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Nike dice addio all'S&P100: bruciati 230 miliardi di dollari in 5 anni. Un crollo da manuale.
Dopo aver registrato un calo di circa l'80% dai massimi storici, Nike [$NKE] verrà rimossa dall'S&P 100 entro la fine di questo mese, ponendo fine a una permanenza di quasi 18 anni nell'indice delle 100 più grandi aziende americane. Con questa lunga discesa, la capitalizzazione di mercato ha perso oltre 230 miliardi di dollari.
Il titolo della società dello Swoosh ha chiuso intorno a quota $38, toccando i minimi degli ultimi 12 anni. Sebbene i ricavi FY26 siano pari a 46,4 miliardi di dollari (-2% su base annua), l'utile per azione (EPS) reale è sceso a soli 1,58$ al netto del recupero tariffario.
A prendere il posto di Nike nell'indice saranno aziende legate all'infrastruttura tecnologica e all'IA come Dell, Palo Alto Networks, Arista Networks e SanDisk, dimostrando come gli equilibri del mercato si stiano spostando verso il settore tech.
Tra le cause principali individuate dagli analisti ci sono la fallimentare strategia Direct-to-Consumer (DTC) che ha compromesso i rapporti con i grandi distributori fisici, l'eccessiva dipendenza dalle vecchie linee “retro” a discapito dell'innovazione tecnica e la perdita di terreno nel mercato cinese in favore dei marchi locali.
Contestualmente, brand emergenti come Hoka ed On hanno saputo conquistare la fiducia dei podisti e degli atleti.
4 053
Con l’approvazione del Decreto Coesione, il Governo ha introdotto una serie di interventi per accelerare l’utilizzo dei fondi della politica di coesione europea 2021-2027, con l’obiettivo di ridurre i divari economici e sociali sul territorio nazionale.
Per sostenere l’occupazione sono stati stanziati oltre €2,8 miliardi attraverso il programma nazionale “Giovani, donne e lavoro”, cofinanziato dal Fondo sociale europeo Plus, a cui si sommano le ulteriori risorse previste dal Decreto Lavoro.
Le misure principali spaziano dagli incentivi per l’autoimpiego giovanile, come l’Autoimpiego Centro-Nord e Resto al Sud 2.0, con voucher a fondo perduto fino a €50 mila, fino a sgravi contributivi al 100% per le imprese che assumono a tempo indeterminato giovani, donne svantaggiate e disoccupati nelle aree ZES.
L’obiettivo è quello di stimolare la nascita di nuove imprese e favorire l’occupazione stabile, concentrando gran parte dei contributi e delle agevolazioni nelle aree meno sviluppate del Mezzogiorno.
4 053
I giovani laureati sono sempre meno disposti ad accettare retribuzioni non adeguate al costo della vita con la scusa della gavetta. Secondo AlmaLaurea, tra i laureati del 2025 il 66,9% dichiara di non voler accettare meno di €1.500 netti al mese per un lavoro a tempo pieno. Nel 2016 questa percentuale era appena del 24,4%.
Il problema è che gli stipendi italiani restano molto più bassi rispetto a quelli offerti all’estero. A un anno dalla laurea, un laureato di secondo livello occupato fuori dall’Italia guadagna mediamente €2.290 netti al mese, contro i €1.495 di chi lavora nel nostro Paese. Dopo cinque anni, il divario sale a €2.941 contro €1.903.
Il tema è particolarmente rilevante in un Paese che investe ancora poco nella formazione universitaria. Nel 2024 solo il 31,6% degli italiani tra i 25 e i 34 anni possedeva un titolo di studio terziario, contro una media europea del 44,8%. Nell’Unione europea fa peggio soltanto la Romania, ferma al 23,2%.
4 053
Il nuovo rapporto annuale di Morgan Stanley e LuxeConsult fotografa un’industria orologiera svizzera sempre più concentrata nelle mani di pochi grandi marchi. Nel 2025, nonostante un calo dell’1,7% delle esportazioni, il valore complessivo delle vendite al dettaglio ha raggiunto i 49 miliardi di franchi svizzeri, oltre €54 miliardi.
A dominare è ancora una volta Rolex, con un fatturato stimato di €11,7 miliardi, in crescita del 4% rispetto al 2024, e 1,15 milioni di orologi venduti. Una cifra persino superiore alla somma dei ricavi dei quattro principali inseguitori: Cartier, Audemars Piguet, Patek Philippe e Omega.
Cartier ha raggiunto €3,7 miliardi, con una crescita del 10%, mentre Audemars Piguet e Patek Philippe sono salite rispettivamente a €2,8 e €2,7 miliardi, entrambe in aumento del 9%. Omega, invece, è scesa dell’8%, fermandosi a €2,3 miliardi.
