Gli appunti del cittadino
Відкрити в Telegram
Non devo essere d’accordo con te per difendere il tuo diritto di parlare. 🚪➡️ Membro di @italianigram
Показати більше696
Підписники
Немає даних24 години
Немає даних7 днів
+1130 днів
Архів дописів
500 euro per aiutare le persone a sostenere il costo dell’installazione.
Il problema era quello che osservavo sul mercato.
Normalmente, l’installazione di un impianto relativamente semplice costava intorno ai 1.800–2.000 euro.
Ma quando arrivavano gli incentivi, improvvisamente comparivano preventivi da 3.500 euro.
Curioso, vero?
Lo Stato ti mette a disposizione 1.500 euro per aiutarti a risparmiare e il prezzo del servizio aumenta più o meno della stessa cifra.
Alla fine, il beneficio economico destinato al cittadino rischia di finire direttamente nelle tasche di chi vende il servizio.
Naturalmente non sto dicendo che tutti gli installatori si comportassero così. Sto raccontando quello che ho osservato personalmente e il meccanismo che mi ha colpito.
Perché il principio è sempre lo stesso.
Se qualcuno vuole risparmiare, c’è sempre qualcun altro pronto a guadagnare sul suo risparmio.
Se qualcuno vuole iniziare a lavorare e guadagnare, c’è sempre qualcuno che pretende un pagamento per permettergli di cominciare.
Se lo Stato cerca di aiutare economicamente un cittadino, c’è il rischio che qualche intermediario trovi il modo di assorbire una parte di quell’aiuto.
E tutto questo viene accompagnato da spiegazioni, regolamenti, procedure, condizioni commerciali e bellissime parole sulla qualità del servizio.
Io capisco perfettamente che le aziende debbano guadagnare.
Ma vorrei capire una cosa: quando abbiamo cominciato a considerare normale guadagnare soprattutto sugli ostacoli che incontrano gli altri?
Perché è proprio questo che mi manda fuori di testa.
Più una procedura è complicata, più diventa facile vendere a qualcuno la soluzione.
Più una persona è confusa, più è disposta a pagare pur di risolvere il problema.
E così, invece di eliminare le complicazioni inutili, finiamo per costruirci intorno interi modelli di business.
Perché tante persone rinuncino ancora prima di cominciare.
Ma come possiamo stupirci?
Se ogni volta che qualcuno cerca di creare qualcosa deve attraversare un labirinto di intermediari, autorizzazioni, verifiche e servizi a pagamento, è evidente che stiamo rendendo tutto inutilmente più difficile.
E la cosa più assurda è che ormai siamo talmente abituati a questo sistema da considerarlo normale.
Come se fosse una legge della natura.
Come se non esistessero alternative.
Io penso che uno dei problemi più grandi del sistema sia proprio questo: troppo spesso premiamo chi riesce a monetizzare gli ostacoli, invece di chi prova a eliminarli.
E finché continueremo a ragionare in questo modo, continueremo a parlare di innovazione, imprenditorialità e crescita economica, mentre nella pratica renderemo sempre più difficile perfino il primo passo di chi vuole costruire qualcosa.
Torno sul discorso del post precedente, perché vorrei attirare l’attenzione su un livello di burocrazia e di prezzi assurdi che, sinceramente, faccio sempre più fatica a comprendere.
Vi faccio un esempio concreto.
Quando un’azienda vuole registrarsi come sviluppatore presso colossi tecnologici come Google o Apple, per poter pubblicare le proprie applicazioni sul Play Store o sull’App Store, le viene richiesto un numero particolare: il D-U-N-S.
Che cos’è?
Nel 1963 una società americana, Dun & Bradstreet, ha creato un sistema internazionale di identificazione delle imprese per non confondere Mario Rossi SRL di Caserta con Mario Rossi in Olanda. In sostanza, è qualcosa di vagamente simile al nostro codice fiscale o alla Partita IVA, anche se con finalità diverse.
Si tratta di un numero di nove cifre che permette di identificare un’impresa all’interno di un database internazionale.
Fin qui, tutto comprensibile.
La cosa interessante è che questo numero si può ottenere gratuitamente.
Lo specificano chiaramente sia Google sia Apple nella documentazione dedicata agli sviluppatori.
Per ottenere il numero bisogna rivolgersi all’organizzazione che gestisce questo servizio nel proprio Paese.
