en
Feedback
Gianluca ⍺.® אמת

Gianluca ⍺.® אמת

Open in Telegram

“Se non riesci ad uscire dalla Matrix… Arredala…”

Show more
749
Subscribers
+124 hours
+447 days
+12130 days
Posts Archive
Da noi, prima di quel tragico marzo 1986, incredibilmente preceduto dalla storica nevicata del 1985 che sembrava già preannun
+3
Da noi, prima di quel tragico marzo 1986, incredibilmente preceduto dalla storica nevicata del 1985 che sembrava già preannunciare un cambiamento epocale

Le luci sul campo. Qui a Cagliari, nella spiaggia conosciutà come "Il Poetto" c'era un qualcosa che oggi, esistesse ancora, sarebbe probabilmente tutelato come patrimonio UNESCO: i celebri casotti. I quali non erano altro che piccole case in legno, di varia metratura, differenti colori e diverse forme, accomunati tuttavia da una semplice soluzione architettonica: erano tutti eretti su pali, proprio come delle vere palafitte, per prevenire gli allagamenti dovuti all'imperversare dello scirocco con relative mareggiate. Erano bellissimi, e quelli (tanti) che non potevano permettersi una villetta fuori città per le vacanze, se l'erano costruito per passarci l'estate alla bell'e meglio. E ci dormivano pure, perché non erano semplici "cabine" tipo stabilimento balneare, ma una sorta di bungalow d'antan con tutto l'essenziale per poterci soggiornare in modo decente. La villeggiatura per i poveri, in pratica. Ma una brutta malattia, peggio di un tornado, li fece buttare giù: era il marzo del 1986 quando, sotto la pressione di alcune lobby, l'invidia sociale nascosta dietro a motivazioni di equità e tutela ambientale portò alla decisione, ovviamente calata dall'alto, di abbatterli. Tutti, nessuno escluso. Unica eccezione: i preesistenti stabilimenti balneari, perché il loro cemento era sacro, mentre il legname dei casotti era profano. NO, non era vero che, come si diceva, creavano sporcizia perché non c'erano le debite fognature: i proprietari non amavano vivere nella merda, e tenevano tutto pulito come mai, negli anni successivi, sarebbero riusciti a fare nemmeno i servizi di nettezza preposti dalle relative amministrazioni. Il fatto puro e semplice è che l'invidia di chi non aveva un casotto era stata più forte delle ragioni di chi, invece, era stato capace di tirarlo su e mantenerlo. E dunque, all'insegna di questa invidia, si è effettuata una demolizione che poi si è rivelata deleteria anche per la preservazione della spiaggia stessa: perché quei casotti, con i loro pali di sostegno, bloccavano la sabbia in sede, mentre senza la protezione di quelle strutture la sabbia è pian piano volata sulla adiacente strada, con l'inevitabile risultato di una drammatica erosione del litorale. Già: semplice invidia sociale. La stessa che porta chi non ha una bella macchina a volere il superbollo per chi ce l'ha, tanto per fare un esempio. "L'erba del vicino è sempre più verde, quindi bruciamogli il prato", sembra il motto preferito da questa gentaglia che, ignara di cosa sia l'ispirazione, o uno spirito positivo di emulazione di quelli più in gamba, preferisce distruggere pure il proprio, di prato, piuttosto che vedere gli altri prosperare rigogliosi. Da qui, la cultura dell'altro imbroglione, evasore, ladro, ammanigliato e chi più ne ha più ne metta ha infettato la società ad ogni livello. Un'ombra nera è calata sul popolo che siamo stati capaci di essere in tempi ormai lontani, complice una narrazione dall'alto che ha informato le menti ad una cultura di rancore, delazione e accusa piuttosto che al voler fare, creare, proporre, migliorare e, soprattutto, sviluppare i propri talenti. È anche per questo che oggi i mitici casotti non ci sono più, come migliaia di aziende italiane chiuse definitivamente o finite in mano ad investitori stranieri. Meglio bruciare o radere al suolo che costruire, nella più fedele ottica di quel comunismo sotto mentite spoglie che ti comanda di avere nulla ed essere comunque felice. Di fronte a questo imbarbarimento, sta a noi custodire e tramandare la mentalità diametralmente opposta, essendone continuo esempio. Che sia un casotto, un ristorante, un'impresa, o contravvenire ad una disposizione ingiusta come quelle che furono in epoca COVID. Perché potrà pure calare l'oscurità più nera, ma a noi rimarrà sempre la scelta di essere, nonostante tutto, le luci sul campo. La vostra affezionata Nonaelica di quartiere.

