ar
Feedback
Francesco Cappello - Seminare domande

Francesco Cappello - Seminare domande

الذهاب إلى القناة على Telegram

Canale telegram - Francesco Cappello

إظهار المزيد
3 606
المشتركون
+124 ساعات
+67 أيام
+1030 أيام
أرشيف المشاركات
Se il fondo integrativo del lavoratore rientra nella rassicurante categoria dei prodotti sostenibili e vieta soltanto le armi espressamente messe al bando dai trattati internazionali, la quota di titoli della difesa aumenta in modo del tutto spontaneo e a norma di legge all'interno del paniere “etico”. Francesco Cappello

LE NORMATIVE EUROPEE ESG HANNO PERMESSO L’INCLUSIONE DELLE AZIENDE MILITARI CHE PRODUCONO ARMI ED ESPLOSIVI NEI FONDI ETICI E SOSTENIBILI L'inclusione delle aziende della difesa nei fondi ritenuti etici e sostenibili è il risultato del modo in cui sono state strutturate le regole della finanza sostenibile in questa Unione Europea, pericolosamente guerrafondaia, sempre più stupidamente decisa a trascinarci in guerra contro la superpotenza nucleare russa. Le normative europee di riferimento, come il Regolamento SFDR (Sustainable Finance Disclosure Regulation) e la Tassonomia UE, non contengono un divieto esplicito e generalizzato di investire nell'industria della difesa o nella produzione di armamenti convenzionali… L'unico filtro sanzionatorio e vincolante riguarda le cosiddette armi controverse (mine antiuomo, munizioni a grappolo, armi chimiche, biologiche o nucleari non autorizzate), la cui produzione è bandita da trattati internazionali. Viceversa, tutta la difesa convenzionale, come aerei da caccia, carri armati, sistemi radar, navi da guerra e munizionamento standard, non è mai stata inserita in una lista nera automatica da parte dei regolamenti dell'Unione! La normativa europea SFDR divide i fondi d'investimento in tre categorie principali, ed è qui che si concentra la gran parte del capitale. Fondi Articolo 8 ("Light Green") che sono prodotti che "promuovono caratteristiche ambientali o sociali", ma non hanno come obiettivo unico ed esclusivo l'investimento sostenibile. Rappresentano la stragrande maggioranza dei fondi ESG sul mercato. Per questi fondi, includere azioni di aziende della difesa convenzionale è del tutto legale, a patto che la società rispetti requisiti di buona gestione societaria e non produca armi proibite. Fondi Articolo 9 ("Dark Green") i quali hanno obiettivi di sostenibilità molto più stringenti e applicano solitamente criteri di esclusione più severi, ma costituiscono una quota nettamente minoritaria del mercato. Dopo il 2022 e con le successive indicazioni della Commissione Europea legate alla strategia di difesa dell'Unione, il quadro interpretativo si è evoluto. La lettera S dell'acronimo ESG sta per Social. Le istituzioni e i regolatori europei hanno chiarito che la sicurezza nazionale, la difesa della sovranità democratica e la tutela della pace rappresentano precondizioni indispensabili per qualsiasi sviluppo sostenibile e per la tutela dei diritti umani. In base a questo principio, garantire la difesa dell'Unione Europea viene considerato una funzione socialmente utile e compatibile con i criteri della finanza sostenibile… Il paradosso raggiunge il suo apice quando si osservano le pagelle etiche di queste aziende. Con un notevole cortocircuito contabile, i colossi dell'aerospazio e della difesa riescono a farsi promuovere a pieni voti proprio negli indici di sostenibilità. In termini di governance, le società d'armi vantano bilanci specchiati, consigli di amministrazione ineccepibili e procedure di conformità burocratica impeccabili, essendo del resto vigilate a vista dagli Stati. Sul fronte ambientale assistiamo poi al miracolo delle fabbriche a impatto zero: stabilimenti tirati a lucido, pannelli solari sui tetti delle catene di montaggio e un generoso acquisto di crediti di carbonio per garantire la massima efficienza ecologica della produzione, per quanto l'oggetto prodotto non sia esattamente ecologico. A rendere il quadro ancora più sfumato ci pensano le tecnologie a doppio uso, dove satelliti, sensori e cybersicurezza permettono di far passare la ricerca militare come innovazione civile di generale utilità. A chiudere il cerchio interviene poi la meccanica cieca dei mercati. Non appena i governi annunciano piani di spesa per il riarmo, le azioni delle industrie belliche schizzano alle stelle, facendo aumentare la loro presenza negli indici di borsa. A quel punto entra in gioco l'automatismo dei fondi d'investimento e degli ETF, che sono programmati per replicare quegli indici e quindi acquistano automaticamente sempre più azioni militari.

