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Gli appunti del cittadino

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Comunicazione Ho notato una cosa piuttosto ironica. Più entro nel mondo affari, del design, dello sviluppo e, in generale, nel tentativo di costruire qualcosa di mio, più mi rendo conto che praticamente tutto gira intorno alla comunicazione. Vendere significa comunicare. Negoziare significa comunicare. Gestire le persone significa comunicare. Lavorare con i clienti significa comunicare. Riuscire a spiegare un’idea in modo che un’altra persona ne percepisca il valore significa, ancora una volta, comunicare. Perfino la sicurezza in se stesso, in parte, nasce dal modo in cui parliamo con noi stessi. E in mezzo a tutto questo ci sono io, un introverso selvaggio che in un mondo ideale preferirebbe ricevere un brief fatto bene, chiudersi da qualche parte con un computer per otto ore, fare tutto come si deve e possibilmente non parlare con nessuno. Scelta professionale perfetta, ovviamente Soprattutto considerando che ho deciso di costruire la mia agenzia digitale lavorare con clienti, vendere idee, presentare soluzioni, fare video e ogni tanto spiegare alle persone perché un logo da 50 euro e un lavoro di branding sono due cose leggermente diverse. Per molto tempo pensavo che fosse sufficiente fare bene il proprio lavoro e che le persone avrebbero capito tutto da sole. Non funziona così. Se non sai spiegare il valore del tuo lavoro, per l’altra persona quel valore quasi non esiste. Se non sai trasmettere un’idea, quell’idea rimane soltanto nella tua testa. Se non sai comunicare con le persone, anche un ottimo prodotto può morire tranquillamente da qualche parte tra il primo messaggio del cliente e la frase Ci penso Quindi ultimamente sto arrivando a una conclusione abbastanza strana per uno come me: un introverso non deve per forza trasformarsi in quello che entra in una stanza e dopo cinque minuti è già amico del barista, del direttore e del cane del direttore. Però imparare a parlare bene, ascoltare, spiegare, negoziare e difendere le proprie idee diventa inevitabile Perché possiamo amare quanto vogliamo i computer per il semplice fatto che non fanno small talk, ma per qualche motivo sono ancora le persone a decidere dove vanno i soldi
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Lavoro totale Una delle prime domande che facciamo a una persona appena conosciuta è: “Che lavoro fai?” La risposta ci aiuta subito a collocarla. Reddito probabile, istruzione, ambiente sociale, perfino quanto rispetto concederle. Il lavoro paga la casa, il cibo e il futuro. Fin qui è comprensibile. Poi gli abbiamo affidato anche tutto il resto. Deve darci identità, autostima, amici, disciplina, una ragione per alzarci e possibilmente la sensazione di lasciare un segno nel mondo. Un contratto con parecchie responsabilità. Così, quando qualcuno perde il lavoro, perde spesso molto più dello stipendio. Spariscono gli orari, il ruolo, i colleghi e la risposta pronta alla domanda “Tu cosa fai?” Le ricerche collegano la disoccupazione a un rischio maggiore di ansia e depressione. La pressione economica pesa, insieme alla perdita di struttura e di appartenenza. Anche chi lavora può restare intrappolato nello stesso meccanismo. Se il lavoro va bene, si sente valido. Se rallenta, si sente inutile. Se un collega avanza, la sconfitta diventa personale. Se arriva il licenziamento, sembra quasi una cancellazione. Nel frattempo ripetiamo che la vita privata viene prima. Poi chiediamo alle persone di presentarsi con una professione, misuriamo le giornate attraverso la produttività e trattiamo il riposo come un premio da meritare. Persino gli hobby devono produrre qualcosa. Correre diventa prestazione. Leggere diventa una lista. Cucinare diventa contenuto. Riposare richiede una giustificazione. Forse abbiamo caricato il lavoro di troppe funzioni perché costruire il resto richiede tempo: amicizie, comunità, interessi, silenzio, una vita che continui ad avere forma anche quando il badge smette di funzionare. Il lavoro resta importante. Molto. Fa impressione, però, vedere quanta parte di una persona può scomparire insieme a un indirizzo email aziendale.
