Andrea Zhok
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Andrea Zhok (@andreazhok) Italiya til segmentidagi kanali faol ishtirokchi. Hozirda hamjamiyat 11 525 obunachidan iborat bo'lib, Siyosat toifasida 4 499-o'rinni va Italiya mintaqasida 2 254-o'rinni egallagan.
📊 Auditoriya ko‘rsatkichlari va dinamika
невідомо sanasidan buyon loyiha tez o‘sib, 11 525 obunachiga ega bo‘ldi.
27 Iyun, 2026 dagi oxirgi ma’lumotlarga ko‘ra kanal barqaror faollikka ega. Oxirgi 30 kunda obunachilar soni 64 ga, so‘nggi 24 soatda esa 2 ga o‘zgardi va umumiy qamrov yuqori darajada qolmoqda.
- Tasdiqlash holati: Tasdiqlanmagan
- Jalb etish (ER): Auditoriya o‘rtacha 92.37% darajada jalb etiladi. Nashrdan keyingi dastlabki 24 soatda kontent odatda umumiy obunachilar sonining 45.20% ini tashkil etuvchi reaksiyalarni to‘playdi.
- Post qamrovi: Har bir post o‘rtacha 10 648 marta ko‘riladi; birinchi sutkada odatda 5 211 ta ko‘rish yig‘iladi.
- Reaksiyalar va o‘zaro ta’sir: Auditoriya faol: har bir postga o‘rtacha 0 ta reaksiya keladi.
- Tematik yo‘nalishlar: Kontent potere, iran, occidente, diritto, popolazione kabi asosiy mavzularga jamlangan.
📝 Tavsif va kontent siyosati
Muallif resursni shaxsiy fikrni ifoda etish maydoni sifatida ta’riflaydi:
“Antropologia / Filosofia / Politica”
Yuqori yangilanish chastotasi (oxirgi ma’lumot 28 Iyun, 2026 da olingan) sababli kanal doimo dolzarb va katta qamrovli bo‘lib qoladi. Analitika auditoriya kontent bilan faol hamkorlik qilishini, uni Siyosat toifasidagi muhim ta’sir nuqtasiga aylantirishini ko‘rsatadi.
Ma'lumot yuklanmoqda...
| Sana | Obunachilarni jalb qilish | Esdaliklar | Kanallar | |
| 28 Iyun | +1 | |||
| 27 Iyun | +3 | |||
| 26 Iyun | +4 | |||
| 25 Iyun | +1 | |||
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| 21 Iyun | +6 | |||
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| 13 Iyun | +3 | |||
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| 09 Iyun | 0 | |||
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| 01 Iyun | +1 |
| 2 | Socialmente, questo modello mette in cattura tutti coloro i quali hanno difficoltà a stare all’altezza delle richieste di “innovazione”. L’incremento di controlli e certificazioni, la penalizzazione di beni tecnologicamente obsoleti (automobili, caldaie, ecc.) rispetto a beni tecnologicamente più avanzati mette sempre più gruppi sociali con le spalle al muro: si chiede a Mario la mobilità, la disponibilità a lavorare fuori sede, lo si spinge a vivere in periferia perché i costi delle abitazioni urbane esplodono, e poi lo si punisce perché non cambia la vecchia automobile con un gioiellino ibrido che costa quanto tre anni del suo stipendio.
Ma al netto dell’ingiustizia, questo modello è anche del tutto inefficace nell’affrontare i problemi. Esso infatti affronta i problemi generati dall’iperconsumo e dall’iperproduzione ricorrendo a ulteriore crescita di consumo e produzione. Mentre tappa un buco (ammesso che lo faccia) ne crea altri dieci. Il sistema in perenne accelerazione non ha mai il tempo di fare il punto sui problemi da risolvere, perché ne genera di nuovi a getto continuo.
7.2) POTATURA CICLICA. La seconda soluzione è quella indicibile, ma ben presente agli occhi delle élite economiche. Siccome non sono tutti stupidi, anche tra chi è riccamente beneficato dal sistema ci sono molti che capiscono che il liberalismo tecnologico non risolve nulla. Ufficialmente continuano a supportarlo, ma ufficiosamente prendono in considerazione scenari alternativi. Questi scenari passano attraverso l’idea che, non potendo (non volendo) prendere in considerazione un mutamento di paradigma produttivo, l’unico punto su cui si può lavorare è la demografia o l’accessibilità di beni ai più. Lo spettro di queste soluzioni vanno da progetti di depopolazione, alla promozione di dinamiche di immiserimento ed esclusione di massa, alla promozione di scenari bellici, all’abbattimento della fertilità creando condizioni di invivibilità per i più.
L’idea di fondo è semplice e coerente, ed è quella che è stato ripetuto da Reagan e Bush, dicendo che “il tenore di vita degli americani non è negoziabile”, ma estesa all’interno degli stessi paesi ricchi (“il tenore di vita delle élite non è negoziabile”). Quali soluzioni si percorreranno di volta in volta è da vedere. Alcune soluzioni saranno apertamente esplicitabili, altre rimarranno tra le righe, altre ancora saranno del tutto clandestine, ma il punto di fondo è, perdonate la semplificazione: “Povery, dovete morire.”
Che ciò avvenga abbattendo i sistemi sanitari e il welfare, creando condizioni di vita e lavoro che distruggono la fertilità, lasciando che i morti di fame si ammazzino tra di loro per le briciole del sistema, oppure inducendoli ad ammazzarsi tra di loro mettendogli un’uniforme, queste sono decisioni particolari, secondarie.
7.3) IL CAMBIAMENTO DI SISTEMA: La terza soluzione è in certo modo ovvia, ma oggi persino difficile da dichiarare. Siccome i problemi di cui sopra sono alimentati e resi insolubili da una specifica organizzazione sociale, bisogna mutare questa organizzazione. Un sistema che ha bisogno di crescita illimitata, che non può tollerare neppure una lunga pausa di stazionarietà senza collassare, è patogeno. Ovviamente il punto di questo sistema non è e non è mai stato il soddisfacimento di bisogni, neppure dei bisogni più elaborati e raffinati. Se si pensa che dagli inizi del ‘900 ad oggi la produttività procapite è centuplicata ma l’orario di lavoro è rimasto sostanzialmente immutato, si capisce bene che per il sistema ogni capacità produttiva supplementare deve essere impiegata per alimentare il circolo produzione-consumo, e non per liberare tempo umano, non per liberare energie fisiche e mentali. L’avvento prossimo venturo dell’AI in massa sui posti di lavoro è destinato a seguire la stessa parabola: esplosione di produttività e di margini di profitto, carichi di lavoro immutati per chi lavora, competizione aumentata per accedere ad un lavoro qualunque (e dunque compressione salariale). | 2 097 |
| 3 | 6) LA VERA DIMENSIONE DEL PROBLEMA. Accettare la lettura che traduce “problemi ecologici” con “riscaldamento climatico ad origine antropica”, accentuando un’interpretazione particolare, finisce per nascondere il quadro generale. E il quadro generale è piuttosto chiaro: esiste un processo ECOPATOLOGICO generato dalle forme di vita dell’umanità contemporanea – soprattutto in alcune parti del mondo. Questo processo è legato ad una doppia tendenza: la crescita demografica mondiale e la crescita della produzione-consumo procapite.