HANNO TROVATO IL MODO DI AFFIDARE I RISPARMI DEI GIOVANI LAVORATORI ALLA FINANZA SPECULATIVA. IL TRAPPOLONE DEL SILENZIO ASSENSO SUL TFR Hanno preso una decisione fondamentale sulla liquidazione di fine rapporto dei nuovi assunti facendo in modo che sia difficile per loro accorgersene e decidere consapevolmente. La regola sulla destinazione del TFR (Trattamento di Fine Rapporto) per i lavoratori dipendenti del settore privato (*) è cambiata drasticamente. Non ci saranno più i sei mesi di tempo che si avevano per informarsi e valutare se tenere i propri soldi all'INPS o indirizzarli verso la previdenza integrativa e i mercati finanziari. I giorni a disposizione per decidere sono diventati soltanto sessanta. La vera trappola risiede nel meccanismo dell'adesione automatica. Se entro due mesi dalla nuova assunzione non si firma un rifiuto esplicito, scatta il silenzio-assenso: il TFR, insieme ai contributi aggiuntivi, viene prelevato e dirottato direttamente in un fondo pensione privato di categoria. Due mesi passano in un soffio, soprattutto quando si inizia un nuovo lavoro. Se ci si dimentica di esprimere parere negativo, la scelta diventa del tutto irreversibile e non si potrà più riportare la indietro la propria liquidazione. Al contrario, chi dice di no subito conserva la totale libertà di cambiare idea in qualsiasi momento futuro. Ma dove finiscono davvero i soldi di chi non esprime una scelta? Non restano in Italia per supportare le imprese locali o la previdenza pubblica. I fondi pensione affidano questi miliardi ai giganti della finanza speculativa globale, come i colossi americani BlackRock, Vanguard e State Street. Saranno loro a gestire il denaro dei lavoratori dipendenti italiani, convertendolo in dollari per investirlo nelle borse di Wall Street, nelle grandi aziende tecnologiche e persino nelle multinazionali che producono armi, oggi scandalosamente riammesse tra gli investimenti ritenuti sostenibili dalle nuove norme europee! In questo modo, quel salario accumulato con il lavoro quotidiano dei lavoratori viene trasformato a loro insaputa in un prodotto finanziario ad alto rischio. Le conseguenze di questo sistema sono pesanti per tutti. Per il singolo lavoratore significa rinunciare a una somma sicura e tutelata, esponendosi alle montagne russe dei mercati finanziari. Se la borsa dovesse crollare proprio nel momento in cui si va in pensione o quando si chiede un anticipo per un'emergenza familiare, la perdita sarà a carico dei lavoratori dipendenti. Per la collettività significa prosciugare le casse dell'INPS e privare le piccole aziende di liquidità, togliendo risorse fondamentali che servono a finanziare la sanità pubblica e i servizi essenziali. Il rischio vale per chi ha cambiato lavoro o sta per firmare un nuovo contratto. Questi lavoratori dovrebbero pretendere di compilare subito il modulo di destinazione del TFR. Informarsi, controllare le scadenze e parlane con i colleghi e scegliere in modo consapevole è l'unico strumento utilizzabile per proteggere il valore del lavoro e i risparmi di una vita. Francesco Cappello Nota (*) Nel settore privato, la Legge di Bilancio 2026 ha modificato direttamente il Decreto Legislativo 252 del 2005. È questa modifica ad aver tagliato la finestra di decisione da sei mesi a soli sessanta giorni e ad aver introdotto l'adesione automatica per i nuovi assunti o per chi cambia azienda. Nel settore pubblico, la disciplina del TFR e del TFS (Trattamento di Fine Servizio) segue un binario normativo completamente separato. I dipendenti della Pubblica Amministrazione non sono soggetti alle stesse regole del privato, ma sono regolati da specifici accordi tra ARAN e sindacati. Anche nel pubblico impiego sono stati introdotti in passato meccanismi di silenzio-assenso per favorire l'iscrizione ai fondi dedicati (come il Fondo Perseo Sirio per i dipendenti pubblici o il Fondo Espero per la scuola), ma con tempistiche, tutele e procedure burocratiche differenti rispetto al settore privato.

Una moderna centrale a gas a ciclo combinato ha un costo di investimento di circa 920 euro per kilowatt e produce energia affidabile a un costo totale di sistema di circa 475 milioni di euro all'anno, pari a 6,3 centesimi per kilowattora, senza richiedere grandi opere di trasmissione perché situata vicino ai consumi. Per ottenere lo stesso risultato dall'eolico terrestre, sapendo che la sua capacità effettiva nei momenti di picco della domanda è pari ad appena il 10%, occorre installare una potenza pari a 10 gigawatt, cioè dieci volte la capacità necessaria! Aggiungendo 4 gigawattora di batterie al litio, le centrali a gas di emergenza da tenere pronte al 90% della capacità, le linee di trasmissione e le sottostazioni, il costo totale annuo sale a 2,64 miliardi di euro, ossia 5,6 volte più alto del gas, arrivando a 35,7 centesimi per kilowattora! Se si rimuovessero del tutto i sussidi statali, la spesa annua sale a 3,38 miliardi di euro. Nel caso dell'eolico offshore in mare, la situazione diventa ancora più onerosa. Con una capacità effettiva del 15%, serve un sovradimensionamento di sette volte (7 gigawatt nominali)! Considerati i costi di installazione marina, i cavi sottomarini e le sottostazioni offshore, la spesa annua schizza a 3,43 miliardi di euro, cioè 7,2 volte il costo di una centrale a gas, per un prezzo dell'energia fornita di 44 centesimi per kilowattora! Il dato sconcertante che emerge da queste analisi è che circa il 70% dei budget destinati all'energia eolica non serve a produrre elettricità, ma a pagare il sovradimensionamento e la riserva necessaria a coprire la sua intrinseca inaffidabilità, generando una spesa inefficiente stimata a livello globale in circa 1.650 miliardi di euro all'anno. I limiti fisici, il consumo di risorse e il degrado degli impianti Guardando oltre l'aspetto puramente finanziario, la comunità scientifica evidenzia da tempo pesanti vincoli fisici e ambientali. Il professor Vaclav Smil dell'Università del Manitoba, uno dei massimi esperti mondiali di transizioni energetiche, ha dimostrato come l'eolico e il solare soffrano di una bassissima densità di potenza. Per produrre la stessa quantità di energia di una centrale tradizionale, richiedono una superficie di suolo fino a dieci volte superiore. Inoltre, la produzione di questa enorme quantità di infrastrutture richiede una quantità di materie prime senza precedenti. Per lavorare l'acciaio delle torri eoliche, il silicio dei pannelli e il vetro dei moduli, la catena di approvvigionamento globale consuma circa due miliardi di tonnellate di carbone nei processi industriali ad alta temperatura. A questo si aggiunge l'imminente emergenza dei rifiuti: entro il 2050 si stima la generazione di 78 milioni di tonnellate di rifiuti non riciclabili derivanti dalla dismissione di pale eoliche e pannelli giunti a fine vita. A completare questo quadro interviene il lavoro dell'economista Gordon Hughes dell'Università di Edimburgo, ex consulente della Banca Mondiale. Hughes ha condotto approfonditi studi empirici sulle prestazioni reali di centinaia di parchi eolici in Europa, rilevando che l'usura meccanica e il degrado delle turbine avvengono a un ritmo molto più rapido di quanto dichiarato dai costruttori. Le spese di gestione e manutenzione aumentano notevolmente con il passare degli anni, mentre l'efficienza degli impianti crolla ben prima del termine della loro vita utile teorica, riducendo ulteriormente il rendimento economico dell'investimento. La visione condivisa da questo vasto corpo di ricerca non è un rifiuto ideologico delle tecnologie rinnovabili, ma un richiamo alla realtà fisica ed economica. Pretendere che il solare e l'eolico possano da soli mandare avanti una società industriale avanzata a costi irrisori significa ignorare le leggi dell'elettrotecnica e della contabilità industriale. Finché i costi reali di sistema continueranno a essere nascosti sotto la voce dei sussidi statali, della fiscalità generale e dei debiti pubblici, l'illusione dell'energia verde a basso costo potrà reggere nel dibattito politico.

