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Oggi, 1 luglio, Bending Spoons ha debuttato al Nasdaq con il ticker “BSP”, raccogliendo $1,68 miliardi con la sua IPO.
L’azienda tech italiana ha venduto 57,97 milioni di azioni a $29 ciascuna, sopra la forchetta inizialmente prevista tra $26 e $28. Sulla base delle azioni in circolazione, la capitalizzazione della società si attesta a circa $18,4 miliardi. Se fosse quotata a Piazza Affari, sarebbe tra le prime 20 aziende italiane per market cap.
Il modello di business di Bending Spoons si basa su tre passaggi: acquisire prodotti digitali con margini di miglioramento, riorganizzarli e reinvestire i profitti per comprarne altri. Dal 2013 l’azienda ha completato più di 50 acquisizioni e, a marzo 2026, contava oltre 500 milioni di utenti attivi mensili e più di 9 milioni di clienti paganti mensili.
Questa crescita sarebbe stata difficile senza gli investitori che hanno creduto nella società fin dai primi anni. Tra questi c’è Giovanni Tamburi, che con Tamburi Investment Partners fu tra i primi a investire in Bending Spoons, con un investimento iniziale di €3,5 milioni. Oggi quella quota vale diverse centinaia di milioni.
Nel 2025 Bending Spoons era valutata circa $11 miliardi. Con la quotazione, il valore è salito a $18,4 miliardi, sostenuto anche dalla crescita dei ricavi, passati da $387 milioni nel 2023 a $1,31 miliardi nel 2025. Nel solo primo trimestre 2026 i ricavi hanno già raggiunto $601 milioni.
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*Ma come sarebbe stato possibile capire in anticipo il potenziale di Bending Spoons? Sarebbe stato possibile aiutarla a crescere e guadagnarci?
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Nei primi 5 mesi del 2026 BYD ha immatricolato quasi 100 mila auto in Europa, circa la metà di Audi, con una crescita del 159% rispetto allo stesso periodo del 2025. È uno dei segnali più evidenti di quello che molti definiscono “China shock 2.0”.
Vent’anni fa il primo China shock aveva travolto le economie avanzate con un’ondata di prodotti a basso costo, cambiando intere filiere produttive e contribuendo a delocalizzazioni e perdita di posti di lavoro.
Oggi la situazione è diversa. La Cina non compete più solo sui prodotti economici, ma anche su settori ad alta tecnologia: auto elettriche, batterie e pannelli solari.
Nel comparto auto, dal 2020 a oggi, la Cina è passata dal 7° al 3° posto tra i maggiori produttori mondiali. E alcuni marchi stanno già conquistando quote importanti in Europa: oltre a BYD, crescono anche Chery e Leapmotor.
La concorrenza cinese, però, non nasce in un mercato perfettamente neutrale. Secondo l’OCSE, le imprese cinesi ricevono sussidi da tre a nove volte superiori rispetto alle controparti delle economie avanzate.
A questo si aggiunge un altro elemento: le normative europee sull’elettrico e sulla riduzione delle emissioni hanno accelerato la transizione proprio verso il terreno su cui la Cina era già più forte, cioè batterie, auto elettriche e produzione su larga scala.
Gli effetti iniziano a vedersi. Volkswagen, il primo gruppo automobilistico europeo, sta attraversando una fase molto difficile: nel 2025 ha registrato utili in calo del 44% e potrebbe arrivare a chiudere fabbriche e tagliare posti di lavoro.
Quale sarà il futuro dell’automotive europeo?
Dicci la tua nei commenti!
Autore: SFFilippoPasseri
Grafica: SFEmanuelaAccetta
#soldi #auto #europa
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La stagione di GTA VI è ufficialmente iniziata. Giovedì 25 giugno Rockstar Games ha aperto i preordini del nuovo capitolo della saga. La Standard Edition costa €79,99, mentre la Ultimate Edition arriva a €99,99. Un prezzo alto, ma più basso rispetto alle indiscrezioni circolate negli scorsi mesi: diversi insider avevano infatti ipotizzato un prezzo base vicino ai €100, che avrebbe reso GTA VI uno dei videogiochi più costosi di sempre già al lancio. Alla fine, però, Rockstar ha scelto una cifra più contenuta.