Dal 1900 ad oggi la popolazione del pianeta è più che quintuplicata (da 1,6 a 8,3 miliardi) e la produttività procapite è, approssimativamente, centuplicata. Facendo i conti della serva, possiamo dire che tra quando Heidegger o Wittgenstein erano adolescenti ed oggi il tasso di produzione-consumo planetario è aumentato di circa 500 volte. Senza abbracciare fantasie malthusiane o luddiste, bisogna riconoscere che questo processo è intrinsecamente esplosivo. Significa che sia il consumo di risorse, sia la produzione di scarti ed esternalità sono cresciute di 500 volte nell’arco che separa la generazione dei miei nonni dalla presente. Non bisogna essere apocalittici o catastrofisti per comprendere che una curva esponenziale del genere non è sostenibile nel lungo periodo.
Nota bene: È molto più difficile sapere QUALI squilibri un simile processo va a creare che sapere CHE una simile tendenza è destinata a creare gravi squilibri. Questo punto è cruciale. Noi possiamo nutrire moltissimi sospetti intorno a vari processi degenerativi a livello ambientale, possiamo rilevare l’incremento di numerose malattie, identificare processi di depauperamento biologico e desertificazione, possiamo registrare cambiamenti climatici, ecc. e tuttavia l’imputazione causale diretta può rimanere elusiva e contendibile per tempi lunghissimi. Possiamo in sostanza essere certi che il sistema è patologico, senza sapere esattamente quali processi causano esattamente quali danni.
7) L’ORIZZONTE DELLA SOLUZIONE. Se riconosciamo le linee di fondo dell’analisi precedente – e io credo che le riconoscano in molti, anche tra i più entusiasti sostenitori del sistema – ci si trova di fronte all’orizzonte delle possibili soluzioni. Riducendole all’osso le soluzioni che vengono immaginate (e, talvolta, molto più di rado, esplicitate) sono di tre tipi che chiamerò SOLUZIONE DELLA FEDE NEL LIBERALISMO TECNOLOGICO, SOLUZIONE DELLA POTATURA CICLICA e SOLUZIONE DEL CAMBIAMENTO DI SISTEMA.
7.1) LIBERALISMO TECNOLOGICO. La prima soluzione appartiene al novero delle escogitazioni dell’economia liberale. Essa suppone che, per ogni problema, il libero sistema della produzione competitiva troverà una soluzione, non appena quella soluzione sarà economicamente attraente. Questa è la forma in cui vengono incanalate oggi tutte le discussioni di natura ecologica, a partire dal riscaldamento climatico. Non si cambia niente a livello sistemico, ma si spinge per la ricerca di qualche soluzione tecnologicamente innovativa, che ha il vantaggio di aprire settori con margini di profitto allettanti. Si spaccia questa soluzione compatibile con i meccanismi di mercato correnti come decisiva. Simultaneamente si producono sistemi di incentivi e disincentivi economici, volti ad orientare il mercato verso le “soluzioni innovative”. Tutto ciò viene fatto da molti in buona fede. Tuttavia è una strategia insieme socialmente ingiusta e materialmente catastrofica. | 1 978 |
| 4 | RIFLESSIONI SULL’ECOPATOLOGIA (post lungo, portate pazienza)
È estate, fa caldo, e come ogni anno in questo periodo si surriscalda anche il dibattito simil-ecologico sul riscaldamento climatico. Prendo spunto da alcune belle riflessioni di Pierluigi Fagan per cercare di districare l’ingarbugliata matassa delle discussioni sul tema e fornire una lettura d’insieme.
La premessa di quanto segue è metodologica e politica: se non impariamo a ragionare distinguendo, se continuiamo a supporre che la forma corretta del dibattere sia la contrapposizione di schieramento, la qualità del dibattito politico continuerà a degenerare. La prima ecologia che dobbiamo imparare a rispettare è un’ecologia del discorso e del pensiero: equilibrio, proporzione, visione organica.
1) RADICALIZZAZIONE IDEOLOGICA. Il tema ecologico nel dibattito pubblico è stato spinto dal solito apparato mediatico a gettone su un tipico binario morto di contrapposizione astratta, “ideologica”. Questo perché la complessità delle tematiche ambientali è stata ridotta ad un singolo problema (il riscaldamento climatico). Questo problema è stato trattato come se ammettesse epistemicamente una singola risposta (l’origine antropica), e quella risposta è stata utilizzata – come al solito – per lasciarsi mano libera su interventi “emergenziali”, antipopolari, asserviti ad interessi particolari, e inutili (rottamazioni forzate, elettrificazione coatta, introduzione di un’infinità di regole e regolette sulla mobilità, sugli immobili, ecc. che colpiscono regolarmente i ceti meno abbienti).
2) IL FENOMENO E L’INTERPRETAZIONE. Che vi sia stato una fase di riscaldamento climatico accentuato nell’ultimo mezzo secolo è certo. Vi sono ragioni per credere che questo riscaldamento possa avere un’origine antropica? Sì, vi sono: possediamo la conoscenza di alcuni meccanismi fisici (effetto serra) e la misurazione di alcune correlazioni. Possiamo dire che queste ragioni hanno carattere apodittico, dimostrativo, ultimativo? No, non possiamo dirlo e ben difficilmente potremo mai dirlo, a causa della natura del problema, che concerne un sistema complesso e unico (il pianeta), e che dunque non può essere sottoposto alle forme dimostrative più forti, cioè i test sperimentali con mutamento delle variabili a monte per vedere gli effetti a valle.