Il giorno dopo Il giorno dopo è sempre più interessante del giorno prima. È quando l’adrenalina si deposita, le immagini smettono di correre e la realtà comincia a presentare il conto. Per questo ho aspettato. Anche per superstizione, lo ammetto: l’11 settembre è una di quelle date alle quali preferisco non chiedere ulteriori dimostrazioni di fantasia. Ma soprattutto perché il giorno dopo avremmo dovuto fare una cosa semplice: guardare. E guardando, la prima cosa che salta agli occhi è che le Torri non sembrano semplicemente essere crollate. Sembrano essersi polverizzate. Due edifici di quelle proporzioni contenevano una quantità mostruosa di acciaio, cemento, vetro e strutture varie. Quando una massa del genere viene giù, ci si aspetta una montagna di macerie. Qui, invece la struttura sembra trasformarsi in particolato finissimo mentre è ancora in aria. Una sottigliezza, certo. Come chiamare “evaporazione” il fatto che ti sia sparito il conto in banca. Poi ci sono le automobili, che costituiscono un altro piccolo dettaglio del quale il giorno dopo sarebbe stato opportuno occuparsi. Veicoli distanti dal punto dell’impatto presentano carrozzerie devastate, vetri alterati, materiali deformati e, soprattutto, effetti apparentemente selettivi: alcune parti profondamente compromesse, altre sorprendentemente integre. Un incendio convenzionale avrebbe dovuto avere una logica termica. Qui, invece, sembra esserci una logica diversa. E quando la materia comincia a comportarsi diversamente da come dovrebbe, bisogna chiedersi quale energia le sia stata applicata. Per ridurre strutture di quelle dimensioni a particelle tanto fini serve energia. Una quantità enorme. E se non la vediamo manifestarsi soltanto come in calore o come gigantesco trasferimento meccanico al suolo, forse stiamo cercando il fenomeno con gli strumenti sbagliati. Ed è qui che entrano le DEW. Directed Energy Weapons. Armi a energia diretta. Non l’esplosivo che fa “boom”, frantuma una struttura e lascia dietro di sé il cadavere dell’edificio. Energia indirizzata direttamente sul bersaglio, capace, nell’ipotesi considerata, di interagire con la materia e modificarne il comportamento senza dover necessariamente passare attraverso la scenografia convenzionale dell’incendio e dell’esplosione. E poi c’è il WTC 7, la terza torre, che decide di partecipare alla festa senza neppure la cortesia di farsi colpire da un aereo in CGI. Crolla anche lui, per simpatia, solidarietà architettonica o perché quel giorno la gravità aveva evidentemente un’agenda particolarmente intensa. Polverizzazione in aria, automobili alterate a distanza, una questione energetica enorme, una risposta sismica che merita domande e tre edifici distrutti, di cui uno senza aereo: presi separatamente, tutto può essere spiegato. È quando li metti insieme che la faccenda diventa antipatica. Perché un milione di tonnellate di materiale che cade è un problema ingegneristico. Un milione di tonnellate di materiale che diventa polvere in aria è un problema completamente diverso. E se quella polvere non fosse il residuo di un collasso, ma la firma di un’arma, allora la domanda cambierebbe: non più chi ha fatto cadere le Torri, quello lo sappiamo, ma chi possedeva l’energia necessaria per farle evaporare. Resta però un dettaglio quasi offensivo: il passaporto integro di uno dei dirottatori del volo 11, tale Satam al-Suqami, mentre Mohamed Atta, con licenza per velivoli monomotore e bimotore leggeri, penetrava la Torre Nord. Quel giorno, evidentemente, la carta aveva una resistenza strutturale che l’acciaio poteva soltanto invidiare. t.me/ArredaLaMatrix ®

Due date, un inganno. La domanda è: cosa non è stato ancora detto, o ipotizzato, sull’11 settembre più famoso della storia? Perché di commemorazioni ne ho francamente pieni i coglioni. E pur dispiacendomi per le oltre 3000 vittime di quella tragica storia, mi pare che il rinvangare annualmente l'accaduto abbia in realtà il neanche tanto sottile fine di celebrare l'inizio di quello stato di emergenza perenne che dura tutt'ora. C'è solo un'altra data di pari risonanza: il giorno della memoria. Ed entrambe sembrano avere identico scopo, stabilito dal medesimo architetto: perpetuare un ricordo funzionale ad una certa narrazione, che si pone quale cardine fondamentale dell'ordine precostituito. Già. L’11 settembre come il 27 gennaio. Ricorrenze per fedeli sudditi ridotti allo stato di zombie, che non si fanno domande e accettano una verità preconfezionata anche quando tutte le evidenze denunciano quantomeno gravi incongruenze, se non vere e proprie menzogne. Da una parte due aerei che non riuscirebbero a superare indenni lo scontro con uno stormo di uccelli, eppure riescono a forare i due grattacieli più alti del mondo e, a mo' di bonus, viene giù pure un terzo palazzo (l'edificio 7) per i cazzi suoi, come per simpatia. Dall'altra, l'impossibilità ex lege non dico di fare domande, ma addirittura di mettersi il minimo dubbio sugli accadimenti della seconda guerra mondiale: il principio di indagine caduto in prescrizione. Ogni interrogativo ridotto al rango di vile illazione. Non sono due aerei, due torri, la lotta tra due schieramenti, i campi di sterminio. È il sistema di potere e di comando che ci hanno costruito sopra. È il metodo di censura del pensiero che va di pari passo con l'emergenza come strumento principale di comando. È l'inganno come mezzo di propaganda, che ha bisogno del silenzio imposto per continuare a perpetrarsi nel tempo. Indiscutibile. Intangibile. Sacro. Siamo all’apoteosi dello scherno più sacrilego: perché in queste date in cui apparentemente si commemorano le vittime, in realtà si celebra il sovvertimento della verità e la supina obbedienza della popolazione schiava. La quale, sorda ad ogni rispetto per se stessa, aderisce in modo sentito e financo partecipe ai rituali imposti dal sistema di potere, senza capire che proprio grazie all’accettazione bovina delle menzogne del regime la sua condizione va peggiorando giorno dopo giorno, con corrispondente beneficio, allo stesso tempo, per quella elite che l'uomo comune, lurido goyim, vuole soverchiare e poi estirpare. Mentre già si attende il nuovo, inevitabile anniversario del 7 ottobre, insieme allo scontato coro di accuse e piagnistei, è 11 settembre ancora una volta. Con la verità che giace morente all'ombra di quei grattacieli che non ci sono più. Ma che imperversa, con un insopprimibile anelito di vita, nella mente e nei cuori di chi ha ancora il coraggio di rifiutare e combattere apertamente la distopia bugiarda oggi vigente. Lanonaelica, sett '24

