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occhio all'Iran. Qualcosa si nuove

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I flussi di denaro esteri presi al vaglio dalle indagini dalla procura di Genova, portano, guarda caso, agli stessi luoghi dove arriva anche l'influenza dell'Iran. Questa non è una coincidenza.

Che altro raccontano i 7 milioni di Hannoun? – PARTE DUE Quando si parla di aiuti a Gaza, il nome che ricorre più spesso è UNRWA. È attorno a questa agenzia delle Nazioni Unite che si concentra la gran parte dei finanziamenti internazionali, dei programmi educativi, sanitari e assistenziali, e delle infrastrutture civili operative nella Striscia. Un tema che Free4Future analizza dal 2024, mettendo in relazione il sistema degli aiuti, le vulnerabilità dei controlli e le reti politiche e associative che hanno operato per anni senza un reale scrutinio pubblico. L’inchiesta su Mohammad Hannoun non apre dunque un capitolo nuovo, ma conferma dinamiche già osservate, documentate e discusse pubblicamente, oggi corroborate da atti giudiziari e riscontri investigativi. I circa 7 milioni di euro contestati a Hannoun rappresentano un caso penale grave. Ma il dato politicamente rilevante è il contesto in cui quel circuito ha operato: un ecosistema umanitario che muove risorse di ordine di grandezza molto superiore e che agisce in un territorio controllato da Hamas. Nel 2024 l’Italia ha annunciato un pacchetto complessivo da 35 milioni di euro per Gaza: 5 milioni destinati direttamente a UNRWA e 30 milioni all’iniziativa “Food for Gaza”. A livello europeo, le cifre crescono ulteriormente: 82 milioni di euro previsti nel 2024, una prima tranche da 50 milioni, 68 milioni convogliati tramite Croce Rossa e Mezzaluna Rossa, fino al nuovo pacchetto da 202 milioni di euro annunciato nel 2025. È su questa scala che il caso Hannoun va letto: non come anomalia isolata, ma come indicatore di una fragilità strutturale. Negli ultimi anni, le infiltrazioni di Hamas all’interno dell’UNRWA non sono una tesi politica, ma un insieme di casi documentati, emersi da testimonianze dirette di ostaggi e verifiche giornalistiche internazionali. Diversi ostaggi israeliani liberati tra il 2023 e il 2025 hanno dichiarato di essere stati detenuti in strutture riconducibili a UNRWA o in abitazioni di suoi dipendenti. L’ostaggio anglo-israeliana Emily Damari, liberata nel gennaio 2025, ha riferito di essere stata tenuta per mesi in facilities UNRWA, senza ricevere cure mediche nonostante gravi ferite da arma da fuoco. Altre testimonianze indicano il coinvolgimento diretto di insegnanti UNRWA nella detenzione di ostaggi, in alcuni casi all’interno delle proprie abitazioni, inclusi episodi di custodia prolungata e documentazione fotografica delle persone rapite. Un caso particolarmente grave riguarda Faisal Ali Mussalem al-Naami, social worker UNRWA, che ha rapito il corpo di Yonatan Samerano, ucciso il 7 ottobre, utilizzando un veicolo ONU: l’episodio è documentato da un video ampiamente diffuso. Questi episodi si inseriscono in un quadro più ampio e strutturale. Dal 2014, la stessa UNRWA ha ammesso il ritrovamento di razzi nascosti in scuole sotto la sua gestione. E sono stati scoperti tunnel di Hamas sotto edifici scolastici UNRWA a Gaza. Nel 2024, documenti interni di Hamas sequestrati a Gaza indicano che almeno 24 dipendenti UNRWA, tra insegnanti e dirigenti, risultavano affiliati a Hamas o alla Jihad Islamica in 24 scuole diverse, alcuni con addestramento militare e accesso alle armi. Del resto anche Ismail Haniyeh “was an UNRWA teacher” come da l’ex funzionario UNRWA Ahmad Oueidat ha affermato in televisione Questi sono dati di fatto: le strutture UNRWA sono state utilizzate in modo sistematico da Hamas come luoghi di stoccaggio, comando, detenzione e copertura operativa, mentre una parte del personale è risultata direttamente coinvolta o contigua all’organizzazione terroristica. Il problema centrale non è Hannoun, ma un sistema di finanziamenti che continua a operare in un territorio controllato da Hamas, senza che le falle strutturali dei controlli diventino oggetto di una vera assunzione di responsabilità politica. Ma il sistema degli aiuti continua a operare quasi invariato, affidandosi a meccanismi di verifica che, da anni, mostrano limiti evidenti. Adesso attendiamo la magistratura.