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Consiglio inverso Per anni gli influencer ci hanno spiegato cosa comprare. Una crema miracolosa. Una borraccia indispensabile. Un altro paio di scarpe quasi identico a quello che abbiamo già. Adesso è arrivato il deinfluencing. Il video comincia con una promessa rassicurante: “Ti dirò cosa evitare”. Finalmente qualcuno dalla nostra parte. In Italia molte persone dichiarano di voler resistere maggiormente alle spinte consumistiche dei social. Così compaiono creator che criticano prodotti virali, smontano mode e mostrano oggetti rimasti inutilizzati dopo l’acquisto. Li ascoltiamo volentieri. Sembrano più sinceri. Alcuni studi recenti confermano questa impressione: chi sconsiglia prodotti viene spesso percepito come più credibile rispetto all’influencer tradizionale. La fiducia sale. Poi arriva il video successivo. “Questa crema è inutile. Prendi quella.” “Quella borsa costa troppo. Qui trovi un’alternativa.” “Evita questo prodotto. Nel mio profilo trovi quello che uso io.” Il carrello torna a riempirsi con una coscienza molto più tranquilla. C’è qualcosa di geniale nel modo in cui il mercato assorbe ogni ribellione. Anche il rifiuto diventa contenuto. Anche la moderazione produce visualizzazioni. Persino il consiglio di comprare meno può prepararci alla prossima vendita. E funziona proprio perché abbassiamo la guardia. Quando qualcuno ci sconsiglia tre prodotti, la quarta raccomandazione sembra meritata. Pensiamo di aver trovato una persona onesta. Gli esperimenti mostrano che questa fiducia può rendere più persuasive le promozioni che arriveranno dopo. Così continuiamo a delegare la scelta. Prima chiedevamo a internet cosa desiderare. Ora chiediamo cosa smettere di desiderare. In entrambi i casi, aspettiamo che sia qualcun altro a dircelo.
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Tentativi Tra tutte le cose che il denaro può comprare, ce n’è una di cui si parla poco. La possibilità di sbagliare. Quando una persona guadagna appena abbastanza per pagare affitto, bollette, cibo e qualche piccola distrazione, ogni esperimento diventa un rischio serio. Cambiare lavoro. Aprire un’attività. Trasferirsi. Frequentare un corso. Investire in un progetto. Persino prendersi qualche mese per capire cosa fare della propria vita. Tutto costa. E se qualcosa va male, i soldi scompaiono. Per recuperarli possono servire mesi o anni di lavoro. A quel punto arriva il solito giudizio: non hai abbastanza coraggio. Devi uscire dalla tua zona di comfort. Devi rischiare. Devi credere maggiormente in te stesso. Certo. È facile amare il rischio quando una sconfitta significa perdere una parte dei risparmi. È molto diverso quando significa non riuscire a pagare l’affitto. Chi ha denaro può provare oggi, fallire domani e ricominciare lunedì. Apre un’azienda. Va male. Ne apre un’altra. Sbaglia settore. Cambia soci. Perde soldi. Impara. Riprova. Al quarto tentativo, magari, trova qualcosa che funziona. Gli altri spesso hanno una possibilità sola. Una. E devono usarla bene, perché nessuno pagherà il prezzo dell’esperienza al posto loro. Poi guardiamo il risultato finale e raccontiamo una bella storia sul talento, sulla disciplina e sulla capacità di vedere opportunità dove gli altri vedevano problemi. Dimenticando un dettaglio piuttosto comodo: quella persona ha potuto sbagliare abbastanza volte da diventare brava. Anche il coraggio cambia quando il conto corrente è pieno. Per qualcuno rischiare significa rinunciare a una vacanza. Per un altro significa tornare a vivere con i genitori, accumulare debiti o saltare i pasti. Eppure li giudichiamo come se stessero giocando la stessa partita. Diciamo ai poveri di essere più intraprendenti. Di