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Francesco Cappello - Seminare domande

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Questi dati trovano riscontro formale nei comunicati societari e nelle note stampa ufficiali diffuse dalla casa madre danese European Energy A/S e dalla controllata italiana Sun Project S.r.l. A integrazione degli aspetti logistici e di cantiere, i lanci dell'agenzia ANSA (in particolare della sezione ANSA2030) forniscono i dettagli sulla localizzazione esatta in località Villaggio Callari, sulle specifiche tecniche dei moduli sollevati a 1,3 metri, sul coinvolgimento della diplomazia danese e sulle stime relative al pascolo ovino e alle emissioni di anidride carbonica evitate. Il contesto regolatorio e gli strumenti di de-risking finanziario si basano sulla documentazione ufficiale e sui decreti attuativi del Ministero dell'Ambiente e della Sicurezza Energetica e del Gestore dei Servizi Energetici (GSE) relativi al meccanismo d'asta FerX e alla regolamentazione dei Contratti per Differenza (CfD). Sul piano della legittimità normativa e costituzionale della tutela del suolo agricolo, il punto di riferimento giurisprudenziale è la sentenza n. 127 del 16 luglio 2026 pronunciata dalla Corte Costituzionale. Le critiche di carattere agronomico, sociale e paesaggistico nascono dai dossier d'analisi e dalle comunicazioni ufficiali diffuse da storiche associazioni ambientaliste e di tutela del patrimonio, tra cui il Gruppo d’Intervento Giuridico (GrIG) e Italia Nostra. Tali obiezioni sono affiancate dalle inchieste d'approfondimento sul fenomeno del land grabbing e sulla trasformazione delle campagne siciliane pubblicate da testate d'inchiesta come L'Espresso, unitamente ai comunicati dei comitati territoriali del Calatino e alle valutazioni critiche espresse da studiosi indipendenti di agronomia e scienze ambientali. F.C.

Si articola così un modello in cui i costi infrastrutturali per il potenziamento della rete e la gestione dell'intermittenza vengono socializzati tra i contribuenti italiani sotto forma di oneri di sistema, mentre i dividendi vengono interamente privatizzati e convogliati nei santuari della finanza internazionale. Sotto il profilo ecologico ed agronomico, la narrazione patinata dell'agrivoltaico avanzato si rivela essere una sapiente operazione di greenwashing e una foglia di fico linguistica. I promotori pubblicizzano l'integrazione con l'agricoltura mediante l'installazione dei moduli a 1,3 metri da terra per consentire il pascolo di un gregge di circa 820 ovini e l'attuazione di piani di riforestazione. Mettere qualche centinaio di pecore a pascolare sotto una distesa industriale di pannelli in acciaio e silicio estesa su centinaia di ettari non cancella la natura industriale dell'intervento. Gli agronomi mettono in guardia contro l'effetto gronda, che concentra il dilavamento delle piogge lungo i bordi delle strutture accelerando l'erosione dei suoli collinari. Inoltre, le imponenti recinzioni perimetrali frammentano irreversibilmente gli habitat della fauna selvatica, spezzando i corridoi ecologici territoriali. Questa colonizzazione energetica colpisce al cuore la sovranità alimentare e l'identità paesaggistica del territorio. Vizzini e il Calatino rappresentano il nucleo storico del paesaggio rurale siciliano, reso celebre dalle pagine verghiane di Mastro-don Gesualdo e Cavalleria Rusticana. La trasformazione di ampie porzioni di campagna in impianti fotovoltaici comporta una speculazione fondiaria aggressiva e forme striscianti di land grabbing, dove gli sviluppatori offrono canoni di affitto o prezzi d'acquisto fuori mercato ai proprietari terrieri, spingendoli ad abbandonare la produzione agricola attiva a favore della rendita finanziaria. Neppure la recente sentenza numero 127 del 2026 della Corte Costituzionale, che ha riaffermato la legittimità dei divieti d'installazione del fotovoltaico a terra sui suoli agricoli per tutelare la produzione alimentare e il paesaggio, riesce a fermare questa deriva. Gli investitori utilizzano infatti le sottili cavillature dell'agrivoltaico avanzato come un espediente legale per scavalcare i vincoli e le tutele di legge, dimostrando come le norme nate per proteggere il suolo vengano regolarmente raggirate per garantire le corsie preferenziali del capitale finanziario. L'operazione di Vizzini rivela l'insanabile contraddizione di una transizione ecologica calata dall'alto e guidata dalla sola logica del profitto. I territori e gli abitanti della Sicilia subiscono la devastazione del proprio paesaggio e la perdita della propria vocazione agricola in cambio di briciole temporanee nella fase di cantiere, senza nemmeno ottenere una riduzione dei costi dell'energia in bolletta, dato che l'elettricità prodotta viene immessa nella rete ad alta tensione per soddisfare la fame energetica dei poli industriali e dei grandi data center diffusi altrove. Una reale e radicale conversione ecologica non può basarsi sul consumo indiscriminato di suolo né sul sacrificio della sovranità territoriale in favore delle banche e dei fondi speculativi. Una vera transizione deve partire dal riuso delle superfici già urbanizzate e degradate, dalla drastica riduzione dei consumi e da una gestione pubblica, democratica e comunitaria dell'energia, restituendo alle popolazioni locali la proprietà delle infrastrutture e il diritto inalienabile di decidere sul futuro dei propri luoghi. Francesco Cappello FONTI Per la ricostruzione della struttura finanziaria, dei dettagli del project financing da 234,1 milioni di euro e dei ruoli coperti dagli advisor e dal pool bancario composto da Crédit Agricole CIB, Intesa Sanpaolo, NORD/LB e Société Générale, la fonte giornalistica di riferimento è l'articolo d'inchiesta del quotidiano economico Il Sole 24 Ore a firma di Raoul de Forcade.