In Italia, il riferimento è CRIF, attraverso CRIBIS.
Vai sul loro sito e ti trovi davanti un articolo burocratico interminabile che ti spiega cos’è il D-U-N-S, a cosa serve, perché è importante, quali vantaggi offre e tutta una serie di altre informazioni.
Ora, io mi domando: se una persona è arrivata fino a quella pagina, probabilmente sa già abbastanza bene perché le serve quel benedetto numero.
Ma va bene, andiamo avanti.
Dopo tutta questa spiegazione, finalmente arrivano le opzioni per richiederlo.
E cosa troviamo?
170 euro per ottenerlo entro sette giorni.
240 euro per una procedura ancora più veloce.
Benissimo.
E l’opzione gratuita?
Dov’è?
Perché, ricordo ancora una volta, stiamo parlando di un numero identificativo internazionale che può essere richiesto gratuitamente.
Ebbene, la procedura gratuita esiste, ma invece di essere presentata con la stessa evidenza delle opzioni a pagamento, bisogna andare a cercarsela. In pratica, devi scrivere all’assistenza e chiedere espressamente come ottenere il numero senza pagare.
Non sto contestando il fatto che un’azienda possa offrire un servizio accelerato a pagamento. È perfettamente legittimo vendere un servizio aggiuntivo.
Sto contestando la logica con cui vengono presentate queste possibilità.
Se esiste una procedura gratuita, perché non mostrarla chiaramente accanto a quelle a pagamento?
Perché una persona deve perdere tempo a cercarla, scrivere email, aspettare risposte e capire come accedere a qualcosa che dovrebbe essere disponibile fin dall’inizio?
E soprattutto, perché rendere complicato qualcosa che potrebbe essere semplicissimo?
A me sembra l’ennesimo esempio di un meccanismo economico che trovo profondamente irritante: trasformare la complessità burocratica in un’opportunità commerciale.
Una persona vuole aprire un’attività, sviluppare un’applicazione, entrare nel mercato, creare un prodotto, lavorare, fatturare e pagare le tasse.
In teoria, dovremmo avere tutto l’interesse a rendere questo percorso il più semplice possibile.
Invece, a ogni passaggio, spunta qualche intermediario, qualche procedura aggiuntiva, qualche servizio a pagamento, qualche scorciatoia che magicamente diventa disponibile soltanto aprendo il portafoglio.
E alla fine sembra che tutta questa burocrazia ragioni secondo una filosofia molto semplice:
Se hai intenzione di guadagnare, prima devi condividere una parte dei tuoi soldi con qualcuno.
Ma sulla base di quale principio?
Per quale motivo dovrei pagare qualcuno per ottenere qualcosa che è già previsto gratuitamente?
questa mentalità l’ho già incontrata parecchi anni fa.
Circa quindici anni fa decisi di installare un impianto GPL sulla mia macchina.
All’epoca c’erano gli incentivi statali per la conversione delle automobili a carburanti meno inquinanti. I cosiddetti ecoincentivi.
Lo Stato metteva a disposizione circa 1.
La privacy è importante
Voglio condividere con voi una piccola app su cui ho lavorato ultimamente e che finalmente è stata approvata da Apple per l’App Store.
È uno scanner di documenti in PDF.
Sì, lo so. L’iPhone sa già scansionare documenti senza installare altre app.
Ma c’è unproblema
Provate a caricare un documento di 2-3 pagine su un portale della Pubblica Amministrazione italiana.
Il vostro iPhone genera un PDF da 2-3 MB. Il sito pubblico, naturalmente, accetta massimo 1 MB.
E cosa facciamo normalmente?
Cerchiamo su Google “comprimere PDF online”, carichiamo documenti personali su qualche server sconosciuto, aspettiamo la compressione, scarichiamo il file e finalmente torniamo al sito della PA.
Magari abbiamo appena mandato la nostra carta d’identità, un contratto o un documento con dati sensibili a un servizio di cui non sappiamo praticamente nulla.
Tutto questo per risparmiare qualche megabyte.
Così ho deciso di creare un’app che fa una cosa molto semplice:
Scansiona i documenti direttamente dall’iPhone, ti permette di scegliere il livello di compressione e salva il PDF direttamente sul dispositivo.
Ma soprattutto: non invia assolutamente nulla a server esterni.
