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Virtus in absentia
C’è una curiosa abitudine, nella storia delle rivoluzioni: immaginare che il mondo cambi, purché a cambiare siano gli altri. Si individua il colpevole, si elegge un nemico, si invoca qualcuno che rimetta le cose a posto, evitando di domandarsi quanto del disastro dipenda dall’aver scambiato per scelte proprie ciò che altri hanno deciso per noi.
La faccenda si fa interessante quando arriva la domanda: «Tu parli, parli, ma che cosa proponi?». Qualcuno dovrebbe fondare un partito, salire su un palco, metterci la faccia. Raccogliere un seguito pronto. In caso di successo, a rivendicarne il merito e, in caso contrario, a dire che lo aveva previsto. Una formula già sperimentata con comici, attori e salvatori della patria.
Ma il punto è un altro. Si immagina il sistema dall’altra parte della barricata, dimenticando che la sua forza risiede anche nella dipendenza di chi vorrebbe abbatterlo. Il problema non è soltanto chi comanda, ma la nostra incapacità di fare a meno di ciò che quel comando ci mette a disposizione.
Chiude il supermercato: che cosa mangiamo? Si interrompe l’acqua: dove la prendiamo? Il conto corrente diventa inaccessibile: quanto resistiamo prima di scoprire che la libertà, senza un bancomat funzionante, perde parecchio del suo fascino?
Abbiamo delegato quasi tutto: cibo, risorse, denaro, perfino una parte delle relazioni umane. Poi abbiamo chiamato progresso la rinuncia alla capacità di provvedere a noi stessi. Un capolavoro semantico: più diventiamo dipendenti e depensanti, più ci sentiamo evoluti.
Anche la protesta presenta qualche anomalia. Si può passare una giornata in piazza a contestare il sistema e rientrare a casa usando l’energia che distribuisce, il denaro che emette, le piattaforme che controlla e i prodotti che mette sugli scaffali. Non è una ragione per delegittimare la protesta; è curioso, però, credere che basti dichiararsi nemici di un meccanismo per esserne diventati indipendenti. Il sistema non sembra turbato: incassa la contestazione con la stessa serenità con cui incassa tutto il resto.
Il potere non si misura soltanto dalla capacità di imporre obbedienza, ma anche da quanto sia difficile immaginare un’esistenza al di fuori delle sue strutture. Si può detestare chi governa e restare dipendenti da ciò che consente di vivere. È una condizione comoda: non occorre conquistare il consenso quando basta amministrare le necessità. E non serve reprimere ogni dissenso, se finita la manifestazione si torna spontaneamente al proprio posto nella catena di approvvigionamento.
L’autonomia materiale non ha il fascino di una rivoluzione, non offre un nemico da insultare né un palco sul quale sentirsi dalla parte giusta. Soprattutto, non permette di scaricare su qualcun altro la responsabilità del risultato. Meglio aspettare il personaggio giusto, quello che dovrebbe affrontare il sistema mentre noi gli auguriamo buona fortuna.
Il leader ideale è quello che permette a tutti di sentirsi rivoluzionari senza doverlo diventare davvero. Gli si affidano le proprie aspettative, le proprie battaglie e perfino il compito di assumersi rischi che nessuno ha voglia di correre. Così, mentre lui combatte per conquistare il potere, gli altri possono continuare tranquillamente a dormire sonni tranquilli.
La questione non è trovare qualcuno disposto a combattere al posto nostro, ma recuperare autonomia per rendere meno ricattabile la nostra esistenza: acqua, cibo, energia, territorio, competenze, relazioni. L’indipendenza individuale, senza solidarietà, resta fragile; la solidarietà, senza autonomia, rischia di diventare subordinazione.
Si dice che la necessità faccia virtù. E, a giudicare da quanto si stanno dando da fare per metterci nelle condizioni di sperimentarla, qualcuno sembra aver preso il proverbio sul serio. Resta da vedere quanta virtù possa nascere da una necessità che ci trova impreparati, dopo aver delegato ad altri persino la capacità di provvedere a noi stessi. La necessità può insegnare molto; ma di virtù, a quanto pare, ce n’è ben poca.
t.me/ArredaLaMatrix ®
Repost from La Danza delle Sfere ✨
Guido Tonelli, fisico e protagonista della scoperta del bosone di Higgs, ci guida in uno dei fenomeni più affascinanti della fisica: l’interferenza distruttiva.
Immagina due onde sonore identiche. Una raggiunge il massimo della sua oscillazione esattamente quando l’altra tocca il minimo. Se le sommi, ottieni zero. Due suoni identici che, combinati nel modo giusto, producono silenzio perfetto.
Non è magia, è fisica ondulatoria. Le onde non si limitano a sommarsi numericamente: si sovrappongono nello spazio, interferendo tra loro. Quando sono in opposizione di fase, si cancellano a vicenda.
Questo esercizio è fattibile all’infinito. Immagina di sommare tutti i suoni del mondo, tutte le possibili frequenze. Il risultato? Il silenzio. Non come assenza di suono, ma come luogo in cui risuonano simultaneamente tutte le frequenze possibili, annullandosi reciprocamente.
Lo stesso principio vale per la luce. Due onde luminose perfettamente sfasate producono buio. Non oscurità per mancanza di luce, ma interferenza distruttiva dove due fasci luminosi si cancellano.
Questo fenomeno è alla base di tecnologie moderne: cuffie con cancellazione attiva del rumore, rivestimenti anti-riflesso, esperimenti di ottica quantistica. Ed è ciò che permette agli scienziati di rilevare segnali debolissimi, eliminando il “rumore” attraverso interferenza.