IL GRANDE INGANNO DELL'AGRIVOLTAICO: COME LA FINANZA GLOBALE STA COLONIZZANDO LA SICILIA DIETRO IL MAXI-IMPIANTO DA 225 MW DI VIZZINI NON C'È LA TUTELA DEL TERRITORIO, MA UN'ARCHITETTURA DI DE-RISKING E PROFITTI GARANTITI PER UN POOL BANCARIO INTERNAZIONALE. UN'ANALISI SU COME IL CAPITALE SPECULATIVO PER LE RENDITE DEI FONDI DI INVESTIMENTO USA LA RETORICA VERDE PER PRIVATIZZARE I PROFITTI E SOCIALIZZARE I COSTI Il progetto del parco agrivoltaico di Vizzini, situato in località Villaggio Callari nel Catanese, viene comunemente presentato dalla retorica istituzionale come un fiore all'occhiello della transizione ecologica. Sviluppato da Sun Project S.r.l., controllata italiana del colosso danese European Energy, l'impianto prevede un investimento complessivo di circa 250 milioni di euro per una capacità installata di 225 megawatt e una produzione stimata di 405 gigawattora all'anno, teoricamente pari al fabbisogno energetico dell'intera città di Catania o di oltre 135.000 famiglie. Dietro queste cifre imponenti e la promessa di evitare l'emissione di oltre 162.000 tonnellate di anidride carbonica all'anno, si nasconde tuttavia l'architettura classica dell'assalto finanziario speculativo ai danni dei territori. L'opera, la cui entrata in esercizio è fissata per il 2028, non nasce da una pianificazione pubblica e partecipata destinata alle comunità locali, ma si inserisce in una logica estrattiva in cui le campagne della Sicilia vengono trasformate in asset ad alto rendimento per il capitale transnazionale. L'intera struttura finanziaria dell'operazione di Vizzini svela come la cosiddetta conversione ecologica sia ormai diventata terreno di conquista per grandi fondi d'investimento e istituti bancari. Il financial closing da 234,1 milioni di euro in project financing è stato garantito da un pool di quattro giganti del credito europeo: la francese Crédit Agricole CIB, l'italiana Intesa Sanpaolo con la sua divisione IMI CIB, la tedesca NORD/LB e la francese Société Générale. A questa rete si affiancano boutique finanziarie, legali e tecniche come Valecap, Green Horse Legal Advisory, EOS, Legance e Fichtner Italia, ingaggiate per blindare l'operazione sotto ogni profilo normativo e corporativo. Questa imponente concentrazione di capitale, che vede la stessa European Energy partecipata dal colosso giapponese Mitsubishi Corporation, riflette perfettamente quanto accade su scala nazionale con le scorribande finanziarie di soggetti come Copenhagen Infrastructure Partners e la sua controllata Elgin, pronte a scaricare 460 milioni di euro tra Umbria, Molise, Puglia, Lombardia e Sicilia. Non si tratta di aziende energetiche votate al bene comune, ma di gestori di fondi privati, banche d'affari e investitori istituzionali a caccia di profitti blindati. Il vero motore di questa corsa all'oro verde è rappresentato dai complessi dispositivi di de-risking statale, architettati dalle autorità pubbliche per azzerare il rischio d'impresa degli investitori privati e trasferirlo direttamente sulle spalle dei cittadini. Il progetto di Vizzini si è infatti aggiudicato un Contratto per Differenza della durata di vent'anni nell'ambito dell'asta governativa FerX. Attraverso questo meccanismo, lo Stato garantisce al fondo un prezzo fisso per la vendita dell'energia per due decenni: se il prezzo sul mercato elettrico scende al di sotto della soglia concordata, la differenza viene integrata dai consumatori mediante la bolletta energetica, eliminando alla radice qualsiasi rischio di mercato e assicurando all'investitore flussi di cassa assolutamente prevedibili. A questo scudo si sommano le risorse dei piani straordinari, la priorità di dispacciamento sulla rete e i mercati della capacità che remunerano i grandi sistemi di stoccaggio a batterie anche per il solo fatto di rimanere a disposizione.