I VERI COSTI DELLE RINNOVABILI SONO SOSTENIBILI SOLO GRAZIE AD ENORMI RISORSE PUBBLICHE DI CUI SI APPROPRIANO GLI SPECULATORI CHE STANNO DISTRUGGENDO IL NOSTRO TERRITORIO È dominante una narrazione seducente ed interessata secondo cui l'energia solare ed eolica sarebbe ormai diventata la forma di elettricità più economica della storia humana. Tuttavia, se si guarda ai bilanci delle reti e alle leggi della fisica, la realtà che emerge è radicalmente diversa. È importante chiedersi come si calcola davvero il costo dell'energia e perché l'approccio attuale sta portando a un gigantesco abbaglio economico di cui usufruiscono solamente le società energetiche private che speculano utilizzando fondi pubblici sfruttando una messe di leggi, finanziamenti ed incentivi senza cui sarebbe stato loro impossibile piazzare i loro ecomostri al posto di campi con vocazione agricola infestando i crinali delle colline italiane. L'inganno della metrica LCOE e la Potenza Stabile Equivalente Il punto di partenza di questo malinteso risiede in una cifra ampiamente pubblicizzata: circa 35 euro per megawattora, ovvero 3,5 centesimi per kilowattora, presentata come il costo dell'energia eolica e solare. Questo valore si basa su una metrica chiamata costo livellato dell'energia, nota in gergo come LCOE. Il problema del LCOE è che misura soltanto il costo di fabbrica per produrre un singolo kilowattora sulla pala o sul pannello, esattamente nel momento in cui soffia il vento o brilla il sole. È l'equivalente di calcolare il prezzo di un'automobile considerando unicamente il suo prezzo di listino dimenticando l'assicurazione, le tasse, la manutenzione, il carburante, eccetera… Come sottolinea Sir Dieter Helm, docente di politica energetica all'Università di Oxford e autore di celebri revisioni contabili per il governo britannico, valutare la convenienza delle rinnovabili intermittenti con il LCOE è un errore metodologico primario. Il sole e il vento producono infatti energia intermittente, variabile e non programmabile, scaricando sull'intero sistema elettrico tutti i costi necessari per colmare i loro vuoti di produzione. Per correggere questa distorsione, Helm ha introdotto il concetto di Potenza Stabile Equivalente, spiegando che un impianto eolico o solare dovrebbe essere valutato solo in base alla sua capacità di fornire energia garantita 24 ore su 24, pagando di tasca propria le riserve e gli accumuli necessari per quando la natura sospende la produzione di energia da rinnovabile. Quando questi elementi vengono inclusi nel calcolo, i numeri cambiano in modo drammatico. Gli studi condotti dal ricercatore Terigi Ciccone e ripresi dalle analisi del Dott. Peter Meyer mostrano che i costi nascosti di integrazione aumentano la spesa complessiva tra il 135% e il 235%. Il risultato è che i tanto declamati 35 euro per megawattora si trasformano in un costo effettivo dell'energia consegnata alla rete di circa 440 euro per megawattora, ossia 44 centesimi per kilowattora. Se ti stessi chiedendo come i produttori evitano che le aziende falliscano a causa di questi alti costi di produzione, sappi che gli Stati utilizzano strumenti come i Contratti per Differenza o le aste a tariffa garantita. Grazie a questi contratti trentennali, lo Stato (con i nostri soldi) garantisce al produttore un prezzo fisso per ogni megawattora immesso. Se il prezzo sul mercato reale crolla a zero, è lo Stato che versa all'azienda la differenza con denaro pubblico, azzerando del tutto il rischio d'impresa e garantendo rendimenti certi agli investitori. Il produttore privato incassa i guadagni vendendo la singola molecola di energia prodotta a basso costo alla spina, mentre l'enorme conto aggiuntivo necessario per rendere quell'energia stabile, sicura e disponibile ogni volta che schiacciamo un interruttore viene pagato ogni mese dai consumatori e dai contribuenti. La realtà della rete: frequenza, tensione e cannibalizzazione dei prezzi Per comprendere da dove nascano questi costi enormi, bisogna guardare a cosa accade concretamente dentro la rete elettrica.

Tuttavia, i nodi tornano inevitabilmente al pettine sotto forma di bollette più alte, reti instabili, blackout e risorse pubbliche sprecate. Bisognerebbe abbandonare le metriche fuorvianti come il LCOE ma tenerle fa comodo a troppi interessati a realizzare profitti a scapito delle risorse pubbliche. Un modo razionale ed economicamente sostenibilissimo di valorizzare le fonti rinnovabili c’è ma non interessa promuoverlo perché in quel caso a guadagnare dalla transizione energetica sarebbero i cittadini (puoi leggerlo qui https://www.francescocappello.com/2026/07/22/le-comunita-cooperative-energetico-alimentari-dellassociazione-nazionale-filiere-virtuose-italia-fanno-la-differenza/ ) e non quella massa di speculatori che stanno trasformando (con profitti garantiti a spese nostre) il nostro territorio in puzzolente ed invivibile oltre che inguardabile zona industriale. Francesco Cappello

