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I flussi di denaro esteri presi al vaglio dalle indagini dalla procura di Genova, portano, guarda caso, agli stessi luoghi dove arriva anche l'influenza dell'Iran. Questa non è una coincidenza.
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Che altro raccontano i 7 milioni di Hannoun? â PARTE DUE
Quando si parla di aiuti a Gaza, il nome che ricorre piÚ spesso è UNRWA. à attorno a questa agenzia delle Nazioni Unite che si concentra la gran parte dei finanziamenti internazionali, dei programmi educativi, sanitari e assistenziali, e delle infrastrutture civili operative nella Striscia. Un tema che Free4Future analizza dal 2024, mettendo in relazione il sistema degli aiuti, le vulnerabilità dei controlli e le reti politiche e associative che hanno operato per anni senza un reale scrutinio pubblico.
Lâinchiesta su Mohammad Hannoun non apre dunque un capitolo nuovo, ma conferma dinamiche giĂ osservate, documentate e discusse pubblicamente, oggi corroborate da atti giudiziari e riscontri investigativi.
I circa 7 milioni di euro contestati a Hannoun rappresentano un caso penale grave. Ma il dato politicamente rilevante è il contesto in cui quel circuito ha operato: un ecosistema umanitario che muove risorse di ordine di grandezza molto superiore e che agisce in un territorio controllato da Hamas.
Nel 2024 lâItalia ha annunciato un pacchetto complessivo da 35 milioni di euro per Gaza: 5 milioni destinati direttamente a UNRWA e 30 milioni allâiniziativa âFood for Gazaâ.
A livello europeo, le cifre crescono ulteriormente: 82 milioni di euro previsti nel 2024, una prima tranche da 50 milioni, 68 milioni convogliati tramite Croce Rossa e Mezzaluna Rossa, fino al nuovo pacchetto da 202 milioni di euro annunciato nel 2025.
Ă su questa scala che il caso Hannoun va letto: non come anomalia isolata, ma come indicatore di una fragilitĂ strutturale.
Negli ultimi anni, le infiltrazioni di Hamas allâinterno dellâUNRWA non sono una tesi politica, ma un insieme di casi documentati, emersi da testimonianze dirette di ostaggi e verifiche giornalistiche internazionali.
Diversi ostaggi israeliani liberati tra il 2023 e il 2025 hanno dichiarato di essere stati detenuti in strutture riconducibili a UNRWA o in abitazioni di suoi dipendenti. Lâostaggio anglo-israeliana Emily Damari, liberata nel gennaio 2025, ha riferito di essere stata tenuta per mesi in facilities UNRWA, senza ricevere cure mediche nonostante gravi ferite da arma da fuoco.
Altre testimonianze indicano il coinvolgimento diretto di insegnanti UNRWA nella detenzione di ostaggi, in alcuni casi allâinterno delle proprie abitazioni, inclusi episodi di custodia prolungata e documentazione fotografica delle persone rapite.
Un caso particolarmente grave riguarda Faisal Ali Mussalem al-Naami, social worker UNRWA, che ha rapito il corpo di Yonatan Samerano, ucciso il 7 ottobre, utilizzando un veicolo ONU: lâepisodio è documentato da un video ampiamente diffuso.
Questi episodi si inseriscono in un quadro piĂš ampio e strutturale. Dal 2014, la stessa UNRWA ha ammesso il ritrovamento di razzi nascosti in scuole sotto la sua gestione. E sono stati scoperti tunnel di Hamas sotto edifici scolastici UNRWA a Gaza.
Nel 2024, documenti interni di Hamas sequestrati a Gaza indicano che almeno 24 dipendenti UNRWA, tra insegnanti e dirigenti, risultavano affiliati a Hamas o alla Jihad Islamica in 24 scuole diverse, alcuni con addestramento militare e accesso alle armi.
Del resto anche Ismail Haniyeh âwas an UNRWA teacherâ come da lâex funzionario UNRWA Ahmad Oueidat ha affermato in televisione
Questi sono dati di fatto: le strutture UNRWA sono state utilizzate in modo sistematico da Hamas come luoghi di stoccaggio, comando, detenzione e copertura operativa, mentre una parte del personale è risultata direttamente coinvolta o contigua allâorganizzazione terroristica.
Il problema centrale non è Hannoun, ma un sistema di finanziamenti che continua a operare in un territorio controllato da Hamas, senza che le falle strutturali dei controlli diventino oggetto di una vera assunzione di responsabilità politica.
Ma il sistema degli aiuti continua a operare quasi invariato, affidandosi a meccanismi di verifica che, da anni, mostrano limiti evidenti. Adesso attendiamo la magistratura.
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Che altro raccontano i 7 milioni di Hannoun? â PARTE UNO
Questo quadro non emerge allâimprovviso. Free4Future segue e documenta questi temi dal 2024, con analisi, approfondimenti e segnalazioni sulle reti di Hamas attive in Italia, sui meccanismi di finanziamento sotto copertura umanitaria e sulle criticitĂ strutturali del sistema degli aiuti.
Lâattenzione si è concentrata in particolare su tre nodi ricorrenti: la vulnerabilitĂ dei controlli, le infiltrazioni nei circuiti associativi e umanitari, e le forme di legittimazione politica e mediatica che, negli anni, hanno contribuito a normalizzare interlocutori poi emersi come centrali nelle indagini giudiziarie.