Il gioco uscirà ufficialmente il 19 novembre 2026 e le aspettative sono enormi. Secondo diverse stime, lo sviluppo di GTA VI potrebbe essere costato oltre $2 miliardi. Se confermato, sarebbe uno dei budget più alti mai visti nella storia dell’industria videoludica.
Proprio per questo, anche le attese sui ricavi sono altissime. Le prime speculazioni non confermate parlano di numeri già impressionanti nei preordini: 39 milioni di copie vendute in questi primi giorni di pre-order e $3 miliardi di ricavi. Per fare un paragone ,GTA V, ha incassato la cifra record di $1 miliardo nei primi 3 giorni ed ha impiegato 5 anni per vendere 100 milioni di copie.
Secondo una stima di Konvoy, GTA VI potrebbe generare fino a $7,6 miliardi nei primi 60 giorni dal lancio: una cifra che, se raggiunta, lo renderebbe uno dei prodotti di intrattenimento più redditizi di sempre, superando anche molti blockbuster del cinema e delle serie TV.
Intanto il titolo Take-Two Interactive, la holding che controlla Rockstar Games, ha mostrato forte volatilità in Borsa. Gli investitori stanno cercando di capire se il prezzo di lancio, la struttura delle edizioni e l’enorme hype attorno al videogioco saranno sufficienti a trasformare GTA VI in un boom finanziario oltre che culturale.
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Dopo mesi di guerra nel Golfo Persico, Stati Uniti e Iran hanno firmato un memorandum di de-escalation. L’intesa prevede lo stop alle ostilità, la riapertura dello Stretto di Hormuz e l’avvio di nuovi negoziati per arrivare a un accordo definitivo entro circa 60 giorni.
Il punto più discusso è economico: nel documento si parla di un piano da almeno $300 miliardi per la ricostruzione e lo sviluppo dell’Iran. Non è ancora del tutto chiaro però da dove arriveranno le risorse e con quale meccanismo verranno sbloccate. Se il memorandum diventerà un accordo finale, gli Stati Uniti dovrebbero inoltre procedere con una graduale revoca delle sanzioni contro Teheran.
La riapertura dello Stretto di Hormuz ha avuto effetti immediati sui mercati. Dopo settimane di tensione e petrolio sopra i $100 al barile, i prezzi sono tornati a scendere. Il motivo è semplice: meno rischio sul passaggio delle petroliere significa meno pressione sui prezzi dell’energia.
In Italia, intanto, benzina e diesel stanno lentamente calando dopo settimane di forte volatilità. Ma l’effetto della crisi è già arrivato sull’inflazione: a maggio l’area euro ha registrato un +3,2% e la BCE ha alzato i tassi di 25 punti base, portando il tasso sui depositi al 2,25%.
Il memorandum però non è una pace definitiva. È una tregua temporanea, legata ai negoziati dei prossimi 60 giorni.
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Alan Greenspan, il “Maestro” della Fed
[Reading time: 60 secondi]
Alan Greenspan è scomparso questa settimana a 100 anni. Per quasi due decenni, dal 1987 al 2006, è stato presidente della Federal Reserve, diventando uno dei banchieri centrali più influenti del secondo dopoguerra.
A Wall Street era “il Maestro”: l’uomo capace di guidare i mercati nelle crisi e di leggere l’economia americana prima degli altri. Il suo mandato iniziò con una prova durissima: il Black Monday del 1987, quando il Dow Jones perse il 22% in una sola seduta. Greenspan rispose garantendo liquidità al sistema e tagliando i tassi, evitando che il crollo diventasse una crisi più profonda. Negli anni Novanta consolidò la propria reputazione. Durante l’amministrazione Clinton, la Fed riuscì a mantenere crescita e inflazione sotto controllo, mentre la rivoluzione tecnologica aumentava la produttività degli Stati Uniti. Greenspan intuì che l’economia poteva correre più del previsto senza generare subito inflazione.
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Nel 2002 Parmalat fatturava circa 8 miliardi di euro, quasi il doppio di Ferrero. Era una delle più grandi multinazionali italiane e, per molti, il simbolo dell’imprenditoria del nostro Paese.