Nessun upload. Nessun cloud. Nessun documento che viaggia chissà dove.
I tuoi documenti rimangono sul tuo iPhone. Punto.
Non ho inventato lo scanner. Ho semplicemente pensato che nel 2026 comprimere un PDF non dovrebbe richiedere di regalare i propri dati personali a Internet.
Perché la privacy non dovrebbe essere un’opzione premium. Dovrebbe essere la normalità.
https://apps.apple.com/app/id6823541286
Spettacolo
Una volta, chi spaccava una vetrina cercava almeno di non farsi vedere almeno, ai miei tempi, attivare l'allarme antiincencdio a scuola per saltare la verifica era da trasgressivi...
Oggi tira fuori il telefono.
Durante i recenti disordini a Milano, i video degli scontri hanno iniziato a circolare sui social mentre tutto stava ancora accadendo. Secondo le ricostruzioni, alcune persone hanno visto le immagini e hanno deciso di raggiungere la piazza.
Il caos ha fatto pubblicità al caos.
Trovo meraviglioso questo livello di modernità. Partecipi a un disordine, lo filmi, lo pubblichi e aspetti che l’algoritmo convochi i rinforzi.
Rivoluzione con ottimizzazione dell’engagement.
La rabbia, ormai, sembra incompleta finché non diventa contenuto. Serve l’inquadratura verticale, il volto coperto, qualcosa che brucia e una musica abbastanza drammatica.
Il ragazzo diventa contemporaneamente manifestante, cameraman, ufficio stampa e possibile testimone contro se stesso.
Un’efficienza impressionante.
Le proteste pacifiche continuano a esistere e portano in strada persone con ragioni reali. Qui parlo di chi trasforma una piazza in un set e la distruzione in un formato da condividere.
Il gesto deve essere visibile. Se nessuno lo registra, sembra quasi che non sia successo.
E così si danneggia una città per contestare il sistema, mentre si regalano visualizzazioni alle piattaforme più grandi del sistema.
L’algoritmo ringrazia.
Non conosce la causa, non legge il comunicato e non distingue una rivendicazione da un cassonetto in fiamme. Vede movimento, paura, commenti e persone che restano sullo schermo.
Perfetto.
Alla fine la protesta diventa un prodotto gratuito distribuito dalle stesse aziende che molti dei presenti dichiarano di odiare.
La rivoluzione può aspettare. Prima bisogna controllare quante visualizzazioni ha fatto.
Devo ammetterlo: a questo punto, vivere fuori città e allevare galline sembra una scelta sorprendentemente sensata
Gravità
Proprio oggi ho ascoltato una canzone con un testo davvero affascinante. L’autore descrive l’innamoramento attraverso le leggi della fisica, paragonando l’attrazione verso una persona alla forza di gravità. Cerca di dimenticarla e andare avanti, ma continua a tornare verso di lei, proprio come un pianeta che orbita attorno a una stella.
Questa metafora mi ha fatto riflettere su qualcosa che va oltre le relazioni sentimentali.
E se ognuno di noi avesse un proprio campo gravitazionale, composto da abitudini, paure, ricordi, desideri e convinzioni?
Proviamo a osservare la vita attraverso gli occhi di un fisico.
La Terra è costantemente in movimento, percorre milioni di chilometri nello spazio, eppure continua a orbitare attorno al Sole. La sua posizione cambia continuamente, ma rimane legata allo stesso centro gravitazionale.
Forse qualcosa di simile accade anche a noi.
Nel corso degli anni cambiamo lavoro, conosciamo persone, facciamo esperienze e acquisiamo nuove conoscenze. Abbiamo la sensazione di andare avanti, ma se osserviamo la nostra vita da una prospettiva più ampia, possiamo scoprire che certi comportamenti continuano a ripetersi.
C’è chi sogna da anni di realizzare un progetto, ma continua a rimandarlo. Chi promette di cambiare abitudini, ma dopo qualche settimana torna al punto di partenza. Chi continua a fare le stesse scelte pur conoscendone già le conseguenze.
È curioso pensare che possiamo essere costantemente in movimento senza necessariamente cambiare traiettoria.
In fisica esiste un concetto chiamato pozzo di potenziale. Possiamo immaginarlo come una conca nella quale una pallina tende a rimanere: per uscirne deve ricevere abbastanza energia.