«Sono favorevole all’occupazione dei territori di Gaza, soprattutto dopo il 7 ottobre.» «Incoraggiare la migrazione volontaria e conquistare territori è la cosa più importante in questo momento.» 2025 2 marzo 2025, dopo la sospensione degli aiuti umanitari: «È ora di aprire le porte dell’inferno, chiudere elettricità e acqua, tornare alla guerra.» «Tutti gli ostaggi immediatamente, oppure l’inferno si scatenerà su Gaza.» 3 marzo 2025, precisando la sua posizione sull’assedio: «Dobbiamo far morire di fame i terroristi di Hamas prima di tornare a combattere.» E aggiunse che, in caso di minaccia agli ostaggi: «Dovrà esserci l’esecuzione dei terroristi.» 17 aprile 2025: «Niente accordo, niente cessate il fuoco, niente aiuti; solo continuare a combattere fino alla sconfitta dei nazisti a Gaza.» «Aumentare la pressione, esercitare tutta la forza e tutta la potenza.» 30 maggio 2025, dopo il fallimento di una proposta di cessate il fuoco: «È ora di entrare con tutta la forza necessaria, senza battere ciglio, per distruggere e uccidere completamente Hamas nella Striscia di Gaza.» 3 luglio 2025, mentre erano in corso negoziati per un cessate il fuoco: «Non dobbiamo fermarci neppure per un momento.» «Dobbiamo ottenere la vittoria completa, occupare tutta Gaza, fermare gli aiuti umanitari e incoraggiare la migrazione, non accordi parziali.» 25 luglio 2025, sulla crisi alimentare a Gaza: «Non c’è una vera fame a Gaza.» «Sostengo che Hamas venga fatto morire di fame a Gaza.» 27 luglio 2025, quando Netanyahu decise di aumentare gli aiuti: «L’unico modo per vincere la guerra e riportare a casa gli ostaggi è fermare completamente gli aiuti “umanitari”, occupare l’intera Striscia e incoraggiare la migrazione volontaria.» E presentò il proprio piano in quattro punti: «Uno: fermare gli aiuti. Se gli ostaggi non mangiano, neanche loro mangeranno. Due: eliminare i membri di Hamas. […] Tre: conquistare l’intera Striscia di Gaza. Devono pagare con la terra. Quattro: incoraggiare la migrazione volontaria.» 25 ottobre 2025 Durante una discussione nel gabinetto di sicurezza sulla linea di demarcazione istituita dall’accordo di cessate il fuoco, Ben-Gvir contestò le istruzioni dell’esercito secondo cui i soldati avrebbero dovuto fermarsi davanti a bambini e asini. Secondo le ricostruzioni della riunione, chiese perché non si dovesse: «Sparare a un bambino che cavalca un asino.» E sostenne: «Dobbiamo smettere di essere misericordiosi.» Le fonti riportano che la discussione riguardava proprio la possibilità di sparare a bambini palestinesi che si avvicinassero alla «yellow line». Il 25 marzo 2026, alla vigilia dell’approvazione della pena di morte ai palestinesi, dichiarò: «La legge sulla pena di morte per i terroristi è la legge più importante che la Knesset abbia approvato negli ultimi anni.» «È destinata a proteggere i nostri figli.» «Con l’aiuto di Dio, applicheremo pienamente questa legge e uccideremo i nostri nemici.» 19 luglio 2026, durante la marcia dei coloni verso il confine con Gaza, la dichiarazione è già ancora più esplicita: «Ci sarà un insediamento ebraico in tutta Gaza.» «Incoraggiare l’immigrazione volontaria [dei palestinesi], mandare quelli che devono essere mandati nei loro Paesi.» «E noi torniamo a casa. Gaza è nostra.» Francesco Cappello

AVETE PRESENTE L’UMANOIDE IMPUNITO SENZA UN BARLUME DI COSCIENZA UMANA, IL FORCAIOLO, CRIMINALE DI GUERRA, BEN GVIR? Recentemente, agosto 2026, nel podcast con l’ex ostaggio Rom Braslavski, Ben-Gvir, criticando “la diminuzione” delle operazioni israeliane a Gaza ha dichiarato: «Penso che dovremmo effettuare omicidi mirati a Gaza, eliminando 30-40 [persone] ogni notte.» «Non solo coloro che rappresentano una minaccia immediata.» «Ci sono persone lì che non meritano di vivere.» «Non dovrebbero vivere.» «Non sono nemmeno persone.» «Vedo tutta Gaza come nostra.» «Insediamenti non solo a Gush Katif, ma in tutta Gaza.» «Incoraggiare quanta più emigrazione possibile, mandandoli nei loro Paesi.» «Per i terroristi, niente emigrazione, niente: semplicemente ucciderli uno per uno.» Ma vediamo alcune delle precedenti dichiarazioni di questo psiconano: 12 novembre 2023, un mese dopo l’attacco del 7 ottobre, Ben-Gvir dichiarò di non escludere il ritorno degli insediamenti israeliani nella Striscia: «Quando dicono che Hamas deve essere eliminato, significa anche quelli che cantano, quelli che sostengono e quelli che distribuiscono caramelle: tutti questi sono terroristi.» «Dovrebbero essere tutti eliminati.» È una delle dichiarazioni più importanti perché «Non ho paura di rinnovare gli insediamenti a Gush Katif.» E aggiunse: «Dobbiamo avere il pieno controllo [di Gaza].» 11 dicembre 2023, riferendosi ai lavoratori palestinesi della Cisgiordania, affermò: «L’Autorità [Palestinese] è un nemico, e anche i suoi cittadini sono nemici.» «Finché Hamas non libererà gli ostaggi, l’unica cosa che dovrebbe entrare a Gaza sono centinaia di tonnellate di esplosivi dell’aeronautica, non un grammo di aiuti umanitari.» 2024 1 gennaio 2024, alla riunione del suo partito, Ben-Gvir definì la guerra un’occasione per favorire l’emigrazione dei palestinesi da Gaza: «La guerra ci offre l’opportunità di concentrarci sull’incoraggiamento alla migrazione degli abitanti di Gaza.» E definì questa politica: «Una soluzione corretta, giusta, morale e umana.» 28 gennaio 2024, alla conferenza organizzata per promuovere il reinsediamento israeliano di Gaza: «Se non vogliamo un altro 7 ottobre, dobbiamo tornare a casa e controllare [Gaza].» «Dobbiamo trovare un modo legale per far emigrare volontariamente [i palestinesi].» «Non possiamo ritirarci da nessun territorio in cui ci troviamo nella Striscia di Gaza.» Nello stesso intervento collegò la questione alla pena di morte: «È tempo di prendere decisioni coraggiose.» 6 febbraio 2024, mentre infuriava il dibattito sugli aiuti umanitari: «Da 123 giorni mi oppongo all’introduzione di qualsiasi aiuto umanitario agli assassini di Gaza.» 14 maggio 2024, durante una manifestazione a favore del ritorno degli insediamenti israeliani a Gaza: «È tempo di tornare a Gaza! Tornare a casa! Tornare nella nostra terra santa!» «E secondo: incoraggiare l’emigrazione. Incoraggiare la partenza volontaria degli abitanti di Gaza.» «È etico! È razionale! È giusto! È la verità! È la Torah ed è l’unica strada! Ed è sì, umanitario.» «Gerusalemme è nostra. La Porta di Damasco è nostra. Il Monte del Tempio è nostro.» «Con l’aiuto di Dio, la vittoria totale sarà nostra.» 16 agosto 2024, a proposito degli israeliani che raccoglievano aiuti per Gaza: «Coloro che forniscono aiuti umanitari a Gaza dovrebbero essere privati della cittadinanza.» E riferendosi ad alcuni cittadini beduini israeliani: «Ci sono anche quelli la cui lealtà è prima di tutto verso Gaza, e devono essere espulsi dallo Stato di Israele.» 21 ottobre 2024, durante una nuova manifestazione per il reinsediamento israeliano a Gaza: «Possiamo tornare a casa a Gaza.» «Possiamo fare un’altra cosa: incoraggiare l’emigrazione palestinese da Gaza.» «La terra d’Israele è nostra.» 1 dicembre 2024, in un’intervista radiofonica: «Sto seriamente considerando di trasferirmi con la mia famiglia nella Striscia di Gaza.» «È decisamente una possibilità all’ordine del giorno.»