Lâinchiesta su Hannoun non apre dunque un capitolo nuovo, ma conferma dinamiche giĂ osservate, documentate e discusse pubblicamente, oggi corroborate da atti giudiziari e riscontri investigativi.
Nel gennaio 2024 lâItalia ha sospeso i finanziamenti allâUNRWA dopo accuse secondo cui alcuni dipendenti dellâagenzia a Gaza sarebbero stati coinvolti nellâattacco di Hamas del 7 ottobre 2023. La sospensione si inseriva in una scelta condivisa da diversi Paesi occidentali.
Nel maggio 2024, dopo verifiche interne alle Nazioni Unite che non hanno confermato prove definitive di infiltrazioni sistemiche, lâItalia ha ripreso i finanziamenti. In occasione della visita del premier palestinese Mohammad Mustafa, è stato annunciato un pacchetto complessivo da 35 milioni di euro: 5 milioni destinati direttamente allâUNRWA per progetti specifici, con controlli rafforzati, e 30 milioni per lâiniziativa italiana âFood for Gazaâ, realizzata con altre agenzie ONU.
Nel 2025 non risultano nuove sospensioni dei fondi italiani allâUNRWA. I contributi restano inferiori ai livelli precedenti al 2023, ma lâimpegno umanitario è stato confermato.
A livello europeo, il quadro è ancora piĂš significativo. Tra gennaio e febbraio 2024 diversi Stati membri e la Commissione UE hanno sospeso o rivisto temporaneamente i finanziamenti allâUNRWA, in attesa di verifiche. I pagamenti previsti per il 2024 ammontavano a 82 milioni di euro.
A marzo 2024 la Commissione ha sbloccato una prima tranche da 50 milioni di euro, affiancata da 68 milioni convogliati tramite Croce Rossa e Mezzaluna Rossa. Nel giugno 2025 lâUnione Europea ha annunciato un nuovo pacchetto da 202 milioni di euro, destinato allâUNRWA e allâAutoritĂ Palestinese per il finanziamento di servizi essenziali come sanitĂ , istruzione e stipendi.
Alcuni Paesi europei â tra cui Irlanda, Spagna, Belgio e Norvegia â non avevano mai sospeso i fondi. Gli Stati Uniti, secondo le informazioni disponibili, mantengono invece il blocco almeno fino al marzo 2025.
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Per capire davvero chi fosse Mohammad Hannoun e quali reti abbia attraversato negli anni, bisogna guardare al mare. Non come metafora, ma come spazio politico e logistico: quello delle Freedom Flotilla, le missioni âumanitarieâ dirette a Gaza che, dal 2010 in poi, hanno rappresentato uno dei principali canali di mobilitazione internazionale attorno alla causa palestinese.
Dalla Mavi Marmara alla âFreedom Flotilla 2â
Dopo lâincidente della Mavi Marmara nel 2010, Mohammad Hannoun â allora presidente dellâAssociazione dei Palestinesi in Italia (API) e dellâAssociazione Benefica di SolidarietĂ con il Popolo Palestinese (ABSPP) â entra a pieno titolo nel circuito organizzativo delle flottiglie.
Nel 2011, Hannoun è tra i promotori della cosiddetta âFreedom Flotilla 2â, progettata come risposta politica e simbolica al blocco di Gaza. Partecipa a riunioni allâambasciata turca a Roma insieme ad alcuni sopravvissuti della prima flottiglia, tra cui Angela Lano e Manolo Luppichini.
In quelle occasioni, Hannoun annuncia pubblicamente unâiniziativa di grandi dimensioni:
20 navi,
circa 5.000 passeggeri,
una mobilitazione internazionale senza precedenti.
Sempre secondo quanto dichiarato allâepoca, in Italia vengono raccolti circa 140.000 euro a sostegno dellâoperazione. Ă la stessa ABSPP a occuparsi della partecipazione italiana alla flottiglia del 2010, giĂ allora oggetto di attenzione e accuse per possibili legami con Hamas.
Le flottiglie come infrastruttura politica
Le Freedom Flotilla non sono mai state soltanto operazioni umanitarie. Fin dallâinizio si sono configurate come piattaforme politiche, mediatiche e relazionali, capaci di mettere in contatto attivisti, ONG, giornalisti, parlamentari e reti internazionali.
In questo contesto, Hannoun non appare come una figura marginale, ma come un nodo organizzativo stabile, capace di:
mobilitare associazioni,
raccogliere fondi,
costruire legami internazionali,
garantire continuitĂ tra una missione e lâaltra.
Dal 2010 al 2025: una presenza che non si interrompe
Dopo anni di minore visibilitĂ , il nome di Hannoun riemerge anche nelle flottiglie piĂš recenti, tra il 2024 e il 2025, legate alla Freedom Flotilla Coalition (FFC).
In particolare, Hannoun risulta attivo nel sostegno alla âSumud Flotillaâ (nota anche come Global Sumud Flotilla), partita parzialmente da Genova nel 2025. Le sue associazioni â API e ABSPP â promuovono pubblicamente lâiniziativa, e Hannoun viene fotografato e citato in eventi collegati alla FFC.