3) DIMOSTRABILITÀ E PRINCIPIO DI PRECAUZIONE. Il fatto di non poter plausibilmente pervenire mai ad una dimostrazione compiuta è ragione sufficiente per sospendere indefinitamente il giudizio? No, non lo è, per la semplice ragione che siamo di fronte a processi che coinvolgono in maniera potenzialmente assai dannosa l’esistenza di tutti. Dunque è un tipico caso in cui ha senso applicare una forma di principio di precauzione, cioè agire come se l’opzione più dannosa fosse reale.
4) RIGETTO DELL’EMERGENZIALISMO. Assumere il principio di precauzione non significa cadere in una trappola emergenzialista. Il processo di cambiamento climatico, anche se accogliamo l’idea della prevalente origine antropica e anche se adottiamo il principio di precauzione, non fa parte di quei problemi per cui una decisione frettolosa è meglio che niente. Non è qualcosa che può essere risolto nel breve periodo, non è qualcosa che richiede decisioni emergenziali, con il consueto ricorso a scorciatoie, decreti, appelli che ben conosciamo tipo “NON C’È PIÙ TEMPO!” e “FATE PRESTO!”.
5) RIGETTO DELLA DINAMICA AMICO-NEMICO. Un corollario del rifiuto di ogni isteria emergenziale è quello di accettare ad ogni livello, e soprattutto a livello scientifico, la massima ampiezza di dibattito. Vanno fermamente respinti i meccanismi da gregge che oggi imperversano nel mondo scientifico e accademico, dove ogni posizione eccentrica finisce sotto il fuoco incrociato della denigrazione e del declassamento. Espressioni come “negazionista climatico” vanno eliminate dal vocabolario. Un dibattito scientifico in cui solo la tesi prevalente può essere sostenuta non è più dibattito scientifico. | 2 197 |
| 5 | Segnalo per gli interessati
https://www.giornaleadige.it/2026/06/24/perche-i-confini-sono-importanti/ | 3 707 |
| 6 | Ieri è stata approvata una mozione dal Parlamento Europeo con 283 voti favorevoli, 199 contrari e 85 astensioni.
Questa mozione condanna "l'emergenza umanitaria a Cuba" addossandone integralmente la responsabilità al governo cubano e al sistema politico socialista.
Nella mozione si trova scritto che «L’emergenza umanitaria non è il prodotto di alcun embargo esterno, ma la diretta conseguenza del modello e dei fallimenti del regime stesso».
In sostanza, secondo il più classico modello della latrina morale europea, si dà la colpa al sistema politico più egalitario dell'America Latina della distruzione di un paese, che gli USA hanno tenuto sotto embargo dal 1959, quando la rivoluzione capeggiata da Fidel Castro e Che Guevara cacciò il dittatore Fulgencio Batista.
E che dire, non c'è dubbio che Cuba se la sia voluta.
Dopo tutto se rimanevano una piantagione di canna da zucchero punteggiata da resort per la plutocrazia americana, non gli sarebbe successo nulla.
E se poi si fossero venduti al miglior offerente, tipo Milei, avrebbero avuto canali preferenziali per crediti e investimenti.
Invece no, testardamente hanno tentato di percorrere la propria strada verso giustizia e libertà, invece di accettare una posizione da maggiordomi o servi della gleba dell'impero americano.
E in questo contesto quella repellente, inutile, marcescente istituzione che risponde al nome di Unione Europea coglie l'occasione di una crisi umanitaria indotta dall'esterno per schiacciare con il proprio tallone moraleggiante un paese agonizzante.
E come al solito queste anime putrefatte lo fanno nel nome dei "diritti umani violati". Lo fanno perché hanno tanto a cuore le condizioni di vita della popolazione cubana, tanto da mandargli non aiuti ma una reprimenda in carta bollata.
Dante riservò il nono e ultimo girone dell'Inferno ai traditori: i traditori dei parenti, i traditori della patria, i traditori degli ospiti e i traditori dei benefattori.
Per questi traditori dell'umanità bisognava scavare più a fondo. | 24 498 |
| 7 | A monte della tendenza a condannare questa adesione alla finitezza dei nostri percorsi umani sta una forma di malinteso universalismo della ragione. Il confine, qualunque confine, è sempre una dimensione relativa a ciò che sta fuori dal confine. In questo senso la coltivazione di ciò che sta all’interno del confine si può nutrire delle virtù di ciò che sta al di fuori di esso. Il presupposto perché tale acquisizione di virtù avvenga, tuttavia, è che entro altri confini, altri soggetti le abbiano coltivate, prendendosi cura della propria determinatezza, con le possibilità che le erano proprie. Qui per descrivere la spinta all’assimilazione del nuovo e del diverso si ricorre spesso a metafore come ‘fusione’, ‘mescolanza’, ‘contaminazione’. Ma sono metafore essenzialmente fuorvianti. Noi possiamo apprezzare un contributo culturale a noi estraneo in quanto in passato esso è stato oggetto di approfondimento e devozione da parte di altri. Ciò può avvenire per la coltivazione di una tecnica, un’arte, una lingua, un intero sistema di relazioni umane, di modi di vivere, abitare, alimentarsi. Se qualcuno ha approfondito la propria determinatezza, le proprie condizioni di esistenza, il risultato può assumere un valore universale, nel senso che può essere compreso anche da altri, può essere significativo anche per loro, che quell’approfondimento non avevano fatto. Ciò che cresce dentro i confini può valicarli: questo è un universalismo dotato di senso e capace di opporsi a bigottismi e chiusure provinciali. Ma il presupposto perché ciò accada è appunto che confini vi siano, che la circoscrizione del campo si dia, che scelte vengano fatte, che aspetti vengano privilegiati, ecc. La ‘diversità’ è un valore se significa comprensione e apprezzamento di qualcosa maturato separatamente. Possiamo ammirare la cultura tedesca, o greca, russa o britannica perché queste realtà hanno avuto modo di maturare approfondendo alcuni aspetti a scapito di altri, investigando e sperimentando la propria collocazione storica e geografica. Invece la prospettiva dell’abolizione dei confini, è una prospettiva che distrugge le capacità di gruppi sociali territoriali di coltivare ciò che gli è proprio, nei tempi storici necessari per ogni maturazione. Al suo posto viene alla luce un mercato di gadget, frammenti esotici, stilemi ‘internazionali’ a buon prezzo, apparenze prive di radicamento e di comoda fruizione. Lungi dall’essere una ‘apertura alla diversità’, questa è la direzione dell’ottuso appiattimento sulla più anonima e insignificante superficialità." | 6 537 |
| 8 | --------
"Il libro che Frank Furedi ha dedicato al significato assunto oggi dal tema dei “confini” rientra nel novero dei libri necessari. È un libro necessario in quanto, in un panorama di pubblicistica tutta rivolto in senso opposto, esamina processi che tutti abbiamo incontrato con disorientamento, quando non con schietto imbarazzo. Furedi fornisce una splendida rassegna della pervasività con cui nell’ultimo mezzo secolo il discredito ha coperto l’idea di confine, il suo senso simbolico e politico, e lo fa mostrando con sobrietà ed acribia la pervasività egemonica di questa delegittimazione. Guardando ai contributi intellettuali, spesso rinomati, che Furedi cita come illustri denigratori dell’idea di confine, non si può non rimanere colpiti dalla apparente trasversalità di quest’opinione che vede nei ‘confini’ una sorta di ‘significante immorale’, un concetto contaminato che evoca fantasmi tribali, ottusa brutalità, magari razzismo. Nella retorica contemporanea il “confine” si contrappone alla “apertura” come le tenebre alla luce nella religione di Zoroastro.