Una rete richiede un perfetto equilibrio secondo per secondo tra l'energia immessa e quella consumata. L'economista dell'energia Lion Hirth, della Hertie School di Berlino, insieme ai ricercatori del Potsdam Institute for Climate Impact Research, ha documentato a lungo i cosiddetti costi d'integrazione. Hirth ha dimostrato che quando la presenza di eolico e solare cresce in una rete, si verifica il fenomeno della cannibalizzazione del prezzo. Durante le giornate di sole e vento, tutti gli impianti producono contemporaneamente, inondando il mercato di energia in eccesso e facendo crollare il valore di quell'elettricità a zero o persino a valori negativi. Quando invece il tempo cambia, il valore dell'energia impenna, ma gli impianti rinnovabili non sono in grado di produrla. A questo problema economico si aggiunge una complessa sfida ingegneristica. Le centrali tradizionali a gas, nucleari o idroelettriche usano enormi turbine rotanti la cui massa fornisce una naturale inerzia di sistema, indispensabile per stabilizzare la frequenza della rete a 50 Hertz. I pannelli solari e le pale eoliche ne sono totalmente sprovvisti. Di conseguenza, i gestori sono costretti a tenere accese le centrali convenzionali a carico parziale, facendole funzionare in modo inefficiente e costoso, solo per garantire l'inerzia necessaria a evitare blackout dell’erogazione elettrica. C'è poi la questione della tensione e della potenza reattiva. L'energia immessa in modo frammentato da migliaia di impianti diffusi crea costanti fluttuazioni di tensione. Gli ingegneri usano spesso l'analogia del boccale di birra: la birra liquida rappresenta la potenza attiva utile che alimenta i nostri elettrodomestici, mentre la schiuma rappresenta la potenza reattiva necessaria a creare i campi magnetici nelle linee. L'energia instabile di pale e pannelli aumenta a dismisura la presenza di questa schiuma inutile, riducendo lo spazio per la birra e mettendo a rischio la stabilità della rete, costringendo i gestori a installare costosi macchinari di compensazione. Infine, poiché i parchi eolici e fotovoltaici sono spesso costruiti lontano dalle città, si rende necessario realizzare migliaia di chilometri di nuove linee ad alta tensione con investimenti da miliardi di euro e la conseguente perdita di energia in calore proprio a causa del suo trasporto a grandi distanze. Dalle centrali alle prese di case si perde dal 6 all’8% di energia. Anche l'Agenzia per l'Energia Nucleare dell'OCSE, nei suoi report sui costi della decarbonizzazione, giunge alle medesime conclusioni: negli scenari a fortissima penetrazione di rinnovabili variabili, la spesa complessiva del sistema impenna a causa del potenziamento delle infrastrutture e della drastica perdita di efficienza di tutto il sistema elettrico di supporto. Il mito delle batterie e la matematica del sovradimensionamento Un'obiezione comune sostiene che le batterie possano risolvere facilmente ogni problema di intermittenza. Tuttavia, l'analisi dei dati reali smentisce questa speranza. Si consideri il progetto solare MTerra nelle Filippine, annunciato da Meralco PowerGen e Actis, uno dei più grandi impianti al mondo dotati di accumulo. Il progetto prevede complessivamente 3.500 megawatt di fotovoltaico e 4.500 megawattora di batterie al litio. Eppure, nonostante questa mole monumentale di tecnologia, l'impianto riesce a garantire l'energia richiesta solo per 12-13 ore al giorno. Per le restanti ore della notte, o durante i periodi di maltempo prolungato e i tifoni tipici della regione, è comunque indispensabile mantenere attiva e pronta all'uso un'intera rete di centrali elettriche tradizionali. In sostanza, si continua a pagare il doppio sistema. Questa necessità di riserva costante porta a una conseguenza matematica inevitabile: il sovradimensionamento spaventoso degli impianti. Gli studi quantitativi citati da National Wind Watch mettono a confronto cosa serva realmente per erogare 1 gigawatt di potenza affidabile e garantita al 99,9% della disponibilità.

In conclusione, la perizia evidenzia la profonda pericolosità di questo approccio per la salute pubblica: somministrare un farmaco inefficace sul processo infiammatorio e privo di azione antivirale, imponendo al contempo un'attesa passiva di fronte a una malattia sistemica, ha esposto un gran numero di pazienti paucisintomatici al rischio concreto di un rapido aggravamento, contribuendo in modo determinante all'aumento delle ospedalizzazioni e dei decessi sul territorio nazionale. Chissà se ora è più chiaro ai tanti fanatici difensori del protocollo ufficiale imposto da Speranza, Conte e Draghi e appoggiato da tanti fantaviroligi televisivi e prezzolati… Francesco Cappello

👆Ora è più chiaro cosa ci hanno fatto!? Una tale assurdità non è frutto di un errore. È stata voluta… Da chi esattamente? Forse da chi aveva interesse a dire che non c’era cura possibile e che l’unica forma di difesa fosse il vaccino che ha mietuto (e continua) molte altre vittime. Come abbiamo ripetuto fino alla nausea, il quadro che emerge ora dalla perizia redatta dalla dottoressa Simona Amato, consulente scelta dall'Ufficio di presidenza della commissione parlamentare d'inchiesta sulla gestione della pandemia di Covid-19, delinea una totale bocciatura del protocollo per le cure domiciliari stabilito dalle circolari del Ministero della Salute guidato dall'allora ministro Roberto Speranza, in particolare quelle del 30 novembre 2020 e dell'aprile 2021. La relazione della Amato colloca le direttive ministeriali in aperta opposizione con le evidenze della letteratura scientifica internazionale, indicando come la linea basata su paracetamolo e attesa passiva abbia favorito l'aggravamento dei sintomi nei pazienti e sia direttamente correlabile all'alto tasso di mortalità e all'elevato numero di ricoveri ospedalieri registrati in Italia! L'analisi scientifica contenuta nella perizia smonta in primo luogo la scelta del paracetamolo (Tachipirina) come presidio principale nelle fasi iniziali dell'infezione. Il paracetamolo è un semplice analgesico e antipiretico con scarsa o nulla azione antinfiammatoria, che non esercita alcun effetto sulla replicazione del virus Sars-CoV-2 né sulla pericolosa risposta infiammatoria sistemica nota come tempesta citochinica. Inoltre, la perizia evidenzia come l'assunzione di paracetamolo riduca i livelli cellulari di glutatione, un fondamentale antiossidante naturale integrato nelle difese dell'organismo. Prescrivere un farmaco privo di efficacia specifica contro la cascata patogenetica del virus ha significato privare i pazienti, soprattutto i più fragili colpita dalle prime varianti ad alta mortalità, di un intervento terapeutico tempestivo… Parallelamente, la dottoressa Amato evidenzia la grave inappropriatezza clinica della "vigile attesa". In medicina, l'atteggiamento di attesa e monitoraggio è indicato esclusivamente per patologie con un'alta probabilità di guarigione spontanea e con scarso rischio di evoluzione severa. Al contrario, la fisiopatologia del Covid-19 si presentava complessa e progressiva, caratterizzata da replicazione virale iniziale, infiammazione sistemica e alterazioni dei processi di coagulazione con rischio di trombosi. La Covid era curabile ma rinunciare a un intervento precoce e limitarsi all'attesa ha causato il progressivo peggioramento delle condizioni dei pazienti a domicilio, conducendoli verso un quadro di grave ipossia e sovraccaricando la rete assistenziale territoriale, dove le Unità speciali di continuità assistenziale (Usca) non sono peraltro mai riuscite a raggiungere la copertura prevista di una struttura ogni 50.000 abitanti. La posizione ufficiale ha ignorato una mole imponente di dati scientifici già disponibili. Pur a fronte di oltre 2.700 articoli scientifici pubblicati nei primi mesi della pandemia (tra dicembre 2019 e marzo 2020), il Comitato tecnico scientifico e le autorità sanitarie non hanno preso in considerazione l'impiego tempestivo di terapie multifarmaco sequenziali né l'uso combinato di trattamenti ad azione antivirale e antinfiammatoria! Mentre in altri Paesi, come gli Stati Uniti, si promuovevano già nel primo anno di pandemia approcci combinati per i pazienti ambulatoriali, in Italia sono stati ostacolati o ignorati interventi precoci basati su antinfiammatori e sostanze di supporto (quali idrossiclorochina, Zinco, N-acetilcisteina, lattoferrina, quercetina, tarassaco, vitamine C e D), così come la sperimentazione del plasma iperimmune.