Il silenzio e il buio non sono vuoti. Sono pieni di onde che danzano in perfetta opposizione, creando quiete attraverso il movimento.
Una lezione profonda: a volte la somma di tutto produce il nulla. E quel nulla contiene ogni possibilità.
~ Quantyoum ~
Canale 💫
@LaDanzadelleSfere
Balletti e Killer
Qualcuno ricorda gli Who? Un celebre complesso rock che ha spopolato tra fine anni 60 e anni 70.
Oggi non c'è più, ma abbiamo un'altra band che è ancora più famosa: la WHO. World Health Organization. Quella che, sulle "questioni di salute", a livello planetario non è seconda a nessuno.
Il fatto che abbia lo stesso nome del personaggio di una nota serie televisiva di fantascienza è solo un dettaglio. Così come la corrispondenza con il pronome "chi" (who, in inglese), che guarda caso in ogni evento delittuoso è il primo degli interrogativi da risolvere.
Già. Un nome che è una garanzia e, insieme, un programma.
Una garanzia di metodi di indagine, profilassi, contenimento e cura che sono sempre all'avanguardia, tanto da sembrare al limite del fantascientifico, al pari di una qualunque pellicola hollywoodiana.
Un programma di azione che promette sicurezza, salute e salvezza anche nelle più drammatiche evenienze sanitarie immaginabili, salvo poi sacrificare e sopprimere ogni diritto fondamentale sull'altare di una prevenzione interamente basata sulla frode virale e vaccinale.
E allora, forse un nome così orecchiabile non è una casualità, ma un’enunciazione di verità. E una dichiarazione di responsabilità.
La verità è quella dei balletti filmati nelle corsie ospedaliere di tutto il mondo ai primi tempi del COVID, quando la vigile attesa sostituiva le cure, ed il midazolam con la ventilazione forzata faceva il resto.
Una serie di coreografie apparentemente innocenti, che si riallacciavano invece a quelle messe in scena durante le olimpiadi di Londra nel 2012 o per la cerimonia di apertura del San Gottardo nel 2016: balletti propiziatori, o piuttosto sacrificali, nella migliore tradizione demoniaca della pratica di sacrifici umani.
La dichiarazione di responsabilità è, per parte sua, nella firma su ogni suggerimento, prescrizione, norma e regolamento apposta dal direttore Ghebreyesus che, pur accusato pubblicamente di atti di genocidio, non ha mai affrontato il giudizio di un tribunale penale e, in barba ad ogni legittimo sospetto, continua a presiedere la massima carica di questa "benefica" istituzione internazionale.
Peccato che il corto circuito nella narrazione, anche stavolta, sia evidente: perché le accuse di crimini contro l'umanità gli sono state mosse dal candidato al premio Nobel per la pace 2019 David Steinman.
Il quale non è uno scappato di casa: ha lavorato come consulente esperto per il Consiglio per la Sicurezza Nazionale degli Stati Uniti riguardo al rovesciamento della dittatura Duvalier ad Haiti, ha assistito i movimenti di resistenza anticomunista nel sud est asiatico sotto l'egida del Consiglio USA per la libertà mondiale, e ha servito per ben 27 anni come consigliere straniero del movimento per la democrazia in Etiopia.
Eppure, nemmeno la denuncia di cotanto personaggio presso la corte penale internazionale ha potuto alcunché contro la volontà di quel complesso targato Big Pharma che ha portato Ghebreyesus a ricoprire la presidenza della WHO.
E dunque: trasparenza? Democrazia? Legittimità? Mera opportunità? Tutto in secondo piano. Perché qui si tratta della salute di tutti gli abitanti del pianeta, mica quisquilie.
Per quella del pianeta stesso, peraltro, c'è già un'altra istituzione: la World Meteorological Organization. Acronimo invero meno felice, ma anche lei ben posizionata in classifica grazie a menzogne degne della frode virale, tipo riscaldamento climatico e lotta alla CO2.
Sì. Eugenetica e depopolamento: anche il peggior provvedimento potrà esser preso in nome dell'inquinamento. E se invece sarà pandemia, avranno la splendida scusa per una pietosa eutanasia.
Stakeholder e partenariato pubblico/privato sono solo le nuove parole chiave per un massacro assicurato.
In un modo o nell'altro queste due W si prodigheranno per dirigere al meglio l'orchestra del terrorismo mondiale, così da somministrare a suon di musica e balletti l'unica giusta medicina che merita ogni mangiatore inutile: la sua eliminazione totale.
La vostra affezionata Nonaelica di quartiere
Il prezzo della fiducia
Chi ha creato Bitcoin? E soprattutto, perché? Chi può condizionarne il prezzo con notizie, dichiarazioni e operazioni finanziarie, mentre milioni di investitori credono di giocare tutti con le stesse carte? E chi dispone di capitali e informazioni per anticipare un movimento, provocarlo o sfruttarlo?
Cerchiamo di capirci qualcosa.
Satoshi Nakamoto è lo spettro occulto senza identità del creatore di Bitcoin, progetto nato sulla carta nel 2008 e operativo dal 2009: un sistema concepito per trasferire valore senza dipendere necessariamente dagli intermediari finanziari tradizionali. Ma il progettista? Un’entità senza identità. Magari su un’isola privata ai Caraibi, magari un personaggio inventato dalla CIA. Che fantasie del cazzo, vero?
Intanto, tra la natura di uno strumento e gli interessi di chi ne finanzia lo sviluppo passa la differenza che separa la serratura da chi possiede le chiavi. Eppure, appena si domanda chi paghi il conto, la rivoluzione tecnologica diventa religione e il codice sorgente un testo sacro. Pare che la libertà finanziaria funzioni benissimo, purché nessuno interroghi i nuovi sacerdoti.