(...)
Uno dei maggiori pregi del testo di Furedi consiste nell’osservare come l’opera di demolizione dei “confini” non si limiti all’idea di confine geopolitico, nazionale, ma sia una forma di discredito concettuale che coinvolge l’idea di “confine” in sé. Ad essere minata è l’idea stessa che avere confini possa avere valore: gli unici confini buoni sono confini morti. Qui le formulazioni astratte della retorica trascolorano in visione metafisica. Nell’ultimo mezzo secolo, ci mostra Furedi, è emersa e si è consolidata una prospettiva che nutre sistematicamente associazioni positive per tutto ciò che “supera i limiti”, che “abbatte i muri”, che “scavalca i confini”, che “rompe i legami”, che “fluidifica le identità”, che “trasgredisce le regole”.
(...)
Le pagine di 'Why Borders Matter' sono una brillante descrizione di una società malata, la nostra, una società incapace di diagnosticare la propria malattia, di interpretarsi, di stabilire una qualunque rotta. Sul piano dell’inquadramento causale, tuttavia, l’esposizione si attesta su una certa indeterminatezza, e questo può esporre il testo al rischio di essere percepito come mero ‘lamento moralistico’, come ‘rimpianto conservatore’. Siccome l’autore è perfettamente consapevole che la soluzione ai processi dissolutivi che espone non sta in nessuna risposta autoritaria, reazionaria o moralistica, è un peccato che questo rischio interpretativo non venga fugato.
(...)
Il ‘confine’, che riguardi i confini individuali o quelli collettivi, le personalità o le comunità, è ciò che permette l’esistenza. Esistere è essere determinato, e i confini, nelle loro varie accezioni, sono ciò che determina (omnis determinatio est negatio): solo come esistenti determinati possiamo coltivare ciò che siamo, e che non abbiamo scelto di essere. Se vogliamo stigmatizzare come ingiusto ogni confine e limite, dobbiamo stigmatizzare ogni determinazione ed esistenza. (...) | 5 045 |
| 9 | Ieri, a seguito della pubblicazione delle tracce delle tracce per i temi di maturità, si è scatenata la furia iconoclasta della cosiddetta "sinistra radicale". Dapprima Christian Raimo si è prodotto in una stroncatura scoppiettante delle tracce scelte, accusando il ministero di aver "dichiarato guerra contro i ragazzi" (ehi Raimo, come andiamo con questo maschile plurale sovraesteso? Non ti funzionava il tasto asterisco?)
A breve giro di posta Sinistra Italiana ha ricicciato il post di Raimo, mettendolo in italiano, per dire esattamente le stesse cose.
Non ci provo neanche ad entrare nei dettagli della critica, perché - come sempre - non sono dettagli argomentativi, ma moti di ripulsa emozionale rivestiti da parole.
Un passaggio mi ha però colpito particolarmente, ed è quello in cui ci si inalbera contro il fatto stesso di aver citato in una traccia un libro del sociologo Frank Furedi. Per capire la drammaticità dell'accusa, per Raimo è come se in una traccia fossero comparse, cito: "una citazione di Charlie Kirk o un brano di un libro di Passaggio al bosco."
Notiamo il meccanismo.
Per Raimo (e per l'attuale intellighentsia "de sinistra") il problema non è mai il contenuto che viene proposto, ma la sua provenienza. Il contenuto è sempre indifferente, non viene valutato proprio, non fluisce nei circuiti neuronali ma incontra una diga preliminare. Ci sono autori, editori, persone che "non sono kosher", sono impure, fuori casta, cui non bisogna dare la chance di "corrompere i giovani" (la celebre accusa contro Socrate).
Il rogo mentale dei libri come seconda natura.
Ecco, questo spiega benissimo molte cose, e su ciò voglio tornare in un'altra occasione.
Tuttavia, siccome, accidentalmente, mi è capitato di scrivere le prefazioni per ben due libri di Furedi, pubblicati in Italia, tra cui il citato "I confini contano", voglio riportare una piccola selezione della prefazione stessa al libro, a titolo di chiarimento delle molte sciocchezze che sono circolate nelle ultime 24 ore. - (Premetto che il passo estratto appartiene alla sezione dedicata ai confini territoriali, mentre la traccia del tema di maturità concerneva i confini soggettivi, specificamente quelli intergenerazionali.) | 4 684 |
| 10 | Se tale capitolazione non dovesse avvenire (orizzonte massimo un anno), credo che la logica interna del conflitto sarebbe inevitabile: l'Europa andrebbe "rimessa al suo posto", fino a quando il suo potenziale militare è modesto e il sostegno degli USA scarso.
E questo significa Guerra, non guerra fredda, non guerra ibrida, non guerra metaforica. Semplicemente guerra.
E, per quanto in prima istanza avremmo a che fare con una guerra convenzionale, il pendio scivoloso verso l'utilizzo del vero vantaggio strategico russo - cioè il nucleare - è fatale. | 11 433 |
| 11 | La guerra in Ucraina sarebbe dovuta finire un mese dopo il suo inizio, quando ci furono le prime trattative e un accordo era già stato sostanzialmente definito.
L'Ucraina sarebbe ancora un paese e non un cumulo di macerie depopolato.
La Russia poteva ottenere che l'Ucraina divenisse uno "stato cuscinetto" con rapporti bilaterali e traffici sia verso la Russia che verso l'Europa.