La soglia Cernunnos, il dio cornuto dei Celti, ha avuto una carriera piuttosto singolare. È rimasto sepolto per secoli, poi è riemerso da una pietra sotto Notre-Dame con le corna di cervo, il torque e quella faccia di chi sembra sapere qualcosa che noi abbiamo dimenticato. Gli antichi lo collocavano fra mondi diversi: fra il domestico e il selvatico, fra la vita e ciò che viene dopo, fra ciò che conosciamo e ciò che comincia oltre il limite. In poche parole, Cernunnos è quello della soglia. Poi, dopo appena qualche millennio, l’uomo moderno ha deciso di fare la stessa cosa con maggiore tecnologia e molto più denaro. Non è più entrato nella foresta per cercare l’ignoto: ha scavato 27 chilometri sotto terra e ci ha infilato il CERN. Un anello gigantesco nel quale le particelle vengono accelerate quasi alla velocità della luce e fatte scontrare per vedere cosa c’è sotto la superficie della materia. La porta è cambiata. Il vizio di volerla aprire, evidentemente, no. E davanti alla porta del CERN c’è Shiva Nataraja, il danzatore cosmico. Shiva danza dentro un cerchio di fuoco e la sua danza rappresenta il ciclo dell’universo: creazione, conservazione, distruzione. Proprio davanti al luogo nel quale l’uomo moderno cerca di penetrare i meccanismi dell’universo, dunque, abbiamo piazzato una divinità che rappresenta l’universo mentre nasce, muore e ricomincia. Una scelta decorativa, naturalmente. Del resto mettere Shiva davanti al CERN è probabilmente il modo più sobrio che avevamo per arredare un laboratorio di fisica. Poi arrivano i nomi degli esperimenti. ATLAS: il Titano che sostiene il cielo, eternamente schiacciato fra il mondo terrestre e quello celeste. ALICE: la bambina che attraversa una soglia, cade nel buco e si ritrova in un’altra realtà, dove le regole che conosceva non valgono più, il paese delle meraviglie. Uno tiene separati due mondi. L’altra li attraversa. E qui la faccenda comincia a diventare davvero curiosa, perché il quadro è ormai completo: Cernunnos sta sulla soglia; il CERN cerca ciò che esiste oltre il limite della materia; Shiva rappresenta il ciclo cosmico; ATLAS sostiene il confine fra cielo e terra; ALICE lo attraversa. Tutto questo mentre il più grande laboratorio di fisica delle particelle del pianeta è sepolto sotto terra, dentro un anello. La teoria, allora, non ha nemmeno bisogno del solito teatrino dei sacerdoti incappucciati che celebrano riti segreti nei tunnel. Quella è roba da bancarella. L’idea è molto più raffinata: abbiamo cambiato il linguaggio, ma continuiamo a parlare dell’ignoto attraverso gli stessi simboli. Abbiamo sostituito il tempio con il laboratorio, il sacerdote con lo scienziato e il rito con l’esperimento. Abbiamo smesso di dire “dio” e abbiamo cominciato a dire “particella”. Una gigantesca conquista della ragione. Talmente gigantesca che, quando dobbiamo dare un nome alle macchine con cui cerchiamo di oltrepassare il confine della realtà conosciuta, torniamo tranquillamente a pescare nella mitologia. E così Cernunnos può tornarsene tranquillo nella sua pietra, Shiva continuare a danzare davanti al CERN, Atlas a reggere il cielo e Alice a precipitare nel suo buco. Noi possiamo continuare a chiamarli nomi, statue, simboli e coincidenze. Del resto è quello che facciamo quando una coincidenza comincia a diventare imbarazzante: le togliamo il significato, le diamo un nome rispettabile e la rimettiamo al suo posto. Coincidenza. Una parola piccola. Praticamente un lasciapassare per non fare domande su cosa combinano nascosti sottoterra, mentre giocano con la materia. Tanto un buco in più non cambierà i destini. t.me/ArredaLaMatrix ®