🗞 La Verità • 25 LUGLIO 2026 TACHIPIRINA E VIGILE ATTESA, BOTTA FINALE: «FAVORIVA L'AGGRAVAMENTO DEI SINTOMI» La perizia chi
🗞 La Verità • 25 LUGLIO 2026 TACHIPIRINA E VIGILE ATTESA, BOTTA FINALE: «FAVORIVA L'AGGRAVAMENTO DEI SINTOMI» La perizia chiesta dalla Commissione d'inchiesta fa a pezzi il protocollo di Roberto Speranza. Definito contrario a ogni evidenza scientifica e correlabile all'alto tasso di mortalità.
Da anni, ricercatori e scienziati lo affermano, però leggere i risultati della perizia su «Tachipirina e vigile attesa» fa ribollire il sangue. Perché la dottoressa Simona Amato, consulente scelta dall’Ufficio di presidenza della commissione parlamentare d’inchie sta sulla gestione della pandemia Covid, spiega nel dettaglio come fosse contro ogni evidenza scientifica raccomandare un «antidolorifico e antipiretico con nessuna o scarsa azione antinfiammatoria, appartenendo infatti ad altra classe di farmaci».

In base alle regole del mercato elettrico e alle norme che disciplinano il mercato dei servizi di dispacciamento, i gestori degli impianti hanno potuto beneficiare per lungo tempo di forme di indennizzo economico per la cosiddetta mancata produzione! Quando il gestore di rete ordinava il distacco o la riduzione della produzione degli impianti per evitare il sovraccarico e garantire la sicurezza del sistema elettrico, ai proprietari dei parchi eolici veniva comunque riconosciuto un ristoro finanziario. Di conseguenza, i ricavi economici dell'impianto risultavano parzialmente blindati anche nei momenti in cui la pala non immetteva un solo chilowattora nella rete elettrica. …beata ingenuità… Francesco Cappello

C’è ancora chi pensa che per fare profitti una installando pale eoliche sia necessaria la presenza di vento a sufficienza… La proliferazione di impianti eolici in aree della Sicilia (e non solo) caratterizzate da un vento scarso o insufficiente non è stata un paradosso, ma il risultato diretto di una precisa combinazione di sussidi pubblici e scorciatoie normative. Questo sistema ha reso l'investimento finanziario estremamente redditizio a prescindere dall'effettiva quantità di elettricità prodotta e immessa in rete. La ragione primaria di questa convenienza risiede nell'architettura dei finanziamenti pubblici. Il sistema di sostegno alle fonti rinnovabili gestito dal Gestore dei Servizi Energetici (GSE) si è basato su strumenti quali i Certificati Verdi e le Tariffe Omnicomprensive. Questi meccanismi garantivano all'investitore un prezzo fisso (contratti per differenza) e protetto che portava il valore di ogni megawattora prodotto fino a tre o quattro volte al di sopra del reale prezzo di mercato dell'energia. Con margini di guadagno così elevati, la necessità di installare le pale in siti altamente ventilati è venuta meno… Un impianto situato in una zona collinare siciliana poco ventilata, in grado di funzionare solo per il 15-18% delle ore annue (un valore noto come fattore di capacità), riusciva comunque ad assicurare ritorni economici elevatissimi, al contrario dei siti del Nord Europa dove sono richiesti fattori di capacità superiori al 30-35%. A questo si è aggiunto il contributo dei fondi pubblici a fondo perduto erogati per la copertura dei costi iniziali di costruzione degli impianti (il cosiddetto CAPEX). Attingendo a finanziamenti europei e regionali tramite il Programma Operativo Regionale (POR Sicilia) e il Fondo Europeo di Sviluppo Regionale (FESR), le società sviluppatrici hanno ridotto drasticamente la quota di capitale privato da ammortizzare, abbassando quasi a zero la soglia di vento minima necessaria per rientrare dagli investimenti e generare profitto. A livello normativo, il passaggio chiave è stato segnato dal Decreto Legislativo 387 del 2003, che ha classificato gli impianti di produzione di energia da fonti rinnovabili come opere di pubblica utilità, indifferibili ed urgenti. Questa definizione giuridica ha consentito agli investitori di procedere con facilità all'esproprio dei terreni agricoli o alla loro stipula in affitto a prezzi estremamente contenuti, superando le resistenze dei proprietari locali e accedendo a corsie autorizzative semplificate tramite l'Autorizzazione Unica rilasciata dalla Regione Siciliana. Questa cornice ha alimentato il fenomeno della speculazione sui permessi, comunemente noto come mercato del permitting. Per molti sviluppatori originali, la vera fonte di guadagno non risiedeva nella produzione e vendita a lungo termine di energia elettrica, ma nell'ottenimento del titolo autorizzativo. Una volta conseguita l'Autorizzazione Unica, le licenze venivano rivendute a fondi di investimento internazionali o grandi multinazionali dell'energia per cifre che raggiungevano centinaia di migliaia di euro per ogni megawatt autorizzato, trasferendo sui successivi acquirenti il rischio legato alle scarse prestazioni eoliche del sito. A complicare il quadro ha contribuito anche l'assenza di un piano regionale aggiornato per le aree idonee e di una rete pubblica di monitoraggio. Nei procedimenti autorizzativi presso gli uffici regionali, le misurazioni e le relazioni sulla ventosità del territorio venivano allegate ed autocertificate dagli stessi proponenti del progetto, senza che vi fosse una verifica terza e indipendente sulla reale produttività potenziale del sito. Un ulteriore elemento critico riguarda la gestione dell'energia non immessa e la debolezza delle infrastrutture di trasmissione. Per anni, la rete elettrica regionale e le linee di interconnessione verso il resto d'Italia non sono state in grado di assorbire i picchi di produzione eolici, determinando la visione frequente di aerogeneratori fermi anche in presenza di brezze.

