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Gli appunti del cittadino

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Non devo essere d’accordo con te per difendere il tuo diritto di parlare. 🚪➡️ Membro di @italianigram

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Rintracciabile Da bambino, uscire da solo significava che nessuno sapeva esattamente dove fossi. Oggi questa idea mette ansia a molti genitori. La libertà viene concessa insieme a una condizione: porta il telefono, rispondi subito e fammi vedere dove sei. Uno studio dell’Istituto di Scienze e Tecnologie della Cognizione del CNR ha coinvolto 234 bambini tra i cinque e i dieci anni. Quasi la metà possiede già uno smartphone. L’età media del primo telefono è di 7,2 anni. Il dispositivo funziona sempre più spesso come un lasciapassare. Puoi andare dall’amico. Puoi restare a casa da solo. Puoi giocare fuori. Il genitore, intanto, continua a chiamare, scrivere e controllare. Tutti si sentono più tranquilli. Eppure l’autonomia nasce anche nei momenti in cui un bambino deve orientarsi, aspettare, risolvere un piccolo imprevisto e decidere senza ricevere subito istruzioni. Sono esperienze minuscole. Proprio per questo insegnano molto. Con il telefono sempre acceso, ogni difficoltà può essere trasferita immediatamente a un adulto. Una strada sbagliata, un ritardo, una discussione, qualche minuto di paura. Arriva una chiamata. La ricerca suggerisce che questo controllo a distanza può ridurre le occasioni di sviluppare fiducia nelle proprie capacità e imparare a gestire rischi adeguati all’età. Il bambino si muove da solo, sapendo però di essere seguito da una presenza invisibile. Anche il genitore si abitua. Se il messaggio rimane senza risposta per dieci minuti, la libertà concessa improvvisamente sembra un errore. Così il telefono entra presto nella vita del bambino in nome della sicurezza. Poi iniziano le discussioni sul tempo davanti allo schermo, sulle chat e sulla difficoltà di lasciarlo da parte. Lo abbiamo consegnato noi. Serviva a sentirci più tranquilli mentre lui cresceva. Rimane una domanda quanta autonomia può imparare un bambino, se deve restare sempre raggiungibile? Il mio primo cellulare l’ho avuto a 15 anni. Quello con accesso a Internet, forse a 20. Ma prima dei 15 anni c’era qualcosa che oggi sembra quasi impossibile ero io il responsabile di me stesso. Uscivo di casa e nessuno sapeva esattamente dove fossi. Non potevano chiamarmi ogni dieci minuti, controllare la mia posizione o mandarmi un messaggio per sapere quando sarei tornato. Dovevo pensarci io. Anche quando tornavo a casa tardi. E sì, qualche volta le buscavo pure. Ma sapevo che ogni decisione aveva delle conseguenze. Dovevo imparare a gestire il tempo, gli imprevisti e soprattutto la fiducia che i miei genitori mi concedevano. E quella sensazione di libertà era bellissima. Non so se oggi darei la stessa libertà a un figlio. Probabilmente avrei anch’io mille preoccupazioni. Però mi chiedo una cosa: se avessi avuto sempre qualcuno pronto a chiamarmi, controllarmi e risolvere ogni mio problema, sarei diventato la stessa persona? Perché a volte imparavo proprio quando nessuno poteva raggiungermi.

🌜 Buona Domenica dai Canali @italianigram 👌
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Ban Meta (Facebook) ha deciso di bannare tutti i miei account, Instagram Facebook threads e WhatsApp compreso. Anni di contat
Ban Meta (Facebook) ha deciso di bannare tutti i miei account, Instagram Facebook threads e WhatsApp compreso. Anni di contatti, comunicazioni, lavoro e relazioni. Tutto può sparire da un momento all’altro, perché un algoritmo o qualcuno dall’altra parte dello schermo ha deciso così. Ci siamo abituati a costruire pezzi interi della nostra vita su piattaforme che non ci appartengono. Investiamo tempo, energie, denaro. Creiamo relazioni, sviluppiamo attività, costruiamo comunità. Poi un giorno qualcuno preme un pulsante. Fine. E allora mi faccio una domanda: quanto controllo abbiamo davvero su ciò che pensiamo di possedere? Evidentemente molto meno di quanto immaginiamo. Per me sarà un’ottima lezione. Nel frattempo, complimenti a Meta per questa interessante lezione.