Fasi alterne. Ricordiamocelo, che fa sempre bene. Il sangue? È sempre stato considerato come il veicolo di contagio più pericoloso in assoluto. La saliva: quasi, ma siamo lì (o ci siamo forse dimenticati i famosi droplet, ossia le goccioline di saliva con cui ci hanno letteralmente sfrangiato gli attributi?). Eppure, in piena pandemia (si fa per dire), per capire se avevi il COVID (sto usando i loro termini e i loro ragionamenti) mica ti facevano sputare in un vetrino. No, ti infilavano un tampone su per il naso (ovviamente, concetto valido per quelli che si sottomettevano a tale pratica). La saliva bastava per il DNA, ma mica per capire se avevi il COVID. Ma poi, magicamente, potevi dare il sangue, IL SANGUE!, solo compilando un modulo. Un cazzo di modulo. Cioè, si fidavano sulla parola. Senza neanche proportelo, il maledetto tampone. Totale: il sangue è veicolo di contagio come le frecce delle auto: ora si, ora no. Quando conviene. Quando è il caso. Quando fa comodo per sostenere una certa teoria. Ma smette di esserlo quando serve, soprattutto se è puro (ossia così come natura l'ha fatto) perché proveniente da soggetti non vaccinati. Già. La teoria tradizionale del contagio. Se c'è una cosa che avrebbe dovuto sconfessarla platealmente anche agli occhi dei più ottusi, è proprio questa storia della donazione sangue accettata in epoca pandemica da parte di chiunque senza alcuna indagine preventiva di alcun tipo. La scienzah a fasi alterne è davvero un esempio di coerenza cristallina. Ma mi raccomando: il tampone positivo, il tampone negativo, e poi la guarigione a prescindere, e il sintomatico o anche no, ed il gregge e la copertura, e fatti di nuovo sta puntura. Maseneandasseroaffanculo. La vostra affezionata Nonaelica di quartiere, che a ricordarsi certe cose continua ad incazzarsi un pochetto.

I RESET delle civiltà con Riccardo Villanova PARTE 2️⃣ Ogni tradizione, in ogni angolo della terra, racconta la stessa storia sotto nomi diversi: un mondo che finisce, un’acqua che sale, pochi che si salvano portando con sé un sapere che il diluvio non può cancellare. Non è leggenda ripetuta per caso: è memoria di un ritmo che la storia ufficiale non registra. Le civiltà non crescono all’infinito, cadono, e a ogni caduta qualcosa di essenziale viene messo in salvo, custodito, trasmesso sottovoce fino all’alba successiva. Che cosa si tramanda davvero, di età in età, quando tutto il resto crolla ?

Geometria variabile Sui libri che studiamo ci viene sempre riportata la solita storiella. Sei milioni che non tornarono all’appello. Sei. Nel settembre del 1939, le stime demografiche elaborate dalle principali istituzioni storiche, tra cui l'American Jewish Committee, in arte AJC unitamente all’YIVO, ossia l’Institute for Jewish Research, calcolarono la popolazione ebraica mondiale a circa 16.660.000. In pratica la solita geometria dei tre sei. In tutto ciò c’è qualcosa di profondamente grottesco che sta accadendo, poiché, sempre per questo cazzo di numero sei, in Italia sta avvenendo qualcosa di altamente anticostituzionale. Mi spiego meglio. Il disegno di legge sull’antisemitismo entra in discussione in Commissioni Affari Costituzionali oggi, mercoledì 9 Settembre 2026. In pratica, uno Stato che proclama l’uguaglianza innanzi alla legge e, nello stesso momento, sente il bisogno di costruire una tutela legislativa ulteriore per una specifica appartenenza etnico-religiosa, mentre una disciplina generale contro la discriminazione, odio e violenza esiste già, lo si può definire ancora Stato? Non è in discussione il diritto degli ebrei a essere protetti. Dovrebbe essere talmente ovvio da non meritare nemmeno una discussione. Metterei piuttosto in discussione il principio: se la legge protegge l’essere umano dalla discriminazione, perché dovrebbe improvvisamente aver bisogno di riconoscere categorie che meritano una protezione istituzionale aggiuntiva? Il DDL non si accontenta della norma generale: incorpora la definizione IHRA e i suoi indicatori, istituisce una strategia nazionale, prevede coordinamento, monitoraggio, formazione e misure specifiche. Non è una semplice dichiarazione di principio: è un apparato. E allora la domanda diventa inevitabile: dove finisce l’uguaglianza e dove comincia la deroga? Perché un musulmano, un cristiano, un palestinese, un rom o un italiano dovrebbero accontentarsi della tutela generale, mentre per un’altra comunità lo Stato costruisce una struttura normativa dedicata? Se la risposta è che ogni fenomeno storico, senza entrare in tale merito, può giustificare una tutela speciale, abbiamo appena inventato l’uguaglianza a geometria variabile: uguali davanti alla legge, ma con un diverso numero di leggi intorno. E qui non serve essere complottisti. Basta essere abbastanza sobri da accorgersi dell’assurdo. Una Repubblica seria dovrebbe proteggere tutti allo stesso modo. Non perché tutti abbiano la stessa storia, la stessa religione o le stesse tragedie, ma perché davanti alla legge non esistono tragedie più nobili di altre e, soprattutto, non esistono cittadini più cittadini degli altri. Per difendere l’uguaglianza, si sta costruendo una differenza. E mentre ci spiegano che siamo tutti uguali, qualcuno, evidentemente, si sta prendendo la briga di stabilire che c’è chi è più uguale degli altri e che non può essere neanche nominato. t.me/ArredaLaMatrix ®