Che altro raccontano i 7 milioni di Hannoun? – PARTE UNO Questo quadro non emerge all’improvviso. Free4Future segue e documenta questi temi dal 2024, con analisi, approfondimenti e segnalazioni sulle reti di Hamas attive in Italia, sui meccanismi di finanziamento sotto copertura umanitaria e sulle criticità strutturali del sistema degli aiuti. L’attenzione si è concentrata in particolare su tre nodi ricorrenti: la vulnerabilità dei controlli, le infiltrazioni nei circuiti associativi e umanitari, e le forme di legittimazione politica e mediatica che, negli anni, hanno contribuito a normalizzare interlocutori poi emersi come centrali nelle indagini giudiziarie. L’inchiesta su Hannoun non apre dunque un capitolo nuovo, ma conferma dinamiche già osservate, documentate e discusse pubblicamente, oggi corroborate da atti giudiziari e riscontri investigativi. Nel gennaio 2024 l’Italia ha sospeso i finanziamenti all’UNRWA dopo accuse secondo cui alcuni dipendenti dell’agenzia a Gaza sarebbero stati coinvolti nell’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023. La sospensione si inseriva in una scelta condivisa da diversi Paesi occidentali. Nel maggio 2024, dopo verifiche interne alle Nazioni Unite che non hanno confermato prove definitive di infiltrazioni sistemiche, l’Italia ha ripreso i finanziamenti. In occasione della visita del premier palestinese Mohammad Mustafa, è stato annunciato un pacchetto complessivo da 35 milioni di euro: 5 milioni destinati direttamente all’UNRWA per progetti specifici, con controlli rafforzati, e 30 milioni per l’iniziativa italiana “Food for Gaza”, realizzata con altre agenzie ONU. Nel 2025 non risultano nuove sospensioni dei fondi italiani all’UNRWA. I contributi restano inferiori ai livelli precedenti al 2023, ma l’impegno umanitario è stato confermato. A livello europeo, il quadro è ancora più significativo. Tra gennaio e febbraio 2024 diversi Stati membri e la Commissione UE hanno sospeso o rivisto temporaneamente i finanziamenti all’UNRWA, in attesa di verifiche. I pagamenti previsti per il 2024 ammontavano a 82 milioni di euro. A marzo 2024 la Commissione ha sbloccato una prima tranche da 50 milioni di euro, affiancata da 68 milioni convogliati tramite Croce Rossa e Mezzaluna Rossa. Nel giugno 2025 l’Unione Europea ha annunciato un nuovo pacchetto da 202 milioni di euro, destinato all’UNRWA e all’Autorità Palestinese per il finanziamento di servizi essenziali come sanità, istruzione e stipendi. Alcuni Paesi europei – tra cui Irlanda, Spagna, Belgio e Norvegia – non avevano mai sospeso i fondi. Gli Stati Uniti, secondo le informazioni disponibili, mantengono invece il blocco almeno fino al marzo 2025.

Per capire davvero chi fosse Mohammad Hannoun e quali reti abbia attraversato negli anni, bisogna guardare al mare. Non come metafora, ma come spazio politico e logistico: quello delle Freedom Flotilla, le missioni “umanitarie” dirette a Gaza che, dal 2010 in poi, hanno rappresentato uno dei principali canali di mobilitazione internazionale attorno alla causa palestinese. Dalla Mavi Marmara alla “Freedom Flotilla 2” Dopo l’incidente della Mavi Marmara nel 2010, Mohammad Hannoun – allora presidente dell’Associazione dei Palestinesi in Italia (API) e dell’Associazione Benefica di Solidarietà con il Popolo Palestinese (ABSPP) – entra a pieno titolo nel circuito organizzativo delle flottiglie. Nel 2011, Hannoun è tra i promotori della cosiddetta “Freedom Flotilla 2”, progettata come risposta politica e simbolica al blocco di Gaza. Partecipa a riunioni all’ambasciata turca a Roma insieme ad alcuni sopravvissuti della prima flottiglia, tra cui Angela Lano e Manolo Luppichini. In quelle occasioni, Hannoun annuncia pubblicamente un’iniziativa di grandi dimensioni: 20 navi, circa 5.000 passeggeri, una mobilitazione internazionale senza precedenti. Sempre secondo quanto dichiarato all’epoca, in Italia vengono raccolti circa 140.000 euro a sostegno dell’operazione. È la stessa ABSPP a occuparsi della partecipazione italiana alla flottiglia del 2010, già allora oggetto di attenzione e accuse per possibili legami con Hamas. Le flottiglie come infrastruttura politica Le Freedom Flotilla non sono mai state soltanto operazioni umanitarie. Fin dall’inizio si sono configurate come piattaforme politiche, mediatiche e relazionali, capaci di mettere in contatto attivisti, ONG, giornalisti, parlamentari e reti internazionali. In questo contesto, Hannoun non appare come una figura marginale, ma come un nodo organizzativo stabile, capace di: mobilitare associazioni, raccogliere fondi, costruire legami internazionali, garantire continuità tra una missione e l’altra. Dal 2010 al 2025: una presenza che non si interrompe Dopo anni di minore visibilità, il nome di Hannoun riemerge anche nelle flottiglie più recenti, tra il 2024 e il 2025, legate alla Freedom Flotilla Coalition (FFC). In particolare, Hannoun risulta attivo nel sostegno alla “Sumud Flotilla” (nota anche come Global Sumud Flotilla), partita parzialmente da Genova nel 2025. Le sue associazioni – API e ABSPP – promuovono pubblicamente l’iniziativa, e Hannoun viene fotografato e citato in eventi collegati alla FFC. Secondo diverse fonti, incluse informazioni contenute in dossier statunitensi successivamente desecretati, Hannoun sarebbe stato una figura chiave nel convogliare fondi e supporto logistico verso queste missioni. Il suo nome compare inoltre in accuse di infiltrazione di Hamas all’interno delle flottiglie umanitarie, un tema ricorrente nelle analisi di sicurezza occidentali su questo tipo di operazioni. Alla luce dell’inchiesta giudiziaria che oggi coinvolge Hannoun per finanziamento ad Hamas, le flottiglie non appaiono più come un semplice capitolo del passato, ma come un filo rosso che attraversa quindici anni di attivismo, relazioni e raccolte fondi. La domanda, allora, non è solo se Hannoun navigasse con le flottiglie. La domanda è chi navigava con lui, chi ne condivideva palchi, riunioni, viaggi e campagne, e quanto consapevoli fossero i diversi attori del ruolo che quelle missioni svolgevano: non solo sul piano umanitario, ma anche su quello politico e organizzativo. Una domanda che, oggi, non riguarda più soltanto la storia delle flottiglie. Ma le reti che le hanno rese possibili. Free4Future ne dava notizie mesi fa.