Felicità Tutti vogliono essere felici. Ma lasciate che vi faccia una domanda Fate davvero qualcosa per la vostra felicità? O aspettate semplicemente che la vita smetta di colpirvi in testa? La felicità ha componenti molto concrete. E molti di noi le distruggono con le proprie mani. Primo: la salute. Se dormite cinque ore, siete costantemente nervosi, non vi muovete e vivete con un dolore cronico, prima o poi il vostro sistema nervoso presenterà il conto. Il corpo ha bisogno di sonno, movimento e recupero adeguato. Finché ignorate tutto questo, parlare di felicità è come cercare di ristrutturare una casa mentre sta bruciando. Secondo: le persone Potete avere mille follower e centinaia di contatti, ma tornare a casa ogni sera sentendovi soli. Abbiamo bisogno di vicinanza, fiducia e della sensazione di essere compresi e accettati. Vogliamo amore, ma abbiamo paura di aprirci. Vogliamo amici, ma non chiamiamo nessuno. Vogliamo intimità, ma costruiamo muri intorno a noi. E poi ci stupiamo della nostra solitudine. Terzo: i soldi. Quando una persona pensa continuamente a come pagare l’affitto, a come curarsi i denti e a cosa fare se perde il lavoro, il suo cervello vive in modalità di minaccia La stabilità finanziaria permette di guardare al futuro con maggiore tranquillità se non c’è bisogna fare qualcosa… corsi … imparare nuovo mestiere ecc Ma anche la corsa infinita verso la ricchezza non rende più felici. Prima servono centomila euro, poi un milione, e subito dopo ci si confronta con chi ne ha dieci. I desideri crescono più velocemente della capacità di provare gratitudine. Quarto: la realizzazione personale. È importante sentire di avere un’influenza sulla propria vita, di crescere e di creare qualcosa di utile. Non è necessario costruire una multinazionale o diventare famosi. Si possono crescere dei figli, insegnare, coltivare un giardino o riparare automobili. La cosa fondamentale è sentirsi partecipi della propria vita. Passare anni a fare qualcosa che si odia e aspettarsi di essere felici è una strategia piuttosto strana Quinto: la vostra personalità (secondo me la più importante) La soddisfazione per la propria vita è legata all’ansia, alla stabilità emotiva, alla fiducia in se stessi e alla capacità di agire. Due persone possono vivere in condizioni più o meno identiche. Una vede opportunità, prova e va avanti. L’altra dubita, aspetta sempre un problema e parte già convinta che non funzionerà nulla. Con il tempo, le loro vite diventano completamente diverse. Le nostre reazioni influenzano le decisioni, le decisioni formano le circostanze e le circostanze rafforzano le nostre reazioni abituali. È così che nasce un circolo vizioso. A volte il nostro stesso carattere diventa una fonte di sofferenza. Ma le abitudini psicologiche possono cambiare, anche se servono tempo, impegno e talvolta l’aiuto di un professionista. Troppo spesso rimandiamo la felicità fino a quando non arriveranno circostanze perfette. Prima guadagnerò di più. Prima dimagrirò. Prima incontrerò qualcuno. Prima mi trasferirò. Prima finirà questo periodo difficile. E intanto la vita passa. Perciò cominciate da ciò su cui potete davvero intervenire: regolate il sonno, prendetevi cura del corpo, mettete ordine nelle vostre finanze, smettete di aggrapparvi a relazioni distruttive e trovate qualcosa che per voi abbia valore. E poi fate la cosa più difficile: guardate voi stessi. Guardate le vostre paure, le vostre abitudini, i vostri risentimenti e il modo in cui reagite al mondo. Forse una parte di ciò che vi impedisce di essere felici la portate con voi ogni giorno. E ora rispondete a voi stessi Se domani sparissero tutti i vostri problemi esterni, diventereste davvero felici? O il vostro cervello troverebbe già dopodomani nuovi motivi per lamentarsi?