Le nostre abitudini, almeno metaforicamente, sembrano funzionare in modo simile. Ripetere comportamenti familiari richiede spesso meno sforzo che affrontare qualcosa di nuovo. Anche quando desideriamo cambiare, tendiamo a ritornare verso ciò che conosciamo.
Che cosa si trova al centro della nostra orbita?
Per qualcuno potrebbe essere la paura di fallire, per altri il bisogno di approvazione, la ricerca di sicurezza o semplicemente la comodità di una vita prevedibile.
La cosa più interessante è che spesso siamo consapevoli di questi meccanismi, ma continuiamo comunque a ripeterli. Proprio come il protagonista della canzone, che riconosce la propria dipendenza emotiva, promette di liberarsene e finisce per tornare sempre verso la stessa persona.
Forse comprendere la propria traiettoria non basta per modificarla.
In meccanica orbitale, per cambiare orbita bisogna modificare le condizioni del movimento. Nella vita potrebbe essere necessario qualcosa di simile: interrompere un’abitudine, prendere una decisione difficile o mettere in discussione una convinzione che ci accompagna da anni.
Naturalmente, la gravità non è sempre qualcosa da cui fuggire. È anche ciò che mantiene stabili i sistemi planetari. Allo stesso modo, alcune abitudini ci limitano, mentre altre ci permettono di costruire disciplina, stabilità e crescita.
Forse il punto è capire quali forze stanno influenzando la nostra vita e quali traiettorie stiamo continuando a percorrere senza rendercene conto.Mi piace pensare che osservare il proprio passato serva a riconoscere queste orbite, mentre immaginare il futuro permetta di chiederci dove ci porteranno.
Perché se continuiamo a ripetere gli stessi comportamenti, è ragionevole aspettarsi di ritrovare almeno una parte degli stessi risultati.
E allora mi viene spontanea un’ultima domanda: siamo davvero noi a scegliere il centro della nostra orbita oppure continuiamo a ruotare attorno a qualcosa che, con il tempo, abbiamo semplicemente smesso di mettere in discussione
Rintracciabile
Da bambino, uscire da solo significava che nessuno sapeva esattamente dove fossi.
Oggi questa idea mette ansia a molti genitori.
La libertà viene concessa insieme a una condizione: porta il telefono, rispondi subito e fammi vedere dove sei.
Uno studio dell’Istituto di Scienze e Tecnologie della Cognizione del CNR ha coinvolto 234 bambini tra i cinque e i dieci anni. Quasi la metà possiede già uno smartphone. L’età media del primo telefono è di 7,2 anni.
Il dispositivo funziona sempre più spesso come un lasciapassare.
Puoi andare dall’amico. Puoi restare a casa da solo. Puoi giocare fuori. Il genitore, intanto, continua a chiamare, scrivere e controllare.
Tutti si sentono più tranquilli.
Eppure l’autonomia nasce anche nei momenti in cui un bambino deve orientarsi, aspettare, risolvere un piccolo imprevisto e decidere senza ricevere subito istruzioni.
Sono esperienze minuscole. Proprio per questo insegnano molto.
Con il telefono sempre acceso, ogni difficoltà può essere trasferita immediatamente a un adulto. Una strada sbagliata, un ritardo, una discussione, qualche minuto di paura.
Arriva una chiamata.
La ricerca suggerisce che questo controllo a distanza può ridurre le occasioni di sviluppare fiducia nelle proprie capacità e imparare a gestire rischi adeguati all’età.
Il bambino si muove da solo, sapendo però di essere seguito da una presenza invisibile.
Anche il genitore si abitua. Se il messaggio rimane senza risposta per dieci minuti, la libertà concessa improvvisamente sembra un errore.
Così il telefono entra presto nella vita del bambino in nome della sicurezza. Poi iniziano le discussioni sul tempo davanti allo schermo, sulle chat e sulla difficoltà di lasciarlo da parte.
Lo abbiamo consegnato noi.
Serviva a sentirci più tranquilli mentre lui cresceva.
Rimane una domanda quanta autonomia può imparare un bambino, se deve restare sempre raggiungibile?
Il mio primo cellulare l’ho avuto a 15 anni. Quello con accesso a Internet, forse a 20.
Ma prima dei 15 anni c’era qualcosa che oggi sembra quasi impossibile ero io il responsabile di me stesso.
