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«Parastato»: vocabolo goffo, che descrive con precisione clinica una cosa che nessun’altra parola dice altrettanto bene: quell’immensa sedimentazione di uffici, sportelli, fondazioni, ONG, consulenze, osservatori, tavoli permanenti, programmi triennali, servizi sociali, e piattaforme digitali che sta accanto allo Stato senza esserlo, vive dello Stato, fiumi di quattrini, fiumi belli grossi, praticamente infiniti, senza rispondergli, e prospera indipendentemente da chi vinca le elezioni. In tutto l’occidente la struttura è impressionantemente identica: la stessa costellazione di associazioni non-profit con profitti enormi, gli stessi corsi di formazione, gli stessi mediatori culturali, gli stessi esperti di inclusione, gli stessi bandi europei oppure ONU, vinti dai medesimi consorzi con nomi appena diversi, gli stessi consulenti che al mattino insegnano l’antidiscriminazione e al pomeriggio la valutano, gli stessi servizi sociali che sbranano famiglie normali. Sono tutti uguali perché tutti originano dalle due medesime fonti, la Open Society di Soros e il foro di Davos. Il parastato invade i programmi scolastici a colpi di inclusione a antibullismo, allunga le mani sulla politica estera, ha in mano l’etica, crea nuovi reati, per esempio dire che un maschio è un maschio, modifica i codici penali. Unico intralcio: Donald Trump. Unica eccezione fino ad ora, Trump potrebbe fare scuola, lo spostamento verso destra dell’elettorato è un segno dell’inizio della ribellione dei popoli al parastato. In greco para vuol dire vicino, parastato vicino allo stato, parassita vicino al grano. La macchina si autoalimenta.
Il parastato non è solo avidità, ha una precisa volontà di distruggere. La sua ideologia è quella del perdente radicale, spiegata dal filosofo Hans Magnus Enzensberger: è colui che, avendo perso, non ha la statura interiore per accettare la sconfitta. Pur di non riconoscere di essere stato battuto, sceglie l’unica via che gli resta: distruggere il mondo, tagliare il ramo su cui è seduto. Il marxismo è oggi il perdente radicale. Nel 1991, con la morte dell’Unione Sovietica, la partita si è chiusa: settant’anni di esperimento, cento milioni di morti, un fallimento economico incontestabile. Un uomo normale ammette e cambia, un perdente radicale no. Non conquisterà più il mondo, d’accordo, ma almeno distruggerà il suo nemico storico: la civiltà giudaico-cristiana, non più con i carri armati, non ce li ha più, con la corrosione lenta. E qui interviene il piccolo miracolo contemporaneo: il parastato paga. Fiumi di denaro pubblico si riversano su ONG, mediatori culturali, sportelli, formatori, esperti di quello e di quell’altro, purché nel titolo compaia la parola magica: inclusione. Francia, Spagna, Belgio, purché si mangi. Che il denaro provenga dal contribuente cristiano, che finanzi la demolizione del suo stesso mondo, è dettaglio teologicamente delizioso: la vittima paga il boia, e in aggiunta gli rilascia il patentino di consulente. L’inclusione include tutti, tranne il popolo che la finanzia. Include perfino i suoi contrari, in un capolavoro di dialettica. L’Islam impicca i gay dalle gru di Teheran? Dettaglio provvisoriamente irrilevante: al momento è incluso nella stessa «inclusione» che difende i gay europei. La coerenza sarebbe un lusso borghese, la logica appartiene ad Aristotele e San Tommaso. Ora piace il pensiero debole, eufemismo per imbecillità. L’importante è che l’apparato mangi, e con lui il perdente radicale che finalmente vede bruciare, giorno dopo giorno, la casa che non è riuscito a distruggere.
. Il parastato ha un metodo. Dove può espandersi attraverso l’immigrazione, si espande attraverso l’immigrazione: nascono gli sportelli linguistici, i corsi di alfabetizzazione, i tavoli territoriali, le cooperative che gestiscono, i consorzi che coordinano, gli enti terzi che valutano.