L'Europa poteva continuare ad approvvigionarsi di gas e petrolio a prezzi convenienti.
La civiltà europea non avrebbe vissuto quella fase di umiliazione dei propri principi caratterizzata da una ridicola e tragicamente stupida "caccia al russo", dallo sport alla lirica.
Invece a 4 anni e 4 mesi dall'ingresso delle truppe russe in territorio ucraino, e a 12 anni dall'inizio del conflitto (febbraio 2014), l'Ucraina si è trasformata integralmente in una proxy militare della Nato, senza che nessuno abbia chiesto ai cittadini europei se volessero partecipare a questa guerra per procura.
La tattica Nato, oggi più europea che statunitense, consiste nel produrre grandi masse di droni prevalentemente in aree al di fuori del territorio ucraino e di lanciarli in profondità in Russia.
L'idea non è quella di tentare una riconquista dei territori perduti, perché questo richiederebbe truppe che né l'Ucraina né l'Europa tutta hanno.
L'idea è quella di infliggere danni così gravi alla Russia da provocare una rivolta interna nei confronti di Putin.
Ovviamente questa situazione converge fatalmente in due direzioni.
La prima dipende dal fatto che le retrovie europee delle truppe ucraine sono oramai parte cruciale e decisiva della guerra, sono una minaccia persistente, una minaccia che rimarrebbe tale qualunque fosse l'esito del conflitto in Ucraina.
Che lo si ammetta o no, l'Europa è in guerra con la Russia e la Russia lo sa. Il gioco europeo è tutto imperniato sul presupposto che i paesi europei possono gestire il conflitto da una posizione di sicurezza intoccabile, perché protetti dall'Art. 5 della Nato.
Ma che tale protezione sia uno scudo origami lo hanno capito tutti. Gli USA non interverranno mai in aiuto di un paese europeo eventualmente aggredito, quantomeno non finché Trump rimane alla presidenza. E senza il supporto americano la Nato europea non è capace di fare niente di più di quello che fa già nella sua guerra per procura. La debolezza europea, il disprezzo conclamato dell'amministrazione americana per l'Europa e il gioco di nascondersi dietro l'art. 5 puntano tutti in una sola direzione, ovvero quella di un'escalation che coinvolga direttamente qualche paese europeo.
La seconda direzione è tutta legata alla politica interna russa. Putin, nonostante la propaganda europea lo abbia costantemente presentato come un novello Attila, in effetti è sempre stato un moderato, incline al compromesso e speranzoso in un rappacificamento con l'Europa. Il prolungamento della guerra nella forma attuale, con colpi nelle retrovie urbane di Mosca e Piteroburgo, indebolisce oggettivamente la leadership di Putin. E questo preme verso un duplice scenario, o una sua sostituzione alla leadership (improbabile) o un'accettazione da parte di Putin di un'agenda radicale, proposta da tempo da consiglieri e colonnelli dell'establishment russo. Nella situazione attuale, il nemico non è più l'Ucraina, che è solo una piattaforma fisica che fornisce carne da macello, ma l'Europa, che in questa situazione - con la guerra fuori dai propri confini - si sta rafforzando sul piano militare. La domanda ovvia che si pongono moltissimi dirigenti russi è: perché dovremmo aspettare altri 3-4 anni che l'Europa metta a punto di suo riarmo, con magari un nuovo governo americano incline a rivivificare la Nato?
Putin sta scommettendo tutte le sue carte su una capitolazione ucraina in tempi brevi. Solo un esito del genere consentirebbe dal punto di vista della Russia un orizzonte di sicurezza. | 11 221 |
| 12 | Vedo che il dibattito pubblico nazionale ferve.
Oggi ci si infervora sull'esistenza o meno del femminicidio e sulle patenti di fascismo o antifascismo.
Spettacolari battaglie per la supremazia simbolica sul mercatino interno: battaglie navali in una piscina gonfiabile.
Intanto il mondo del lavoro per i giovani consta sempre più di soli "lavoretti", pagati in rimborsi spese e prestigio curriculare.
Il sistema industriale, in costante declino da vent'anni, è alla canna del gas per i costi energetici e la chiusura di mercati di sbocco, per censure politiche e sanzioni autoinflitte.
Scuola ed università sfornano in sempre maggior misura esperti di fuffa in angloitaliano, consapevolezza dei propri sentimenti e pubbliche relazioni.
Il reddito vitale che tiene su quel che resta del ceto medio è sempre più delegato alla messa a frutto del capitale immobiliare ereditato (città con biglietto d'ingresso, B&B, noleggio case vacanze, ecc.).
Finanza e burocrazia funzionano secondo meccanismi intricati, del tutto opachi, inaccessibili che ingenerano nella cittadinanza media un costante senso di arbitrio, sopraffazione, frustrazione. Siamo sommersi da "modifiche unilaterali di contratti", trabocchetti legali a piede di pagina, sanzioni a capocchia sui social media, interlocuzioni kafkiane con risponditori automatici e AI, senza nessunissima possibilità di chiamare qualcuno a rispondere di qualcosa.
I pochi che hanno ancora voglia di fare qualcosa sono richiamati duramente all'ordine con oneri preventivi e responsabilizzazioni esorbitanti. Chiunque abbia iniziativa - dal fare un figlio a fare un mestiere, dall'aprire un'impresa a promuovere un'idea non premasticata - viene messo duramente al suo posto, così impara.
Un paese che assiste a quel che succede nel mondo come se fosse su un tavolo operatorio, dopo un'iniezione di miorilassante: totalmente paralizzato, afono, vede gente affaccendarsi intorno al suo corpo con attrezzi preoccupanti in mano.
E al posto dell'anestesia, nelle orecchie gli ronzano battaglie navali simboliche. | 11 234 |
| 13 | 5) In un sistema competitivo come il nostro, il peso di questa situazione ricade prevalentemente sulle persone che sono in relazione di competizione diretta con la forza-lavoro d’importazione, cioè quel proletariato o quella piccola borghesia che fatica a tenere insieme salario e dignità.
Queste persone appartengono spesso ad aree socialmente già deprivate o a rischio di deprivazione, e percepiscono lo Stato come lontano ed anzi ostile, come non interessato a difenderli né sul piano lavorativo né sul piano della sicurezza pubblica.