investire. Di costruire qualcosa. Di non avere paura. Con quali soldi? Il meccanismo è quasi perfetto. Per uscire dalla povertà serve la possibilità di provare. La povertà, però, punisce ogni tentativo fallito con una brutalità che chi possiede capitale difficilmente conosce. Il ricco può trasformare dieci fallimenti in esperienza. Il povero deve trasformare un solo tentativo in salvezza. Poi, se non ci riesce, gli spieghiamo che gli mancava la mentalità giusta. Eppure, nonostante tutto, continuo a credere che una via d’uscita esista. Ma non è rapida, né semplice: ha un costo alto, e quel costo è il tempo. Anche lavorando su due lavori, si può provare lentamente, con cautela, a muoversi verso la propria direzione, un passo alla volta. Il problema è che non tutti sono pronti o in grado ... di sostenere un percorso così lungo e incerto, dove i progressi sono piccoli e la fatica è costante, senza garanzie di arrivo.
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Vacanza obbligatoria Nel post precedente parlavo di una scena: gli italiani scappano dai prezzi italiani, mentre francesi, tedeschi e spagnoli arrivano qui, probabilmente in fuga dai prezzi di casa loro. Ma c’è una domanda che viene ancora prima. Perché ad agosto sentiamo tutti questo bisogno di partire? Milioni di persone fanno la stessa cosa nello stesso momento. Preparano le valigie, caricano la macchina, entrano nel traffico e si dirigono verso luoghi già pieni di altre persone che hanno avuto esattamente la stessa idea. Gli alberghi costano di più. I ristoranti sono affollati. Per raggiungere una spiaggia bisogna svegliarsi presto, cercare parcheggio, pagare un ombrellone e difendere mezzo metro di sabbia come se fosse proprietà di famiglia. E per riuscire a partire c’è anche chi chiede un prestito, usa la carta di credito o paga tutto a rate. Qualunque soluzione va bene, purché alla domanda “Dove vai quest’estate?” non si debba rispondere: “Da nessuna parte”. Poi iniziano le lamentele. Troppa gente. Troppo caldo. Troppo traffico. Prezzi assurdi. Servizio lento. Bambini che urlano. Musica ovunque. E viene spontaneo chiedersi: se tutto questo è così insopportabile, perché continuiamo ad andarci? La risposta più comune è: perché finalmente siamo in vacanza. mah , considerando che per arrivare a quel momento abbiamo passato settimane a cercare, confrontare, prenotare e discutere. In alcuni casi anche a preoccuparci di come pagare tutto. E una volta arrivati dobbiamo rispettare programmi, orari e prenotazioni. Colazione entro le dieci. Spiaggia prima che finisca il parcheggio. Pranzo già deciso. Cena prenotata tre giorni prima. Foto al tramonto. Passeggiata serale nella stessa via in cui passeggiano tutti. Riposarsi diventa un lavoro organizzato con grande precisione. C’è anche una certa pressione. Ad agosto bisogna partire. Restare a casa sembra quasi una confessione: non puoi permettertelo, non hai amici oppure non sai goderti la vita. Così molte persone preferiscono spendere troppo, tornare stanche e magari continuare a pagare la vacanza nei mesi successivi. Perché una vacanza deve essere visibile. Deve avere un posto riconoscibile, qualche fotografia e una risposta pronta quando qualcuno chiederà: “Dove sei stato?” Dire “sono rimasto a casa, ho dormito e stavo bene” suona ancora stranamente sospetto e offensivo Nel post precedente cercavamo un posto dove i turisti non venissero trattati come portafogli. Forse continuiamo a non trovarlo perché partiamo tutti nello stesso momento, accettiamo qualsiasi prezzo e abbiamo troppa paura di restare a casa. Poi torniamo al lavoro e diciamo di aver bisogno di qualche giorno per riprenderci dalle vacanze. E nessuno sembra trovare la cosa particolarmente strana.