Se il Comune non compie questo passaggio, nelle Conferenze di Servizi regionali o provinciali per il rilascio dell'Autorizzazione Unica (AU) o della Procedura Abilitativa Semplificata (PAS) per impianti eolici e fotovoltaici, i tecnici della società proponente e i funzionari esaminano il Piano Regolatore Generale e il Catasto comunale ufficiale. Se il vincolo non vi risulta ancora trascritto, il procedimento autorizzativo prosegue come se il rogo non fosse mai avvenuto! L'assenza della nullità automatica dei titoli autorizzativi La Legge 155/2021 ha inasprito le sanzioni penali per i reati di incendio boschivo (articolo 423-bis del Codice Penale), ma non ha introdotto la nullità automatica d'ufficio delle autorizzazioni energetiche o urbanistiche rilasciate su aree che risultano bruciate nelle banche dati dell'Arma dei Carabinieri. Se una società ottiene un'Autorizzazione Unica regionale per un parco eolico su un terreno bruciato ma non ancora recepito dal Catasto comunale, il titolo amministrativo resta valido ed efficace! Per annullarlo, le associazioni ambientaliste o i cittadini devono ricorrere al TAR entro i rigidi termini di decadenza di 60 giorni, facendosi carico di costi elevati e affrontando il problema di venire a conoscenza dell'avvio dei lavori spesso quando questi sono già in corso. Il sovraccarico strutturale dei piccoli Comuni Gli incendi colpiscono in prevalenza le aree collinari e montane, spesso amministrate da Comuni di piccole dimensioni con uffici tecnici ridotti al minimo e privi di personale specializzato nell'uso dei software territoriali GIS. La Legge 155 ha imposto nuovi adempimenti senza stanziare risorse finanziarie dedicate agli enti locali per l'adeguamento dei sistemi informativi urbanistici. Il risultato è la paralisi: l'Ufficio Tecnico riceve i dati dai Carabinieri ma non ha la capacità operativa di tradurli tempestivamente in particelle catastali e delibere di vincolo. L'impatto sul settore eolico: L'eolico industriale richiede solitamente ampie porzioni di crinali e pascoli incolti, aree che storicamente risultano più semplici da perimetrare e trasformare rispetto ai boschi fitti. Il ritardo nel censimento comunale consente di far passare il progetto come un intervento compatibile su suolo agricolo ordinario, eludendo la finalità preventiva stabilita dalla legge quadro. Per superare queste criticità, giuristi ambientali e associazioni di tutela del territorio indicano due interventi decisivi: L'attribuzione per legge dell'efficacia vincolante diretta alle perimetrazioni dell'Arma dei Carabinieri. Il rilievo digitale satellitare del CUFAA diventerebbe vincolo vincolante erga omnes dal momento dell'inserimento nel Geoportale Nazionale, a prescindere dal recepimento o dall'inerzia del singolo Comune. Inoltre le piattaforme regionali e ministeriali in cui le aziende caricano le coordinate geografiche dei progetti rinnovabili dovrebbero dialogare automaticamente con il Geoportale dei Carabinieri Forestali. L'inserimento di coordinate ricadenti in un'area bruciata nei precedenti 10 o 15 anni genererebbe un blocco informatico immediato della procedura di autorizzazione. Francesco Cappello