Nell'agosto del 2024 avevamo parlato di nuovo di come molti dei soldi in arrivo sia in Cisgiordania che a Gaza fossero sospetti e non esclusivamente destinati alla popolazione in difficoltà. A rilevarlo, lo stesso Gino Strada, che ha fatto della solidarietà la propria ragione di vita. Quante prove servono ancora?

I 7 milioni di Hannoun sono spiccioli Sette milioni di euro. È la cifra al centro dell’inchiesta su Mohammad Hannoun e sulla rete di associazioni utilizzate per il finanziamento di Hamas. Una somma rilevante sul piano penale, ma modesta se confrontata con il flusso complessivo di fondi pubblici e istituzionali che, ogni anno, transitano in modo legittimo attraverso ONG e programmi umanitari europei attivi in Palestina e a Gaza. I numeri dei finanziamenti pubblici italiani Secondo i dati ufficiali del portale OpenAID dell’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo (AICS), tra il 2023 e il 2025 l’Italia ha finanziato 24 progetti di ONG italiane in Palestina, per un valore complessivo di circa 27 milioni di euro, destinati a salute, istruzione, protezione dei civili e sviluppo economico in Cisgiordania e Striscia di Gaza. A questi si aggiungono 7,6 milioni di euro per interventi umanitari emergenziali, concentrati su Gaza, Gerusalemme Est e Area C. Il caso Oxfam Il finanziamento più dettagliato riguarda Oxfam Italia, capofila del progetto “IBTKAR for Social Change” (2022–2025), finanziato da AICS con 3.517.356,61 euro, operativo in Cisgiordania e Gaza. Un singolo progetto legittimo vale quindi circa la metà dell’intero flusso contestato a Hannoun in oltre vent’anni. Le altre ONG Organizzazioni come INTERSOS, COOPI, Save the Children e Vento di Terra risultano beneficiarie dei fondi AICS all’interno dei 24 progetti finanziati, ma i dati pubblici non consentono di isolare gli importi per singola ONG. PCRF-Italia riceve finanziamenti pubblici in collaborazione con enti sanitari regionali per missioni mediche pediatriche, mentre Amnesty International Italia non riceve fondi pubblici diretti, per scelta statutaria. Il livello europeo Nel biennio 2024–2025, i fondi umanitari europei destinati a Gaza attraverso programmi UE superano i 100 milioni di euro, canalizzati tramite ONG europee e internazionali, anche in questo caso senza trasparenza disaggregata sui singoli partner. Presenza sul campo e comunicazione Nel 2021 Cecilia Parodi ha co-fondato il progetto Yohzer Gaza insieme a Barbara Archetti di Vento di Terra, per il supporto psicologico a bambini e famiglie nella Striscia. Parodi ha vissuto e lavorato a Gaza e scrive per Palestine Chronicle Italia, contribuendo alla diffusione di contenuti e testimonianze legate alla causa palestinese. Un esempio di come, accanto all’intervento operativo delle ONG, si sviluppi anche una filiera comunicativa che accompagna l’azione umanitaria. Quando il problema non è la cifra, ma il controllo Anche i finanziamenti legittimi non sono automaticamente impermeabili. Nel giugno 2021, un memo interno di Hamas ha indicato un progetto idrico di Oxfam vicino al confine di Gaza come “sensibile per la sicurezza”, perché potenzialmente utile ad attività militari; il progetto era implementato tramite Rai-Consult, società il cui direttore risulta affiliato a Hamas. Non un caso isolato: documenti resi pubblici nel dicembre 2025 mostrano che Hamas impone “guarantors” affiliati all’interno delle ONG straniere operative a Gaza per monitorarne attività e flussi finanziari. Tra le organizzazioni citate compaiono Oxfam, Mercy Corps e International Medical Corps. In un caso del 2020, una ONG che aveva rifiutato di condividere report finanziari ha visto chiudere i propri uffici fino all’accettazione di un garante. Una conclusione che va oltre Hannoun Il confronto resta netto: 7,2 milioni di euro contestati a Hannoun, 27 milioni di fondi pubblici italiani in pochi anni, oltre 100 milioni di finanziamenti umanitari europei. Non per relativizzare responsabilità individuali, ma per chiarire che il nodo centrale non è la dimensione del flusso, bensì la sua vulnerabilità strutturale. È su questo che Free4Future lavora da mesi: mostrare come operano le reti, come vengono aggirati i controlli e quanto sia fragile la distinzione tra aiuto umanitario e sistema di influenza in uno dei contesti più complessi e strumentalizzati al mondo.