DOPO AVER TAPPEZZATO, PER PIÙ DI VENT'ANNI, IL TERRITORIO ITALIANO DI PANNELLI E PALE SPENDENDO 200 MILIARDI DI EURO PRELEVATI DALLE BOLLETTE DEGLI ITALIANI, IL CONTRIBUTO ATTUALE AI CONSUMI ENERGETICI COMPLESSIVI DEL PAESE È UN MISERO, PROBLEMATICO, 5% Sono in tanti ad essere convinti che pannelli, pale e batterie risolvano la questione energetica e che basterà insistere a ricoprire il territorio di pale, pannelli e di enormi container batteria, per liberarci (come la propaganda ha fatto credere) dei famigerati combustibili fossili. Per capire come stanno le cose nella realtà, il primo dato fondamentale da considerare è la struttura dei consumi energetici del nostro Paese. Attualmente il consumo di energia elettrica rappresenta poco più del 22% dei consumi complessivi del Paese. Circa il 78% del fabbisogno energetico nazionale dell'Italia non è infatti nella forma dell’energia elettrica, ma viene consumato direttamente e necessariamente bruciando carburanti per i trasporti, gas per il riscaldamento ed energia in forma non elettrica per i processi industriali. Si consideri ora che il 56% di quel 22% di energia elettrica è prodotto utilizzando le fonti fossili (garantito per circa il 45% dal gas naturale e per il restante 11% da carbone e oli combustibili). Attualmente quindi, solo il restante 44% dell'energia elettrica è coperto da fonti rinnovabili, ma con un'altra distinzione cruciale: il 15% di quel 44% non viene da pale e pannelli ma dall'idroelettrico, mentre l'insieme di pannelli fotovoltaici e pale eoliche ne copre circa il 21%. Il rimanente 8% si divide tra bioenergie (6%) e geotermia (2%). Incrociando la quota di eolico e fotovoltaico sull'elettricità con il peso dell'elettricità sui consumi totali di energia (21%x22%≈4,6%), si ottiene così il primo dato fondamentale: oggi il contributo reale di pannelli, pale eoliche e impianti di accumulo al fabbisogno energetico nazionale complessivo si attesta a meno di un misero 5%. Sì, avete capito bene! Tutti i pannelli e le pale che sono stati istallati dall'inizio del secolo (con una spesa di 200 mld di euro) occupando terreni agricoli e crinali collinari contribuiscono al fabbisogno energetico nazionale per meno del 5% dei consumi energetici del Paese. Se pensiamo ora agli obiettivi green della transizione energetica dell'Unione Europea (Strategia italiana di lungo termine sulla riduzione delle emissioni dei gas a effetto serra, al 2050) che impongono l’orizzonte della neutralità climatica da raggiungere entro il 2050, di cui il Piano Nazionale Integrato per l'Energia e il Clima (PNIEC) è solamente la tappa intermedia al 2030, ci si potrà rendere conto della follia europea in atto alla quale ci siamo stupidamente accodati. Per inciso la follia della neutralità climatica significa raggiungere emissioni nette di gas serra pari a zero: le emissioni prodotte devono essere compensate da una quantità equivalente di gas serra rimossi dall’atmosfera… Per "decarbonizzare" la società non basterà sostituire il gas, il carbone e gli oli combustibili attualmente utilizzati nella produzione elettrica, ma bisognerà elettrificare gran parte dei consumi che oggi usano direttamente idrocarburi, come i trasporti e i riscaldamenti. Ne parleremo Francesco Cappello

I codici identificativi impressi sui metalli (inclusi i codici CAGE del governo statunitense) tracciano la fabbricazione dei proiettili usati sul campo direttamente negli impianti dell'esercito e dei fornitori degli Stati Uniti. F.C.