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Altrove Ad agosto succede una cosa curiosa. Molti italiani guardano i prezzi degli alberghi, dei ristoranti e degli stabilimenti balneari e decidono che è arrivato il momento di scappare. Albania. Croazia. Grecia. Qualunque posto dove una cena sembri costare meno e una camera non richieda un piccolo finanziamento. Poi iniziano le lamentele. Gli albergatori italiani sono diventati avidi. I ristoratori vogliono guadagnare in tre mesi quello che normalmente si guadagna in un anno. Le località turistiche pensano soltanto a spennare chi arriva. Probabilmente, in molti casi, hanno anche ragione. Eppure, mentre alcuni italiani partono indignati, in Italia continuano ad arrivare francesi, tedeschi, spagnoli, inglesi. Li vedo seduti negli stessi ristoranti considerati troppo cari. Dormono negli stessi alberghi accusati di aver perso ogni contatto con la realtà. Pagano, fotografano il mare e sembrano persino contenti. E allora viene una domanda. Perché vengono qui? Forse anche loro, a casa propria, guardano i prezzi di agosto e si lamentano. Forse anche in Francia qualcuno accusa i ristoratori francesi di essere avidi. In Germania ci sarà chi trova assurdo spendere così tanto per restare nel proprio paese. In Spagna qualcuno dirà che le località turistiche sono ormai fatte soltanto per gli stranieri. Così il francese viene in Italia, l’italiano parte per l’Albania, il tedesco cerca la Spagna e lo spagnolo magari sogna la Grecia. Ognuno fugge dai prezzi di casa propria e finisce per pagare quelli di qualcun altro. La distanza aiuta. Una spesa fatta vicino a casa sembra un abuso. La stessa cifra pagata all’estero diventa esperienza, viaggio, ricordo. Anche l’avidità cambia passaporto con una facilità sorprendente. Quella dei nostri imprenditori ci irrita. Quella degli altri la chiamiamo economia turistica, alta stagione o semplicemente vacanza. Forse ad agosto il mondo intero fa lo stesso movimento: si lamenta di casa propria e parte verso la casa di qualcun altro. Convinto, almeno per qualche giorno, di aver trovato il posto dove nessuno cerca di guadagnare sui turisti.
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Soglia Un ragazzo apre un gioco sul telefono. Entra per passare dieci minuti. C’è una ricompensa giornaliera, una ruota da girare, una cassa da aprire. Tutto lampeggia al momento giusto. All’inizio bastano pochi tocchi. Poi arriva un’offerta che scade tra cinque minuti. Un euro per avanzare prima. Tre euro per un pacchetto dal contenuto sconosciuto. La possibilità di trovare qualcosa di raro tiene gli occhi sullo schermo. Secondo una recente indagine dell’Istituto Superiore di Sanità, più di uno studente italiano su sei tra gli 11 e i 17 anni presenta almeno un comportamento a rischio legato a social, gaming o gioco d’azzardo. Lo studio ha coinvolto oltre 18.000 ragazzi. Tra gli 11 e i 13 anni, il 10,6% dichiara di aver giocato d’azzardo nell’ultimo anno. Tra i 14 e i 17 anni la quota arriva al 22,1%. Il gioco d’azzardo è vietato ai minori. I numeri restano lì. Nel gaming problematico quasi uno studente su due ha speso denaro per avanzare più velocemente o ottenere vantaggi. Dentro ci sono anche le loot box: compri una