Secondo diverse fonti, incluse informazioni contenute in dossier statunitensi successivamente desecretati, Hannoun sarebbe stato una figura chiave nel convogliare fondi e supporto logistico verso queste missioni. Il suo nome compare inoltre in accuse di infiltrazione di Hamas allâinterno delle flottiglie umanitarie, un tema ricorrente nelle analisi di sicurezza occidentali su questo tipo di operazioni.
Alla luce dellâinchiesta giudiziaria che oggi coinvolge Hannoun per finanziamento ad Hamas, le flottiglie non appaiono piĂš come un semplice capitolo del passato, ma come un filo rosso che attraversa quindici anni di attivismo, relazioni e raccolte fondi.
La domanda, allora, non è solo se Hannoun navigasse con le flottiglie.
La domanda è chi navigava con lui, chi ne condivideva palchi, riunioni, viaggi e campagne, e quanto consapevoli fossero i diversi attori del ruolo che quelle missioni svolgevano: non solo sul piano umanitario, ma anche su quello politico e organizzativo.
Una domanda che, oggi, non riguarda piĂš soltanto la storia delle flottiglie. Ma le reti che le hanno rese possibili.
Free4Future ne dava notizie mesi fa.
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Nell'agosto del 2024 avevamo parlato di nuovo di come molti dei soldi in arrivo sia in Cisgiordania che a Gaza fossero sospetti e non esclusivamente destinati alla popolazione in difficoltĂ . A rilevarlo, lo stesso Gino Strada, che ha fatto della solidarietĂ la propria ragione di vita. Quante prove servono ancora?
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I 7 milioni di Hannoun sono spiccioli
Sette milioni di euro.
Ă la cifra al centro dellâinchiesta su Mohammad Hannoun e sulla rete di associazioni utilizzate per il finanziamento di Hamas. Una somma rilevante sul piano penale, ma modesta se confrontata con il flusso complessivo di fondi pubblici e istituzionali che, ogni anno, transitano in modo legittimo attraverso ONG e programmi umanitari europei attivi in Palestina e a Gaza.
I numeri dei finanziamenti pubblici italiani
Secondo i dati ufficiali del portale OpenAID dellâAgenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo (AICS), tra il 2023 e il 2025 lâItalia ha finanziato 24 progetti di ONG italiane in Palestina, per un valore complessivo di circa 27 milioni di euro, destinati a salute, istruzione, protezione dei civili e sviluppo economico in Cisgiordania e Striscia di Gaza.
A questi si aggiungono 7,6 milioni di euro per interventi umanitari emergenziali, concentrati su Gaza, Gerusalemme Est e Area C.
Il caso Oxfam
Il finanziamento piĂš dettagliato riguarda Oxfam Italia, capofila del progetto âIBTKAR for Social Changeâ (2022â2025), finanziato da AICS con 3.517.356,61 euro, operativo in Cisgiordania e Gaza.
Un singolo progetto legittimo vale quindi circa la metĂ dellâintero flusso contestato a Hannoun in oltre ventâanni.
Le altre ONG
Organizzazioni come INTERSOS, COOPI, Save the Children e Vento di Terra risultano beneficiarie dei fondi AICS allâinterno dei 24 progetti finanziati, ma i dati pubblici non consentono di isolare gli importi per singola ONG.
PCRF-Italia riceve finanziamenti pubblici in collaborazione con enti sanitari regionali per missioni mediche pediatriche, mentre Amnesty International Italia non riceve fondi pubblici diretti, per scelta statutaria.
Il livello europeo
Nel biennio 2024â2025, i fondi umanitari europei destinati a Gaza attraverso programmi UE superano i 100 milioni di euro, canalizzati tramite ONG europee e internazionali, anche in questo caso senza trasparenza disaggregata sui singoli partner.
Presenza sul campo e comunicazione
Nel 2021 Cecilia Parodi ha co-fondato il progetto Yohzer Gaza insieme a Barbara Archetti di Vento di Terra, per il supporto psicologico a bambini e famiglie nella Striscia.
Parodi ha vissuto e lavorato a Gaza e scrive per Palestine Chronicle Italia, contribuendo alla diffusione di contenuti e testimonianze legate alla causa palestinese. Un esempio di come, accanto allâintervento operativo delle ONG, si sviluppi anche una filiera comunicativa che accompagna lâazione umanitaria.
Quando il problema non è la cifra, ma il controllo
Anche i finanziamenti legittimi non sono automaticamente impermeabili.
Nel giugno 2021, un memo interno di Hamas ha indicato un progetto idrico di Oxfam vicino al confine di Gaza come âsensibile per la sicurezzaâ, perchĂŠ potenzialmente utile ad attivitĂ militari; il progetto era implementato tramite Rai-Consult, societĂ il cui direttore risulta affiliato a Hamas.
Non un caso isolato: documenti resi pubblici nel dicembre 2025 mostrano che Hamas impone âguarantorsâ affiliati allâinterno delle ONG straniere operative a Gaza per monitorarne attivitĂ e flussi finanziari. Tra le organizzazioni citate compaiono Oxfam, Mercy Corps e International Medical Corps. In un caso del 2020, una ONG che aveva rifiutato di condividere report finanziari ha visto chiudere i propri uffici fino allâaccettazione di un garante.
