economia si chiama “esternalità”, affermando che non è semplicemente un residuo cui non si è attribuito un prezzo, ma qualcosa che ha efficacia sull’economia stessa. (p. 32) Non è ben chiaro in cosa starebbe il contributo concettuale, visto che si fatica a trovare un pensatore che non abbia considerato ovvio che una miriade di cose cui non è attribuito un prezzo possano comunque influire sui prezzi, dal carisma, alle ideologie, alla geopolitica. Polanyi, Gramsci, Douglass North, e una pletora di filosofi ne hanno discusso con teorizzazioni di dettaglio. L’altro neologismo, “Oltrefascismo”, è una ripresa dello stantio “Fascismo Eterno” di Umberto Eco, ma con la clausola che “mo’ vi spiego perché è eterno e destinato a tornare”. (p. 55) Peccato che poi non lo spieghi affatto. Nella chiusa del dodicesimo capitolo troviamo finalmente LA proposta, quella proposta che il 13° e ultimo capitolo vuole esplicitare. Essa suona: “Nel solco dei teorici di una continua dialettica tra verticale e orizzontale, serve CREARE UNA NUOVA FORMA DEL PARTITO. L’intelligenza di UNA NUOVA LOTTA DI PARTITO.” [p. 88, sottolineature mie]
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E, come ho detto, più volte, in considerazione del fatto che non esiste alcuna definizione storicamente accreditata di "rossobrunismo" (pare che la prima menzione del termine sia stata applicata dall'alcolista Eltsin al comunista russo Zyuganov), ebbene, e rossobrunismo sia. Impariamo a rivendicare l'espressione con orgoglio, perché le accuse di simili avversari sono medaglie.
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Vedo stamane che il signore, economista accademico, che ieri si è lanciato in un'invettiva flamboyant nei miei confronti, è tornato alla carica con una seconda invettiva, in cui sembra pensi che io desideri inviargli i padrini per un duello. Ora, io non so che vita abbia il suttaciuto, ma sembra essere piuttosto tediosa se trova tutto sto tempo per questo roboante sciocchezzaio. Ovviamente il duello personale non interessa a nessuno, tantomeno a me, e tantomeno con soggetti incontinenti. Di narcisismo accademico ce n'è già troppo in giro per prendere in considerazione stupidaggini del genere. L'unica cosa che mi preme replicare qui ha a che fare non con lo spiacevole episodio, ma con una rilevante questione di contenuto, questa sì meritevole di estesa disamina (che qui mi limiterò a delineare per voci principali). Il personaggio di cui sopra appartiene organicamente a quella configurazione di marxismo (AVS, Manifesto, ecc.) che ha passato la data di scadenza da mezzo secolo e che, siccome ogni tanto viene cooptato a fare da spalla al PD, pensa di contare ancora qualcosa nel dibattito contemporaneo. L'unico problema reale che essi pongono è quello di tenere in ostaggio Marx e i suoi strumenti analitici, autodefinendosi come suoi esecutori testamentari. Questo sì che è un problema, perché molti aspetti della lezione marxiana sono ancor oggi cruciali per intendere il presente, e finché la gente penserà che quella lezione è rappresentata da quei marxisti, quell'intera lezione andrà perduta come sterile, astratta, irricevibile. Questi marxisti in salsa postmoderna presentano diversi fondamentali punti ciechi nella loro lettura della realtà. Mi limito a ricordarne quattro, perché sono quelli che di solito vengono da loro agitati nelle loro battute di caccia ai "rossobruni". 1) Il tema della rivendicazione di sovranità nazionale, da loro rimosso, e strettamente connesso all'enorme problema delle ondate migratorie, della globalizzazione finanziaria, della perdita di tenuta culturale ed educativa del paese, della subordinazione a organismi transanzionali come la Nato, l'OMS, l'UE. 2) Il tema della natura umana, da loro cancellato in un demenziale relativismo storico-culturale illimitato, dove fioriscono tutte le bizzarre teorizzazioni woke, incluse derive allucinanti come il mercato delle gravidanze surrogate. 3) Il tema del rapporto tra scienza e società, dove dimostrano regolarmente un agghiacciante conformismo positivistico e una disperante inconsapevolezza dei meccanismi di sociologia della scienza e del coacervo di interessi che edificano, almeno nel breve termine, l'intrapresa scientifica. Questo lo si è visto nel modo più cristallino in pandemia, quando la totalità di questi soggetti ha abbracciato in maniera vergognosa ogni tipo di irrazionale prevaricazione nel nome della "Scienza". 4) Il tema dei rapporti con altre culture e soprattutto con altre tradizioni religiose, dove il relativismo storico-culturale, operante quando si parla di biologia (sic!) scompare proprio quando si parla di costumi. Trattano la biologia come se fosse un costume privato, e trattano costumi millenari come se fossero giudicabili con obiettività scientifica. Una marmellata mentale sconcertante. Ma una marmellata mentale comodissima, perché gli permette di stare dalla parte dell'illuminato Occidente (cioè della Nato, dell'UE, degli USa, ecc.) contro tutti gli stati che i mercati internazionali vorrebbero far fuori (Russia, Cina, Iran, ecc.). Dunque, alla fin fine, se ne stanno sempre comodi dalla parte dei veri detentori del potere, che gli concede grato un po' di visibilità. Questi quattro temi vengono da loro stigmatizzati per denigrare le uniche letture della tradizione marxiana che potrebbero mordere la realtà presente e avviare un vero processo "rivoluzionario", un mutamento di paradigma. Quelli che rivendicano quei quattro temi vengono da loro chiamati "rossobruni".