Negli Epstein Files, pubblici e consultabili, compare una corrispondenza del 25 aprile 2015 tra Jeffrey Epstein e Joi Ito, allora direttore del MIT Media Lab. Si parla della Digital Currency Initiative e del sostegno agli sviluppatori di Bitcoin, in seguito alla crisi della Bitcoin Foundation. Ito scrive di aver usato fondi di donazione per finanziare l’iniziativa e la definisce una «grande vittoria» per il MIT. Nello scambio si parla anche di organizzazioni intenzionate a «prendere il controllo» degli sviluppatori.
Il documento non dimostra che Epstein abbia creato Bitcoin o ne controllasse il codice. Ci mancherebbe. Ma mostra che, mentre gli sviluppatori avevano bisogno di finanziamenti, istituzioni e soggetti privati cercavano una posizione strategica attorno al loro lavoro. La domanda è semplice: chi finanzia, quali priorità sostiene e quale influenza può esercitare? Il capitale non deve possedere tutto per orientare qualcosa: gli basta pagare competenze, garantire continuità e sedersi vicino a chi decide. Il codice è Open; che fantastica parola per imbonire; non per questo diventano trasparenti gli interessi di chi finanzia chi lo scrive.
E poi c’è Ethereum, la grande concorrente di Bitcoin. Letto al contrario diventa MUEREHTE. Un gioco linguistico, non la prova di un piano occulto. Ma sarebbe comodo usare l’anagramma per liquidare ogni domanda sulle criptovalute. Il punto non è capovolgere una parola: è capire chi finanzia questi sistemi, chi ne trae vantaggio e quanto ne comprendiamo davvero.
Gli Epstein Files si possono leggere e confrontare senza aspettare che un esperto televisivo distribuisca il permesso di pensare. Naturalmente, bisogna distinguere ciò che è documentato da ciò che resta da provare. Il sospetto senza prove è superstizione; ignorare i documenti perché disturbano le proprie certezze è superstizione con un ufficio stampa migliore.
Noi giochiamo a fare gli investitori, mentre altri dispongono di capitali, competenze e relazioni per giocare partite che non compaiono sul nostro schermo. Il potere non deve vietare il pensiero: gli basta trasformare la delega in abitudine e l’ignoranza in una certezza da difendere. È così che si diventa collaborazionisti dei propri carcerieri.
Il capolavoro arriva quando il prigioniero, invece di domandare chi abbia costruito l’alternativa alla cella, si mette a magnificare la serratura e a insultare chi cerca la chiave. A quel punto il secondino può persino concedergli il privilegio di scegliere il colore delle sbarre: il credulone chiamerà tutto ciò libertà, e magari pagherà pure l’abbonamento, finché click non lo separi dai sogni.
Il giusto prezzo della fiducia.
t.me/ArredaLaMatrix ®
Il prezzo della fiducia
Chi ha creato Bitcoin? E soprattutto, perché? Chi può condizionarne il prezzo con notizie, dichiarazioni e operazioni finanziarie, mentre milioni di investitori credono di giocare tutti con le stesse carte? E chi dispone di capitali e informazioni per anticipare un movimento, provocarlo o sfruttarlo?
Cerchiamo di capirci qualcosa.
Satoshi Nakamoto è lo spettro occulto senza identità del creatore di Bitcoin, progetto nato sulla carta nel 2008 e operativo dal 2009: un sistema concepito per trasferire valore senza dipendere necessariamente dagli intermediari finanziari tradizionali. Ma il progettista? Un’entità senza identità. Magari su un’isola privata ai Caraibi, magari un personaggio inventato dalla CIA. Che fantasie del cazzo, vero?
Intanto, tra la natura di uno strumento e gli interessi di chi ne finanzia lo sviluppo passa la differenza che separa la serratura da chi possiede le chiavi. Eppure, appena si domanda chi paghi il conto, la rivoluzione tecnologica diventa religione e il codice sorgente un testo sacro. Pare che la libertà finanziaria funzioni benissimo, purché nessuno interroghi i nuovi sacerdoti.
Negli Epstein Files, pubblici e consultabili, compare una corrispondenza del 25 aprile 2015 tra Jeffrey Epstein e Joi Ito, allora direttore del MIT Media Lab. Si parla della Digital Currency Initiative e del sostegno agli sviluppatori di Bitcoin, in seguito alla crisi della Bitcoin Foundation. Ito scrive di aver usato fondi di donazione per finanziare l’iniziativa e la definisce una «grande vittoria» per il MIT. Nello scambio si parla anche di organizzazioni intenzionate a «prendere il controllo» degli sviluppatori.
Il documento non dimostra che Epstein abbia creato Bitcoin o ne controllasse il codice. Ci mancherebbe. Ma mostra che, mentre gli sviluppatori avevano bisogno di finanziamenti, istituzioni e soggetti privati cercavano una posizione strategica attorno al loro lavoro. La domanda è semplice: chi finanzia, quali priorità sostiene e quale influenza può esercitare? Il capitale non deve possedere tutto per orientare qualcosa: gli basta pagare competenze, garantire continuità e sedersi vicino a chi decide. Il codice è Open; che fantastica parola per imbonire; non per questo diventano trasparenti gli interessi di chi finanzia chi lo scrive.
E poi c’è Ethereum, la grande concorrente di Bitcoin. Letto al contrario diventa MUEREHTE. Un gioco linguistico, non la prova di un piano occulto. Ma sarebbe comodo usare l’anagramma per liquidare ogni domanda sulle criptovalute. Il punto non è capovolgere una parola: è capire chi finanzia questi sistemi, chi ne trae vantaggio e quanto ne comprendiamo davvero.