Il fosforo bianco è un composto chimico solido e ceroso che si incendia spontaneamente non appena entra in contatto con l'ossigeno dell'aria, raggiungendo temperature superiori a 800 °C e liberando un denso fumo bianco. Rientra nella categoria delle armi incendiarie. Il Protocollo III della Convenzione sulle armi convenzionali del 1980 ne vieta tassativamente l'utilizzo contro le popolazioni civili e contro obiettivi militari situati all'interno di aree abitate. L'impiego di questa sostanza nei centri urbani viola inoltre il principio fondamentale del Diritto Internazionale Umanitario, che impone la netta distinzione tra combattenti e civili, rendendo il suo uso indiscriminato un crimine di guerra. Gli effetti sul corpo umano sono tra i più devastanti in ambito bellico. La sostanza aderisce alla pelle e ai tessuti, bruciando per reazione termica e chimica fino a raggiungere le ossa che vengono anch’esse consumate dal fuoco bianco. I frammenti rimasti incombusti nelle ferite possono riattivarsi e riprendere a bruciare appena vengono riesposti all'aria durante le medicazioni. L'assorbimento attraverso la cute provoca anche una grave tossicità organica che porta al cedimento progressivo di fegato, reni e cuore, mentre l'inalazione dei fumi acri causa lesioni polmonari, ustioni alle vie respiratorie e danni oculari permanenti. Sofferenze inimmaginabili. Le immagini degli esseri umani colpiti suscitano incommensurabile orrore e pietà. Su animali ed ecosistemi le conseguenze sono repentine e prolungate. Gli animali subiscono le medesime ustioni mortali degli esseri umani e rischiano l'avvelenamento acuto ingerendo residui contaminati tramite acqua o pascolo. Le particelle incandescenti innescano incendi boschivi e agricoli difficilmente domabili, devastando interi habitat. Nei terreni o nei sedimenti acquatici privi di ossigeno, la sostanza può rimanere inalterata per anni, conservando la propria tossicità e la capacità di incendiarsi nuovamente non appena il suolo viene smosso ed esposto all'aria. Israele ne ha fatto impunemente uso a danno dei palestinesi ed ora ripetutamente su villaggi e città nel sud del Libano. Francesco Cappello P.S. Israele non produce in autonomia i proiettili d'artiglieria al fosforo bianco finiti impiegati dal proprio esercito, ma occupa una posizione di rilievo nella fase iniziale della filiera industriale. La multinazionale israeliana ICL Group (ex Israel Chemicals Ltd) estrae fosfati nel deserto del Negev ed è uno dei principali fornitori globali di derivati del fosforo. Attraverso le sue filiali, ICL ha storicamente fornito il fosforo chimico grezzo alla catena di approvvigionamento del Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti. I proiettili d'artiglieria al fosforo bianco utilizzati dalle forze di difesa israeliane (IDF), in particolare i modelli da 155 mm denominati M825 e M825A1, vengono fabbricati, assemblati e caricati negli Stati Uniti. La struttura dei proiettili metallici è realizzata da aziende della difesa americane come General Dynamics, mentre il caricamento chimico del fosforo bianco all'interno degli ordigni avviene presso il Pine Bluff Arsenal, un'installazione militare dell'esercito statunitense situata in Arkansas, che rappresenta il principale centro dell'emisfero settentrionale specializzato nel riempimento di munizioni al fosforo. La catena di approvvigionamento si sviluppa quindi attraverso una collaborazione bilaterale: la materia prima chimica viene fornita dall'industria mineraria israeliana agli Stati Uniti, dove i complessi militari assemblano gli ordigni finiti. Successivamente, le munizioni vengono trasferite a Israele tramite i programmi americani di aiuti militari e le vendite estere della difesa (Foreign Military Sales). Le verifiche condotte sul campo da organizzazioni di ricerca e diritti umani, tra cui Amnesty International e Human Rights Watch, hanno confermato questa catena analizzando i detriti e i contenitori dei proiettili rinvenuti nei teatri di conflitto.

Tuttavia, l'efficacia di questa tutela si scontra con la fragilità della catena amministrativa. Per applicare i divieti, i Comuni devono catalogare e aggiornare tempestivamente il "Catasto degli Incendi". I cronici ritardi, le lacune mappali e la scarsità di risorse di molti enti locali creano ampie zone grigie legislative. All'interno di questi vuoti burocratici, le società speculative riescono ad avviare e far approvare le procedure autorizzative per i mega-impianti energetici prima che il vincolo sul terreno bruciato venga formalizzato e digitalmente registrato. Il lavoro di Pearson si intreccia così con gli studi sull'estrattivismo verde e con i rapporti periodici di realtà come associazioni ambientaliste e la Direzione Investigativa Antimafia. Il quadro che ne emerge mostra come la transizione energetica, gestita senza la necessaria rigorosa pianificazione pubblica e il controllo del territorio, viene parassitata dalle logiche criminali da un lato e da quelle finanziarie speculative dall’altro. La mafia non ha bisogno di trasformarsi in un produttore diretto di energia; le basta operare come custode e mediatore dell'accesso alla risorsa primaria, cioè la terra. Attraverso l'uso strategico del fuoco, la criminalità organizzata svaluta il territorio, ne scaccia la presenza umana tradizionale e lo consegna al capitale speculativo, completando una vera e propria colonizzazione energetica dell'isola condotta all'ombra della sostenibilità ambientale. Francesco Cappello FONTI La fonte accademica fondamentale su cui si struttura l'analisi è lo studio condotto da Lauren R. Pearson, ricercatrice presso il Dipartimento di Geografia della University of California, Berkeley. Il suo articolo, intitolato "Land on fire: The spatial production of the mafia", è stato pubblicato nel 2024 sulla rivista scientifica Criminology & Criminal Justice (SAGE Publications, identificativo DOI: 10.1177/17488958241286117) all'interno del numero speciale New Geographies of Organised Crime. L'indagine offre una disamina etno-geografica incentrata sulle devastanti stagioni degli incendi in Sicilia del 2021 e 2023, analizzando l'uso tattico del fuoco come strumento di controllo socio-spaziale. Sul versante investigativo e istituzionale, la ricostruzione si avvale dei resoconti della Commissione Regionale Antimafia dell'Assemblea Regionale Siciliana, che ha documentato l'operato di intermediari legati alla speculazione sul fotovoltaico a terra e sull'eolico nelle aree colpite dai roghi nell'entroterra dell'isola. A questi contributi si sommano le relazioni semestrali presentate al Parlamento italiano dalla Direzione Investigativa Antimafia, focalizzate sui tentativi di infiltrazione della criminalità organizzata nella filiera della transizione ecologica e nei fondi europei del PNRR, unitamente ai Rapporti Ecomafia pubblicati annualmente da Legambiente per monitorare i crimini contro il patrimonio boschivo e i fenomeni di accaparramento fondiario. Il quadro teorico e normativo si completa infine attraverso il pensiero del filosofo e sociologo francese Henri Lefebvre, la cui opera La production de l'espace del 1974 fornisce la lente interpretativa per comprendere la riprogrammazione criminale del territorio. Il caposaldo legislativo di riferimento è l'articolo 10 della Legge 21 novembre 2000, n. 353 (Legge quadro sugli incendi boschivi), che impone rigidi vincoli di inedificabilità e di stasi nella destinazione d'uso per i terreni percorsi dal fuoco, integrato dalla letteratura scientifica sull'ecologia politica, sull'estrattivismo verde e sul fenomeno del green grabbing nel bacino del Mediterraneo. F.C.