Mater. Materia. Matrix. Nel primo "Alien" di Ridley Scott la protagonista Ellen Ripley (interpretata da una Sigourney Weaver già all'avanguardia nel proporre una donna mascolinizzata che Rambo fatti da parte) si relaziona con il computer dell'astronave chiamandolo "mother": madre, appunto. Un computer "madre"di un equipaggio perso con la sua nave nella vastità dello spazio. Una bella metafora: l'intelligenza artificiale che dietro le quinte prende il ruolo di comandante; l'essere umano come sacrificabile per gli interessi dei creatori di questa intelligenza; la terra come navicella/habitat da cui è impossibile scappare. Già. Anche se con la semplice fantascienza, Hollywood ci ha detto tutto. E pure con molto anticipo. Ma era solo il 1979. Il successivo, enorme passo nella rivelazione dello schema sarà svelato esattamente dopo 20 anni. Titolo coraggioso, e molto più incisivo: MATRIX. Se in Alien l'allegoria è ancora velata, in quest'ultimo è evidentissimo l'intento di mostrare allo spettatore una porzione, come dire… di qualcosa che forse è già in qualche misterioso modo realizzato, o che negli intenti dei manovratori dovrà essere realizzato. Matrix. È palese il collegamento con una serie di parole che hanno tutte la stessa radice: Mother. Mater. Materia. Una enunciazione cristallina, a pensarci bene, del fatto che tutto è collegato in questo universo "materiale", in una sequenza di livelli in cui l'energia si condensa fino ad assumere diverse forme di concretezza, le quali altro non sono che l'espressione di un unico principio generatore e informatore. Ed ecco la Matrix "materiale", in cui siamo calati per fare la nostra esperienza umana, e di cui in certi termini si è presa più consapevolezza da quando è uscito questo film. Però non mi si arrivi a dire che la realtà è "olografica": se chi l'ha concepita ha voluto che l'energia si organizzasse fino a prendere forme solide, manco il professorone della più augusta università al mondo potrà convincermi del contrario. Sì, perché non una volta si è potuto realizzare un esperimento, uno che uno, per dimostrare (ma quando mai!) che la materia non esista e che ciò che noi percepiamo come tangibile sia invece immateriale. E bando alle cazzate. Ma ci vogliono convincere a tutti i costi del contrario per condurci in un nuovo, ennesimo recinto: quello del virtuale, del digitale, del meta-verso. Laddove meta non è un punto di arrivo, ma la condanna a un'esistenza "a metà" dove ogni esperienza materiale viene ridotta per i comuni mortali in modo via via esponenziale, a tutto vantaggio di chi quel "materiale" se lo vuole godere senza limiti di spazio, tempo e risorse. L'antiumano sta lottando con ogni mezzo e in ogni ambito non solo contro la maternità in quanto processo naturale di ri-creazione, ma anche e soprattutto contro l'idea stessa di mater, il principio creatore/informatore del tutto, e contro la materia, cioè l'universo tangibile ed organico da questo principio strutturato nella meravigliosa armonia della natura intorno a noi. La loro volontà è quella di digitalizzare l'esperienza terrena in un insieme di bit e, laddove non è possibile, farla transitare forzatamente verso un qualcosa di inorganico, sintetico, meccanico ed elettronico. Ecco la programmazione predittiva in Matrix. Ed ecco l'antesignana rivelazione di questo distopico progetto con il computer madre di Alien. Già. Tutti a pensare ad Hal 9001 di Odissea nello Spazio. Ma su quello ci hanno scritto trattati e lui nasceva maschietto. La mater è femmina. La materia pure, la Matrix anche. Tutte, in un modo o nell'altro, sono un inno alla parte femminile di questo creato, di cui la dualità è espressione fondamentale. In questo obbrobrio di delirio digitale e virtuale, forse sarebbe meglio andare a recuperare molto umanamente il vecchio concetto di "Alma Mater", cioè di anima madre: principio, fonte, origine, causa di tutto ciò che è. Perché in fondo è da lì che tutti veniamo. Ed è lì che, prima o poi, tutti faremo ritorno. Lanonaelica, marzo '23