Una conclusione che va oltre Hannoun
Il confronto resta netto: 7,2 milioni di euro contestati a Hannoun, 27 milioni di fondi pubblici italiani in pochi anni, oltre 100 milioni di finanziamenti umanitari europei.
Non per relativizzare responsabilità individuali, ma per chiarire che il nodo centrale non è la dimensione del flusso, bensÏ la sua vulnerabilità strutturale.
Ă su questo che Free4Future lavora da mesi: mostrare come operano le reti, come vengono aggirati i controlli e quanto sia fragile la distinzione tra aiuto umanitario e sistema di influenza in uno dei contesti piĂš complessi e strumentalizzati al mondo.
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Lâindagine su Hannoun: una rete europea di finanziamento ad Hamas
Lâinchiesta su Mohammad Hannoun non è un caso giudiziario circoscritto allâItalia. Al contrario, rappresenta uno dei piĂš rilevanti esempi recenti di finanziamento transnazionale del terrorismo emersi in Europa, inserito in una strategia coordinata che coinvolge magistrature e autoritĂ investigative di piĂš Paesi dellâUnione.
Secondo fonti convergenti e documenti ufficiali, la rete costruita attorno ad Hannoun e alle sue associazioni â tra cui ABSPP e La Cupola dâOro â operava su scala europea, sfruttando la copertura umanitaria per convogliare fondi verso Hamas.
Cooperazione giudiziaria europea
Lâindagine nasce da segnalazioni di transazioni finanziarie sospette e si sviluppa grazie a una cooperazione giudiziaria strutturata tra piĂš Stati membri dellâUnione Europea.
Un ruolo centrale è svolto da Eurojust, che ha coordinato:
il monitoraggio finanziario transfrontaliero;
lo scambio di prove e intercettazioni;
il collegamento tra indagini parallele in Italia, Paesi Bassi, Austria, Francia e Regno Unito.
Gli atti italiani documentano contatti diretti di Hannoun con figure analoghe attive in questi Paesi, a conferma di una rete europea ramificata, non di iniziative isolate.
Dove finivano i soldi
Secondo gli inquirenti, oltre 7 milioni di euro raccolti in Italia sarebbero stati dirottati verso entitĂ controllate o riconducibili ad Hamas. La percentuale di deviazione supera il 71% dei fondi complessivi.
I trasferimenti avvenivano attraverso:
triangolazioni internazionali;
passaggi tramite Turchia, Giordania ed Egitto;
contatti diretti con esponenti dellâorganizzazione a Gaza.
Tra gli elementi emersi:
incontri allâestero con figure apicali del comparto estero di Hamas;
la presenza nella rete di soggetti con ruoli politici e amministrativi nellâarea di Gaza;
due indagati attualmente latitanti, uno in Turchia e uno a Gaza.
Charity e aggiramento dei controlli
Un aspetto centrale dellâindagine riguarda il meccanismo di elusione dei controlli bancari.
Quando conti correnti o associazioni venivano bloccati o attenzionati:
venivano costituite nuove onlus;
i progetti venivano trasferiti su nuovi soggetti giuridici;
la raccolta fondi riprendeva sotto altre sigle.
Questo schema, ricostruito anche attraverso intercettazioni, evidenzia una continuitĂ operativa e una pianificazione consapevole, non episodica.
Un tassello della strategia UE contro il finanziamento del terrorismo
Lâindagine si inserisce nel piĂš ampio quadro delle politiche europee di contrasto al finanziamento del terrorismo. Hamas è classificata come organizzazione terroristica dallâUnione Europea, e il caso Hannoun mostra come le infrastrutture finanziarie possano radicarsi anche in Paesi con sistemi di controllo avanzati, sfruttando il linguaggio e le strutture della solidarietĂ .
La copertura umanitaria, in questo contesto, non è un elemento marginale, ma uno strumento operativo.
Un caso europeo, non italiano
Il punto chiave che emerge dallâinchiesta è netto:
non si tratta di unâindagine nazionale con ramificazioni estere, ma di un caso europeo di finanziamento transnazionale del terrorismo, reso possibile solo grazie alla cooperazione giudiziaria tra Stati membri e al coordinamento sovranazionale.
Un precedente rilevante, che mostra come il contrasto alle reti finanziarie di Hamas passi ormai da un livello strutturalmente europeo â e che difficilmente resterĂ un episodio isolato.
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Come abbiamo spesso visto in queste settimane, il mare ha rappresentato uno spazio cruciale per la sopravvivenza o la morte degli ebrei e non solo per le innumerevoli navi cariche di profughi che ne hanno solcato le acque. Abbiamo parlato del Mar Nero, del Mar Egeo ma ancora non avevamo parlato del Mar Mediterraneo. E, piĂš esattamente, di Cipro. Subito dopo la fine della guerra, infatti, furono moltissimi gli ebrei che cercarono di imbarcarsi nei porti del Mediterraneo occidentale per emigrare e ricominciare una nuova vita. Meta principale la Palestina mandataria.
Un paio di settimane fa abbiamo raccontato la storia della nave Patria, i cui sopravvissuti furono deportati dagli inglesi in un campo di concentramento allestito nelle Mauritius, a dimostrazione che la determinazione degli inglesi a non far sbarcare nemmeno un ebreo nei territori del suo mandato in Palestina era ferrea.