L’indagine su Hannoun: una rete europea di finanziamento ad Hamas L’inchiesta su Mohammad Hannoun non è un caso giudiziario circoscritto all’Italia. Al contrario, rappresenta uno dei più rilevanti esempi recenti di finanziamento transnazionale del terrorismo emersi in Europa, inserito in una strategia coordinata che coinvolge magistrature e autorità investigative di più Paesi dell’Unione. Secondo fonti convergenti e documenti ufficiali, la rete costruita attorno ad Hannoun e alle sue associazioni – tra cui ABSPP e La Cupola d’Oro – operava su scala europea, sfruttando la copertura umanitaria per convogliare fondi verso Hamas. Cooperazione giudiziaria europea L’indagine nasce da segnalazioni di transazioni finanziarie sospette e si sviluppa grazie a una cooperazione giudiziaria strutturata tra più Stati membri dell’Unione Europea. Un ruolo centrale è svolto da Eurojust, che ha coordinato: il monitoraggio finanziario transfrontaliero; lo scambio di prove e intercettazioni; il collegamento tra indagini parallele in Italia, Paesi Bassi, Austria, Francia e Regno Unito. Gli atti italiani documentano contatti diretti di Hannoun con figure analoghe attive in questi Paesi, a conferma di una rete europea ramificata, non di iniziative isolate. Dove finivano i soldi Secondo gli inquirenti, oltre 7 milioni di euro raccolti in Italia sarebbero stati dirottati verso entità controllate o riconducibili ad Hamas. La percentuale di deviazione supera il 71% dei fondi complessivi. I trasferimenti avvenivano attraverso: triangolazioni internazionali; passaggi tramite Turchia, Giordania ed Egitto; contatti diretti con esponenti dell’organizzazione a Gaza. Tra gli elementi emersi: incontri all’estero con figure apicali del comparto estero di Hamas; la presenza nella rete di soggetti con ruoli politici e amministrativi nell’area di Gaza; due indagati attualmente latitanti, uno in Turchia e uno a Gaza. Charity e aggiramento dei controlli Un aspetto centrale dell’indagine riguarda il meccanismo di elusione dei controlli bancari. Quando conti correnti o associazioni venivano bloccati o attenzionati: venivano costituite nuove onlus; i progetti venivano trasferiti su nuovi soggetti giuridici; la raccolta fondi riprendeva sotto altre sigle. Questo schema, ricostruito anche attraverso intercettazioni, evidenzia una continuità operativa e una pianificazione consapevole, non episodica. Un tassello della strategia UE contro il finanziamento del terrorismo L’indagine si inserisce nel più ampio quadro delle politiche europee di contrasto al finanziamento del terrorismo. Hamas è classificata come organizzazione terroristica dall’Unione Europea, e il caso Hannoun mostra come le infrastrutture finanziarie possano radicarsi anche in Paesi con sistemi di controllo avanzati, sfruttando il linguaggio e le strutture della solidarietà. La copertura umanitaria, in questo contesto, non è un elemento marginale, ma uno strumento operativo. Un caso europeo, non italiano Il punto chiave che emerge dall’inchiesta è netto: non si tratta di un’indagine nazionale con ramificazioni estere, ma di un caso europeo di finanziamento transnazionale del terrorismo, reso possibile solo grazie alla cooperazione giudiziaria tra Stati membri e al coordinamento sovranazionale. Un precedente rilevante, che mostra come il contrasto alle reti finanziarie di Hamas passi ormai da un livello strutturalmente europeo – e che difficilmente resterà un episodio isolato.