Gli Epstein Files si possono leggere e confrontare senza aspettare che un esperto televisivo distribuisca il permesso di pensare. Naturalmente, bisogna distinguere ciò che è documentato da ciò che resta da provare. Il sospetto senza prove è superstizione; ignorare i documenti perché disturbano le proprie certezze è superstizione con un ufficio stampa migliore.
Noi giochiamo a fare gli investitori, mentre altri dispongono di capitali, competenze e relazioni per giocare partite che non compaiono sul nostro schermo. Il potere non deve vietare il pensiero: gli basta trasformare la delega in abitudine e l’ignoranza in una certezza da difendere. È così che si diventa collaborazionisti dei propri carcerieri.
Il capolavoro arriva quando il prigioniero, invece di domandare chi abbia costruito l’alternativa alla cella, si mette a magnificare la serratura e a insultare chi cerca la chiave. A quel punto il secondino può persino concedergli il privilegio di scegliere il colore delle sbarre: il credulone chiamerà tutto ciò libertà, e magari pagherà pure l’abbonamento, finché click non lo separi dai sogni.
Il giusto prezzo della fiducia.
t.me/ArredaLaMatrix ®
Il prezzo della fiducia
Chi ha creato Bitcoin? E soprattutto, perché? Chi può condizionarne il prezzo con notizie, dichiarazioni e operazioni finanziarie, mentre milioni di investitori credono di giocare tutti con le stesse carte? E chi dispone di capitali e informazioni per anticipare un movimento, provocarlo o sfruttarlo?
Cerchiamo di capirci qualcosa.
Satoshi Nakamoto è lo spettro occulto senza identità del creatore di Bitcoin, progetto nato sulla carta nel 2008 e operativo dal 2009: un sistema concepito per trasferire valore senza dipendere necessariamente dagli intermediari finanziari tradizionali. Ma il progettista? Un’entità senza identità. Magari su un’isola privata ai Caraibi, magari un personaggio inventato dalla CIA. Che fantasie del cazzo, vero?
Intanto, tra la natura di uno strumento e gli interessi di chi ne finanzia lo sviluppo passa la differenza che separa la serratura da chi possiede le chiavi. Eppure, appena si domanda chi paghi il conto, la rivoluzione tecnologica diventa religione e il codice sorgente un testo sacro. Pare che la libertà finanziaria funzioni benissimo, purché nessuno interroghi i nuovi sacerdoti.
Negli Epstein Files, pubblici e consultabili, compare una corrispondenza del 25 aprile 2015 tra Jeffrey Epstein e Joi Ito, allora direttore del MIT Media Lab. Si parla della Digital Currency Initiative e del sostegno agli sviluppatori di Bitcoin, in seguito alla crisi della Bitcoin Foundation. Ito scrive di aver usato fondi di donazione per finanziare l’iniziativa e la definisce una «grande vittoria» per il MIT. Nello scambio si parla anche di organizzazioni intenzionate a «prendere il controllo» degli sviluppatori.
Il documento non dimostra che Epstein abbia creato Bitcoin o ne controllasse il codice. Ci mancherebbe. Ma mostra che, mentre gli sviluppatori avevano bisogno di finanziamenti, istituzioni e soggetti privati cercavano una posizione strategica attorno al loro lavoro. La domanda è semplice: chi finanzia, quali priorità sostiene e quale influenza può esercitare? Il capitale non deve possedere tutto per orientare qualcosa: gli basta pagare competenze, garantire continuità e sedersi vicino a chi decide. Il codice è Open; che fantastica parola per imbonire; non per questo diventano trasparenti gli interessi di chi finanzia chi lo scrive.
E poi c’è Ethereum, la grande concorrente di Bitcoin. Letto al contrario diventa MUEREHTE. Un gioco linguistico, non la prova di un piano occulto. Ma sarebbe comodo usare l’anagramma per liquidare ogni domanda sulle criptovalute. Il punto non è capovolgere una parola: è capire chi finanzia questi sistemi, chi ne trae vantaggio e quanto ne comprendiamo davvero.
Gli Epstein Files si possono leggere e confrontare senza aspettare che un esperto televisivo distribuisca il permesso di pensare. Naturalmente, bisogna distinguere ciò che è documentato da ciò che resta da provare. Il sospetto senza prove è superstizione; ignorare i documenti perché disturbano le proprie certezze è superstizione con un ufficio stampa migliore.
Noi giochiamo a fare gli investitori, mentre altri dispongono di capitali, competenze e relazioni per giocare partite che non compaiono sul nostro schermo. Il potere non deve vietare il pensiero: gli basta trasformare la delega in abitudine e l’ignoranza in una certezza da difendere. È così che si diventa collaborazionisti dei propri carcerieri.
Il capolavoro arriva quando il prigioniero, invece di domandare chi abbia costruito l’alternativa alla cella, si mette a magnificare la serratura e a insultare chi cerca la chiave. A quel punto il secondino può persino concedergli il privilegio di scegliere il colore delle sbarre: il credulone chiamerà tutto ciò libertà, e magari pagherà pure l’abbonamento, finché click non lo separi dai sogni.
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Chi ha creato Bitcoin? E soprattutto, perché? Chi può condizionarne il prezzo con notizie, dichiarazioni e operazioni finanziarie, mentre milioni di investitori credono di giocare tutti con le stesse carte? E chi dispone di capitali e informazioni per anticipare un movimento, provocarlo o sfruttarlo?
Cerchiamo di capirci qualcosa.
Satoshi Nakamoto è lo spettro occulto senza identità del creatore di Bitcoin, progetto nato sulla carta nel 2008 e operativo dal 2009: un sistema concepito per trasferire valore senza dipendere necessariamente dagli intermediari finanziari tradizionali. Ma il progettista? Un’entità senza identità. Magari su un’isola privata ai Caraibi, magari un personaggio inventato dalla CIA. Che fantasie del cazzo, vero?