INCENDI ed impianti eolici. A PENSAR MALE A proposito di incendi e gestione del post incendio, l'integrazione del quadro normativo non può prescindere dal Decreto-Legge 120/2021, noto come Decreto Incendi e convertito nella Legge 155/2021. Questo provvedimento è intervenuto proprio per rafforzare l'efficacia dell'articolo 10 della Legge 353/2000, introducendo poteri sostitutivi statali nel caso in cui i Comuni ritardino la redazione e l'aggiornamento del Catasto delle aree percorse dal fuoco. Dalle analisi svolte da associazioni ambientaliste e nei rapporti Ecomafia e dagli studi di settore emerge che il vero vulnus operativo non risiede primariamente in una lacuna del testo della Legge quadro sugli incendi boschivi 353/2000 che all'articolo 10 prevede correttamente le scadenze temporali fondamentali, quali i quindici anni di vincolo di destinazione d'uso e i dieci anni di divieto di edificazione dalla data dell’incendio bensì nella diffusa inerzia dei Comuni nell'aggiornare il Catasto degli incendi. In assenza dell'iscrizione formale del vincolo negli atti catastali, le società sviluppatrici possono presentare istanze di autorizzazione unica o procedura abilitativa semplificata su terreni bruciati senza che l'incendio risulti formalmente dagli atti amministrativi della procedura accelerata, creando una zona grigia basata sulla mancata tracciabilità del vincolo… La Legge 155/2021 (di conversione del D.L. 120/2021 "Decreto Incendi") nasceva proprio con l'obiettivo di superare la paralisi applicativa della Legge 353/2000. Sulla carta, la norma ha introdotto due novità sostanziali: ha centralizzato la mappatura dei roghi affidandola al Comando Unità Forestali dell'Arma dei Carabinieri (CUFAA) tramite rilievi satellitari e ha fissato scadenze stringenti per i Comuni (90 giorni dal recepimento dei dati per aggiornare il Catasto Incendi), prevedendo l'attivazione di un potere sostitutivo regionale o prefettizio in caso di inerzia. Nella realtà operativa, tuttavia, la Legge 155 ha rivelato importanti fallimenti applicativi e cortocircuiti giuridici che continuano a lasciare finestre di opportunità per iniziative speculative su terreni percorsi dal fuoco. Sono quattro i nodi in cui la Legge 155 ha mostrato i suoi limiti Il blocco dei poteri sostitutivi L'idea di inviare un commissario ad acta nei Comuni che non aggiornano il Catasto Incendi entro i termini stabiliti si scontra con la realtà della pubblica amministrazione. Centinaia di enti locali, specialmente nelle aree interne di Sicilia, Calabria, Sardegna e Puglia, risultano sistematicamente inadempienti. Le Regioni e le Prefetture non dispongono delle risorse umane per commissariare contemporaneamente decine o centinaia di enti. In Sicilia la Regione si è trovata a dover commissariare 147 Comuni in un solo provvedimento, arrivando ad attivare la procedura con due o tre anni di ritardo rispetto alla data dell'evento criminoso. Durante questo lungo intervallo temporale, il territorio rimane privo di una perimetrazione comunale ufficiale, lasciando aperta una prolungata finestra di vulnerabilità amministrativa. La frattura tra dati satellitari e valore giuridico del vincolo I Carabinieri Forestali elaborano le perimetrazioni digitali con estrema precisione entro 45 giorni dall'estinzione del rogo. Tuttavia, secondo la giurisprudenza amministrativa e la prassi urbanistica, il dato geografico del CUFAA costituisce un presupposto tecnico, non un atto amministrativo direttamente espropriativo o limitativo dei diritti privati. Per diventare un vincolo giuridicamente opponibile ai soggetti terzi nelle procedure edilizie ed energetiche, la perimetrazione deve essere formalmente recepita con una Delibera comunale e pubblicata all'Albo Pretorio.

I territori e le comunità locali diventano così meri contesti di conquista da spogliare del proprio valore paesaggistico, storico e sociale per alimentare i profitti di colossi industriali come la multinazionale Rwe. Come se non bastassero le già gravi emergenze economiche, sociali e la perdita di servizi essenziali che affliggono i territori interni, ai cittadini viene imposta l'ulteriore servitù di cedere la propria terra e la propria bellezza in nome di una falsa sostenibilità che arricchisce pochi e impoverisce tutti. Francesco Cappello

Il rifiuto netto ed emblematico che proviene dai comitati cittadini, da intellettuali e da associazioni ambientaliste territoriali nei confronti di questi megaprogetti non è frutto di un pregiudizio ideologico né della sindrome nimby, ma nasce da una valutazione approfondita delle conseguenze devastanti che tali impianti industriali comportano sul tessuto sociale, economico ed ecologico. In primo luogo vi è la distruzione irreversibile del paesaggio e del patrimonio storico-culturale. Le torri eoliche moderne, che superano i duecento metri d'altezza, e le distese sconfinate di pannelli a terra, al posto dei campi agricoli, non sono installazioni armoniose, ma trasformano il territorio in zone industriali senza confini. Nel caso di Orvieto, l'impatto visivo e strutturale ferisce la visione del Duomo, compromette la rete delle antiche vie storiche come la Via Traiana e devasta la cornice naturale che circonda insediamenti e necropoli etrusche. La trasformazione di paesaggi millenari in distretti industriali cancella l'identità dei luoghi e distrugge l'attrattività turistica e culturale su cui si fonda l'economia delle comunità locali. In secondo luogo si registra il drammatico consumo di suolo e la sottrazione di terreno all'agricoltura. L'installazione di impianti eolici e fotovoltaici di grande taglia comporta sbancamenti imponenti, cementificazione abnorme delle fondamenta, impermeabilizzazione del terreno e l'apertura di ampie strade di servizio per i mezzi pesanti sui crinali delle colline. Questo processo altera l'equilibrio idrogeologico, accelera i fenomeni di erosione e sottrae ettari fertili alla produzione agricola di qualità, minando la sovranità alimentare del Paese e impoverendo gli agricoltori locali, i quali non possono competere con i canoni d'affitto offerti dalle multinazionali dell'energia. Un'altra motivazione cruciale risiede nei limiti strutturali della rete elettrica e nel fenomeno dell'incapacità di assorbimento dell'energia prodotta. La rete nazionale non è in grado di gestire e accumulare l'enorme quantità di energia intermittente generata in modo sregolato nelle aree periferiche o meridionali. Ciò si traduce frequentemente nel cosidetto taglio della produzione o nella dispersione dell'energia stessa, o come si sta verificando, giustificando la installazione di enormi impianti di accumulo agli ioni di litio che cementificano ed occupano violentemente altro terreno agricolo, dimostrando l'assurdità di devastare territori di pregio per produrre un quantitativo d'energia che la rete non riesce nemmeno ad instradare o che risulta del tutto esuberante rispetto ai consumi locali… A ciò si aggiunge l'esproprio della democrazia locale e la violazione della volontà dei cittadini. Come evidenziato dalla vicenda umbra, i meccanismi procedurali sono strutturati per scavalcare le decisioni dei consigli comunali e regionali attraverso strumenti quali il silenzio-assenso, le decisioni d'imperio ministeriali e la scure del contenzioso amministrativo. I cittadini vengono privati di qualsiasi reale potere decisionale sul proprio futuro e sulla destinazione del proprio territorio, riducendo le consultazioni pubbliche a mere formalità burocratiche. Infine, gli attivisti denunciano l'assenza totale di benefici economici per la popolazione. La presenza di questi impianti non porta ad alcuna riduzione delle bollette elettriche per le famiglie o per le piccole imprese residenti, né crea occupazione stabile nel tempo, se si esclude la breve fase di cantiere. Al contrario, l'impatto industriale provoca lo spopolamento delle aree interne, la svalutazione drastica degli immobili e delle attività ricettive locali, trasferendo la ricchezza prodotta verso le sedi fiscali delle grandi multinazionali estere. Quando gli obiettivi di potenza installata stabiliti dal PNIEC sono già stati raggiunti e le reti mostrano chiari segni di saturazione, la prosecuzione forzata della cementificazione green non risponde a una logica di transizione ecologica, ma alla pura speculazione del capitale finanziario.