scatola digitale e scopri dopo cosa hai ricevuto. Un adolescente impara presto il linguaggio. Bonus. Crediti. Skin. Drop. Jackpot. Perdita. Riprova. Ogni parola rende il gesto più normale e il denaro meno reale. Gli adulti vedono un ragazzo seduto in camera. Silenzioso. Al sicuro. Intanto qualcuno sta misurando ogni secondo della sua attenzione, ogni esitazione e ogni acquisto. Quando il sonno peggiora, lo studio rallenta e il carattere cambia, iniziano le discussioni. Si parla di disciplina, di limiti, di telefoni sequestrati. Quasi sempre si arriva quando il meccanismo ha già imparato molto bene come trattenere quella persona. Dietro lo schermo lavorano squadre intere. Studiano colori, suoni, premi variabili, paura di perdere un’occasione. Dall’altra parte c’è spesso un bambino con la carta collegata al profilo di famiglia. Poi ci sorprendiamo quando non riesce a fermarsi. La soglia viene attraversata in silenzio. Una partita in più. Un acquisto piccolo. Una notte con il telefono sotto il cuscino. Il giorno dopo ricomincia tutto con una ricompensa per essere tornato. Abbiamo permesso a sistemi progettati per trattenere le persone di entrare nelle camere dei ragazzi. Adesso chiediamo ai ragazzi di avere più autocontrollo di chi quei sistemi li ha costruiti.
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Pausa Ci sono momenti della giornata che durano meno di un minuto. L’ascensore che sale. La fila alla cassa. Il caffè che esce lentamente dalla macchina. Appena si apre uno di questi piccoli vuoti, la mano cerca il telefono. A volte lo faccio anch’io senza avere niente da controllare. Lo schermo si accende e solo dopo arriva la domanda: cosa volevo vedere? Di solito niente di preciso. Una notifica già letta, una chat silenziosa, qualche video scelto da qualcun altro. Basta che quei quaranta secondi abbiano qualcosa dentro. Un’indagine condotta su 3.551 persone racconta che il 94% ha sentito almeno una volta il bisogno di passare meno tempo online. Tra gli under 30, il 52% dice di non riuscire davvero a ridurlo. Mi colpisce quanto sia familiare questa sensazione. Arriviamo a sera stanchi degli schermi e durante la giornata li cerchiamo in ogni pausa. Il gesto parte prima della decisione. Forse abbiamo perso un po’ l’abitudine all’attesa. Guardare fuori dal finestrino. Restare seduti mentre arriva qualcuno. Finire un caffè senza accompagnarlo con altre voci. All’inizio il silenzio sembra vuoto. Dopo qualche secondo cominciano a comparire pensieri lasciati a metà, una cosa dimenticata, un dettaglio della stanza. A volte compare soltanto noia. Anche la noia aveva un posto nelle giornate. Da lì partivano telefonate, idee inutili, passeggiate, sonnellini. Adesso spesso dura il tempo necessario per sbloccare lo schermo. Capisco perché succede. Il telefono offre sempre una porta aperta. Entrare è facile, soprattutto quando stare fermi crea un piccolo disagio. Ogni tanto capita che la batteria finisca o che il telefono rimanga in un’altra stanza. Nei primi minuti manca qualcosa. Poi la giornata riprende una forma più lenta. Il vuoto torna a essere visibile. Non succede niente di speciale. Passa un minuto, arriva l’ascensore, il caffè è pronto. E per una volta eravamo lì mentre accadeva.