Intanto, tra la natura di uno strumento e gli interessi di chi ne finanzia lo sviluppo passa la differenza che separa la serratura da chi possiede le chiavi. Eppure, appena si domanda chi paghi il conto, la rivoluzione tecnologica diventa religione e il codice sorgente un testo sacro. Pare che la libertà finanziaria funzioni benissimo, purché nessuno interroghi i nuovi sacerdoti.
Negli Epstein Files, pubblici e consultabili, compare una corrispondenza del 25 aprile 2015 tra Jeffrey Epstein e Joi Ito, allora direttore del MIT Media Lab. Si parla della Digital Currency Initiative e del sostegno agli sviluppatori di Bitcoin, in seguito alla crisi della Bitcoin Foundation. Ito scrive di aver usato fondi di donazione per finanziare l’iniziativa e la definisce una «grande vittoria» per il MIT. Nello scambio si parla anche di organizzazioni intenzionate a «prendere il controllo» degli sviluppatori.
Il documento non dimostra che Epstein abbia creato Bitcoin o ne controllasse il codice. Ci mancherebbe. Ma mostra che, mentre gli sviluppatori avevano bisogno di finanziamenti, istituzioni e soggetti privati cercavano una posizione strategica attorno al loro lavoro. La domanda è semplice: chi finanzia, quali priorità sostiene e quale influenza può esercitare? Il capitale non deve possedere tutto per orientare qualcosa: gli basta pagare competenze, garantire continuità e sedersi vicino a chi decide. Il codice è Open; che fantastica parola per imbonire; non per questo diventano trasparenti gli interessi di chi finanzia chi lo scrive.
E poi c’è Ethereum, la grande concorrente di Bitcoin. Letto al contrario diventa MUEREHTE. Un gioco linguistico, non la prova di un piano occulto. Ma sarebbe comodo usare l’anagramma per liquidare ogni domanda sulle criptovalute. Il punto non è capovolgere una parola: è capire chi finanzia questi sistemi, chi ne trae vantaggio e quanto ne comprendiamo davvero.
Gli Epstein Files si possono leggere e confrontare senza aspettare che un esperto televisivo distribuisca il permesso di pensare. Naturalmente, bisogna distinguere ciò che è documentato da ciò che resta da provare. Il sospetto senza prove è superstizione; ignorare i documenti perché disturbano le proprie certezze è superstizione con un ufficio stampa migliore.
Noi giochiamo a fare gli investitori, mentre altri dispongono di capitali, competenze e relazioni per giocare partite che non compaiono sul nostro schermo. Il potere non deve vietare il pensiero: gli basta trasformare la delega in abitudine e l’ignoranza in una certezza da difendere. È così che si diventa collaborazionisti dei propri carcerieri.
Il capolavoro arriva quando il prigioniero, invece di domandare chi abbia costruito l’alternativa alla cella, si mette a magnificare la serratura e a insultare chi cerca la chiave. A quel punto il secondino può persino concedergli il privilegio di scegliere il colore delle sbarre: il credulone chiamerà tutto ciò libertà, e magari pagherà pure l’abbonamento, finché click non lo separi dai sogni.
Il giusto prezzo della fiducia.
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Repost from AURUM (Canale Ufficiale)
La realtà è MOLTO diversa da come i 5 sensi ordinari la percepiscono.
Chiunque entri nel cammino della coltivazione spirituale, riconoscerà al giusto momento che questa realtà è un sogno, esattamente un sogno.
Repost from Awake432Hz C.C.
Una forma pacifica di ribellione, fare in modo che cresca frutta ovunque 🍎🍐🍏🍊
Immagina strade, parchi, terreni e spazi pubblici trasformati in frutteti accessibili a tutti.
Lo spot.
E dunque: Angelus.
Dal pulpito più famoso del pianeta, il simbolo per eccellenza della Chiesa cattolica dichiara ai suoi fedeli di avere un "piccolo" problema di salute: un nodulo polmonare. Diagnosi, purtroppo, comune a molti passati velocemente a miglior vita.
Ma questo è circoscritto, si badi bene. È stato rilevato durante non meglio precisati controlli. E, su consiglio dei medici, si farà operare.
Ora: sono l'unico a vederci una quanto meno singolare scelta comunicativa? Perché, per un Capo di Stato che è pure un Capo religioso, mantenere una certa riservatezza parrebbe l'opzione più discreta e, soprattutto, più sensata anche solo da un punto di vista meramente diplomatico.
E invece, il Papa made in USA ha deciso di destare la preoccupazione dei fedeli: quella massa che ancora non si sa se benigna o meno; l'intervento ancora da effettuarsi; l'esito ovviamente incerto.
La conseguenza: una sensazione di incredulità mista a fiato sospeso che viene rilanciata urbi et orbi dalle agenzie stampa di tutto il mondo.
Ma, a parte la normalizzazione del tumore (se sto cazzo di nodulo polmonare ce l'ha perfino il Papa, di che puoi lamentarti se un cancro beccasse anche te?), nessuno nota la stretta connessione tra la scoperta di questa "massa" nella sua fase iniziale e il fatto che detta scoperta sia avvenuta grazie a "controlli" che, come tali, richiamano fortemente l'idea dello screening?
Sì: la cosiddetta medicina preventiva. Quella che si porta avanti. Quella che ti può far scoprire per tempo, anzi addirittura in anticipo, qualche eventuale problema.