Come abbiamo spesso visto in queste settimane, il mare ha rappresentato uno spazio cruciale per la sopravvivenza o la morte d
Come abbiamo spesso visto in queste settimane, il mare ha rappresentato uno spazio cruciale per la sopravvivenza o la morte degli ebrei e non solo per le innumerevoli navi cariche di profughi che ne hanno solcato le acque. Abbiamo parlato del Mar Nero, del Mar Egeo ma ancora non avevamo parlato del Mar Mediterraneo. E, più esattamente, di Cipro. Subito dopo la fine della guerra, infatti, furono moltissimi gli ebrei che cercarono di imbarcarsi nei porti del Mediterraneo occidentale per emigrare e ricominciare una nuova vita. Meta principale la Palestina mandataria. Un paio di settimane fa abbiamo raccontato la storia della nave Patria, i cui sopravvissuti furono deportati dagli inglesi in un campo di concentramento allestito nelle Mauritius, a dimostrazione che la determinazione degli inglesi a non far sbarcare nemmeno un ebreo nei territori del suo mandato in Palestina era ferrea. Dopo la fine della guerra, quella determinazione non venne meno. Per ostacolare questi “viaggi della speranza”, sull’isola di Cipro gli inglesi allestirono allora altri campi di concentramento, che funsero da ennesima barriera per fermare l’esodo dei reduci ebrei verso le coste della Palestina mandataria. Qui, chi era faticosamente scampato alla morte in Europa, si scontrò con la più spietata opposizione politica alla salvezza, radicata nella logica del controllo coloniale e fomentata da pregiudizi antiebraici mai rimossi. A Cipro, gli inglesi allestirono ben 12 campi, dove vi internarono oltre 50.000 profughi ebrei. La vicenda più nota legata ai campi di Cipro è quella della nave ''Exodus''. I profughi si imbarcarono in Francia nel 1947 ma quando arrivarono sulle coste della Palestina mandataria, le autorità inglesi negarono loro lo sbarco. I sopravvissuti vennero tratti in arresto e in qualità di ''prigionieri'' furono deportati sull’isola. Da lì, gli inglesi li imbarcarono di nuovo e li rimandarono in Europa. Mentre nei DP camps di Germania, Austria e Italia la vita ricominciava a prendere forma — scuole, matrimoni, nascite, giornali, teatri — sul mare, anche dopo la fine della guerra, le navi dei superstiti continuarono a essere intercettate, danneggiate e abbordate dalla marina britannica, perché quei reduci non dovevano arrivare nel Yishuv - la comunità ebraica che già esisteva nel mandato britannico di Palestina prima della fondazione dello stato di Israele nel 1948. Chiunque fu arrestato, finì a Cipro. Uomini e donne, vivi per miracolo, erano usciti dai lager nazisti per ritrovarsi nuovamente dietro il filo spinato, sorvegliati da soldati, privati della libertà di movimento, costretti all’attesa a pochissima distanza dalla propria meta, a soli 400 km da loro. Erano riusciti a fuggire dall’Europa che aveva cercato di cancellarli e una volta arrivati quasi a destinazione, nell’attesa di abbracciare la tanto agognata libertà, impattarono contro il muro dell’amministrazione coloniale britannica, inamovibile ma che, dopotutto, né prima né durante la guerra aveva mai mostrato solidarietà verso gli ebrei. Questa settimana è dedicata alla storia dei sopravvissuti nei campi di Cipro. A quel momento in cui, dopo la fuga dall’Europa e la ricostruzione nei campi per sfollati, la libertà venne di nuovo negata per ragioni puramente politiche.

TUTTI I RETROSCENA DELL’INDAGINE SUI FINANZIAMENTI AD HAMAS L’inchiesta della DDA di Genova non riguarda un singolo attivista, ma un sistema strutturato che per anni ha operato in Italia sotto la copertura della solidarietà umanitaria. Al centro c’è Mohammad Hannoun, indicato dagli inquirenti come vertice della cellula italiana di Hamas e membro del comparto estero dell’organizzazione. Attraverso associazioni “benefiche”, oltre 7,2 milioni di euro raccolti per Gaza sarebbero stati in larga parte dirottati verso Hamas. Quando i conti venivano bloccati, nascevano nuove associazioni. Quando i controlli aumentavano, i fondi venivano spostati all’estero: Europa, Turchia, Giordania, Egitto. Le intercettazioni parlano chiaro: elogi di attentati, spiegazioni del giuramento di fedeltà (baiyaa), gestione diretta dei flussi finanziari. Accanto ai soldi, la propaganda: per gli inquirenti InfoPal e Angela Lano avrebbero svolto un ruolo di sostegno narrativo e legittimazione. La rete coinvolge familiari, sodali, trasportatori di contanti. Documentati anche tentativi di fuga e di cancellazione delle prove. Non è una storia nuova: segnalazioni già nel 2006, dossier riemersi nel 2021, sanzioni USA nel 2024. Eppure, per anni, Hannoun ha frequentato palchi e istituzioni, con una legittimazione politica mai davvero messa in discussione. Dopo gli arresti, il silenzio della leadership della sinistra è stato quasi totale. L’unica voce critica interna è stata quella di Pina Picierno. Quello che oggi emerge non è una scoperta: è la conferma di ciò che Free4Future denuncia da mesi. Il punto non è giudiziario soltanto, ma politico e culturale: distinguere solidarietà e terrorismo è una responsabilità democratica. E chi ha confuso le due cose, oggi, non può cavarsela tacendo.