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Assenza In alcuni gruppi Facebook le persone pubblicano vecchie fotografie di chi è morto. Chiedono di togliere una macchia, recuperare un volto, aggiungere colore. A volte chiedono anche di far muovere l’immagine. Capisco questo gesto. Quando qualcuno se ne va, ogni dettaglio rimasto acquista un peso strano. Una fotografia sfocata può diventare una delle poche cose che abbiamo ancora paura di perdere. Per anni abbiamo tenuto questi ricordi nei cassetti. Li tiravamo fuori ogni tanto, cercando un’espressione conosciuta. Oggi possiamo intervenire su quella stessa immagine e avvicinarla a come la ricordiamo. La tecnologia entra così in un momento molto privato. Tocca il volto di una persona che abbiamo amato e prova a restituirci qualcosa di familiare. Vedere quel volto più nitido può dare sollievo. Vederlo muoversi può fare un effetto difficile da spiegare. Per qualche secondo il ricordo sembra avere un tempo presente. Mi chiedo cosa succede dentro di noi in quel momento. Quanto appartiene alla memoria e quanto al desiderio di rivedere ancora una volta ciò che conoscevamo. Forse dipende dalla storia di ciascuno. C’è chi trova conforto in un’immagine restaurata e chi preferisce lasciare una fotografia con tutti i segni del tempo. Anche il modo di vivere un’assenza è personale. Qualcuno parla ogni giorno con chi ha perso. Qualcuno evita perfino di pronunciarne il nome. Qualcuno apre una vecchia foto e rimane lì. Mi colpisce il fatto che continuiamo a cercare una presenza negli oggetti. Lo facevamo con le lettere, con i vestiti, con una voce registrata male. Ora lo facciamo anche con un algoritmo. Una fotografia, in fondo, ha sempre fermato un istante. Adesso può sorridere, girare la testa, guardarci per qualche secondo. Poi lo schermo si spegne. La stanza torna uguale. Rimane quella sensazione difficile da nominare: per un momento abbiamo visto qualcosa muoversi, mentre il tempo continuava ad andare avanti.
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Oggi volevo parlare dei test della personalità, visto che ultimamente ne parlano tutti. La cosa buffa è vedere quante persone ne siano entusiaste: rispondono a qualche domanda e, quattro lettere dopo, hanno finalmente scoperto chi sono. Anche qui non è cosi semplice. https://telegra.ph/Test-Inutili-07-23
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Contro Mi capita spesso di osservare una cosa: molte persone vedono il dissenso come qualcosa di negativo. Eppure, guardando meglio, sembra che il consenso venga spesso scambiato per equilibrio. Come se essere d’accordo fosse automaticamente un segno di lucidità, mentre il dubbio diventasse un difetto. C’è anche un’altra tendenza: le opinioni arrivano già pronte. Già filtrate approvate e accompagnate da istruzioni implicite su cosa pensare, chi sostenere e chi criticare. In questi casi, non si chiede davvero di riflettere. Si chiede di aderire. E quando qualcuno prova a mettere in discussione, succede qualcosa di magico non si discute l’idea ma si mette in discussione la persona. C’è poi un altro schema ricorrente. Insieme a un’opinione viene spesso imposto anche il perimetro entro cui è “accettabile” ragionare. Le domande scomode spariscono, le prospettive alternative vengono ridicolizzate e dubbio viene trattato come un problema. Così non sembra che si stia cercando la verità. Sembra piuttosto che si stia cercando conferma. Osservando le persone, noto anche quanto sia raro il tentativo di guardare una situazione da più punti di vista. Eppure la realtà, quasi sempre, è più complessa di uno slogan o di una posizione netta. C’è una dinamica curiosa: qualcuno viene considerato “libero” finché arriva alle stesse conclusioni degli altri. Appena devia, diventa “problematico. “provocatore” o addirittura “pericoloso”. Nel tempo, diventa evidente anche un’altra cosa: il consenso non rende vera un’idea, così come l’isolamento non la rende falsa. Ma spesso si continua a comportarsi come se fosse così. Osservando queste dinamiche, emerge quanto sia difficile per molti cambiare idea. Non tanto di fronte a nuovi argomenti, quanto piuttosto quando cambia il clima generale. Molti, infatti, sembrano modificare la propria posizione solo quando cambia la maggioranza. Ed è forse anche per questo che, in certe situazioni, il dissenso non è tanto una scelta quanto una conseguenza naturale dell’osservazione.
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