La possibilità di indagine è lì, a portata di mano. Sta solo a te essere previdente. Disciplinato. Lungimirante. E fatti 'sto controllo, stavolta addirittura con tanto di benedizione papale.
Già, è vero: oggettivamente ricorda qualcosa. Ce l'ho sulla punta della lingua, ma non mi sovviene. O forse sì?
Ma certo: era proprio il vaccino COVID. Quello sicuro ed efficace, a suo tempo proclamato tale anche da Bergoglio.
Solo che adesso non c'è un'epidemia. In atto ci sono le conseguenze (una su tutte il cosiddetto "turbo cancro") sempre più diffuse di quei vaccini, che vanno normalizzate nell'immaginario collettivo.
Di più: va promosso lo screening come mezzo di arma sicura ed efficace nella lotta contro la malattia. Perché prima intervieni, meglio è. Seguendo i protocolli, ovviamente, dato che i consigli dei medici sono sempre sicuri ed efficaci anche loro, pure quando propongono veleno sotto forma di chemio, o un vaccino contro i tumori, autentico miracolo di quella nuova divinità che è la scienzah.
La spettacolarizzazione è la medesima: l'importanza del megafono usato fa sì che l'odierno messaggio su screening, prevenzione ed intervento immediato ricalchi fedelmente l'operazione pubblicitaria andata in onda nel 2021. Minima spesa, massima resa.
Come avviene, del resto, per l'Agenda volta alla promozione del falso green, del cambiamento climatico, del gender, dell'immigrazione, della decrescita felice col culo degli altri.
Ora: se qualcuno vede nel Vaticano di oggi una succursale dell'ONU in variante "religiosa ma non troppo", con sfumature biomedicali strettamente connesse a Big Pharma, forse non ha tutti i torti.
Anche perché, a ben vedere, i problemi di cui si dovrebbe occupare il vicario di Cristo sono quelli della salute dell'anima.
Per la salute del corpo, eventualmente, ci sarebbero gli ospedali o gli studi medici, non le chiese. Luoghi in cui qualcuno che ha ancora fede vorrebbe forse trovare ben altro che propaganda politica o uno spot pubblicitario tranquillamente visionabile in TV.
Ma chissà. Forse è anche per questo che i luoghi cattolici di culto sono sempre più vuoti, e gli idoli di televisione, sport e social hanno preso il posto delle ormai vetuste figure di riferimento del passato.
In ogni caso, gli auguri di pronta guarigione sono sinceri: sia mai che il destino ci privi di un così nobile, amorevole ed empatico "attore" in questo teatro che è l'attuale scena politica e geopolitica mondiale.
La vostra affezionata Nonaelica di quartiere
Confusione
C’è qualcosa di grottesco nel destino energetico dell’Europa: un continente seduto su giacimenti di petrolio e gas che continua a importare energia, trasferendo miliardi a Paesi che hanno avuto il buon senso di sfruttare le proprie risorse anziché trasformarle in un problema morale. L’Europa potrebbe puntare alla propria autosufficienza energetica valorizzando l’intero patrimonio di risorse disponibili, eppure ha preferito costruire una dipendenza strutturale dall’estero, rinunciando a una leva economica e strategica fondamentale.
Non è accaduto per fatalità geologica. Era già tutto calcolato.
Divieti, vincoli, investimenti mancati e scelte politiche hanno contribuito a impedire o scoraggiare lo sfruttamento di risorse interne. E mentre si imponevano sacrifici ai cittadini in nome di una transizione presentata come ineluttabile, si è continuato a comprare energia da chi non aveva alcuna intenzione di rinunciare alla ricchezza custodita nel proprio sottosuolo.
Il risultato è un capolavoro di confusione: possedere risorse, non utilizzarle, finanziare chi le vende e poi spiegare ai cittadini che dipendere dall’estero è inevitabile. Una narrazione tanto conveniente per chi vende quanto costosa per chi compra.
Perché il vero lusso, oggi, non è avere petrolio e gas. È riuscire a convincere un continente che non possa permettersi di utilizzarli, mentre paga gli altri per farlo.
L’Europa avrebbe potuto perseguire l’autosufficienza energetica sfruttando le ricchezze custodite nel proprio sottosuolo; ha invece scelto di lasciare il petrolio alla geologia, il gas alle riserve e i quattrini agli esportatori, riservando ai propri cittadini il privilegio di finanziare il tutto.
Una singolare interpretazione della sovranità, nella quale si rinuncia alla ricchezza per acquistare la dipendenza e poi si pretende pure di impartire lezioni di autonomia strategica. Più che una strategia energetica, un monumento alla confusione mentale di chi scambia una rinuncia politica per una fatalità naturale.
Masseneandasseroaffanculo.
Soprattutto chi ha permesso tutto ciò, perché era in preda alla confusione cognitiva.
t.me/ArredaLaMatrix ®
La Terra piatta non esiste
“Terra Piatta” è un’etichetta. Ma cosa descrive realmente tale etichetta?
Questo filmato esamina i presupposti celati dietro i termini “Terra Piatta” e “terrapiattista”, e come le etichette possano inquadrare una conversazione ancor prima che l’indagine abbia inizio.
Mettere in discussione le affermazioni sulla natura della Terra non richiede di sostituirle con un altro modello, una diversa credenza o un’altra tesi.
Quest’ultimo di Dino è sublime. Qui si cerca solo che la verità e null’altro.
Meritati applausi per la voce, la traduzione e per ben altro ancora di mio personale nei suoi riguardi.