La sua storia inizia nel 1961, quando Calisto Tanzi fonda l’azienda a soli 22 anni. Dopo un viaggio in Svezia, intuisce il potenziale delle confezioni in Tetra Pak e del processo UHT, che permette agli alimenti liquidi di conservarsi più a lungo. È una rivoluzione.
Negli anni Parmalat cresce, si espande e arriva in Borsa. Ma non con una classica IPO: lo fa tramite una quotazione indiretta, rilevando una società già quotata. In questo modo evita un esame più approfondito dei propri bilanci, che erano già problematici.
Dietro il successo, infatti, si nascondeva una realtà molto diversa: debiti, perdite trasferite in società con sede in paradisi fiscali, fatture false e bilanci che non raccontavano il vero stato dell’azienda.
Nel 2003 il castello crolla: Parmalat non riesce a ripagare un prestito da 150 milioni di euro. Poco dopo arriva Enrico Bondi come superconsulente e scopre che le casse della società sono vuote. Il 23 dicembre le azioni vengono sospese dalla Borsa. Il 26 dicembre Calisto Tanzi viene arrestato.
Il caso Parmalat è diventato il crac più sconvolgente della storia italiana.
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La prestigiosa tenuta sarda di proprietà dei cinque figli di Berlusconi è stata ufficialmente venduta per €350 milioni.
La villa, situata in Costa Smeralda, fu acquistata da Berlusconi negli anni ’80 e successivamente ristrutturata. Con le sue oltre 100 stanze, l’accesso diretto al mare, molteplici piscine, campi da tennis, e vasti giardini, negli anni ha ospitato personalità come George W Bush, Tony Blair e Vladimir Putin.
L’operazione si è conclusa in queste ore. La famiglia Berlusconi ha venduto Villa Certosa alla famiglia qatariota Al Thani, dinastia reale alla guida del governo del Qatar da oltre 150 anni. Il prezzo di vendita è €350 milioni, meno degli iniziali €500 milioni fissati dai Berlusconi. La stima del 2021 valutava l’immobile €260 milioni, per cui il prezzo ha superato le aspettative iniziali.
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🎮 I giochi Pokémon costano poco, ricevono recensioni mediocri ma vendono miliardi
💰 Il vero vantaggio competitivo? La forza del brand
Pokémon Leggende: Z-A, l’ultima uscita videoludica del franchise d’intrattenimento più popolare al mondo, ha totalizzato ricavi per oltre $730 milioni, a fronte di un budget di sviluppo (secondo alcune indiscrezioni) di appena $13 milioni.
Non si tratta di un isolato successo commerciale per la casa giapponese dei mostriciattoli tascabili: nel 2022 Pokémon Scarlatto e Violetto, con le sue 26,8 milioni di copie vendute, ha totalizzato un incasso record di oltre $1,6 miliardi, a fronte, di nuovo, di un budget di sviluppo di appena $22 milioni.
La storia è la medesima per Pokémon Leggende: Arceus, costato in produzione $14,4 milioni e responsabile di incassi per quasi $890 milioni, e Pokémon Spada e Scudo, che con un budget di sviluppo di $16 milioni ha portato incassi lordi per quasi $1,6 miliardi, centuplicando il costo di produzione.
Emerge l’immagine di una miniera d’oro: i giochi Pokémon costano pochissimo, ma vendono tantissimo.
Per capire la portata del fenomeno, basti considerare Zelda: Tears of the Kingdom (2023): acclamato da critica e pubblico, con un budget stimato tra $120 e $150 milioni - circa 6 volte quello di Pokémon Scarlatto e Violetto - ha venduto 21,7 milioni di copie. 5 milioni in meno di Pokémon.
The Last of Us II e Horizon Forbidden West, con budget superiori ai $200 milioni ciascuno, hanno venduto congiuntamente 18,4 milioni di copie, 8 milioni in meno del solo Pokémon Spada e Scudo. Neppure celebri uscite come Cyberpunk 2077 e Red Dead Redemption II, costati circa $170 milioni in produzione, tengono il passo in proporzione.