Uscivo di casa e nessuno sapeva esattamente dove fossi. Non potevano chiamarmi ogni dieci minuti, controllare la mia posizione o mandarmi un messaggio per sapere quando sarei tornato.
Dovevo pensarci io.
Anche quando tornavo a casa tardi. E sì, qualche volta le buscavo pure.
Ma sapevo che ogni decisione aveva delle conseguenze. Dovevo imparare a gestire il tempo, gli imprevisti e soprattutto la fiducia che i miei genitori mi concedevano.
E quella sensazione di libertà era bellissima.
Non so se oggi darei la stessa libertà a un figlio. Probabilmente avrei anch’io mille preoccupazioni.
Però mi chiedo una cosa: se avessi avuto sempre qualcuno pronto a chiamarmi, controllarmi e risolvere ogni mio problema, sarei diventato la stessa persona?
Perché a volte imparavo proprio quando nessuno poteva raggiungermi.
Ban
Meta (Facebook) ha deciso di bannare tutti i miei account, Instagram Facebook threads e WhatsApp compreso.
Anni di contatti, comunicazioni, lavoro e relazioni. Tutto può sparire da un momento all’altro, perché un algoritmo o qualcuno dall’altra parte dello schermo ha deciso così.
Ci siamo abituati a costruire pezzi interi della nostra vita su piattaforme che non ci appartengono. Investiamo tempo, energie, denaro. Creiamo relazioni, sviluppiamo attività, costruiamo comunità.
Poi un giorno qualcuno preme un pulsante.
Fine.
E allora mi faccio una domanda: quanto controllo abbiamo davvero su ciò che pensiamo di possedere?
Evidentemente molto meno di quanto immaginiamo.
Per me sarà un’ottima lezione.
Nel frattempo, complimenti a Meta per questa interessante lezione.
Felicità
Tutti vogliono essere felici. Ma lasciate che vi faccia una domanda
Fate davvero qualcosa per la vostra felicità? O aspettate semplicemente che la vita smetta di colpirvi in testa?
La felicità ha componenti molto concrete. E molti di noi le distruggono con le proprie mani.
Primo: la salute.
Se dormite cinque ore, siete costantemente nervosi, non vi muovete e vivete con un dolore cronico, prima o poi il vostro sistema nervoso presenterà il conto.
Il corpo ha bisogno di sonno, movimento e recupero adeguato. Finché ignorate tutto questo, parlare di felicità è come cercare di ristrutturare una casa mentre sta bruciando.
Secondo: le persone
Potete avere mille follower e centinaia di contatti, ma tornare a casa ogni sera sentendovi soli.
Abbiamo bisogno di vicinanza, fiducia e della sensazione di essere compresi e accettati.
Vogliamo amore, ma abbiamo paura di aprirci. Vogliamo amici, ma non chiamiamo nessuno. Vogliamo intimità, ma costruiamo muri intorno a noi.
E poi ci stupiamo della nostra solitudine.
Terzo: i soldi.
Quando una persona pensa continuamente a come pagare l’affitto, a come curarsi i denti e a cosa fare se perde il lavoro, il suo cervello vive in modalità di minaccia
La stabilità finanziaria permette di guardare al futuro con maggiore tranquillità se non c’è bisogna fare qualcosa… corsi … imparare nuovo mestiere ecc
Ma anche la corsa infinita verso la ricchezza non rende più felici. Prima servono centomila euro, poi un milione, e subito dopo ci si confronta con chi ne ha dieci.
I desideri crescono più velocemente della capacità di provare gratitudine.
Quarto: la realizzazione personale.
È importante sentire di avere un’influenza sulla propria vita, di crescere e di creare qualcosa di utile.
Non è necessario costruire una multinazionale o diventare famosi. Si possono crescere dei figli, insegnare, coltivare un giardino o riparare automobili.
La cosa fondamentale è sentirsi partecipi della propria vita.
Passare anni a fare qualcosa che si odia e aspettarsi di essere felici è una strategia piuttosto strana
Quinto: la vostra personalità (secondo me la più importante)
La soddisfazione per la propria vita è legata all’ansia, alla stabilità emotiva, alla fiducia in se stessi e alla capacità di agire.
Due persone possono vivere in condizioni più o meno identiche. Una vede opportunità, prova e va avanti. L’altra dubita, aspetta sempre un problema e parte già convinta che non funzionerà nulla.
Con il tempo, le loro vite diventano completamente diverse.