TERRA BRUCIATA PER FAR SPAZIO AI GIGAWATT DELLA SPECULAZIONE ENERGETICA  Quando la Sicilia brucia durante i mesi estivi, il racconto mediatico e istituzionale tende spesso a confinare la tragedia nell'alveo della fatalità climatica, dell'incuria o dell'opera isolata di piromani instabili. La ricerca accademica condotta da Lauren R. Pearson dell'Università di California, Berkeley, insieme agli studi di ecologia politica e ai dossier investigativi sulle ecomafie, ribalta radicalmente questa narrazione, svelando un meccanismo sistemico e lucidamente pianificato. Pearson dimostra che lo spazio geografico non è un semplice fondale inerte su cui accadono eventi casuali, ma un prodotto sociale ed economico plasmato dai rapporti di potere. Negli anni del dopoguerra, la mafia siciliana ha ridefinito il tessuto urbano attraverso il cosiddetto "Sacco di Palermo", trasformando il verde agricolo in colate di cemento per la speculazione edilizia. Oggi, nell'era della crisi energetica/climatica, lo stesso fenomeno si riproduce in chiave rurale ed ecologica: il territorio viene sistematicamente distrutto per essere riprogrammato e asservito ai grandi interessi della speculazione energetico/finanziaria. In questa dinamica, il fuoco cessa di essere un elemento naturale e diventa un'arma vera e propria. Pearson evidenzia come le organizzazioni criminali mettano a sistema le condizioni meteorologiche estreme, sfruttando le forti siccità, le temperature record e i venti di scirocco come un "moltiplicatore di forza". Innescare un incendio in queste specifiche condizioni meteorologiche permette da un lato di massimizzare la devastazione con il minimo sforzo operativo, e dall'altro di mimetizzare l'azione criminale dietro la facciata del cambiamento climatico incontrollabile. Il fuoco viene così impiegato come strumento di rimodellamento territoriale per azzerare il valore socio-economico esistente su un determinato appezzamento di terra. Il nodo centrale di questa strategia risiede nel legame diretto tra l'incendio doloso e la successiva valorizzazione finanziaria dei suoli devastati, spinta dai capitali della transizione energetica e dai fondi europei come quelli del PNRR. Il meccanismo operativo si sviluppa secondo una sequenza precisa. In prima battuta, il rogo distrugge le colture, i pascoli e le infrastrutture agricole, piegando la resistenza economica dei proprietari terrieri e dei piccoli agricoltori già indebitati. Un terreno agricolo già poco produttivo, se costantemente minacciato dalle fiamme perde ulteriormente valore di mercato, trasformandosi in un peso economico insostenibile per chi lo possiede. È in questa fase di forte vulnerabilità che si inserisce la speculazione energetica. Grandi gruppi finanziari, intermediari e società dello sviluppo rinnovabile sono alla costante ricerca di enormi superfici di suolo per l'installazione di impianti fotovoltaici a terra e parchi eolici. L'incendio funge da acceleratore di questo processo di "green grabbing", ovvero l'accaparramento verde delle terre. Come documentato dalle inchieste e dai report delle commissioni antimafia, laddove un proprietario rifiuta di cedere o affittare i propri terreni per far posto ai pannelli solari, l'incendio doloso interviene come atto ritorsivo e intimidatorio. Viceversa, una volta che la terra è stata ridotta in cenere, gli stessi intermediari si ripresentano offrendo contratti di locazione o d'acquisto a prezzi d'occasione. La devastazione ambientale diventa così la premessa necessaria per giustificare la riconversione industriale del suolo, trasformando un paesaggio agricolo o naturale in una centrale elettrica a cielo aperto. A favorire questa catena speculativa contribuisce una profonda debolezza istituzionale e normativa. Sulla carta, la legislazione italiana, in particolare la Legge 353 del 2000, stabilisce vincoli severissimi sulle aree percorse dal fuoco, vietando per diversi anni il cambio di destinazione d'uso, la caccia, il pascolo e la realizzazione di nuove strutture.

Le Comunità Cooperative Energetico-Alimentari (CCEA) proposte dall’Associazione Nazionale Filiere Virtuose Italia puntano infatti sulla proprietà diffusa e la cooperazione per promuovere la sovranità energetica locale. A differenza del modello corporate che favorisce i grandi sviluppatori, le CCEA offrono ai cittadini la possibilità di diventare comproprietari degli impianti, riducendo i costi e garantendo benefici diretti. Questo modello, basato su cooperative a mutualità prevalente, promuove l’autosufficienza finanziaria e l’autogestione energetica, senza gravare sulla spesa pubblica. Nell’attuale contesto corporate, la transizione smette di essere un'opportunità di democratizzazione e decentralizzazione del sistema energetico e si trasforma nella riproduzione dei vecchi oligopoli sotto una veste verde, in cui il potere decisionale e la ricchezza prodotta rimangono saldamente nelle mani dei grandi attori della finanza globale. Francesco Cappello Nota La transizione energetica finanziarizzata si regge su un imponente drenaggio di risorse a favore del capitale privato, mobilitando oltre 120 miliardi di euro di detrazioni fiscali, 24 miliardi dal PNRR per l'energia, 16 miliardi all'anno di incentivi erogati dal GSE e 2 miliardi annui dal Capacity Market, a cui si aggiunge un flusso compreso tra i 12 e i 14 miliardi di euro all'anno che dura ininterrottamente da quasi quindici anni (avviato con l'esplosione dei Conti Energia nei primi anni 2010), prelevati direttamente dalle bollette dei cittadini come oneri generali di sistema (in gran parte riconducibili alla componente ASOS per il sostegno alle fonti rinnovabili). Sostenuto da garanzie statali SACE e CDP fino all'80% del rischio di credito e da rendimenti fissi blindati come nel modello MACSE, questo impianto azzera il rischio d'impresa per i fondi speculativi, scaricando l'intero costo della conversione energetica sulla fiscalità generale e sulle utenze domestiche per trasformarla in un meccanismo duraturo di redistribuzione regressiva della ricchezza a favore dei profitti dei grandi privati in netta prevalenza stranieri e a danno di noi comuni mortali… F.C.