L'unico grande titolo paragonabile (di cui si hanno dati) è GTA V, con 225 milioni di copie vendute e un rapporto stimato attorno a 70x, ma costruito su oltre un decennio di vendite.
Saranno allora i giochi Pokémon di qualità superiore? Tutt'altro. Stando agli user score di Metacritic, quasi tutti gli ultimi titoli (con la sola eccezione di Leggende: Arceus) sono stati valutati sotto il 5/10: Scarlatto e Violetto, nonostante vendite record, ha ricevuto 3,9/10, penalizzato da qualità grafiche e artistiche sotto gli standard dell’industria.
Gli ultimi giochi, insomma, non sono piaciuti, e il confronto con i rivali è eclatante: Zelda: Tears of the Kingdom ottiene 8,8/10, Red Dead Redemption II 9/10.
Allora, perché vendono così tanto? Fidelizzazione di massa.
Le persone comprano i giochi Pokémon per vedere i mostriciattoli, ancor prima che per giocarci. Generazioni cresciute con Pikachu&Co in tasca comprano ad ogni uscita, indipendentemente dalla qualità del gioco. “Allora perché investire nel migliorare un prodotto la cui domanda è inelastica alla qualità?”, si sarà probabilmente domandata The Pokémon Company.
Una logica fredda, ma che sembra (per ora) dargli ragione.
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L’Italia è ancora una potenza manifatturiera. In Unione Europea siamo secondi solo alla Germania e produciamo il 14% del valore aggiunto manifatturiero europeo. A livello globale, invece, siamo l’ottava manifattura al mondo.
Ma il vero punto non è solo quanto produciamo. È come continueremo a farlo.
La manifattura italiana genera il 15% del PIL del Paese e concentra metà della spesa nazionale in Ricerca e Sviluppo. Dentro questo sistema, la meccanica strumentale è uno dei settori più importanti: macchinari, impianti e utensili che servono ad alimentare altri processi produttivi. Un comparto da oltre 17 mila imprese e mezzo milione di addetti.
Oggi, però, la sfida passa sempre di più dall’innovazione: innovare in questi settori significa difendere e rafforzare una delle principali leve della competitività nazionale. Ed è proprio qui che le startup possono fare la differenza: portando nuove soluzioni nei distretti industriali, accelerando il trasferimento tecnologico e aiutando le imprese a restare al passo con la trasformazione produttiva.
Per questo, nel cuore di uno dei distretti manifatturieri più importanti del Paese, nasce Lake Como Venture Lab: un programma di 12 mesi promosso da Confindustria Lecco e Sondrio, con la partnership scientifica del Polo Territoriale di Lecco del Politecnico di Milano e il sostegno della Camera di Commercio di Como-Lecco.
L’obiettivo è accompagnare startup deeptech nei settori della Meccatronica e del MedTech dalla fase di ideazione a una proof of concept scalabile.
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L’Italia potrebbe tornare all’ energia nucleare. La Camera dei Deputati ha approvato il disegno di legge delega sul nucleare sostenibile, ora all’esame del Senato, aprendo la strada a un possibile ritorno di questa tecnologia nel mix energetico nazionale.
Il punto è semplice: nei prossimi anni la domanda di energia continuerà a crescere. E per ridurre i costi, aumentare la sicurezza energetica e limitare l’esposizione alle tensioni geopolitiche, servirà un sistema più equilibrato.
Le rinnovabili restano centrali e nel 2025 hanno coperto il 41% del fabbisogno elettrico italiano. Ma da sole non bastano a garantire energia costante in ogni momento.
Per questo l’attenzione si sta spostando sulle nuove tecnologie nucleari, come gli Small Modular Reactors e gli Advanced Modular Reactors: impianti più piccoli, modulari e progettati per essere più semplici da installare rispetto alle centrali tradizionali.
A studiare queste soluzioni sarà anche Nuclitalia, la joint venture partecipata da Enel, Ansaldo Energia e Leonardo, che entro la fine del 2026 presenterà le proprie valutazioni sulle tecnologie più promettenti per il sistema Italia.
Endi mavjud! Telegram Tadqiqoti 2025 — yilning asosiy insaytlari 