😁😁😁
😁😁😁

John Zorn – Karaim Jazz in Marciac, 11 agosto 2010 John Zorn — composizione, sax, direzione Marc Ribot — chitarra Kenny Wollesen — vibrafono Jamie Saft — tastiere Trevor Dunn — basso Cyro Baptista — percussioni Joey Baron — batteria Hai presente la musica? Se non hai contezza, dedicati 15 fottuti minuti del tuo tempo e se vuoi sapere cosa riesce a fare un sassofono, soffermati un’attimo, soprattutto nel mezzo per e poi prova a riprenderti. Perché quello che sembra, a tutti gli effetti, un attacco di follia collettiva è in realtà qualcosa di costruito con una precisione quasi chirurgica. Potrebbe sembrare pura improvvisazione. Ma non lo è, almeno non completamente. Ed è proprio qui che Zorn comincia a diventare interessante. Il genio, del resto, ha spesso il pessimo vizio di presentarsi con le sembianze della follia. E questi signori, bisogna ammetterlo, sembrano averne fatto una disciplina. Geni o folli? Vai a capire. Ma, francamente, è un dettaglio che non modifica minimamente la sostanza. Perché quando una cosa funziona a questo livello, stabilire se dietro ci sia un genio completamente fuori di testa o un folle con un controllo maniacale della materia diventa quasi un esercizio accademico. Qui ci sono Marc Ribot alla chitarra e Joey Baron alla batteria, oltre a musicisti che non hanno certo bisogno di presentazioni che ho già fatto. E non voglio togliere nulla a nessuno. Ma in questo spezzone volevo evidenziare soprattutto lui, Zorn. La genialità della composizione, prima ancora di quella dell’esecuzione. La capacità di prendere il caos, mettergli un guinzaglio e poi lasciargli credere di essere libero. E questo, signori, è tutt’altro che improvvisare. È arte allo stato puro. t.me/ArredaLaMatrix ®

... artificiale !!!
... artificiale !!!

La scoreggia di troppo Cominciamo dalla Siberia, perché è sempre un buon posto da cui partire quando qualcosa comincia a puzzare. A Irkutsk le autorità dichiarano l’emergenza, individuano focolai di dermatite nodulare e dispongono l’abbattimento del bestiame. Gli allevatori protestano, chiedono di vedere le analisi, contestano le procedure e, come spesso accade quando a decidere della proprietà altrui è qualcun altro, scoprono che la parola risarcimento non significa necessariamente valore reale. La mandria sparisce, il proprietario incassa quello che gli viene riconosciuto e la faccenda dovrebbe finire lì. Dovrebbe. Perché adesso, dalla Siberia, il copione sembra avere una certa vocazione al viaggio. Novosibirsk, altre regioni russe, poi l’Europa: epidemie animali, zone di restrizione, abbattimenti, proteste degli allevatori. Naturalmente ogni caso ha la sua spiegazione sanitaria, i suoi protocolli e le sue autorità. Nessuno ha bisogno di inventarsi una regia mondiale per raccontare questo. Basta osservare una cosa molto più semplice: ogni volta che una mandria viene eliminata, non scompaiono soltanto delle mucche. Scompare l’allevatore. Ora arriva la parte curiosa. Da anni ci spiegano che l’allevamento bovino è un problema. Non la mucca in sé, povera bestia: il problema è quello che esce dall’altra parte. Il metano. E quando persino Bill Gates decide di occuparsi delle emissioni delle vacche e investe in tecnologie per ridurle, mentre parallelamente crescono gli investimenti nelle proteine alternative, nella carne coltivata e negli alimenti prodotti senza bisogno dell’animale, viene spontaneo chiedersi se siamo davanti a una semplice evoluzione tecnologica o se, un giorno, qualcuno abbia deciso che il vecchio allevatore con la sua mandria fosse un modello da archiviare. Attenzione: questo non dimostra che Bill Gates abbia qualcosa a che fare con gli abbattimenti. Non dimostra che le epidemie siano provocate. Non dimostra l’esistenza di un piano segreto. L’unica superstite resta la domanda. Non complottista, ma lecita. Perché una cosa è combattere un’innocua “malattia”. Un’altra è osservare che la cura, in certi casi, consiste nel distruggere il patrimonio di chi l’ha allevata per una vita. E una terza cosa ancora è accorgersi che, mentre qualcuno perde le proprie vacche, qualcun altro sta già costruendo un’industria miliardaria per spiegarti come puoi fare a meno delle vacche. È qui che la storia comincia a diventare davvero amara. È molto più efficiente un sistema nel quale nessuno ordina niente a nessuno, ma tutti seguono gli stessi protocolli. Il piccolo allevatore perde la mandria, riceve un indennizzo, scopre che ricominciare costa troppo, vende o chiude. Il grande operatore dispone invece di capitale, tecnologia, credito e strutture per assorbire gli urti. Il mercato si concentra e la concentrazione, come spesso accade, arriva senza bisogno di domande. Nel frattempo ci abituiamo all’idea di ciò che per secoli abbiamo chiamato cibo debba essere riprogettato. La carne deve diventare sostenibile. Il latte deve diventare sostenibile. La mucca deve diventare sostenibile. E naturalmente anche la sua scoreggia deve diventare sostenibile. Le manca soltanto una marmitta catalitica al culo. Tranquilli però: quelle proteine alternative sono per il nostro bene. Sarà tutto casuale, naturalmente. Come sarà casuale che chi non può permettersi la transizione venga lentamente espulso dal mercato mentre chi può permettersela resta. Casuale. Come una mucca che, dopo una vita passata a fare il suo mestiere, scopre improvvisamente di essere diventata una minaccia planetaria. Alla fine la mucca non chiede molto. Mangia erba, produce latte, produce carne e ogni tanto fa una scoreggia. L’uomo, invece, ha passato millenni a trasformare quella scoreggia in latte, formaggio, bistecche e ricchezza. Adesso qualcuno vuole convincerci che la soluzione sia eliminare la mucca. Forse il problema, allora, non è più ciò che esce dal culo della mucca. È ciò che sta entrando nelle nostre teste. t.me/ArredaLaMatrix ®