Allora facendo allo stato dell'arte ci sono 25 indagati, ma la maggior parte dei nomi non è stata divulgata, probabilmente per tutelare le indagini in corso (che includono 17 perquisizioni recenti con sequestri di oltre 1 milione di euro in contanti e dispositivi). Non tutti i dettagli dell'ordinanza sono pubblici, e ulteriori nomi potrebbero emergere con l'avanzare del procedimento. In base alle informazioni più aggiornate al 28 dicembre 2025 sull'inchiesta della Dda di Genova per presunti finanziamenti illeciti ad Hamas, il totale degli indagati è 25 (tutti a piede libero, oltre ai 9 destinatari di misure cautelari in carcere, di cui 7 eseguite e 2 latitanti). Dei 25 indagati, solo una minoranza di nomi è stata resa pubblica dai media e dalle fonti ufficiali, principalmente perché l'inchiesta è in fase preliminare e molti dettagli restano coperti da segreto investigativo. Ecco i nomi emersi finora: I 9 destinatari di misure cautelari (tutti indagati, con nomi ampiamente riportati): Mohammad Hannoun (o Mohamed/Mohammad Mahmoud Ahmad Hannoun), presidente dell'Associazione palestinesi in Italia, considerato il vertice della presunta cellula. Ra'ed Hussny Mousa Dawoud (o Raed Al Salahat, noto come Abu Falastine) Riyad Abdelrahim Jaber Albustanji (o Ryad Al Bustanji, "lo sceicco"). Osama Alisawi (o Alidawi, cofondatore di associazioni, ex ministro a Gaza). Adel Ibrahim Salameh Abu Rawwa (referente nord-est Italia). Khalil Abu Deiah (legale rappresentante de La Cupola d'Oro). Mohammed Ismail Saleh Abdu (domiciliato in Turchia, latitante). Yaser Elasaly (responsabile sede milanese). Altri possibili varianti minori nei resoconti (es. Raed Al Salahat distinto o sovrapposto). Tra i rimanenti 16 indagati a piede libero: La moglie e i due figli di Mohammad Hannoun (nomi non specificati pubblicamente, ma citati come consapevoli della destinazione dei fondi). Angela Lano, giornalista e direttrice di Infopal, accusata di ruolo nella propaganda (la sua abitazione è stata perquisita). E aspettiamo di sapere chi sono gli altri. E quanti si aggiungeranno...

Non solo #Hannoun L’inchiesta della Direzione Distrettuale Antimafia e Antiterrorismo di Genova sui presunti finanziamenti ad
Non solo #Hannoun L’inchiesta della Direzione Distrettuale Antimafia e Antiterrorismo di Genova sui presunti finanziamenti ad Hamas non riguarda un solo nome. Accanto a Mohammad Hannoun, arrestato come figura centrale dell’operazione “Domino”, emerge un secondo profilo chiave: quello di Angela Lano. Le accuse contestate ad Angela Lano Angela Lano è indagata a piede libero per concorso e partecipazione in associazione con finalità di terrorismo internazionale (art. 270-bis c.p.). Secondo gli inquirenti: 1. avrebbe svolto il ruolo di responsabile della propaganda di Hamas in Italia; 2. avrebbe intrattenuto rapporti quasi quotidiani con Mohammad Hannoun; 3. avrebbe ricevuto versamenti periodici di denaro da Hannoun 4. avrebbe contribuito, attraverso l’attività editoriale, alla legittimazione e diffusione della narrativa dell’organizzazione. Il 27 dicembre 2025 la Digos ha perquisito la sua abitazione a Sant’Ambrogio di Torino, sequestrando denaro contante, dispositivi informatici e materiale simbolico riconducibile ad Hamas. Chi è Angela Lano Angela Lano, 62 anni, vive in Val di Susa ed è una giornalista e orientalista di lungo corso. È direttrice responsabile di http://InfoPal.it, agenzia di stampa online specializzata sul mondo arabo, islamico e sulla Palestina, con una linea editoriale apertamente militante e schierata. Attivista storica del movimento No Tav, in passato ha collaborato con il Manifesto e ha partecipato a missioni e convogli definiti “umanitari” diretti a Gaza. Il suo impegno politico e ideologico non è mai stato dissimulato, né sul piano giornalistico né su quello pubblico. Il nodo politico-mediatico Il profilo di Lano si intreccia anche con quello di esponenti politici italiani. Nel giugno 2023, come direttrice di http://InfoPal.it, ha realizzato un’intervista a Stefania Ascari, dopo le polemiche legate alla partecipazione della deputata alla Conferenza dei Palestinesi in Europa di Malmö. L’intervista nasceva per difendere Ascari dalle accuse di antisemitismo e rilanciare una lettura basata su “doppi standard occidentali” e presunta propaganda filo-israeliana. Non esiste - allo stato dell'arte - alcun coinvolgimento giudiziario di Ascari nell’inchiesta, ma il collegamento politico e comunicativo è documentato: Ascari, come altri esponenti del Movimento 5 Stelle, ha avuto rapporti pubblici con Hannoun; Lano ne ha sostenuto e amplificato il frame narrativo sul piano mediatico. L’inchiesta in corso non riguarda soltanto presunti flussi di denaro. Riguarda la possibile ricostruzione di una rete: associazioni, attivisti, piattaforme informative e interlocutori politici, in cui solidarietà, propaganda e finanziamento rischiano di sovrapporsi. Non solo Hannoun, dunque. Se le contestazioni verranno confermate, emergerà un sistema che per anni ha operato alla luce del sole, beneficiando di legittimazioni pubbliche e di una sostanziale copertura politica e mediatica. È su questo intreccio — più che sui singoli destini giudiziari — che l’inchiesta è destinata ad avanzare.

In una Coop di Palermo si vede chiaramente che i prodotti provenienti da Israele sono scritti male. Isdraele, come scrivono d
In una Coop di Palermo si vede chiaramente che i prodotti provenienti da Israele sono scritti male. Isdraele, come scrivono degli ignoranti o in malafede. Ci aiutate a capire se è un caso, o alla Coop funziona proprio così?