Con il pretesto della transizione verde, sette mostri d'acciaio alti ben duecento metri si preparano a deturpare un territorio unico, custode di necropoli etrusche, della storica Via Traiana e dell'inconfondibile scorcio del Duomo di Orvieto Siamo alle solite: la trasformazione del paesaggio e della storia italiana in una terra di conquista per multinazionali e speculatori, il tutto sapientemente mascherato sotto le insegne della virtù ecologica. Il caso delle colline di Orvieto e del progetto firmato dal gigante tedesco Rwe non è un'eccezione, ma un modello sistemico. Con il pretesto della transizione verde, sette mostri d'acciaio alti ben duecento metri si preparano a deturpare un territorio unico, custode di necropoli etrusche, della storica Via Traiana e dell'inconfondibile scorcio del Duomo di Orvieto. La finzione dell'emergenza. I target del PNIEC già ampiamente raggiunti!!! L'argomentazione principale avanzata dalle multinazionali dell'energia e dalle istituzioni per giustificare l'ennesimo assalto al territorio, si fonda sulla narrazione dell'urgenza e dell'improrogabile necessità di installare nuova potenza rinnovabile. Tuttavia, l’analisi basata sui dati reali smentisce questa retorica dell'emergenza permanente. L'Italia ha già raggiunto e in diversi ambiti territoriali persino saturato gli obiettivi previsti dal Piano Nazionale Integrato per l'Energia e il Clima (PNIEC)! L’eolico è già sotto una forzatura speculativa fuori controllo L’obiettivo imposto dal piano nazionale per la fine del decennio è di arrivare a 28 gigawatt totali, partendo dai circa 13,6 gigawatt attualmente installati. Lo scarto da coprire sarebbe quindi di circa 14,4 gigawatt. Si consideri ora che per quanto riguarda i cantieri imminenti o già operativi, esistono circa 2 Gigawatt di impianti eolici "pronti a partire", ovvero progetti che hanno concluso l'intero iter, hanno superato ogni vaglio ministeriale o regionale e hanno già sottoscritto il contratto di connessione definitivo con Terna. Se a questa quota si aggiungono i progetti che hanno già ottenuto il parere favorevole di Valutazione di Impatto Ambientale (VIA) o la conclusione positiva della conferenza di servizi, il volume dell'eolico già autorizzato o in fase avanzata di approvazione sale a circa 27 - 30 Gigawatt, di cui oltre ventitré Gigawatt riguardano i soli impianti terrestri! A questo quadro va sommata l'imponente pressione speculativa registrata dalla piattaforma Econnextion di Terna, dove le richieste di allaccio alla rete per soli impianti eolici superano la cifra di 180 Gigawatt (oltre 107 Gigawatt a terra e più di 70 Gigawatt in mare), un volume che da solo supera di oltre sei volte l'intero target nazionale previsto per il 2030. Assurdo… Facciamo ora parlare i dati del fotovoltaico. L’obiettivo nazionale fissato al 2030 richiede di raggiungere circa 79 gigawatt di potenza solare complessiva. Poiché attualmente in Italia abbiamo già circa 43,5 gigawatt di fotovoltaico installato, il divario reale per raggiungere il target dei prossimi anni è di soli 35,5 gigawatt. Ebbene, sapete quanti gigawatt di progetti di agrivoltaico di grande taglia a terra hanno già in tasca l’autorizzazione definitiva e sono pronti per essere cantierizzati? Ben 34 gigawatt. Se sommiamo la capacità che già possediamo a quella già pienamente autorizzata, arriviamo a 77,5 gigawatt. In altre parole, l’Italia ha già coperto e virtualmente raggiunto l’obiettivo del 2030 senza bisogno di autorizzare un solo singolo pannello industriale in più! Non c’è alcun ritardo da colmare, alcuna emergenza nazionale che giustifichi il taglio dei controlli ambientali e dei pareri delle soprintendenze! Continuare a spingere sull'acceleratore autorizzativo non risponde dunque a una reale esigenza energetica nazionale, ma alla necessità dei grandi fondi speculativi e dei colossi industriali di piazzare capitale garantito da incentivi e rendite di posizione.

Le Comunità Cooperative Energetico-Alimentari dell’Associazione Nazionale Filiere Virtuose Italia fanno la differenza Luglio 22, 2026 di FRANCESCO CAPPELLO Come funzionano davvero PNRR, ZES Unica e incentivi del GSE. Perché il modello oggi prevalente rischia di favorire i grandi sviluppatori e quale alternativa propone la Comunità Cooperativa Energetico-Alimentare che punta sulla proprietà diffusa, la cooperazione e la sovranità energetica dei territori rendendo protagonisti i cittadini  Quadro generale degli incentivi. PNRR e ZES Unica Agrivoltaico e Comunità Energetiche a confronto Il funzionamento economico, la virtualità e la cabina primaria La distorsione del modello corporate e la ZES Unica La proposta alternativa. Comunità Cooperative Energetico-Alimentari Il cardine del sistema. La cooperativa a mutualità prevalente. L’autosufficienza finanziaria delle CCEA La potenza della generazione diffusa. Il confronto con il nucleare Mirando ad un nuovo player energetico nazionale e alla compravendita Inter-Regionale Accumulo diffuso, mobilità leggera e defiscalizzazione mutualistica Indipendenza per le famiglie e trasformazione del mercato Leggi l’articolo https://www.francescocappello.com/2026/07/22/le-comunita-cooperative-energetico-alimentari-dellassociazione-nazionale-filiere-virtuose-italia-fanno-la-differenza/