L’inefficienza ed inerzia dei sistemi repressivi (come ogni servizio pubblico, sottodimensionato e tenuto a dieta) finisce paradossalmente per essere più efficace nel colpire le piccole violazioni di quel proletariato che ha faticosamente conservato un poco (un auto, una casa), che le grandi violazioni di chi è appena arrivato e non ha niente da perdere (se e quando delinque).
Chiedere infinita saggezza, perenne moderazione e santo autocontrollo a queste persone significa essere o stupidi o in malafede. È certo come il sorgere del sole che ad un certo punto queste situazioni sono destinate ad esplodere in forme di violenza civile.
6) Che queste forme di violenza civile siano brutte, immorali, che prendano forme di violenza indeterminata, incapace di distinguere i bersagli colpevoli da quelli innocenti, è ovvio ed inevitabile.
Il problema, il vero problema, è che ora – solo ora – ceti politici privi di vergogna sono pronti ad arrivare come avvoltoi sulla scena della violenza sociale.
Non c’erano quando le famiglie, siano esse autoctone o migranti, non riuscivano a star dietro ad un figlio malato o soccombevano di fronte al minimo rovescio di fortuna, non c’erano quando le persone venivano ricattate per anni, per decenni, ad accettare condizioni di lavoro sempre più precarie.
Ma ci sono ora.
Ci sono da un lato a sciacallare soffiando sul fuoco della “sacrosanta protesta contro l’intruso”, e dall’altro a sciacallare indignandosi per il “razzismo” e il “fascismo”. Così trasformano i problemi, quei problemi che hanno contribuito entrambi a creare, in altrettante occasioni personali per un’intervista piena di sdegno e per qualche photo opportunity.
7) In conclusione. La trappola che è stata predisposta (se intenzionalmente o per caso, non importa) è questa.
Finché la gente non reagisce, si finge che il sistema stia magicamente funzionando secondo i meccanismi di qualche “mano invisibile” e che tutti ne stiano beneficiando.
Quando la pentola a pressione scoppia, quando ci sono tumulti e violenze (possono essere degli autoctoni, ma possono anche essere di migranti di prima o seconda generazione – si pensi alle banlieue), a questo punto si scatena il gioco della polarizzazione artefatta, che tiene in vita il ceto politico che ha creato il danno, e anzi gli attribuisce maggiori poteri.
Se non reagisci non esisti e ti ridono in faccia.
Se reagisci ti metti dalla parte del torto e dai forza a chi ha creato il problema.
Senza una trasformazione della rappresentanza politica (oggi difficile anche da immaginare) questo circo occidentale continuerà a marcire, fino a qualche forma di guerra civile. | 9 559 |
| 14 | Visto che i fatti di Belfast hanno rimesso al centro della discussione un tema oramai sviscerato in tutti i suoi aspetti, proviamo a fare solo un po’ d’ordine mentale.
1) Il fenomeno migratorio in Occidente è integralmente un fenomeno con radici economiche, dipendente dalla logica di capitale. Vengono favoriti gli spostamenti di forza-lavoro che cerca di occupare gli spazi lavorativi disponibili sul mercato mondiale. È nell’interesse del capitale ottenere forza lavoro massimamente disponibile a lavorare per poco e facilmente ricattabile. Non è una questione di “immigrazione irregolare”. Gli irregolari sono anch’essi parte del gioco, perché un po’ più ricattabili, ma il gioco nel suo complesso è accettato, desiderato e teorizzato.
2) La pressione che viene esercitata dalle forme di vita coltivate in Occidente (dai costi per crescere la prole, alle responsabilità legali, alle difficoltà pedagogiche per figli che crescono in ambienti desocializzati, ecc.) crea costantemente le condizioni per una riduzione della fecondità. (Questo succede anche per le seconde generazioni dei migranti, non appena si acclimatano). La mancanza di forza lavoro interna dei paesi occidentali viene compensata importandola da parti del mondo dove i “costi di produzione di bambini” sono bassi, perché non esiste un sistema di tutele pubbliche, servizi sanitari, sistemi scolastici, ecc. L’Occidente è una tomba indaffarata che assorbe giovani “prodotti” altrove per trasformarli in concentrazioni di capitale.
3) Questo processo non è mai guidato e controllato perché per guidarlo e controllarlo ci vorrebbero enormi investimenti: denari per i processi di assimilazione, educazione o rieducazione, istruzione linguistica, socializzazione, ma anche per il controllo e la repressione di comportamenti illeciti. Dunque si lasciano ad alcuni clown politici le parole d’ordine dell’inclusione e dell’accoglienza, ma siccome l’intero senso del processo è esclusivamente volto a incrementare i margini di profitto, tutto questo “processo di inclusione e accogleinza” rimane necessariamente sulla carta.
Peraltro, se vivessimo in Stati disponibili a sostenere questi livelli di spesa pubblica per i processi di socializzazione-inclusione il problema migratorio non sorgerebbe proprio: saremmo in Stati disposti a drenare denaro dal grande capitale per migliorare le condizioni di lavoro degli autoctoni, per migliorare i servizi pubblici, per reprimere lo sfruttamento e il lavoro nero, per aiutare le famiglie ad allevare i figli, ecc. Dunque, se fossimo nel mondo fantasticato (ma mai implementato) dai promotori dell’“accoglienza infinita”, non ci sarebbe semplicemente nessun interesse a importare forza-lavoro, perché appena arrivata da noi essa sarebbe tutelata e dunque costosa.
4) Il processo è dunque sempre lasciato a sé stesso, perché chi comanda questi processi è il capitale ed esso non ha alcun interesse a guidare gli effetti sociali dei processi migratori.
Dunque, costantemente ed inevitabilmente, questi processi creano forme di destabilizzazione sociale. La scuola pubblica ne esce degradata perché sopraffatta da un eccesso di domanda senza mezzi adeguati per rispondere; gli alloggi popolari scompaiono dalla disponibilità pubblica; soggetti culturalmente estranei e non integrabili – perché l’unica forma di integrazione offerta è il lavoro e non ce n’è per tutti – finiscono per nutrire le fila della piccola delinquenza. Mi si risparmi l’ovvietà che non c’è equazione tra immigrazione e delinquenza. Ovviamente non c’è equivalenza, ma altrettanto ovviamente ed irrefutabilmente, nelle società in cui crescono gruppi di soggetti culturalmente estranei e non lavorativamente impiegabili, aumentano insicurezza e reati. Solo persone in perfetta e colpevole malafede possono negare questo nesso che è testimoniato costantemente e registrato statisticamente. | 8 344 |
| 15 | Nell’ultimo post che ho condiviso, compare una frase per me cruciale, relativamente al tema dell’identità collettiva e dei processi migratori: "Diciamo che devono essere inclusi, ma per essere inclusi dovrebbero trovare un luogo che abbia una forma, e le nostre società non hanno forma."