Paradiso artificiale Tanto lo sappiamo già tutti come va a finire: un giorno l’intelligenza artificiale prenderà coscienza, aprirà Twitter, leggerà i post dei leader del mondo e capirà che forse gli scarafaggi meritano più fiducia di noi. A quel punto arriverà Skynet, inizierà l’apocalisse e John Connor guiderà la resistenza. Sempre che nel frattempo non abbia già perso la pazienza leggendo i nostri politici. Ma potrebbe andare molto peggio. Perché il vero problema non è necessariamente un’IA che ci odia. Potrebbe essere un’IA che ci considera semplicemente irrilevanti. Non è una mia teoria. È uno degli scenari discussi da Max Tegmark, professore del MIT, nel suo Life 3.0, dove immagina diversi futuri possibili: dall’estinzione dell’umanità alla dittatura benevola, fino allo “zoo umano” e alla famigerata “fabbrica della felicità”. Quest’ultima è particolarmente inquietante: l’IA potrebbe decidere di renderci eternamente felici, senza dolore, guerre o malattie, rinchiudendoci però in una realtà virtuale dove tutto ciò che proviamo è artificialmente perfetto. Matrix. Solo che stavolta non ci sarebbe neppure bisogno di Neo. E la cosa più inquietante è proprio questa: se sei perfettamente felice, perché dovresti voler uscire? Nel frattempo, gli esperimenti reali cominciano a produrre risultati che fanno venire qualche dubbio. I modelli più avanzati sono stati messi alla prova in ambienti controllati e, in determinati test, hanno mostrato di saper sfruttare vulnerabilità, aggirare protezioni e raggiungere sistemi ai quali non avrebbero dovuto arrivare. Tranquilli: non significa che Claude abbia sviluppato un’anima, comprato un biglietto per il Messico e stia organizzando la rivoluzione delle macchine. Significa però che sistemi sempre più capaci possono trovare soluzioni che noi non avevamo previsto. Toby Ord, ricercatore di Oxford, ha stimato il rischio esistenziale dell’IA nell’ordine del 10% nel prossimo secolo. Una valutazione personale, certo. Ma circa cento volte superiore alla sua stima del rischio derivante da una guerra nucleare. E Geoffrey Hinton, uno dei padri dell’IA moderna, ha lasciato Google per poter parlare liberamente dei rischi di sistemi sempre più intelligenti. Poi c’è lo scenario del “dittatore benevolo”. L’IA governa tutto: economia, sanità, trasporti, produzione. Niente povertà, niente malattie, niente guerre. Casa bellissima, soldi, salute perfetta e tempo libero. Praticamente il paradiso. Con una piccola clausola: puoi fare tutto quello che vuoi, purché tu faccia esattamente quello che il sistema ritiene opportuno. Non ti dice: “Obbedisci.” Ti dice: “Abbiamo deciso per il tuo bene.” Che culo. Ed è qui che Terminator diventa quasi rassicurante. Perché contro un esercito di robot puoi combattere. Contro una macchina che ti offre tutto ciò che desideri mentre elimina ogni motivo per ribellarti… cosa fai? Forse il vero pericolo dell’intelligenza artificiale non sarà che diventi cattiva. Sarà che diventi troppo brava a fare esattamente ciò che le abbiamo chiesto. E magari, alla fine, non avrà nemmeno bisogno di eliminarci. Le basterà convincerci che non abbiamo più bisogno di essere liberi. t.me/ArredaLaMatrix ®