La finanziarizzazione delle energie rinnovabili trasforma la transizione energetica in un'asset class per mercati finanziari, trasferendo sui cittadini sia i costi sia i rischi degli investimenti privati attraverso i meccanismi tariffari in primis della bolletta elettrica ma non solo (vedi nota, ma tornerò a parlarne più diffusamente in altro post). Quando la costruzione di impianti eolici, fotovoltaici o di accumulo viene guidata prioritariamente dai margini di rendimento attesi da fondi d'investimento e multinazionali, l'architettura stessa dei prezzi dell'energia viene modificata per garantire flussi di cassa stabili e protetti, con pesanti ricadute sociali. La presenza del capitale finanziario nel settore energetico richiede una riduzione a zero del rischio d'impresa per attrarre liquidità. Per soddisfare questa richiesta, le istituzioni e le autorità di regolazione creano strumenti come i contratti per differenza, i mercati delle capacità o le aste di remunerazione fissa come il MACSE. Attraverso questi dispositivi, lo Stato assicura agli investitori un prezzo o un premio minimo garantito per decenni! Il costo di queste garanzie di rendimento non viene coperto dalla fiscalità generale progressiva, ma ricade direttamente nelle bollette sotto forma di oneri di sistema, tariffe di rete e quote per la sicurezza della rete. Si crea così un'asimmetria strutturale: se il mercato dell'energia garantisce prezzi alti, i profitti straordinari rimangono agli operatori privati; se i prezzi crollano o le tecnologie diventano sovrabbondanti, il costo della rendita minima assicurata al capitale finanziario viene prelevato in modo certo dalle tasche di chi consuma elettricità. Il finanziamento della transizione attraverso la bolletta anziché tramite le imposte generali rappresenta una forma di tassazione fortemente regressiva. L'energia elettrica è un bene primario e incide in misura percentuale molto più elevata sul reddito delle famiglie a basso e medio reddito rispetto a quelle abbienti. Quando la bolletta viene caricata dei costi per remunerare i fondi speculativi che hanno realizzato i grandi impianti, si realizza un vero e proprio trasferimento inverso della ricchezza: le fasce di popolazione socialmente più deboli finanziano i dividendi garantiti agli azionisti e ai detentori del capitale! Questo meccanismo alimenta direttamente la povertà energetica, costringendo milioni di nuclei familiari a ridurre i consumi essenziali o a indebitarsi per pagare le utenze. La retorica del consumatore ecologico nasconde così una dinamica di forte ingiustizia sociale, in cui la sostenibilità ambientale diviene sinonimo di rincaro coatto per i ceti meno abbienti. Sotto il profilo della giustizia spaziale e territoriale, la finanziarizzazione favorisce la realizzazione di mega-impianti industriali altamente accentrati, spessissimo localizzati in aree rurali. Queste comunità subiscono le esternalità negative dell'occupazione di suolo agricolo, della frammentazione del paesaggio e delle pressioni sulle risorse locali, mentre il valore economico generato dagli impianti viene totalmente estratto e trasferito verso i centri finanziari internazionali. Si ripete così un modello di tipo estrattivo: le popolazioni locali soffrono gli irricevibili costi ambientali e l'impatto materiale e visivo delle infrastrutture energetiche senza beneficiare di un calo reale delle proprie bollette né di uno sviluppo occupazionale duraturo, poiché la gestione di questi impianti richiede pochissima manodopera una volta completata la fase di cantiere. Aver affidato la traiettoria della cosiddetta decarbonizzazione ai mercati finanziari sta espropriando le comunità della possibilità di decidere come, dove e per chi produrre energia. La soluzione di progetti di energia diffusa, come le Comunità Cooperative Energetico-Alimentari dell’Associazione Nazionale Filiere Virtuose Italia non favorirebbero i profitti dei grandi parchi speculativi ma non sono note e rimangono per ora di nicchia.