Questo per me è un punto molto importante, che accomuna in modo paradossalmente complementare destra e sinistra.
La destra finge che sia un dato ovvio ciò che la società (italiana, europea) è. La destra immagina che basti appellarsi a qualche residuo esteriore, a qualche memoria nostalgica, a qualche rimanenza sempre più scarnificata della tradizione che fu per definirsi; suppone che basti chiacchierare di Europa cristiana per dare un contenuto spirituale ad una società non solo secolarizzata, ma radicalmente sradicata e relativistica, di cui peraltro la destra stessa coltiva intensivamente il più schietto individualismo. La destra chiacchiera di comunità, ma pensa al nepotismo; chiacchiera di società, ma pensa alle società per azioni.
Non fa e non ha mai fatto nulla, da almeno mezzo secolo a questa parte, per prendersi davvero cura della tradizione culturale italiana ed europea, lavorando indefessamente per la sistematica mercificazione di ogni istanza culturale, di ogni costume, di ogni tradizione. Gonfiano il petto col “made in Italy” e non a caso usano un’espressione inglese, perché “Italy” per loro è solo un marchio per conquistarsi quote di mercato sfruttando un passato che non studiano e non capiscono.
La sinistra invece annega nel marasma astratto di un generico relativismo storico, su cui ha peraltro smesso di riflettere criticamente almeno dagli anni '70, finendo per tradurre "storia" come "accidentalità", "caso", "arbitrio". Continua a lottare con fantocci svuotati, dall'oppressione patriarcale al dogmatismo religioso, dal nazionalismo al familismo, immagina di lottare quotidianamente contro i mulini a vento di Dio, Patria e Famiglia, mentre non ricorda neppure più il significato di quelle parole.
Quando pensa alla “cultura” pensa ad un distintivo di classe, che separerebbe i semicolti con titolo di studio che li votano da ciò che ritengono essere l’abbrutimento del senso comune plebeo. Concepisce ogni normatività informale, ogni aspettativa media e popolare come abominevole pregiudizio e irrazionalità della “pancia del paese”. Mentre la loro di pancia è appaltata alla sbobba culturale americana, che immaginano come “mondo senza pregiudizi”.
La società italiana (europea) non “include” e non “accoglie” perché sia per includere che per accogliere devi essere QUALCUNO, devi sapere cosa sei e cosa vuoi. Inclusione ed accoglienza sono invece qui solo paroline che servono come foglie di fico per nascondere l’opportunismo economico (“i lavori che gli italiani non vogliono più fare”, “le risorse che ci pagano le pensioni”, ecc.). E va tutto bene finché l’”incluso” e “accolto” sta al suo posto come ingranaggio del nostro sistema. Infatti l’unica regola sociale che siamo in grado di fornire in buona coscienza è “fai bene il tuo lavoro”. Ma non appena l’altro pretende di essere una soggettività con una propria identità, non essendo noi in grado di dare alcuna indicazione normativa, alcun limite motivato, l’identità altrui diviene immediatamente ingombrante, spigolosa, un pugno nell’occhio, uno scandalo. | 7 542 |
| 16 | S) “Ciao D.”
D) “Ciao S, bello rivedersi, sia pure solo ogni 5 anni”
S) “Per me questa riprogrammazione sarebbe anche superflua, oramai funzionano col pilota automatico”
D) “Lo credo anch’io, ma sai com’è, vuolsi così colà...”
S) “Ok, bando alla ciancie, partiamo. Tu cosa proponi?”
D) “Io partirei in sordina, con una X (da X Mas) appena accennata, in convegno defilato, un qui lo dico qui lo nego, giusto per mettere i tuoi in allarme.”
S) “Ottimo, anch’io la prendo alla lontana: in qualche conferenza di periferia facciamo dire a uno prominente dei nostri che la “famiglia tradizionale è un retaggio patriarcale” e che “famiglia è ovunque ci sia amore”, così i tuoi cominciano a – battutona – vedere rosso.”
D) “Bello, ma non strafare, dobbiamo cuocerli pian piano per quasi un anno. Noi rispondiamo senza esagerare con qualche battutina ammiccante sui gay, chi vuol capire capisce.”
S) “A questo punto direi che noi possiamo tirare fuori un evergreen come lo “Ius Soli” spiegando dalla Gruber che i confini sono convenzioni e che siamo tutti cittadini del mondo.”
D) “Questo comincerà già a scaldare l’atmosfera. E noi tiriamo fuori, in qualche bel comizio paonazzo il “blocco navale” e la “remigrazione”, facendo capire che Trump ci ha provato, ma noi faremo sul serio. – Naturalmente ci sarà qualcuno che si ricorderà che col blocco navale li avevamo già fottuti l’ultima volta, ma basterà ricordargli quanto siete brutti voi e torneranno trotterellando all’ovile.”
S) “A 3-4 mesi dalle elezioni si comincia con gli assi di briscola. Noi tireremo fuori come al solito, in forme generiche e suggestive “LA PATRIMONIALE”, lo faremo ammiccando ai nostri («faremo piangere i ricchi»), ma dando a intendere ai vostri che porteremo via la casa di proprietà alla nonna. Per i messaggi con doppia codifica ci vuole un po’ di sottigliezza, ma sono sempre riusciti.”
D) “Mi piace; intanto, alla prima storiaccia di cronaca nera, meglio se con protagonisti diversamente abbronzati, noi ci lanciamo sull’ “Inasprimento delle pene” e sul “Buttare via la chiave”. Di solito qui partono i mortaretti.”
S) “Si chiude con il solito appello a fare fronte unico contro il Nemico, modello Gandalf – TU-NON-PUOI-PASSARE!!”
D) “CHI NON SALTA COMUNISTA È!!!”
S) “FASCISTI, CAROGNE, TORNATE NELLE FOGNE!!!”
D) “Sipario. Direi che può bastare. La maggioranza cogliona dei nostri due elettorati sarà già bella incaprettata, e andrà alle urne pensando di fermare Mordor. Con la minutaglia rimanente ce la giochiamo, seggio più seggio meno, con qualche spottone.