Le nostre reazioni influenzano le decisioni, le decisioni formano le circostanze e le circostanze rafforzano le nostre reazioni abituali. È così che nasce un circolo vizioso.
A volte il nostro stesso carattere diventa una fonte di sofferenza. Ma le abitudini psicologiche possono cambiare, anche se servono tempo, impegno e talvolta l’aiuto di un professionista.
Troppo spesso rimandiamo la felicità fino a quando non arriveranno circostanze perfette.
Prima guadagnerò di più. Prima dimagrirò. Prima incontrerò qualcuno. Prima mi trasferirò. Prima finirà questo periodo difficile.
E intanto la vita passa.
Perciò cominciate da ciò su cui potete davvero intervenire: regolate il sonno, prendetevi cura del corpo, mettete ordine nelle vostre finanze, smettete di aggrapparvi a relazioni distruttive e trovate qualcosa che per voi abbia valore.
E poi fate la cosa più difficile: guardate voi stessi. Guardate le vostre paure, le vostre abitudini, i vostri risentimenti e il modo in cui reagite al mondo.
Forse una parte di ciò che vi impedisce di essere felici la portate con voi ogni giorno.
E ora rispondete a voi stessi
Se domani sparissero tutti i vostri problemi esterni, diventereste davvero felici?
O il vostro cervello troverebbe già dopodomani nuovi motivi per lamentarsi?
Altro server
A volte parli con una persona e provi una sensazione molto strana.
Siete nella stessa stanza. Parlate la stessa lingua. Appartenete persino alla stessa specie.
Eppure sembra che uno dei due si sia collegato al server sbagliato.
Descrivete lo stesso avvenimento, ma vedete due realtà completamente diverse. E la parte più interessante è che entrambi trovate la vostra versione assolutamente evidente.
In fondo, nessuno vede il mondo così com’è.
Il cervello costruisce una versione personale usando esperienza, educazione, paure, desideri, ambiente e informazioni raccolte negli anni. Poi ce la mostra come se fosse la realtà originale.
Di solito funziona abbastanza bene.
I problemi iniziano quando una persona smette di verificare le proprie convinzioni attraverso le conseguenze.
Se quello che crede non viene mai messo davvero alla prova, la sua realtà interna diventa autosufficiente. Ogni fatto contrario viene ignorato. Ogni critica nasconde un complotto. Ogni fallimento dimostra che il mondo è ingiusto.
E ogni conferma, anche la più stupida, diventa una prova definitiva.
Internet ha reso tutto questo molto più semplice.
Una volta, chi aveva un’idea assurda doveva almeno discuterne con i vicini. Oggi può trovare in dieci minuti migliaia di persone convinte della stessa cosa e organizzare una conferenza internazionale.
A quel punto nasce una piccola realtà privata. Ha i propri esperti, le proprie fonti, i propri nemici e una spiegazione pronta per qualsiasi contraddizione.
C’è però una parte scomoda.
Quando qualcuno ci sembra completamente scollegato dalla realtà, anche noi lo stiamo osservando attraverso il nostro modello. La nostra interpretazione ci appare trasparente soltanto perché viviamo dentro di essa da molto tempo.
Forse il confine più importante passa altrove: nella capacità di cambiare idea.
Una persona può credere a qualcosa di molto strano e restare intellettualmente lucida, se davanti a nuovi fatti riesce a dire: mi sbagliavo.
Un’altra può sembrare razionale, istruita e perfettamente normale. Poi arriva un fatto che disturba la sua visione e quel fatto viene piegato, ridicolizzato o eliminato.
È lì che una conversazione diventa impossibile.
Tu pensi di discutere su ciò che è successo. L’altra persona sta difendendo le regole con cui decide che cosa può essere considerato vero.
State usando le stesse parole.
Solo che vivete su due server diversi.
Falsa sicurezza
La nuova legge potrebbe rendere Internet più pericoloso per alcuni bambini.
Per un motivo molto semplice: tranquillizzerà i genitori.
“Ha dodici anni, i social sono vietati. Problema risolto.”
Peccato che un tredicenne capace di installare una VPN probabilmente sappia anche selezionare “2008” invece di “2014”.
E qui arriva la parte interessante.
Come verrà verificata davvero l’età?
Se basta dichiarare una data di nascita, abbiamo costruito una cassaforte e scritto la combinazione sullo sportello.