Dopo la fine della guerra, quella determinazione non venne meno. Per ostacolare questi âviaggi della speranzaâ, sullâisola di Cipro gli inglesi allestirono allora altri campi di concentramento, che funsero da ennesima barriera per fermare lâesodo dei reduci ebrei verso le coste della Palestina mandataria. Qui, chi era faticosamente scampato alla morte in Europa, si scontrò con la piĂš spietata opposizione politica alla salvezza, radicata nella logica del controllo coloniale e fomentata da pregiudizi antiebraici mai rimossi.
A Cipro, gli inglesi allestirono ben 12 campi, dove vi internarono oltre 50.000 profughi ebrei. La vicenda piĂš nota legata ai campi di Cipro è quella della nave ''Exodus''. I profughi si imbarcarono in Francia nel 1947 ma quando arrivarono sulle coste della Palestina mandataria, le autoritĂ inglesi negarono loro lo sbarco. I sopravvissuti vennero tratti in arresto e in qualitĂ di ''prigionieri'' furono deportati sullâisola. Da lĂŹ, gli inglesi li imbarcarono di nuovo e li rimandarono in Europa.
Mentre nei DP camps di Germania, Austria e Italia la vita ricominciava a prendere forma â scuole, matrimoni, nascite, giornali, teatri â sul mare, anche dopo la fine della guerra, le navi dei superstiti continuarono a essere intercettate, danneggiate e abbordate dalla marina britannica, perchĂŠ quei reduci non dovevano arrivare nel Yishuv - la comunitĂ ebraica che giĂ esisteva nel mandato britannico di Palestina prima della fondazione dello stato di Israele nel 1948. Chiunque fu arrestato, finĂŹ a Cipro.
Uomini e donne, vivi per miracolo, erano usciti dai lager nazisti per ritrovarsi nuovamente dietro il filo spinato, sorvegliati da soldati, privati della libertĂ di movimento, costretti allâattesa a pochissima distanza dalla propria meta, a soli 400 km da loro. Erano riusciti a fuggire dallâEuropa che aveva cercato di cancellarli e una volta arrivati quasi a destinazione, nellâattesa di abbracciare la tanto agognata libertĂ , impattarono contro il muro dellâamministrazione coloniale britannica, inamovibile ma che, dopotutto, nĂŠ prima nĂŠ durante la guerra aveva mai mostrato solidarietĂ verso gli ebrei.
Questa settimana è dedicata alla storia dei sopravvissuti nei campi di Cipro. A quel momento in cui, dopo la fuga dallâEuropa e la ricostruzione nei campi per sfollati, la libertĂ venne di nuovo negata per ragioni puramente politiche.
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TUTTI I RETROSCENA DELLâINDAGINE SUI FINANZIAMENTI AD HAMAS
Lâinchiesta della DDA di Genova non riguarda un singolo attivista, ma un sistema strutturato che per anni ha operato in Italia sotto la copertura della solidarietĂ umanitaria.
Al centro câè Mohammad Hannoun, indicato dagli inquirenti come vertice della cellula italiana di Hamas e membro del comparto estero dellâorganizzazione. Attraverso associazioni âbeneficheâ, oltre 7,2 milioni di euro raccolti per Gaza sarebbero stati in larga parte dirottati verso Hamas.
Quando i conti venivano bloccati, nascevano nuove associazioni. Quando i controlli aumentavano, i fondi venivano spostati allâestero: Europa, Turchia, Giordania, Egitto. Le intercettazioni parlano chiaro: elogi di attentati, spiegazioni del giuramento di fedeltĂ (baiyaa), gestione diretta dei flussi finanziari.
Accanto ai soldi, la propaganda: per gli inquirenti InfoPal e Angela Lano avrebbero svolto un ruolo di sostegno narrativo e legittimazione.
La rete coinvolge familiari, sodali, trasportatori di contanti. Documentati anche tentativi di fuga e di cancellazione delle prove.
Non è una storia nuova: segnalazioni già nel 2006, dossier riemersi nel 2021, sanzioni USA nel 2024.
Eppure, per anni, Hannoun ha frequentato palchi e istituzioni, con una legittimazione politica mai davvero messa in discussione.
Dopo gli arresti, il silenzio della leadership della sinistra è stato quasi totale. Lâunica voce critica interna è stata quella di Pina Picierno.
Quello che oggi emerge non è una scoperta: è la conferma di ciò che Free4Future denuncia da mesi.
Il punto non è giudiziario soltanto, ma politico e culturale: distinguere solidarietà e terrorismo è una responsabilità democratica. E chi ha confuso le due cose, oggi, non può cavarsela tacendo.
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Allora facendo allo stato dell'arte ci sono 25 indagati, ma la maggior parte dei nomi non è stata divulgata, probabilmente per tutelare le indagini in corso (che includono 17 perquisizioni recenti con sequestri di oltre 1 milione di euro in contanti e dispositivi).
Non tutti i dettagli dell'ordinanza sono pubblici, e ulteriori nomi potrebbero emergere con l'avanzare del procedimento.
In base alle informazioni piÚ aggiornate al 28 dicembre 2025 sull'inchiesta della Dda di Genova per presunti finanziamenti illeciti ad Hamas, il totale degli indagati è 25 (tutti a piede libero, oltre ai 9 destinatari di misure cautelari in carcere, di cui 7 eseguite e 2 latitanti).