👉 Canal104plus
I clown rimangono clown,
anche se diventano direttori del circo 🎪
t.me/ArredaLaMatrix
Non c’è due senza tre
Il valore distopico di questa narrazione non dipende dalla necessità di crederla vera in ogni dettaglio. Dipende dalla domanda che lascia sul tavolo: chi trae vantaggio da una crisi, chi ne decide le condizioni, chi stabilisce le misure eccezionali e chi ha il potere di dichiararle concluse? Perché le emergenze possono essere sfruttate anche da attori che non le hanno provocate, e le conseguenze di una guerra possono diventare strumenti politici senza che ogni morte faccia parte di un disegno unitario. È meno cinematografico di una Cabala onnipotente, ma infinitamente più utile per capire il funzionamento del potere.
Il cittadino medio, intanto, continua a tifare. Sceglie la bandiera, ripete lo slogan, condivide la fotografia del leader e scambia la propria indignazione per indipendenza di giudizio. Si convince che il male abbia sempre la faccia dell’avversario e che la propria parte, per quanto sporca, sia almeno sporca per una buona causa. La propaganda non pretende che tu rinunci alla ragione: preferisce che tu la affitti a tempo indeterminato. E mentre due popoli vengono invitati a riconoscersi reciprocamente come minacce esistenziali, gli apparati politici, militari ed economici continuano a negoziare, competere, vendere e accumulare potere. Non esiste un unico beneficiario universale di ogni guerra, ma esistono beneficiari concreti di ogni singolo conflitto. Hanno nomi, bilanci, contratti, interessi e, talvolta, un’eccellente reputazione pubblica. Il sangue è sempre collettivo; i rendiconti, molto meno.
La distopia perfetta, allora, non è quella in cui una società segreta controlla ogni evento, muove ogni esercito e decide il destino di ogni nazione. È quella in cui non serve più farlo, perché ciascuno esegue spontaneamente la parte che gli è stata assegnata: il politico alimenta la paura, il commentatore la traduce in indignazione, il cittadino la trasforma in odio, il mercato la monetizza e l’apparato amministrativo la converte in procedura. Nessuno possiede necessariamente l’intero copione, ma molti conoscono benissimo la propria battuta. Il sistema non deve neppure essere onnisciente: gli basta essere abbastanza opportunista da trasformare ogni disastro in una nuova competenza, ogni eccezione in un precedente e ogni precedente in una normalità.
E quando il fumo si sarà diradato, quando le città saranno state ricostruite, i debiti rifinanziati, le frontiere ridisegnate e i sopravvissuti persuasi a chiamare pace il semplice esaurimento della guerra, qualcuno salirà su un palco a spiegare che non esisteva alternativa. Dirà che il mondo è cambiato, che le circostanze erano eccezionali, che le decisioni furono difficili e che dobbiamo guardare avanti. Non mostrerà il progetto originario, perché potrebbe non esserci mai stato nella forma immaginata dai suoi accusatori. Mostrerà soltanto il risultato, già trasformato in necessità storica. E milioni di persone, stanche di cercare responsabili, saranno grate di poter tornare al lavoro, pagare le bollette e litigare sui programmi televisivi.
È questa la parte più sinistra della storia attribuita a Pike: non la pretesa di predire profeticamente tre guerre, ma l’idea che, dopo ogni catastrofe, il potere possa presentarsi come l’unico antidoto alla catastrofe stessa. Il capolavoro consiste nel presentarsi come soluzione a un disastro, fino a convincere le vittime che rinunciare a una parte della propria libertà sia il prezzo inevitabile per tornare alla normalità. Una scelta apparentemente volontaria.
Quando una popolazione è abbastanza esausta e terrorizzata, non occorre imporle un nuovo ordine: sarà lei stessa a invocarlo, senza domandarsi chi lo abbia progettato, a vantaggio di chi e, soprattutto, quale prezzo le verrà presentato una volta cessata l’emergenza.
Ordo ab Chao. Il caos passa. Il potere resta.
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Non c’è due senza tre
E adesso, nel terzo atto, ecco il mondo contemporaneo: una distesa di conflitti, rancori storici, identità religiose trasformate in bandiere, governi che invocano la sicurezza mentre alimentano la paura e popolazioni alle quali viene chiesto di scegliere da quale parte della barricata desiderino morire. Da un lato il sionismo politico, dall’altro i suoi avversari, fra cui attori islamisti e governi che non rappresentano affatto un mondo musulmano omogeneo; in mezzo, palestinesi, israeliani, civili, ostaggi, profughi, famiglie che seppelliscono i propri figli mentre qualcuno, molto lontano dal fronte, aggiorna una presentazione strategica. Perché il mondo islamico non è un esercito unico, il sionismo non coincide con ogni cittadino israeliano e nessun popolo può essere ridotto alla volontà dei suoi dirigenti. Ma proprio questa complessità è un ostacolo fastidioso per chi ha bisogno di nemici compatti, categorie semplici e odio confezionato in formato televisivo.
La terza guerra descritta nella presunta lettera avrebbe un obiettivo ancora più ambizioso: non soltanto la vittoria di una parte sull’altra, ma l’esaurimento di tutte. Nessun vincitore autentico, nessuna pace capace di restituire ciò che è stato distrutto, nessuna società abbastanza integra da opporsi al nuovo assetto. Le nazioni sarebbero ridotte a chiedere ordine dopo aver assistito al collasso, sicurezza dopo aver imparato a temere il vicino, protezione dopo aver scoperto che ogni protezione ha un prezzo. La popolazione, stremata fisicamente, moralmente, spiritualmente ed economicamente, finirebbe per accogliere come salvatore chiunque si presentasse con una soluzione abbastanza semplice da sembrare inevitabile.