Altro server A volte parli con una persona e provi una sensazione molto strana. Siete nella stessa stanza. Parlate la stessa lingua. Appartenete persino alla stessa specie. Eppure sembra che uno dei due si sia collegato al server sbagliato. Descrivete lo stesso avvenimento, ma vedete due realtà completamente diverse. E la parte più interessante è che entrambi trovate la vostra versione assolutamente evidente. In fondo, nessuno vede il mondo così com’è. Il cervello costruisce una versione personale usando esperienza, educazione, paure, desideri, ambiente e informazioni raccolte negli anni. Poi ce la mostra come se fosse la realtà originale. Di solito funziona abbastanza bene. I problemi iniziano quando una persona smette di verificare le proprie convinzioni attraverso le conseguenze. Se quello che crede non viene mai messo davvero alla prova, la sua realtà interna diventa autosufficiente. Ogni fatto contrario viene ignorato. Ogni critica nasconde un complotto. Ogni fallimento dimostra che il mondo è ingiusto. E ogni conferma, anche la più stupida, diventa una prova definitiva. Internet ha reso tutto questo molto più semplice. Una volta, chi aveva un’idea assurda doveva almeno discuterne con i vicini. Oggi può trovare in dieci minuti migliaia di persone convinte della stessa cosa e organizzare una conferenza internazionale. A quel punto nasce una piccola realtà privata. Ha i propri esperti, le proprie fonti, i propri nemici e una spiegazione pronta per qualsiasi contraddizione. C’è però una parte scomoda. Quando qualcuno ci sembra completamente scollegato dalla realtà, anche noi lo stiamo osservando attraverso il nostro modello. La nostra interpretazione ci appare trasparente soltanto perché viviamo dentro di essa da molto tempo. Forse il confine più importante passa altrove: nella capacità di cambiare idea. Una persona può credere a qualcosa di molto strano e restare intellettualmente lucida, se davanti a nuovi fatti riesce a dire: mi sbagliavo. Un’altra può sembrare razionale, istruita e perfettamente normale. Poi arriva un fatto che disturba la sua visione e quel fatto viene piegato, ridicolizzato o eliminato. È lì che una conversazione diventa impossibile. Tu pensi di discutere su ciò che è successo. L’altra persona sta difendendo le regole con cui decide che cosa può essere considerato vero. State usando le stesse parole. Solo che vivete su due server diversi.

🌜 Buona Domenica dai Canali @italianigram 👌
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Falsa sicurezza La nuova legge potrebbe rendere Internet più pericoloso per alcuni bambini. Per un motivo molto semplice: tranquillizzerà i genitori. “Ha dodici anni, i social sono vietati. Problema risolto.” Peccato che un tredicenne capace di installare una VPN probabilmente sappia anche selezionare “2008” invece di “2014”. E qui arriva la parte interessante. Come verrà verificata davvero l’età? Se basta dichiarare una data di nascita, abbiamo costruito una cassaforte e scritto la combinazione sullo sportello. Se servirà un documento o un’identità digitale, nasceranno altri problemi: privacy, dati personali e inevitabili tentativi di aggirare il sistema. I ragazzi cercheranno una porta laterale. Lo hanno sempre fatto con i divieti. La differenza è che questa volta molti genitori potrebbero smettere di guardare. Perché la sensazione che “ci pensa la legge” è molto più comoda che conoscere le app, controllare, discutere, mettere limiti e diventare per qualche ora il genitore più odiato della casa. Il rischio vero è questo: figli convinti di saper fregare il sistema. Genitori convinti che il sistema protegga i figli. E in mezzo uno smartphone che continua tranquillamente a fare il suo lavoro.