La polarizzazione emerge ancora più chiaramente osservando le quote di mercato. Su circa 450 marchi svizzeri, i primi quattro controllano da soli il 55% del mercato, contro il 52,4% del 2024: Rolex detiene il 32,9%, seguita da Cartier con l’8,7%, Patek Philippe con il 7% e Omega con il 6,4%.
A crescere è soprattutto la fascia più esclusiva. Gli orologi con un prezzo superiore ai 50.000 franchi rappresentano appena l’1,4% dei pezzi esportati, ma generano il 37% del loro valore complessivo. Nel 2024 la percentuale si fermava al 33,5%.
Considerando i grandi gruppi, Rolex, insieme a Tudor, raggiunge una quota del 34,4%. Seguono Richemont con il 17,6%, Swatch Group con il 16,1% e LVMH con il 5,3%. Complessivamente, questi quattro gruppi controllano quasi tre quarti del mercato.
4 053
Le 20 maggiori aziende europee per capitalizzazione valgono complessivamente oltre €4.564 miliardi. Il Regno Unito domina per numero di società presenti: sono cinque e valgono insieme circa €1.151 miliardi. Seguono la Francia con quattro aziende, per €760 miliardi, e Svizzera e Germania con tre ciascuna.
La classifica, però, è guidata dai Paesi Bassi grazie ad ASML. Il produttore di macchinari per semiconduttori vale €558 miliardi, quasi il doppio della seconda classificata Roche. Da sola, ASML presenta una capitalizzazione superiore a quelle di Santander, Inditex e Novo Nordisk messe insieme.
La Svizzera, pur avendo una società in meno della Francia, raggiunge complessivamente €772 miliardi grazie a Roche, Novartis e Nestlé. La Spagna è rappresentata da Santander e Inditex, mentre l’unica azienda danese è Novo Nordisk.
4 053
James Dyson, inventore britannico e fondatore dell’omonima azienda, ha lanciato CameraJet: uno spazzolino elettrico da $499, circa €479, dotato di intelligenza artificiale e di una piccola videocamera integrata.
L’idea nasce da un’esigenza personale. Nonostante utilizzasse regolarmente il filo interdentale, durante ogni visita l’igienista doveva comunque rimuovere il tartaro accumulato tra i suoi denti. Dyson ha così dedicato sei anni allo sviluppo di una possibile soluzione.
CameraJet utilizza una lente da 100.000 pixel che analizza 28 immagini al secondo. Gli algoritmi individuano gli spazi nei quali può accumularsi la placca e attivano un getto di precisione che spruzza collutorio nelle aree interessate.
È lo stesso approccio che ha portato Dyson a realizzare l’aspirapolvere ciclonico senza sacchetto dopo 5.127 prototipi: individuare un difetto in un prodotto di uso quotidiano e riprogettarlo completamente.
Ma innovare significa anche confrontarsi con regole, rischi e requisiti normativi, soprattutto quando si entra in un nuovo settore.
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4 053
Da quando è cominciata la guerra in Iran, alla fine di febbraio, il governo ha varato tredici provvedimenti per ridurre le accise sui carburanti, che restano, in Italia, tra le più alte all’interno dell’Unione Europea.
L’ultimo provvedimento è arrivato mercoledì scorso: una proroga limitata fino al 5 settembre, e solo sul gasolio, dello sconto di 17 centesimi al litro tra accise e IVA. Se analizziamo il costo totale speso per finanziare il taglio delle accise, il conto comincia a farsi pesante: in sei mesi lo Stato ha speso quasi €2 miliardi, che diventano 2,5 se si contano anche gli sgravi accessori riservati al settore agricolo e agli autotrasportatori.
Il problema che ha spinto il Governo a limitarsi al gasolio, il carburante più utilizzato per la produzione economica, e a finanziare il provvedimento per periodi di tempo sempre più brevi, è che questa spesa a carico dei conti pubblici non sta ottenendo l’effetto sperato.
Nonostante gli sconti al distributore, la benzina costa oggi il 20% in più rispetto a prima della guerra, mentre il gasolio è aumentato del 27%. Il taglio delle accise, infatti, non incide sulla componente industriale del prezzo, cioè il costo del petrolio e i margini di raffinazione, tra le quattro e le cinque volte superiori al normale per quanto riguarda il gasolio, che resta il vero motore alla base dei rincari.
A pesare sulla componente industriale e a contribuire alla riduzione di offerta di gasolio: la chiusura dello Stretto di Hormuz, la riduzione delle esportazioni di petrolio russo e la scarsità di raffinerie presenti in Europa. Il risultato finale è che le risorse pubbliche stanziate vengono erose dall’aumento dei costi di lavorazione ancora prima che il consumatore finale possa beneficiarne.
