Cambiano il luogo, i morti, il sangue sull’asfalto; restano identici i toni, le parole d’ordine, i professionisti della spiegazione morale. Così, dopo la strage di Modena, sono già partite le analisi che vengono sempre “da lontano”. Nulla nasce davvero oggi, ogni lama, ogni ruota, ogni colpo, ogni massacro è soltanto l’ultimo anello di una genealogia infinita che conduce inevitabilmente altrove: ai confini, alle occupazioni, alle colpe occidentali sedimentate nella storia, in discriminazioni, marginalità, radicalizzazioni indirette, razzismi sistemici, colonialismi di ritorno e periferie esistenziali, che però fanno la bua solo al cuoricino degli islamici. Il vero pericolo, adesso, è la nostra reazione, ci spiegano: è importante comprendere, contestualizzare, restituire alla complessità, “non cedere all’odio”, gli appelli a “restare umani”, le tavole rotonde sulla convivenza, le veglie con le candele ecologiche e gli slogan prefabbricati. Già spiegano il collegamento simbolico con Gaza, lo spiegano quelli per cui il colpevole non è mai chi colpisce, ma chi ha creato le “condizioni culturali” affinché qualcuno colpisse. Il qualcuno che colpisce il libero arbitrio quindi non ce l’ha?
“Non strumentalizzare”, “non generalizzare”, “non alimentare tensioni” sono frasi che non suonano nemmeno nobili, che sono solo tende tirate troppo in fretta dai vigliacchi che credono che la realtà, se non la guardi in faccia, scomparirà. Perché in fondo il punto non è Modena, non è nemmeno la strage. Il punto è chi ha il diritto di essere vittima senza condizioni e chi invece deve prima superare un esame ideologico per meritare pietà. E allora resta soltanto una domanda, la più semplice e forse la più scandalosa: siamo ancora capaci di chiamare il male col suo nome? Gli insegnanti che hanno costretto i loro studenti a stare con i piedi bagnati e nudi – perché nella loro testolina politicamente corretta questa è la condizione degli energumeni che spendono dai 5000 agli 8000 dollari a testa per venire a schiavizzare l’Italia – tengono anche corsi sull’uso del machete, del coltello, dell’auto sui passanti? A meno che, in un Occidente senza più orgoglio, non si risvegli la collera. Il punto siamo noi. La nostra stanchezza morale. La nostra incapacità di chiamare le cose con il loro nome. E quando una civiltà perde il coraggio delle parole, prima o poi perde anche quello della libertà. I buoni ci spiegano che la collera è una cosa cattiva, da gente sporca, brutta e cattiva. E qui hanno ragione, noi eravamo sporchi, brutti e cattivi. Questa è la terra che ha visto la vittoria di Poitiers. Questa è la terra da cui sono partite le navi per Lepanto. Questa è la terra che ha visto gli Ussari Alati di Polonia con una cavalcata leggendaria dal monte Kalemberg spezzare l’assedio ottomano di Vienna. Questo è il continente dove sono state scritte le leggi che hanno vietato lo schiavismo. Questa è la terra schiavizzata da otto secoli di pirateria saracena, che il nome di Cristo e al suono delle campane ha combattuto per la
libertà e l’ha salvata. L’Islam ha spazzato via il Cristianesimo dal Nord Africa, dall’Anatolia che era l’Impero romano d’Oriente, da Istanbul che si chiamava Costantinopoli, dalla Siria dove ci sono le 300 chiese più antiche. Il Cristianesimo ha resistito solo qui in Europa, e ha resistito perché ci siamo noi che siamo, anzi eravamo, sporchi brutti e cattivi. Nella costituzione dell’identità europea ci sono quattro elementi: la spiritualità biblico-evangelica (l’aria), la filosofia greca (l’acqua), il diritto romano (la terra). Certo, ma questi tre pilastri c’erano anche in Nord Africa e in Siria, che non hanno resistito. Noi abbiamo un quarto elemento: il fuoco, ossia la violenza e la ferocia dei barbari. Noi siamo una civiltà spirituale, duttile, pragmatica e anche violenta. I barbari sono stati una componente essenziale della civiltà europea: una chiesa romanica non somiglia per nulla a un tempio greco o romano.