Da vedere, Ascari che fa raccolta fondi per Hannoun.

https://hakol.ilriformista.it/guerra-e-antisemitismo-il-ritorno-della-storia-nel-cuore-della-fragile-europa-contemporanea/ Su Hakol, un articolo di Carmen Dal Monte. Carmen Dal Monte Per almeno settant’anni l’Europa ha vissuto dentro un’eccezione storica, scambiandola per normalità. Dal 1945 in poi, il continente ha conosciuto una fase inedita: pace prolungata, crescita economica, integrazione politica, progressiva espulsione della guerra dal lessico quotidiano. Un tempo sufficientemente lungo da farci credere che la storia avesse cambiato natura, che la violenza fosse diventata un residuo del passato, che il conflitto appartenesse ad altri luoghi e ad altri popoli. Oggi sappiamo che non era così. Quella fase non era la regola, ma una parentesi. E come tutte le parentesi storiche, prima o poi si chiude. La guerra è tornata sul continente europeo, la sicurezza si è incrinata, le categorie che avevamo archiviato — confine, nemico, riarmo, alleanza — sono riemerse con una rapidità che ha colto molti impreparati. Ma ciò che colpisce non è solo il ritorno del conflitto: è la nostra difficoltà a riconoscerlo. Abbiamo continuato a leggere il presente con gli strumenti del passato recente, non con quelli della lunga durata. Qualcosa di analogo è accaduto agli ebrei europei. Anche per loro, dal secondo dopoguerra in avanti, si è aperta una fase storicamente eccezionale: decenni di emancipazione, cittadinanza piena, integrazione culturale, libertà religiosa, assenza di persecuzione sistematica. Un tempo così lungo da far pensare che l’antisemitismo fosse stato definitivamente confinato nei manuali di storia, neutralizzato dalla memoria della Shoah, reso impraticabile dal progresso civile. Anche qui, l’errore è stato scambiare una condizione momentanea per la normalità permanente. La condizione ebraica in Europa occidentale, negli ultimi anni, ha smesso di somigliare a quella di una minoranza integrata e ha ricominciato ad assomigliare a quella di una presenza tollerata, condizionata, osservata. Non si tratta — o non ancora — di persecuzione nel senso storico del termine. Si tratta di qualcosa di più sottile e, proprio per questo, più difficile da nominare: un restringimento progressivo dello spazio sociale e simbolico. Come per l’Europa nel suo insieme, anche per gli ebrei il punto non è la brusca irruzione del pericolo, ma la fine dell’illusione di sicurezza permanente. L’antisemitismo non è “tornato”: ha semplicemente smesso di essere represso dal contesto. Ha trovato nuovi linguaggi, nuove giustificazioni, nuove legittimazioni morali. Si è adattato, come ha sempre fatto nella storia europea. Il parallelismo non è casuale. L’Europa che aveva creduto di essersi lasciata alle spalle la guerra per sempre è la stessa che aveva creduto di essersi lasciata alle spalle l’antisemitismo per sempre. In entrambi i casi, la fiducia non si fondava su una trasformazione profonda delle strutture culturali, ma su un equilibrio politico, economico e simbolico che oggi mostra tutte le sue crepe. Quando quell’equilibrio si incrina, riemerge ciò che era stato temporaneamente contenuto. Non è un caso che l’aumento dell’ostilità verso gli ebrei avvenga proprio mentre l’Europa sperimenta la fragilità del suo ordine. Le minoranze diventano, come sempre, il luogo su cui si proiettano paure più ampie: perdita di controllo, declino, fine delle certezze. La storia insegna che l’antisemitismo non ha bisogno di grandi crisi morali; gli basta la fine di una stabilità data per scontata. Il problema, oggi, non è solo politico. È concettuale. Continuiamo a pensare in termini di eccezione quando l’eccezione è finita. Continuiamo a parlare di “derive”, “rigurgiti”, “tensioni temporanee”, come se il quadro generale restasse intatto. Ma la parentesi si è chiusa. E il mondo che emerge non assomiglia a quello che av…

In questo ambito, ebbe un ruolo cruciale l’ORT (Organizzazione per la Riabilitazione attraverso la Formazione), che nei DP Camps organizzò corsi di formazione professionale in numerosi settori, tra cui meccanica, falegnameria, sartoria, agricoltura o maglieria, con l’obiettivo di costruire competenze utili per una futura vita fuori i campi. Vita familiare e religiosa Nei DP Camps si crearono molti nuovi nuclei famigliari. I dati del campo di Bergen-Belsen indicano che nel 1946 si celebrarono 1.070 matrimoni. Nel primo anno dopo la liberazione si registrarono circa sette matrimoni al giorno, e a volte anche cinquanta in una settimana. Nacquero moltissimi bambini. Nel gennaio 1946 erano 120, a settembre dello stesso anno oltre 4000. Secondo un rapporto del JDC di fine novembre 1946, su 134.541 sfollati ebrei nella zona americana, il 3,2% erano neonati fino a un anno e il 3,5% bambini di età compresa tra uno e cinque anni. Questi dati indicano che i campi divennero veri e propri spazi in cui ricostruire una continuità sociale e umana. Anche il recuperò della vita religiosa ebbe il suo spazio. Vennero allestite sinagoghe a Föhrenwald, Bergen-Belsen, Landsberg. Riprese la celebrazione delle festività ebraiche, grazie anche alla presenza di rabbini e insegnanti religiosi. A ciò si aggiunse un’ulteriore spinta culturale con la fondazione di giornali e la circolazione di bollettini, nonché attività teatrali e musicali, conferenze e corsi culturali. Conclusione Nonostante l’impegno del regime nazista nel cancellare gli ebrei dall’Europa, la realtà del dopoguerra racconta una storia eccezionale e di cui si parla troppo poco. Nei DP Camps, i sopravvissuti seppero trasformare uno spazio di marginalità in un laboratorio di rinascita collettiva. Attraverso l’autogoverno, la ricostruzione della vita familiare e religiosa, l’istruzione, la formazione professionale e l’impegno politico, She’erit Hapletah affermò la propria resistenza. La rinascita ebraica fu una risposta chiara al progetto di annientamento, una riaffermazione di identità, continuità e futuro.