Dei 25 indagati, solo una minoranza di nomi è stata resa pubblica dai media e dalle fonti ufficiali, principalmente perchÊ l'inchiesta è in fase preliminare e molti dettagli restano coperti da segreto investigativo. Ecco i nomi emersi finora:
I 9 destinatari di misure cautelari (tutti indagati, con nomi ampiamente riportati):
Mohammad Hannoun (o Mohamed/Mohammad Mahmoud Ahmad Hannoun), presidente dell'Associazione palestinesi in Italia, considerato il vertice della presunta cellula.
Ra'ed Hussny Mousa Dawoud (o Raed Al Salahat, noto come Abu Falastine)
Riyad Abdelrahim Jaber Albustanji (o Ryad Al Bustanji, "lo sceicco").
Osama Alisawi (o Alidawi, cofondatore di associazioni, ex ministro a Gaza).
Adel Ibrahim Salameh Abu Rawwa (referente nord-est Italia).
Khalil Abu Deiah (legale rappresentante de La Cupola d'Oro).
Mohammed Ismail Saleh Abdu (domiciliato in Turchia, latitante).
Yaser Elasaly (responsabile sede milanese).
Altri possibili varianti minori nei resoconti (es. Raed Al Salahat distinto o sovrapposto).
Tra i rimanenti 16 indagati a piede libero:
La moglie e i due figli di Mohammad Hannoun (nomi non specificati pubblicamente, ma citati come consapevoli della destinazione dei fondi).
Angela Lano, giornalista e direttrice di Infopal, accusata di ruolo nella propaganda (la sua abitazione è stata perquisita).
E aspettiamo di sapere chi sono gli altri. E quanti si aggiungeranno...
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Non solo #Hannoun
Lâinchiesta della Direzione Distrettuale Antimafia e Antiterrorismo di Genova sui presunti finanziamenti ad Hamas non riguarda un solo nome. Accanto a Mohammad Hannoun, arrestato come figura centrale dellâoperazione âDominoâ, emerge un secondo profilo chiave: quello di Angela Lano.
Le accuse contestate ad Angela Lano
Angela Lano è indagata a piede libero per concorso e partecipazione in associazione con finalità di terrorismo internazionale (art. 270-bis c.p.). Secondo gli inquirenti:
1. avrebbe svolto il ruolo di responsabile della propaganda di Hamas in Italia;
2. avrebbe intrattenuto rapporti quasi quotidiani con Mohammad Hannoun;
3. avrebbe ricevuto versamenti periodici di denaro da Hannoun
4. avrebbe contribuito, attraverso lâattivitĂ editoriale, alla legittimazione e diffusione della narrativa dellâorganizzazione.
Il 27 dicembre 2025 la Digos ha perquisito la sua abitazione a SantâAmbrogio di Torino, sequestrando denaro contante, dispositivi informatici e materiale simbolico riconducibile ad Hamas.
Chi è Angela Lano
Angela Lano, 62 anni, vive in Val di Susa ed è una giornalista e orientalista di lungo corso. à direttrice responsabile di http://InfoPal.it, agenzia di stampa online specializzata sul mondo arabo, islamico e sulla Palestina, con una linea editoriale apertamente militante e schierata.
Attivista storica del movimento No Tav, in passato ha collaborato con il Manifesto e ha partecipato a missioni e convogli definiti âumanitariâ diretti a Gaza.
Il suo impegno politico e ideologico non è mai stato dissimulato, nÊ sul piano giornalistico nÊ su quello pubblico.
Il nodo politico-mediatico
Il profilo di Lano si intreccia anche con quello di esponenti politici italiani. Nel giugno 2023, come direttrice di http://InfoPal.it, ha realizzato unâintervista a Stefania Ascari, dopo le polemiche legate alla partecipazione della deputata alla Conferenza dei Palestinesi in Europa di MalmĂś.
Lâintervista nasceva per difendere Ascari dalle accuse di antisemitismo e rilanciare una lettura basata su âdoppi standard occidentaliâ e presunta propaganda filo-israeliana.
Non esiste - allo stato dell'arte - alcun coinvolgimento giudiziario di Ascari nellâinchiesta, ma il collegamento politico e comunicativo è documentato: Ascari, come altri esponenti del Movimento 5 Stelle, ha avuto rapporti pubblici con Hannoun;
Lano ne ha sostenuto e amplificato il frame narrativo sul piano mediatico.
Lâinchiesta in corso non riguarda soltanto presunti flussi di denaro.
Riguarda la possibile ricostruzione di una rete: associazioni, attivisti, piattaforme informative e interlocutori politici, in cui solidarietĂ , propaganda e finanziamento rischiano di sovrapporsi.
Non solo Hannoun, dunque. Se le contestazioni verranno confermate, emergerĂ un sistema che per anni ha operato alla luce del sole, beneficiando di legittimazioni pubbliche e di una sostanziale copertura politica e mediatica.
Ă su questo intreccio â piĂš che sui singoli destini giudiziari â che lâinchiesta è destinata ad avanzare.
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In una Coop di Palermo si vede chiaramente che i prodotti provenienti da Israele sono scritti male. Isdraele, come scrivono degli ignoranti o in malafede.
Ci aiutate a capire se è un caso, o alla Coop funziona proprio cosÏ?