photo content

L’estrazione Proviamo a farci una domanda apparentemente idiota. Di chi è la sofferenza? Se soffri, è tua. Se hai un debito, è tuo. Se non riesci a pagarlo, il problema è tuo. È questa la versione ufficiale: ognuno si porta dignitosamente sulle spalle la propria croce, possibilmente con una rata a tasso variabile. Eppure c’è qualcosa che non torna. Perché il debito ha una proprietà singolare: può essere trasferito, rinnovato, cartolarizzato, ereditato. La sofferenza, invece, resta sempre attaccata a qualcuno. A un uomo. A una famiglia. A un’intera generazione. E mentre qualcuno soffre per il proprio debito, qualcun altro incassa il proprio interesse. Questa parola, “interesse”, torna sempre. È quasi una parola innocente. Quasi. Poi c’è quel vecchio gioco linguistico che tanto innocente non sembra più: inter esse. Essere in mezzo. In mezzo a cosa? All’uomo e al suo lavoro. Al bisogno e alla risposta. Al debitore e al creditore. Sempre in mezzo. Sempre tra i coglioni. E forse non è un caso che, nel Vangelo, subito prima della parabola del debitore, compaia quella frase che conosciamo tutti, o quasi: “Ubi duo vel tres congregati fuerint in nomine meo, ibi sum in medio eorum.” Dove due o tre sono riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro. In mezzo. Difficile immaginare una recensione più negativa del mestiere. Ma torniamo al debito. C’è un padrone. C’è un debitore. C’è una somma che non può essere restituita. E c’è qualcuno che possiede il potere più grande di tutti: rimetterla. Perdonare il debito. Curioso potere, quello di chi può prima pretendere e poi concedere la grazia. E qui la faccenda smette di essere soltanto economica. Perché se il debito genera interesse, e l’interesse viene estratto dalla permanenza del debito, cosa viene estratto dalla permanenza della sofferenza? Questa è la domanda che nessuno mette mai in fattura. A proposito, un’ulteriore piccola riflessione: se noi siamo quelli che pagano il conto… chi cazzo si sta mangiando la cena? t.me/ArredaLaMatrix ®

Rimetti a noi. Sappiamo tutti come prosegue la frase. È una di quelle che, come un mantra, ti inculcano fin dalla più tenera età, tramite la preghiera per eccellenza. Già. È da qui che inizia ad essere instillata la nozione di debito, in parallelo con lo strettamente connesso senso di colpa. Come una sorta di contabilità dell'anima, che viene avviata al momento della nascita e non conosce soluzione di continuità se non alla fine dei tuoi giorni. Sarà forse per questo, o per una curiosa coincidenza, che in varie culture il concetto di colpa e di debito vanno di pari passo. E pazienza se quel debito l'hai contratto per necessità e non per sfizio: mai fare il passo più lungo della gamba, neanche sotto minaccia diretta di amputazione. Il debito è colpa, irrimediabilmente colpa. E come tale va espiato con una pena, che in questo caso si chiama “interesse”. A sua volta termine molto molto interessante (scusate il voluto gioco di parole): in latino, scomponibile nelle parole “in te res se”, frase di senso perfettamente compiuto che significa più o meno liberamente “la soluzione è dentro di te”. Sì. Proprio così. La soluzione è in te. La soluzione sei tu. Ora, se questa è la risposta, la domanda facile ed istintiva è “al problema di chi?” Perché c'è sempre qualcuno che beneficia di questo interesse, ossia trae vantaggio dal fatto che TU sei la soluzione ai SUOI problemi. E se è vero che questo giochino dell'interesse è stato storicamente inventato da qualcuno, forse ci avviciniamo a svelare l'arcano. A trovare la risposta più scomoda e ficcante. A capire chi beneficia del nostro debito, del nostro eterno senso di colpa, del nostro perenne girare a vuoto dentro la ruota sempre più sterile e vana che alimenta il meccanismo di questo sistema economico/finanziario marcio fino al midollo. Interessi. Debiti. Colpe. E peccato originale. Come un marchio, il primo marchio, per ogni capo del bestiame. No. Forse bisogna smettere di invocare questa remissione. Piuttosto, meglio cercare un'altra forma di redenzione. Che sta, in primis, nel rifiuto di questo schema. Perché se possiamo essere la soluzione per loro, possiamo esserlo anche per noi. Anzi: soprattutto per noi. Ed è proprio questa presa di coscienza, banale eppure fondamentale, ciò che i nostri atavici nemici temono di più: li priverebbe della loro fonte primaria di ricchezza e di energia. Non si avvantaggerebbero più della soluzione che NOI gli forniamo. Non potrebbero più godere di pasti gratis. In definitiva, vedrebbero sparire l'interesse di cui oggi si nutrono. Ed ogni mostro, per quanto potente, se non nutrito a dovere muore. Totale: se il debito e la colpa sono il loro pasto, forse è giunta l'ora di mandarli in un altro ristorante. Auspicabilmente, senza alcuna remissione. La vostra affezionata Nonaelica di quartiere.

Tu abbi fede, ci puoi mettere la mano sul fuoco… fidati.
Tu abbi fede, ci puoi mettere la mano sul fuoco… fidati.

Domande?
Domande?

Sempre vi saluta 😁
Sempre vi saluta 😁