🌜 Buona Domenica dai Canali @italianigram 👌
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Onestà Ho lasciato la macchina dal meccanico per il tagliando per due giorni. L’ho consegnata con una certa quantità di gasolio (fotograffata). La riprendo e mi accorgo che mancano circa 300 km di autonomia. Sono circa 15-17 litri Chiamo l’addetta - e normale che 2 giorni fa c’erano 300km più di autonomia? (Faccio vedere la foto del livello del carburante) Risposta: - I km totali corrispondono. E noi abbiamo fatto un giro di prova per vedere se era tutto a posto. All’inizio mi sono insospettito xke quel giro di prova poteva distare da Modena a Bergamo andata e ritorno Poi ci ho pensato: poteva andare peggio. Potevano aggiungere dell’acqua per far segnare al livello del carburante la stessa quantità di prima. Quindi, tutto sommato, l’officina è onesta. È solo che è evaporato un po di gasolio. La cosa interessante, però, non sono nemmeno i 15 litri. La domanda è un’altra: quanto vale la giustizia quando il danno economico non è abbastanza grande da giustificare una polemica Per 20 o 30 euro vale la pena discutere, perdere tempo, insistere, chiedere spiegazioni e rovinarsi la giornata? Oppure a un certo punto lasci perdere? Ed è proprio qui che nasce il problema, perché se lasci perdere non significa necessariamente che quei soldi non abbiano valore. Può significare semplicemente che difendere un principio costa più del danno stesso. Poi c’è un altro dettaglio interessante: l’asimmetria dell’informazione. Per due giorni loro sanno esattamente cosa è successo alla macchina. Io no. Io vedo soltanto due momenti: prima e dopo. Tra quei due momenti esiste uno spazio al quale io non ho accesso, mentre loro sì. Ed è una situazione molto comune: il meccanico sa più del cliente, il medico sa più del paziente, il programmatore sa più del cliente che gli affida un progetto. Quando una parte sa molto più dell’altra, la fiducia diventa parte del servizio. Ed è forse questo il punto principale. Quando lasci la tua macchina in officina, non consegni soltanto delle chiavi. Consegni temporaneamente a qualcuno il controllo di una cosa che è tua e accetti di non poter vedere tutto quello che succede. Per questo la fiducia ha valore. Perché una società nella quale devi fotografare ogni volta il contachilometri, il livello del carburante, la carrozzeria e possibilmente anche montare una telecamera dentro la macchina sarebbe una società molto efficiente. Ma anche leggermente triste.

Intimità Forse abbiamo creato per la prima volta un interlocutore a cui possiamo raccontare tutto proprio perché non vuole niente da noi. Le persone hanno quasi sempre un costo emotivo. Richiedono attenzione in cambio. Spiegazioni. Gratitudine. La reazione giusta. A volte persino una versione di noi che sia più facile da digerire. Anche l’amore produce conseguenze. Lo dici a tua madre e quella notte non dorme. Lo dici a un amico e da quel momento ti guarda in modo diverso. Lo dici al tuo coniuge e quella frase potrebbe tornare fuori mesi dopo Una macchina non porta a casa la tua confessione. Ed è qui che nasce una domanda piuttosto scomoda. Forse le persone si confidano con l’intelligenza artificiale perché, parlandole, scoprono quanto può essere faticoso parlare con un essere umano. Per millenni abbiamo associato l’intimità alla capacità di raccontarsi. Forse la sua risorsa più rara è sempre stata un’altra riuscire a reggere la verità di qualcuno per cinque minuti senza interromperla, aggiustarla, giudicarla o trasformarla nella propria storia.

🌜 Buona Domenica dai Canali @italianigram 👌
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Giusto per ricordare i bei tempi
Giusto per ricordare i bei tempi