Se servirà un documento o un’identità digitale, nasceranno altri problemi: privacy, dati personali e inevitabili tentativi di aggirare il sistema.
I ragazzi cercheranno una porta laterale. Lo hanno sempre fatto con i divieti.
La differenza è che questa volta molti genitori potrebbero smettere di guardare.
Perché la sensazione che “ci pensa la legge” è molto più comoda che conoscere le app, controllare, discutere, mettere limiti e diventare per qualche ora il genitore più odiato della casa.
Il rischio vero è questo:
figli convinti di saper fregare il sistema.
Genitori convinti che il sistema protegga i figli.
E in mezzo uno smartphone che continua tranquillamente a fare il suo lavoro.
Onestà
Ho lasciato la macchina dal meccanico per il tagliando per due giorni.
L’ho consegnata con una certa quantità di gasolio (fotograffata). La riprendo e mi accorgo che mancano circa 300 km di autonomia. Sono circa 15-17 litri
Chiamo l’addetta
- e normale che 2 giorni fa c’erano 300km più di autonomia? (Faccio vedere la foto del livello del carburante)
Risposta:
- I km totali corrispondono. E noi abbiamo fatto un giro di prova per vedere se era tutto a posto.
All’inizio mi sono insospettito xke quel giro di prova poteva distare da Modena a Bergamo andata e ritorno
Poi ci ho pensato: poteva andare peggio.
Potevano aggiungere dell’acqua per far segnare al livello del carburante la stessa quantità di prima.
Quindi, tutto sommato, l’officina è onesta.
È solo che è evaporato un po di gasolio.
La cosa interessante, però, non sono nemmeno i 15 litri.
La domanda è un’altra: quanto vale la giustizia quando il danno economico non è abbastanza grande da giustificare una polemica
Per 20 o 30 euro vale la pena discutere, perdere tempo, insistere, chiedere spiegazioni e rovinarsi la giornata?
Oppure a un certo punto lasci perdere?
Ed è proprio qui che nasce il problema, perché se lasci perdere non significa necessariamente che quei soldi non abbiano valore. Può significare semplicemente che difendere un principio costa più del danno stesso.
Poi c’è un altro dettaglio interessante: l’asimmetria dell’informazione.
Per due giorni loro sanno esattamente cosa è successo alla macchina.
Io no.
Io vedo soltanto due momenti: prima e dopo.
Tra quei due momenti esiste uno spazio al quale io non ho accesso, mentre loro sì.
Ed è una situazione molto comune: il meccanico sa più del cliente, il medico sa più del paziente, il programmatore sa più del cliente che gli affida un progetto.
Quando una parte sa molto più dell’altra, la fiducia diventa parte del servizio.
Ed è forse questo il punto principale.
Quando lasci la tua macchina in officina, non consegni soltanto delle chiavi.
Consegni temporaneamente a qualcuno il controllo di una cosa che è tua e accetti di non poter vedere tutto quello che succede.
Per questo la fiducia ha valore.
Perché una società nella quale devi fotografare ogni volta il contachilometri, il livello del carburante, la carrozzeria e possibilmente anche montare una telecamera dentro la macchina sarebbe una società molto efficiente.
Ma anche leggermente triste.
Intimità
Forse abbiamo creato per la prima volta un interlocutore a cui possiamo raccontare tutto proprio perché non vuole niente da noi.
Le persone hanno quasi sempre un costo emotivo.
Richiedono attenzione in cambio. Spiegazioni. Gratitudine. La reazione giusta. A volte persino una versione di noi che sia più facile da digerire.
Anche l’amore produce conseguenze.
Lo dici a tua madre e quella notte non dorme.
Lo dici a un amico e da quel momento ti guarda in modo diverso.
Lo dici al tuo coniuge e quella frase potrebbe tornare fuori mesi dopo
Una macchina non porta a casa la tua confessione.
Ed è qui che nasce una domanda piuttosto scomoda.
Forse le persone si confidano con l’intelligenza artificiale perché, parlandole, scoprono quanto può essere faticoso parlare con un essere umano.
Per millenni abbiamo associato l’intimità alla capacità di raccontarsi.
Forse la sua risorsa più rara è sempre stata un’altra
riuscire a reggere la verità di qualcuno per cinque minuti senza interromperla, aggiustarla, giudicarla o trasformarla nella propria storia.