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Questi due passaggi fuorvianti, messi uno dopo l’altro, servono a comunicare una sola semplice idea, ovvero la necessità di schierarsi senza se e senza ma con USA e Israele, costi quel che costi, in quella che sarebbe una lotta di civiltà tra l’Occidente e l’Islam. E questa, naturalmente, lungi dall’essere una coraggiosa posizione di minoranza, è la posizione assolutamente dominante a livello di Unione Europea (inclusi molti partiti liberali e di centrosinistra), oltre che la posizione governativa italiana. Con questa mossa il generale si dimostra estremamente furbo. Si presenta come fautore di posizioni radicali, ma perfettamente inquadrate in una posizione di ortodossia atlantista e filoisraeliana. Questo gli permette di raccogliere due vantaggi. Da un lato sa che non mancherà la gratitudine finanziaria e mediatica delle lobby sioniste in campagna elettorale, dall’altro si erge a rappresentante scapestrato della “vera destra” contro una “sinistra” ridotta a un fantoccio di comodo (beh, in parte ridotta a fantoccio da sé medesima). Giochicchiando, come ha fatto in passato, con qualche simboletto nostalgico (X-MAS, che non sta per Natale in inglese), sventola il drappo rosso davanti agli antifascisti a molla della politica italiana, presentandosi al contempo come feroce “outsider radicale” ma anche come uomo di establishment (Nato e lobby sioniste). Chapeau. Incidentalmente, una demonizzazione del generale è la perfetta trappola per elettori gonzi e proprio per questo verrà alimentata e funzionerà. Essa fa al tempo stesso il gioco di Vannacci, che acquisisce visibilità e si elegge a rappresentante della “vera destra”, e fa il gioco del “campo largo”, che non avendo un’idea che sia una, ha bisogno come il pane di un qualche sedicente “rischio per la democrazia” per forgiare l’ennesima alleanza per la cadrega.
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OPERAZIONE VANNACCI Ieri mi è capitato di sentire un intervento del generale Vannacci. Prima di procedere ad un resoconto e ad un commento, voglio premettere che non soffro di nessuna ostilità pregiudiziale nei confronti del generale. Mi risulta che si sia fatto onore come militare e, per quanto non abbia letto il libro di cui è autore, sulla scorta delle obiezioni che si sono levate contro di esso, mi è parso che si tratti semplicemente di tesi conservatrici, oscillanti tra il buon senso e una disposizione reazionaria. Roba che può legittimamente non piacere, ma nessun “Mein Kampf”. Il filmato comparso ieri presenta un’argomentazione che val la pena di riassumere, questi i passaggi: 1) La recente missione in Israele della Flotilla sarebbe imputabile di essere una “manovra di sinistra”. 2) Essa andrebbe intesa alla luce del “filoislamismo” della sinistra. 3) Essere a fianco di “queste organizzazioni islamiste” si inscrive nell’idea più complessiva di favorire l’immigrazione clandestina. 4) Favorire questo processo migratorio significa favorire l’ingresso a persone che non si vogliono integrare. L’argomentazione credo mostri l’intelligenza del generale ma anche la sua mala fede. Partiamo dalla chiusa dell’argomentazione, che è quella che dà forza a tutto il resto. Che l’immigrazione di “persone che non si vogliono integrare” sia un processo socialmente negativo è fuor di dubbio, è praticamente tautologico: se aumenta in un paese il numero di persone che “non si vogliono integrare”, questo implica per definizione disunione sociale, infrazioni normative, plausibilmente incrementi della criminalità e riduzione della sicurezza. Che gran parte della sinistra non voglia neanche prendere in considerazione un tema del genere, e la sua parziale associazione con i processi migratori, è un grave problema di cecità politica che ha spinto ampie masse di elettorato nelle braccia della destra. Fin qui Vannacci gioca sul velluto. Il primo passaggio spericolato sta subito a monte, quando si connette pericolosità sociale, disintegrazione e Islam. Vannacci utilizza invero sempre “islamista”, il che gli consente di mantenere una “plausible deniability”. È come se dicesse: “Non sto mica attaccando l’Islam o gli islamici! Solo gli “islamisti”.” E qui stiamo di nuovo costeggiando la tautologia, visto che “islamista” è termine con cui si menzionano di solito le frange radicalizzate, prossime al terrorismo. Con ciò il generale finge di non sapere che altri gruppi sociali, che niente hanno a che fare con l’Islam (mai sentito parlare di “gang sudamericane”?) presentano problematiche anche più serie per la sicurezza pubblica. Finge inoltre di non sapere che la stragrande maggioranza degli islamici in Italia sono lavoratori bene integrati. E probabilmente finge di non sapere – ma forse ignora davvero - che la quasi totalità degli “islamici” coinvolti in “comportamenti antisociali” in Europa sono legati a soggetti di seconda generazione, nati e vissuti come laici nella nostra società. Laddove gli islamici credenti sono generalmente guidati da principi di cooperazione e conciliazione (per ovvie ragioni, per chi abbia idea della predicazione islamica). È ovviamente una tesi volutamente fuorviante. Il secondo passaggio, ben più spericolato, è però quello iniziale, in cui il generale assimila la vicenda israelo-palestinese al confronto, da lui adombrato, tra gli islamici descritti come corpo estraneo in Europa/Italia, e l’Occidente. Questo passaggio gli permette di assimilare il confronto Israele-Palestina ad un sedicente confronto tra Occidente e Islam, che fa tanto Samuel Huntington e che è la tesi agitata da anni dai think tank americani per legittimare il proprio costante interventismo nell’area medio-orientale per approvvigionarsi di fonti energetiche privilegiate.
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