ARERA CERCA DI CHIUDERE LE STALLE QUANDO ORMAI LA FRITTATA È FATTA A VANTAGGIO LORO E A DANNO DI TUTTI NOI L'Autorità di Regolazione per Energia Reti e Ambiente (ARERA), con il documento per la consultazione 283/2026/R/eel, si è resa conto che stava incentivando con cifre enormi i privati che stanno tappezzando il territorio con impianti di accumulo e cerca di rimediare abbassando il premio massimo (cap) per la seconda asta del MACSE (Mercato di Accumulo Stazionario di Energia Elettrica) La proposta dell'Autorità di regolazione (ARERA) di ridurre da 37.000 a 22.000 euro all'anno per megawattora il premio massimo per la seconda asta dei sistemi di accumulo a batteria rappresenta un passaggio fondamentale per comprendere le dinamiche della transizione energetica. Questa misura, contenuta nel documento di consultazione per le consegne previste nel 2029, viene giustificata con il calo dei costi industriali delle batterie a livello globale. Tuttavia, la notizia mette a nudo come il mercato degli accumuli sia diventato un terreno strategico per la finanziarizzazione della decantata (e buona per tutti gli usi) decarbonizzazione. In pratica, una rendita finanziaria mascherata da incentivo verde. Il meccanismo delle aste per gli accumuli nasce con l'obiettivo dichiarato di garantire la stabilità della rete elettrica, resa instabile e soggetta a sovraccarichi e blackout ricorrenti perché sempre più alimentata da fonti rinnovabili intermittenti come il sole e il vento. Nel modello di mercato attuale, per spingere i privati a costruire queste infrastrutture, lo Stato o il gestore di rete offre un rendimento minimo garantito su un orizzonte pluriennale. La prima asta, fissata con un tetto massimo di 37.000 euro, aveva garantito un margine di profitto straordinariamente elevato per i fondi di investimento e i grandi sviluppatori. In quella fase, il concetto di garanzia pubblica è stato utilizzato per azzerare il rischio d'impresa, trasformando quello che doveva essere un supporto alla conversione ecologica in una vera e propria rendita di posizione per i capitali speculativi. Il taglio del 40% ipotizzato da ARERA dimostra che le stime iniziali dei costi erano eccessivamente generose rispetto alla realtà, consentendo a pochi attori di estrarre valore a spese della collettività. Anche con la riduzione del premio a 22.000 euro, l'architettura di fondo di questa transizione rimane inalterata. Si applica la classica logica di mercatizzazione della crisi climatica: i rischi finanziari della costruzione e gestione degli impianti vengono socializzati, garantendo un ricavo fisso pagato dagli utenti attraverso le bollette elettriche, mentre i profitti derivanti dalla compravendita dell'energia rimangono privatizzati. I grandi fondi di investimento non partecipano a questa sfida per una vocazione ambientale, ma perché il settore dell'energia rinnovabile offre asset con flussi di cassa stabili, protetti dalle oscillazioni di mercato grazie all'intervento regolatorio. Quando il valore di questi incentivi viene ridimensionato, i mercati non fanno altro che calibrare la speculazione sui nuovi costi delle tecnologie, mantenendo intatto il loro potere contrattuale verso lo Stato. Spiegare questo ridimensionamento come il semplice ed inevitabile risultato del progresso tecnologico rischia di nascondere il nodo politico della questione. L'adeguamento dei tetti d'asta evidenzia come la pianificazione energetica sia oggi subordinata alle esigenze di rendimento del capitale privato. Una transizione energetica rigorosa e realmente orientata all'interesse pubblico non si limiterebbe a rincorrere i costi delle batterie aggiustando la quota dei sussidi, ma metterebbe in discussione la necessità stessa di affidare la sicurezza e la stabilità della rete elettrica a logiche di profitto privato e sistematica speculazione finanziaria a danno dei cittadini contribuenti.

Oltretutto si intende spacciare per "transizione ecologica" un progetto che arricchisce chi trae profitto dall'occupazione e dalla violazione dei diritti umani in Palestina! In Maremma, nella frazione di Ribolla tra i comuni di Roccastrada e Grosseto, sta per prendere forma un imponente impianto da quasi 20 megawatt distribuito su ben 25 ettari di terreni agricoli, destinato a stravolgere il paesaggio rurale con oltre 36.000 pannelli fotovoltaici e uno scavo per un cavidotto lungo 16 chilometri. Dietro la facciata dell'energia pulita si nasconde una realtà politica ed etica gravissima. A realizzare l'opera è la multinazionale israeliana Shikun & Binui, che agisce in Italia attraverso la "Spv Energy 3", una società di comodo con sede a Milano, zero dipendenti e un capitale sociale di appena 2.500 euro. Parliamo dello stesso colosso industriale che da decenni costruisce interi insediamenti e colonie illegali in Cisgiordania, infrastrutture stradali e tranviarie a sostegno dell'annessione dei territori occupati, la barriera di separazione attorno alla Striscia di Gaza e basi militari sui terreni espropriati alle comunità beduine nel deserto del Naqab. Contro questa operazione è nata una forte mobilitazione che vede uniti cittadini, il collettivo "Diritti in Palestina", associazioni come Italia Nostra e diversi comitati territoriali. Le ragioni della denuncia sono nette e riguardano due fronti inscindibili: Puro greenwashing dell'apartheid: parlare di "energia pulita" quando i profitti vanno a un gruppo economico direttamente complice di violazioni del diritto internazionale e dei diritti umani non è accettabile. Utilizzare la transizione ecologica in Europa per ripulire l'immagine di aziende impegnate nell'occupazione è una palese speculazione finanziaria ed etica. Devastazione e svendita del territorio: L'impianto sottrae circa 25 ettari di suolo agricolo (un'area pari a metà dell'abitato di Ribolla) per una trasformazione industriale invasiva che rischia di compromettere l'equilibrio paesaggistico ed ecologico della Maremma senza portare reali benefici alla comunità locale. Le leggi italiane e regionali che regolano la concessione dei permessi per le energie rinnovabili prevedono verifiche antimafia, ma non contengono alcun filtro sul rispetto dei diritti umani o dei trattati internazionali. Questo buco legislativo permette a queste multinazionali di penetrare nei territori italiani senza alcun controllo etico. La Regione Toscana ha già concesso il via libera ambientale nascondendosi dietro la burocrazia e dichiarando di avere le "mani legate". I sindaci e i cittadini chiedono la revoca delle autorizzazioni e lo stop definitivo all'iter previsto per l'autunno. La Maremma non può e non deve diventare complice di chi trasforma l'oppressione in business speculativo verde. Francesco Cappello