Calcolo Facciamo un calcolo molto semplice. Una giornata ha 24 ore. In media, per dormire decentemente, ce ne servono circa 8. 24 meno 8 fa 16. Quindi, tecnicamente, ogni giorno non hai 24 ore a disposizione. Ne hai 16. E questa cosa si ripete ogni singolo giorno della tua vita. Non puoi negoziare con il corpo. Non puoi convincerlo che hai troppi progetti, troppe idee o troppa voglia di fare. A un certo punto devi dormire. Quindi circa un terzo della tua vita se ne va così. Dormendo. Ora prendiamo una vita di 70 anni, senza fare troppo gli ottimisti. Un terzo sono circa 23 anni. Restano 47. Ma il problema è che neanche quei 47 anni sono davvero tutti tuoi. Perché a che età inizi veramente a capire che questa è la tua vita? Che sei tu quello che deve decidere cosa farne? Che nessuno arriverà a costruirtela al posto tuo? Personalmente penso che questa consapevolezza arrivi piuttosto tardi. Facciamo comunque un calcolo generoso e diciamo che a 20 anni hai già capito tutto. (Impossibile) A quel punto devi togliere ancora tutti gli anni precedenti, quelli in cui vivevi più per inerzia che per scelta. E alla fine rimangono circa 34 anni. 34 anni in cui puoi davvero scegliere. Sembra tanto finché non inizi a dividerli. Lavoro. Traffico Spesa Faccende Telefono Serie TV (better call soul e breaking bad) ne vale la pena 😅 Scroll infinito Persone che non sopporti. Cose che fai solo perché “si fa così”. E improvvisamente quei 34 anni iniziano a sembrare molto più piccoli. La cosa interessante è che continuiamo comunque a comportarci come se avessimo tempo infinito. “Lo farò più avanti.” “Quando sarò pronto.” “Quando avrò più soldi.” “Quando avrò meno paura.” “Quando sarà il momento giusto.” Poi passano cinque anni. Poi altri cinque. Ed eccoti lì, ancora ad aspettare il momento perfetto come se qualcuno ti avesse promesso una seconda partita. Non voglio trasformare questa cosa nel solito discorso motivazionale del tipo “molla tutto e insegui i tuoi sogni”. Sarebbe da fuffaguru Ma forse vale la pena ricordarsi ogni tanto che il tempo che possiamo usare consapevolmente è molto più corto di quello che immaginiamo. Se avessi davvero solo 34 anni da vivere come vuoi tu, cosa continueresti a rimandare?

🌜 Buona Domenica dai Canali @italianigram 👌
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Comunicazione Ho notato una cosa piuttosto ironica. Più entro nel mondo affari, del design, dello sviluppo e, in generale, nel tentativo di costruire qualcosa di mio, più mi rendo conto che praticamente tutto gira intorno alla comunicazione. Vendere significa comunicare. Negoziare significa comunicare. Gestire le persone significa comunicare. Lavorare con i clienti significa comunicare. Riuscire a spiegare un’idea in modo che un’altra persona ne percepisca il valore significa, ancora una volta, comunicare. Perfino la sicurezza in se stesso, in parte, nasce dal modo in cui parliamo con noi stessi. E in mezzo a tutto questo ci sono io, un introverso selvaggio che in un mondo ideale preferirebbe ricevere un brief fatto bene, chiudersi da qualche parte con un computer per otto ore, fare tutto come si deve e possibilmente non parlare con nessuno. Scelta professionale perfetta, ovviamente Soprattutto considerando che ho deciso di costruire la mia agenzia digitale lavorare con clienti, vendere idee, presentare soluzioni, fare video e ogni tanto spiegare alle persone perché un logo da 50 euro e un lavoro di branding sono due cose leggermente diverse. Per molto tempo pensavo che fosse sufficiente fare bene il proprio lavoro e che le persone avrebbero capito tutto da sole. Non funziona così. Se non sai spiegare il valore del tuo lavoro, per l’altra persona quel valore quasi non esiste. Se non sai trasmettere un’idea, quell’idea rimane soltanto nella tua testa. Se non sai comunicare con le persone, anche un ottimo prodotto può morire tranquillamente da qualche parte tra il primo messaggio del cliente e la frase Ci penso Quindi ultimamente sto arrivando a una conclusione abbastanza strana per uno come me: un introverso non deve per forza trasformarsi in quello che entra in una stanza e dopo cinque minuti è già amico del barista, del direttore e del cane del direttore. Però imparare a parlare bene, ascoltare, spiegare, negoziare e difendere le proprie idee diventa inevitabile Perché possiamo amare quanto vogliamo i computer per il semplice fatto che non fanno small talk, ma per qualche motivo sono ancora le persone a decidere dove vanno i soldi