La liberazione dei campi di concentramento e di sterminio non fu, per la maggior parte dei sopravvissuti ebrei, il punto di p
La liberazione dei campi di concentramento e di sterminio non fu, per la maggior parte dei sopravvissuti ebrei, il punto di partenza da cui ricominciare. Le potenze alleate non elaborarono un piano rapido e strutturato per la loro accoglienza e così molti di loro furono trasferiti nei Displaced Persons Camps (DP Camps), sorti in Germania, Austria ma anche in Italia, ricavati da ex campi di concentramento o da strutture militari dismesse. I sopravvissuti furono classificati per nazionalità, non come gruppo perseguitato specificamente in quanto ebreo. Il Rapporto Harrison, pubblicato nell’agosto 1945, descrisse con chiarezza questa condizione: i reduci ebrei continuavano a vivere dietro al filo spinato, sotto sorveglianza armata, in condizioni di sovraffollamento e precarietà igienica. È in questo contesto di mancata accoglienza che nei DP Camps prese forma un processo di riorganizzazione ebraica che riguardò tutti gli aspetti della vita quotidiana. Nell’immediato dopoguerra, i sopravvissuti ebrei iniziarono a definirsi She’erit Hapletah (שְׁאֵרִית הַפְּלֵיטָה), espressione biblica che significa letteralmente “il resto dei salvati”. Il termine assunse un significato politico e sociale preciso: i sopravvissuti, consapevoli della distruzione subita, non si persero d’animo e lavorarono alla propria rinascita. Rappresentanza e autogoverno Uno dei primi casi documentati di autogoverno ebraico si registrò nel DP Camp di Bergen-Belsen, nella zona di occupazione britannica. Nell’aprile del 1945 esisteva già un comitato dei sopravvissuti ebrei, incaricato di rappresentare la popolazione del campo presso le autorità militari. Nel giugno dello stesso anno, sotto la guida di Josef Rosensaft e Norbert Wollheim, si consolidò il Comitato Centrale degli Ebrei Liberati. Aggregazioni analoghe si strutturano, poi, in molti altri campi. In questi luoghi, i comitati coordinavano la distribuzione degli aiuti umanitari o gestivano i rapporti con l’UNRRA, l'organizzazione dell’ONU istituita nel 1943 per fornire assistenza ai paesi devastati dalla Seconda Guerra Mondiale. In molti casi, queste strutture operarono prima di un riconoscimento formale. L’assistenza interna ed esterna Questo nuovo assetto venne definito il 25 luglio 1945 nel monastero di St. Ottilien, in Baviera, dove si tenne la Prima Conferenza dei Rappresentanti dei Sopravvissuti Ebrei in Germania, con delegati provenienti da diversi DP Camps della zona britannica e americana. La conferenza costituì la sua prima articolazione pubblica. Accanto ai comitati interni, in aiuto ai sopravvissuti dei DP Camps agirono anche enti ebraici transnazionali di assistenza. Tra di essi, la Joint Distribution Committee (JDC) che divenne fondamentale nella distribuzione di cibo per integrare le razioni ufficiali - scarsissime-, il vestiario e i medicinali. Allestì ambulatori, ospedali, mense kosher e servizi religiosi di base. Con la JDC, operò anche la Jewish Agency, con una funzione complementare: mediazione con le autorità alleate, sostegno al riconoscimento dei sopravvissuti come gruppo distinto e pressione costante sulla questione dell’emigrazione verso la Palestina mandataria, ancora bloccata dalla politica britannica del Libro Bianco. La HIAS (Hebrew Immigrant Aid Society), invece, si concentrò sugli aspetti legali e amministrativi della migrazione: documenti, ricongiungimenti familiari, pratiche per l’emigrazione verso Stati Uniti, America Latina o Palestina mandataria, quando possibile. L’istruzione fu un altro degli ambiti più rapidamente organizzati. Scuole elementari, corsi per adolescenti e alfabetizzazione per adulti sono documentati in numerosi campi. L’insegnamento dell’ebraico, dello yiddish, della storia e della cultura ebraica affiancò l’istruzione di base. 👇🏻👇🏻