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https://hakol.ilriformista.it/guerra-e-antisemitismo-il-ritorno-della-storia-nel-cuore-della-fragile-europa-contemporanea/
Su Hakol, un articolo di Carmen Dal Monte.
Carmen Dal Monte
Per almeno settantâanni lâEuropa ha vissuto dentro unâeccezione storica, scambiandola per normalitĂ .
Dal 1945 in poi, il continente ha conosciuto una fase inedita: pace prolungata, crescita economica, integrazione politica, progressiva espulsione della guerra dal lessico quotidiano. Un tempo sufficientemente lungo da farci credere che la storia avesse cambiato natura, che la violenza fosse diventata un residuo del passato, che il conflitto appartenesse ad altri luoghi e ad altri popoli.
Oggi sappiamo che non era cosĂŹ. Quella fase non era la regola, ma una parentesi. E come tutte le parentesi storiche, prima o poi si chiude.
La guerra è tornata sul continente europeo, la sicurezza si è incrinata, le categorie che avevamo archiviato â confine, nemico, riarmo, alleanza â sono riemerse con una rapiditĂ che ha colto molti impreparati. Ma ciò che colpisce non è solo il ritorno del conflitto: è la nostra difficoltĂ a riconoscerlo. Abbiamo continuato a leggere il presente con gli strumenti del passato recente, non con quelli della lunga durata.
Qualcosa di analogo è accaduto agli ebrei europei.
Anche per loro, dal secondo dopoguerra in avanti, si è aperta una fase storicamente eccezionale: decenni di emancipazione, cittadinanza piena, integrazione culturale, libertĂ religiosa, assenza di persecuzione sistematica. Un tempo cosĂŹ lungo da far pensare che lâantisemitismo fosse stato definitivamente confinato nei manuali di storia, neutralizzato dalla memoria della Shoah, reso impraticabile dal progresso civile.
Anche qui, lâerrore è stato scambiare una condizione momentanea per la normalitĂ permanente.
La condizione ebraica in Europa occidentale, negli ultimi anni, ha smesso di somigliare a quella di una minoranza integrata e ha ricominciato ad assomigliare a quella di una presenza tollerata, condizionata, osservata. Non si tratta â o non ancora â di persecuzione nel senso storico del termine. Si tratta di qualcosa di piĂš sottile e, proprio per questo, piĂš difficile da nominare: un restringimento progressivo dello spazio sociale e simbolico.
Come per lâEuropa nel suo insieme, anche per gli ebrei il punto non è la brusca irruzione del pericolo, ma la fine dellâillusione di sicurezza permanente. Lâantisemitismo non è âtornatoâ: ha semplicemente smesso di essere represso dal contesto. Ha trovato nuovi linguaggi, nuove giustificazioni, nuove legittimazioni morali. Si è adattato, come ha sempre fatto nella storia europea.
Il parallelismo non è casuale.
LâEuropa che aveva creduto di essersi lasciata alle spalle la guerra per sempre è la stessa che aveva creduto di essersi lasciata alle spalle lâantisemitismo per sempre. In entrambi i casi, la fiducia non si fondava su una trasformazione profonda delle strutture culturali, ma su un equilibrio politico, economico e simbolico che oggi mostra tutte le sue crepe.
Quando quellâequilibrio si incrina, riemerge ciò che era stato temporaneamente contenuto.
Non è un caso che lâaumento dellâostilitĂ verso gli ebrei avvenga proprio mentre lâEuropa sperimenta la fragilitĂ del suo ordine. Le minoranze diventano, come sempre, il luogo su cui si proiettano paure piĂš ampie: perdita di controllo, declino, fine delle certezze. La storia insegna che lâantisemitismo non ha bisogno di grandi crisi morali; gli basta la fine di una stabilitĂ data per scontata.
Il problema, oggi, non è solo politico. à concettuale.
Continuiamo a pensare in termini di eccezione quando lâeccezione è finita. Continuiamo a parlare di âderiveâ, ârigurgitiâ, âtensioni temporaneeâ, come se il quadro generale restasse intatto. Ma la parentesi si è chiusa. E il mondo che emerge non assomiglia a quello che avâŚ
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In questo ambito, ebbe un ruolo cruciale lâORT (Organizzazione per la Riabilitazione attraverso la Formazione), che nei DP Camps organizzò corsi di formazione professionale in numerosi settori, tra cui meccanica, falegnameria, sartoria, agricoltura o maglieria, con lâobiettivo di costruire competenze utili per una futura vita fuori i campi.
Vita familiare e religiosa
Nei DP Camps si crearono molti nuovi nuclei famigliari. I dati del campo di Bergen-Belsen indicano che nel 1946 si celebrarono 1.070 matrimoni. Nel primo anno dopo la liberazione si registrarono circa sette matrimoni al giorno, e a volte anche cinquanta in una settimana. Nacquero moltissimi bambini. Nel gennaio 1946 erano 120, a settembre dello stesso anno oltre 4000. Secondo un rapporto del JDC di fine novembre 1946, su 134.541 sfollati ebrei nella zona americana, il 3,2% erano neonati fino a un anno e il 3,5% bambini di etĂ compresa tra uno e cinque anni. Questi dati indicano che i campi divennero veri e propri spazi in cui ricostruire una continuitĂ sociale e umana.