Lavoro totale Una delle prime domande che facciamo a una persona appena conosciuta è: “Che lavoro fai?” La risposta ci aiuta subito a collocarla. Reddito probabile, istruzione, ambiente sociale, perfino quanto rispetto concederle. Il lavoro paga la casa, il cibo e il futuro. Fin qui è comprensibile. Poi gli abbiamo affidato anche tutto il resto. Deve darci identità, autostima, amici, disciplina, una ragione per alzarci e possibilmente la sensazione di lasciare un segno nel mondo. Un contratto con parecchie responsabilità. Così, quando qualcuno perde il lavoro, perde spesso molto più dello stipendio. Spariscono gli orari, il ruolo, i colleghi e la risposta pronta alla domanda “Tu cosa fai?” Le ricerche collegano la disoccupazione a un rischio maggiore di ansia e depressione. La pressione economica pesa, insieme alla perdita di struttura e di appartenenza. Anche chi lavora può restare intrappolato nello stesso meccanismo. Se il lavoro va bene, si sente valido. Se rallenta, si sente inutile. Se un collega avanza, la sconfitta diventa personale. Se arriva il licenziamento, sembra quasi una cancellazione. Nel frattempo ripetiamo che la vita privata viene prima. Poi chiediamo alle persone di presentarsi con una professione, misuriamo le giornate attraverso la produttività e trattiamo il riposo come un premio da meritare. Persino gli hobby devono produrre qualcosa. Correre diventa prestazione. Leggere diventa una lista. Cucinare diventa contenuto. Riposare richiede una giustificazione. Forse abbiamo caricato il lavoro di troppe funzioni perché costruire il resto richiede tempo: amicizie, comunità, interessi, silenzio, una vita che continui ad avere forma anche quando il badge smette di funzionare. Il lavoro resta importante. Molto. Fa impressione, però, vedere quanta parte di una persona può scomparire insieme a un indirizzo email aziendale.

🌜 Buona Domenica dai Canali @italianigram 👌
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Consiglio inverso Per anni gli influencer ci hanno spiegato cosa comprare. Una crema miracolosa. Una borraccia indispensabile. Un altro paio di scarpe quasi identico a quello che abbiamo già. Adesso è arrivato il deinfluencing. Il video comincia con una promessa rassicurante: “Ti dirò cosa evitare”. Finalmente qualcuno dalla nostra parte. In Italia molte persone dichiarano di voler resistere maggiormente alle spinte consumistiche dei social. Così compaiono creator che criticano prodotti virali, smontano mode e mostrano oggetti rimasti inutilizzati dopo l’acquisto. Li ascoltiamo volentieri. Sembrano più sinceri. Alcuni studi recenti confermano questa impressione: chi sconsiglia prodotti viene spesso percepito come più credibile rispetto all’influencer tradizionale. La fiducia sale. Poi arriva il video successivo. “Questa crema è inutile. Prendi quella.” “Quella borsa costa troppo. Qui trovi un’alternativa.” “Evita questo prodotto. Nel mio profilo trovi quello che uso io.” Il carrello torna a riempirsi con una coscienza molto più tranquilla. C’è qualcosa di geniale nel modo in cui il mercato assorbe ogni ribellione. Anche il rifiuto diventa contenuto. Anche la moderazione produce visualizzazioni. Persino il consiglio di comprare meno può prepararci alla prossima vendita. E funziona proprio perché abbassiamo la guardia. Quando qualcuno ci sconsiglia tre prodotti, la quarta raccomandazione sembra meritata. Pensiamo di aver trovato una persona onesta. Gli esperimenti mostrano che questa fiducia può rendere più persuasive le promozioni che arriveranno dopo. Così continuiamo a delegare la scelta. Prima chiedevamo a internet cosa desiderare. Ora chiediamo cosa smettere di desiderare. In entrambi i casi, aspettiamo che sia qualcun altro a dircelo.