Autore: Andrea Falaschi
Grafica: Emanuela Accetta
4 053
Secondo il Deloitte Property Index 2025, acquistare una nuova abitazione di 80 m² in Lussemburgo costerebbe in media €700.800, oltre tre volte il prezzo registrato in Italia. Seguono, a grande distanza, il Regno Unito con €416.240, l’Austria con €404.240 e il Portogallo con €403.920.
L’Italia, con un prezzo medio di €219.280, si colloca nella parte medio-bassa della classifica. Una nuova abitazione costerebbe meno rispetto a Francia, Spagna e Germania, ma più che in Croazia, Grecia e in diversi Paesi dell’Europa orientale.
Le cifre più basse si registrano in Bosnia ed Erzegovina, dove basterebbero in media €118.560, seguita da Albania, Romania e Serbia. Tra il Paese più caro e quello più economico, quindi, il prezzo cambia di quasi sei volte.
Il costo assoluto, però, non racconta tutta la storia. Bisogna considerare anche gli stipendi: secondo Deloitte, a Torino servono circa 4,9 annualità lorde per acquistare un’abitazione di 70 m², a Milano ne servono 10, mentre ad Atene, che occupa il triste primato ne occorrono 15,3, nonostante la Grecia presenti uno dei prezzi medi più bassi.
I valori si riferiscono alle nuove abitazioni e sono stati calcolati moltiplicando il prezzo medio nazionale al metro quadrato per 80. Non comprendono tasse, costi del mutuo e spese notarili.
4 053
Il cantiere della Manovra 2027, l’ultima della legislatura Meloni, è ufficialmente aperto e le misure allo studio si moltiplicano di giorno in giorno. Al centro del dibattito c’è un nuovo intervento sull’Irpef: l’ipotesi principale punta a estendere l’applicazione dell’aliquota del 33% dagli attuali €50 mila fino ai redditi pari a €60 mila, alleggerendo così il carico fiscale sul ceto medio.
Attorno a questa misura, però, ruota un pacchetto molto più ampio che tocca pensioni, lavoro, banche, imprese, bonus e bollo auto, il tutto condizionato da un nodo di fondo che riguarda: le coperture finanziarie, il confronto politico, l’esito del monitoraggio dei conti pubblici e il livello di indebitamento che tocca nuovi record mentre Bruxelles chiede di ridurre il deficit di bilancio.
Le misure in discussione fino ad oggi sono, dunque, ancora solamente delle ipotesi allo studio che potrebbero cambiare notevolmente prima dell’approvazione definitiva del testo da parte del Parlamento.
Al momento si tratta quindi più di proposte fatte dai vari esponenti dei partiti di maggioranza su cui pesa certamente l’avvicinarsi della fine della legislatura e il desiderio di attirare l’elettorato dalla propria parte.
Ma quali sono i prossimi appuntamenti da segnare in calendario? La prima tappa da ricordare è fissata per il 22 settembre, quando l’istat pubblicherà le revisioni ufficiali sui conti italiani relativi al 2025, un dato importante per capire quanto sarà possibile spendere.
Seguirà la presentazione del Documento Programmatico di Finanza Pubblica, mentre entro il 15 ottobre verrà trasmesso il Documento Programmatico di Bilancio agli organi dell’Unione Europea, testo che racchiude i punti chiave della Manovra.
La discussione vera e propria in Parlamento inizierà dal 20 ottobre e l’approvazione definitiva è prevista entro il mese di dicembre con l’entrata in vigore del testo approvato a partire dal primo gennaio.
4 053
Se cinque anni fa avessi investito €10 mila in Nike, oggi avresti circa €2.300, dividendi esclusi. Dai massimi raggiunti nel novembre 2021, il titolo ha perso quasi l’80%, mentre la quota dell’azienda nel mercato globale delle calzature sportive è diminuita per tre anni consecutivi.
A pesare è stata anche la scelta di ridurre la presenza presso alcuni rivenditori per puntare sul direct-to-consumer. Una strategia che ha lasciato spazio a concorrenti come Adidas, Hoka e On e che, insieme ai problemi logistici, ha contribuito all’accumulo delle scorte.
Per smaltire i prodotti invenduti, Nike ha fatto ricorso a forti sconti, comprimendo i margini. Nel frattempo, i ricavi sono rimasti stagnanti e le vendite in Cina hanno registrato otto trimestri consecutivi di calo.
Nel 2024 Nike ha affidato il rilancio a Elliott Hill, storico dirigente dell’azienda. Il suo piano punta a riportare sport e innovazione al centro e a ricostruire i rapporti con i rivenditori.
Qualche segnale positivo c’è, ma il turnaround è ancora lontano.