Ed eccolo, il capolavoro: non devi necessariamente conquistare un popolo se riesci a convincerlo che non può più governarsi da solo. Non devi imporgli ogni regola se lo abitui a chiedertela. Non devi neppure convincerlo che il nuovo sistema sia giusto; ti basta rendergli insopportabile l’idea di tornare al vecchio. La libertà, in simili circostanze, diventa un lusso irresponsabile, la privacy un intralcio alla sicurezza, il dissenso un rischio per la stabilità, la proprietà una variabile fiscale e la dignità un concetto da recuperare quando i mercati avranno riaperto. Il cittadino non viene trascinato necessariamente in catene: può arrivare al controllo passando dalla porta automatica, dopo aver accettato le condizioni d’uso senza leggerle.
Ordo ab Chao. Ordine dal caos. Tre parole che, nel racconto attribuito a Pike, diventano la formula di un’intera filosofia del potere: disfare il mondo affinché il mondo chieda di essere rifatto. Il caos spaventa, l’emergenza accelera, la paura semplifica. E quando milioni di persone sono abbastanza terrorizzate da desiderare una soluzione immediata, il venditore di soluzioni non deve più dimostrare che il proprio prodotto sia desiderabile. Gli basta ricordare quanto fosse terribile la situazione precedente. La pubblicità, del resto, funziona allo stesso modo: prima ti convince che ti manca qualcosa, poi ti vende il rimedio. La differenza è che, nella geopolitica, il prodotto può chiamarsi sicurezza globale e la confezione contenere un nuovo sistema di sorveglianza, un’economia d’emergenza, un equilibrio militare permanente o una concentrazione di potere che in tempi normali avrebbe incontrato qualche obiezione. Il cliente paga in libertà, il fornitore fattura in stabilità e il contratto viene firmato mentre l’edificio brucia.
Naturalmente, una formula non dimostra l’esistenza di un piano secolare e una lettera di autenticità non accertata non trasforma la storia in una riunione clandestina durata centocinquant’anni.
To be continued…
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Non c’è due senza tre
Immaginiamo che Albert Pike, nel 1871, sapesse davvero quello che scriveva. Immaginiamo che quella lettera indirizzata a Giuseppe Mazzini fosse autentica, che le tre guerre mondiali non fossero soltanto il prodotto di una ricostruzione complottista postuma, ma i capitoli di un copione consegnato al secolo successivo con la stessa disinvoltura con cui un notaio deposita un testamento. In fondo, il vantaggio dei morti è straordinario: non devono più difendersi dalle accuse, e quelli abbastanza illustri possono essere trasformati tanto in profeti quanto in mostri, a seconda delle necessità dei vivi.
Pike avrebbe descritto tre guerre, tre passaggi, tre demolizioni. Prima lo zar, poi Hitler, infine il mondo islamico contro il sionismo politico e al centro i Cristiani. In mezzo, milioni di cadaveri, imperi smontati, nazioni ricostruite, ideologie distribuite come divise militari e una popolazione mondiale progressivamente addestrata a considerare ogni catastrofe il prezzo inevitabile della propria salvezza. Un programma ambizioso, persino per un consiglio d’amministrazione contemporaneo, dove per rifare il logo di una società servono sei riunioni, tre consulenti e un’indagine di mercato, mentre per rifare il mondo basta dichiarare che il vecchio non è più sostenibile.
La prima guerra avrebbe aperto la porta della Russia. Lo zar, con tutta la sua corte, sarebbe finito nella pattumiera della storia, mentre il comunismo dei bolscevichi avrebbe trovato terreno fertile tra le macerie di un impero esausto. La rivoluzione avrebbe promesso l’emancipazione dell’uomo, la liberazione dalle catene, la fine dello sfruttamento; il risultato, nella sua versione più cupa, sarebbe stato un nuovo padrone con un vocabolario differente. Il vecchio regime comandava in nome della corona e di Dio; quello nuovo avrebbe imparato a comandare in nome del proletariato e della necessità. Cambiano i ritratti appesi alle pareti, non sempre cambia il bisogno di inginocchiarsi. L’uomo abbatte il sovrano, ne brucia le insegne e, con una certa commovente coerenza, si costruisce un altro trono. Stavolta senza croce, con il ritratto del segretario generale. La fede è stata abolita per decreto, ma il culto della persona continua a funzionare benissimo: evidentemente l’ateismo di Stato non aveva previsto la necessità umana di adorare qualcuno.
Poi sarebbe arrivata la seconda guerra, il grande macello europeo, la carneficina che avrebbe trasformato il continente in un museo di rovine e l’orrore in una categoria amministrativa. Il nazismo sarebbe stato sconfitto, il progetto sionista avrebbe trovato nuove condizioni politiche per la nascita dello Stato d’Israele nel 1948, e il Medio Oriente sarebbe entrato definitivamente nel lessico strategico delle potenze. Qui il copione immaginario di Pike avrebbe trovato la sua seconda coincidenza: un’Europa dissanguata, un popolo ebraico uscito dall’abisso dello “sterminio”, una questione palestinese sempre più centrale e un ordine internazionale che, mentre pronunciava solenni discorsi sulla pace, distribuiva riconoscimenti, protezioni, armamenti e sfere d’influenza. Il Novecento aveva appena dimostrato che cosa accade quando un’ideologia decide chi merita di esistere; il dopoguerra avrebbe dovuto insegnare il contrario. Invece la politica, che possiede una memoria selettiva e un appetito eccellente, avrebbe continuato a trasformare le tragedie in strumenti di negoziazione. La sofferenza delle vittime diventava patrimonio della coscienza universale, ma il destino dei sopravvissuti e quello di chi abitava già la terra contesa restavano materia di trattativa. La storia non ha bisogno di un burattinaio onnipotente per produrre simili contraddizioni: le basta una classe dirigente convinta che ogni principio sia sacro finché non intralcia un interesse.
To be continued…
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