– Epperò, cosa facciamo con quelli che hanno capito il gioco di prestigio? Saranno pure quattro gatti, ma potrebbero svelare il trucco.”
S) “Tranquillo, chiamiamo i nostri giornalisti da riporto e a quelli gli facciamo tatuare “Rossobruno” in fronte, facendo capire al pueblo che si tratta di una tale mostruosità, da non poter essere neppure spiegata.
Funziona, credimi.
E dopo tutto il finanziamento pubblico ai giornali servirà pure a qualcosa, no?” | 22 548 |
| 17 | Segnalo per gli interessati, giovedì 11 a Bergamo, h. 20.30 | 6 197 |
| 18 | Stamattina mi è sovvenuto un ricordo. Qualcuno rammenta cos'era il "Cártel de los Soles", presentato come minaccia esistenziale per la gioventù americana, esportatori di droga in grande stile, supportati dai vertici del governo venezuelano di Maduro?
Una volta imbragato Maduro e sbattutolo in una cella senza processo - secondo lo stile del Paese della Libertà - del Cártel de los Soles si sono perse le tracce. Dissolto.
Ricordo pensose riflessioni sugli organi di stampa che davano credito a questa entità - nonostante la sua palese natura artefatta.
Ricordo discussioni in rete con schiere di bamba che - come fanno per tutto il fiume di spazzatura mediaticamente accreditato - sosteneva la plausibilità che Maduro fosse il capo di un cartello della droga ("E perché no? Dopo tutto è un cattivo. E dai villain internazionali ti puoi aspettare di tutto").
A questo punto è emerso un altro ricordo. Quello del deputato repubblicano Thomas Massie, che dopo aver rappresentato incontrastato il Kentucky per 13 anni alla Camera dei Rappresentanti ha avuto la malaugurata idea di prendere posizione su due questioni: gli Epstein Files (ricordate gli Epstein Files?), di cui aveva insistentemente chiesto la pubblicazione integrale, e la guerra in Iran, che aveva contestato obiettando all'eccessiva influenza israeliana sulla politica americana.
Dopo queste due prese di posizione Massie è caduto in disgrazia, è stato oggetto di campagne mediatiche di screditamento, e alle primarie repubblicane si è trovato di fronte un avversario che ha magicamente raccolto la più grande somma a sostegno della propria candidatura delle elezioni amministrative americane. Milioni di dollari sono arrivati a sostegno della campagna elettorale del suo avversario da parte di lobby israeliane. Risultato: Massie defenestrato a favore di un emerito sconosciuto (Ed Gallrein).
Anche qui decisivo è stato il riorientamento mediatico supportato da mazzette di dollari.
Niente di più complicato di questo. L'apparato mediatico a tassametro in tutto il mondo occidentale riorienta a pagamento la massa di opinione pubblica beota, costruendo narrazioni ad hoc che devono reggere solo il tempo sufficiente per arrivare ad un certo appuntamento (un intervento militare, un'elezione, ecc.), poi chi s'è visto s'è visto, avanti con la prossima fiaba.
Morale da trarre.
Nel mondo esistono parecchi regimi problematici, ciascuno con i suoi difetti.
E' giusto riflettere sui loro pro e contro.
Purché nessuno si sogni di contrapporre quei sistemi, sempre migliorabili, alle preclare virtù del Cartello Occidentale, spacciato per Democrazia.
Il Sistema Politico Occidentale è un sistema piuttosto organico che abbraccia numerosi paesi e circa un ottavo della popolazione mondiale.
In esso - salvo sporadiche eccezioni:
il Potere Legislativo appartiene alle lobby finanziarie
il Potere Giudiziario appartiene al sistema mediatico
il Potere Esecutivo appartiene a pupazzi a molla, attori di risulta e mercenariato brado. | 11 004 |
| 19 | Segnalo per gli interessati, Martedì prossimo (09/06) a Reggio Emilia. | 6 784 |
| 20 | Quanto ad amenità come le “radici giudaico-cristiane”, si tratta dell’ipostatizzazione di un ircocervo, un prodotto di fantasia, visto 1) che la storia del cristianesimo è proverbialmente spaccata al suo interno, 2) l’ebraismo in Europa non ha contato nulla come culto – per lo più circoscritto ai ghetti - , e 3) visto che le più ampie e unitarie radici comuni della cultura europea sono quelle greco-romane, rispetto a cui i cristianesimi si sono insediati in forme assai divergenti (si pensi al nesso tra il cristianesimo ortodosso e radici greche dell’Impero romano d’Oriente).
Questa ipostatizzazione non è però un errore innocente. Esso ha in effetti una funzione di DISTRUZIONE delle radici europee, riconducendole nell’area d’influenza dell’Occidente a guida americana. Le “radici giudaico-cristiane” sono un’invenzione il cui senso autentico non è quello di riallacciarsi alla propria (europea) tradizione culturale, ma quello di assimilarsi alla diade USA-Israele, che domina la scena politica occidentale dopo il 1945.
È su questa scorta che sorge l’anti-islamismo della destra, che confonde intenzionalmente il problema (reale) di flussi migratori fuori controllo con il problema (fittizio) dell’islamizzazione dell’Occidente. Come se le rivolte delle banlieue o gli attentati dell’ISIS fossero momenti di un “processo di islamizzazione”.
Nota finale.
Questo, tuttavia, non significa che l’Europa non possa ad un certo punto “islamizzarsi”.
Premesso che esistono innumerevoli varietà di Islam e che quindi ogni discorso di “islamizzazione”, senza precisazioni, mette insieme cose letteralmente incommensurabili, tuttavia non è affatto escluso che l’Europa ad un certo punto possa “islamizzarsi”.
Se questo accadrà non sarà per un colpo di stato o l’imposizione della Sharia con un atto di forza, ma per la conversione volontaria degli europei: il raggiungimento di un’egemonia per vie interne.
L’Islam è oggi una religione in crescita perché rappresenta una prospettiva spirituale in un mondo, come quello dell’Europa neoliberale, che ha sistematicamente sradicato ogni dimensione spirituale. Conta poco che l’Europa possa riallacciarsi di diritto a una ricchissima tradizione spirituale. Se questa rimane un gagliardetto da brandire in qualche cerimonia pubblica, con niente dietro, il suo destino è segnato. La natura, inclusa la natura umana, aborrisce il vuoto. E il vuoto spirituale (le vicissitudini della decadenza dell’Impero romano lo mostrano bene) non viene mai tollerato a lungo. | 11 411 |
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