IL DIZIONARIO MINIMO DI SILVANA DE MARI, PER NIENTE MINIMO
MAX DEL PAPA
MAR 30, 2026
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Benedetta Silvana De Mari e benedetta la Verità che ne ospita i contributi, rigorosi muri di logica e di realtà in una paratassi spietata di mattoni di logica. Silvana torna in libreria con un progetto ambizioso, originale, letteralmente suicida, questo Dizionario minimo di difesa dell’ovvio che minimo non è e ovvio men che meno. Va consultato, compulsato e poi ricominciato da capo: nelle centinaia di definizioni trattate, tutte polemiche, perché polemico è l’unico modo in cui trattare un mondo inzuppato nelle bugie, le distorsioni, le allucinazioni, non ce n’è una da non meditare: sempre alla luce di una cultura seria, solida, articolata, documentata, poi uno può dissentire, se gli pare, ma deve impegnarcisi perché Silvana è spietata, non lascia nulla al caso. “Aborto e vaccini” (ahi ahi ahi), “avarizia e già che ci siamo avidità”, “chem sex”, “comunismo, postcomunismo, ex comunismo”, “senso del dovere”, “sodomia”, eccetera, eccetera, eccetera, questo dizionario minimo è un baluardo monumentale contro le menzogne di comodo, le puttanate woke, le insidie di cui non sappiamo più accorgerci, perché non vogliamo accorgerci, perché è faticoso e ingrato. Ma se si vuole marcare la differenza tra un Caravaggio e un Giotto, a dire della cultura occidentale, cattolica, pre-umanistica, e uno scarabocchio degli stronzi in fama di attivisti che puntano a violentare i Caravaggio e i Giotto, bisogna partire da qui. Dal coraggio: di vedere, di scrivere, di mettersi in posizione maledetta, da persona non grata, da san Sebastiano. Fortuna Silvana qui si lascia andare come non mai ed è godibile la sua rabbia animosa, coraggiosa, “e comincio a non tollerare più tutti i mediocri e i falliti che su questa civiltà vomitano per sentirsi qualcuno, i Piero Manzoni, i Paul McCarthy, gli Andres Serrano, le ridicole impacchettature dei ridicoli coniugi Christo mentre i quadri di Goya mi sconvolgono e quelli di Egon Schiele mi spezzano il cuore. Schiele è trasgressione e i suoi dipinti sono atroci, meravigliosamente atroci”. E già non ne puoi fare a meno, già vuoi vedere come va a finire questo libro furibondo, vendicatore, che non finisce mai perché lo ricominci sempre da capo così come da capo ripartono le fandonie e le miserie del woke, del gender, dell’irresponsabilità immigrazionista, del fanatismo islamista suicida contro cui dobbiamo batterci. C’è molto, moltissimo e di più qui dentro e c’è tanto da scoprire, da sapere, da arricchirsi. Lavoraccio faticosissimo, immagino, ma Silvana – che in privato è amica affettuosa, sempre presente – non la puoi sottovalutare: medico, giornalista, saggista e narratrice (la sua saga degli Orchi non ha niente da invidiare alla Rowling: tuffatevi anche in quella). Insomma una con le palle, che paga il prezzo che c’è da pagare e lo sa: “Alla fine vinceremo noi”. E lo sa con la serenità di una coscienza che non fa sconti e resta appassionata. Il suo Dizionario è poderosamente scorretto, confidenziale, irriverente (e ve lo dice uno che non ci va leggero con le parole), ed è una droga buona: io vi sfido, entrateci, poi vedremo se saprete, se vorrete uscirne fuori. Nutre, pagina dopo pagina, voce dopo voce. E la voce è alta, vindice, forse chiama nel deserto, ma non è il destino di quelli che hanno troppa visione in un mondo di ciechi orgogliosi, di accecati volontari?