Anche il recuperò della vita religiosa ebbe il suo spazio. Vennero allestite sinagoghe a FĂśhrenwald, Bergen-Belsen, Landsberg. Riprese la celebrazione delle festivitĂ ebraiche, grazie anche alla presenza di rabbini e insegnanti religiosi. A ciò si aggiunse unâulteriore spinta culturale con la fondazione di giornali e la circolazione di bollettini, nonchĂŠ attivitĂ teatrali e musicali, conferenze e corsi culturali.
Conclusione
Nonostante lâimpegno del regime nazista nel cancellare gli ebrei dallâEuropa, la realtĂ del dopoguerra racconta una storia eccezionale e di cui si parla troppo poco. Nei DP Camps, i sopravvissuti seppero trasformare uno spazio di marginalitĂ in un laboratorio di rinascita collettiva. Attraverso lâautogoverno, la ricostruzione della vita familiare e religiosa, lâistruzione, la formazione professionale e lâimpegno politico, Sheâerit Hapletah affermò la propria resistenza. La rinascita ebraica fu una risposta chiara al progetto di annientamento, una riaffermazione di identitĂ , continuitĂ e futuro.
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La liberazione dei campi di concentramento e di sterminio non fu, per la maggior parte dei sopravvissuti ebrei, il punto di partenza da cui ricominciare. Le potenze alleate non elaborarono un piano rapido e strutturato per la loro accoglienza e cosĂŹ molti di loro furono trasferiti nei Displaced Persons Camps (DP Camps), sorti in Germania, Austria ma anche in Italia, ricavati da ex campi di concentramento o da strutture militari dismesse. I sopravvissuti furono classificati per nazionalitĂ , non come gruppo perseguitato specificamente in quanto ebreo. Il Rapporto Harrison, pubblicato nellâagosto 1945, descrisse con chiarezza questa condizione: i reduci ebrei continuavano a vivere dietro al filo spinato, sotto sorveglianza armata, in condizioni di sovraffollamento e precarietĂ igienica.
Ă in questo contesto di mancata accoglienza che nei DP Camps prese forma un processo di riorganizzazione ebraica che riguardò tutti gli aspetti della vita quotidiana. Nellâimmediato dopoguerra, i sopravvissuti ebrei iniziarono a definirsi Sheâerit Hapletah (׊ְ××־רִ×ת ×֡פְ֟×Öľ××Ö¸×), espressione biblica che significa letteralmente âil resto dei salvatiâ. Il termine assunse un significato politico e sociale preciso: i sopravvissuti, consapevoli della distruzione subita, non si persero dâanimo e lavorarono alla propria rinascita.
Rappresentanza e autogoverno
Uno dei primi casi documentati di autogoverno ebraico si registrò nel DP Camp di Bergen-Belsen, nella zona di occupazione britannica. Nellâaprile del 1945 esisteva giĂ un comitato dei sopravvissuti ebrei, incaricato di rappresentare la popolazione del campo presso le autoritĂ militari. Nel giugno dello stesso anno, sotto la guida di Josef Rosensaft e Norbert Wollheim, si consolidò il Comitato Centrale degli Ebrei Liberati. Aggregazioni analoghe si strutturano, poi, in molti altri campi. In questi luoghi, i comitati coordinavano la distribuzione degli aiuti umanitari o gestivano i rapporti con lâUNRRA, l'organizzazione dellâONU istituita nel 1943 per fornire assistenza ai paesi devastati dalla Seconda Guerra Mondiale. In molti casi, queste strutture operarono prima di un riconoscimento formale.
Lâassistenza interna ed esterna
Questo nuovo assetto venne definito il 25 luglio 1945 nel monastero di St. Ottilien, in Baviera, dove si tenne la Prima Conferenza dei Rappresentanti dei Sopravvissuti Ebrei in Germania, con delegati provenienti da diversi DP Camps della zona britannica e americana. La conferenza costituĂŹ la sua prima articolazione pubblica.
Accanto ai comitati interni, in aiuto ai sopravvissuti dei DP Camps agirono anche enti ebraici transnazionali di assistenza. Tra di essi, la Joint Distribution Committee (JDC) che divenne fondamentale nella distribuzione di cibo per integrare le razioni ufficiali - scarsissime-, il vestiario e i medicinali. AllestĂŹ ambulatori, ospedali, mense kosher e servizi religiosi di base. Con la JDC, operò anche la Jewish Agency, con una funzione complementare: mediazione con le autoritĂ alleate, sostegno al riconoscimento dei sopravvissuti come gruppo distinto e pressione costante sulla questione dellâemigrazione verso la Palestina mandataria, ancora bloccata dalla politica britannica del Libro Bianco.
La HIAS (Hebrew Immigrant Aid Society), invece, si concentrò sugli aspetti legali e amministrativi della migrazione: documenti, ricongiungimenti familiari, pratiche per lâemigrazione verso Stati Uniti, America Latina o Palestina mandataria, quando possibile.
Lâistruzione fu un altro degli ambiti piĂš rapidamente organizzati. Scuole elementari, corsi per adolescenti e alfabetizzazione per adulti sono documentati in numerosi campi. Lâinsegnamento dellâebraico, dello yiddish, della storia e della cultura ebraica affiancò lâistruzione di base. đđťđđť
