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Migliaia di persone si sono radunate a Belgrado per i funerali di Ratko Mladić, il generale serbo condannato per aver orchest
Migliaia di persone si sono radunate a Belgrado per i funerali di Ratko Mladić, il generale serbo condannato per aver orchestrato il peggior massacro in Europa dalla seconda guerra mondiale, il genocidio di Srebrenica, dove furono uccisi oltre 8mila musulmani bosniaci. ​​ Morto all’età di 84 anni mentre scontava l’ergastolo all’Aia per genocidio, crimini di guerra e crimini contro l’umanità commessi durante la guerra in Bosnia, il boia di Srebrenica è considerato da molte persone in Serbia ancora un eroe, e per lui il governo di Aleksandar Vučić ha organizzato dei funerali di stato. Almeno 8mila persone avrebbero reso omaggio a Mladioc, secondo i media filogovernativi: persone di tutte le età, ex combattenti, quasi tutti con magliette o camicie nere a lutto e la presenza di molte bandiere serbe ed effigie del generale. Fra le persone presenti in chiesa alla cerimonia figurano almeno tre ministri del governo serbo: il ministro della Giustizia, Nenad Vujic, che nei giorni scorsi ha scortato personalmente la salma sul volo di Stato del governo serbo proveniente dall'Aja; il ministro della Cultura, Nikola Selakovic, fotografato mentre stringe mani alla gente radunata fuori dalla chiesa e mentre accende candele votive, e il titolare di Trasporti e Infrastrutture, Darko Glizic. Sono inoltre presenti diverse personalità di spicco della Republika Srpska di Bosnia, fra cui il presidente Siniza Karan e l'ex presidente deposto Milorad Dodik, il sindaco di Banja Luka e vari ministri. Le curve delle due principali squadre di Belgrado hanno reso omaggio congiuntamente ieri nel corso del derby cittadino, L'Unione Europea ha criticato la decisione del governo serbo di dedicare funerali di Stato a Mladic. La commissaria europea per l'Allargamento Marta Kos ha disdetto la propria visita in Serbia affermando che glorificare un uomo condannato per crimini di guerra e genocidio in Bosnia-Erzegovina è “incompatibile con i valori su cui si fonda il percorso verso l'Unione europea”. La Serbia sta negoziando l’adesione all’UE dal 2014, ma il processo si è arenato negli ultimi anni sotto la presidenza di Vučić. Le reazioni alla scomparsa del boia di Srebrenica, la sua persistente celebrazione come eroe nazionale e la posizione delle autorità serbe mostrano quanto la memoria della guerra e il nazionalismo continuino a essere strumenti politici. Qui il nostro articolo sulla morte di Mladic e la sua mostruosa ideologia che si aggira ancora per l’Europa: https://www.valigiablu.it/morte-mladic-boia-srebrenica-eredita-europa/

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L’AfD vince le elezioni in Sassonia: e ora? Un “terremoto socio-politico”, una “svolta per la Germania”, una vittoria “signif
L’AfD vince le elezioni in Sassonia: e ora? Un “terremoto socio-politico”, una “svolta per la Germania”, una vittoria “significativa ma in uno Stato di piccole dimensioni”. Sono questi alcuni dei commenti subito dopo l’esito delle elezioni in Sassonia. Fatto sta che Alternative für Deutschland (AfD) ha ottenuto una vittoria schiacciante in Sassonia. Con un’affluenza record del 76,5% il partito di estrema destra ha ottenuto il 43,8%, più del doppio rispetto a cinque anni fa. La CDU del cancelliere Merz, al governo dal 2002 insieme a due partiti minori nel land , ha raccolto appena il 17,2%, dimezzando il suo risultato rispetto alle scorse elezioni; i socialdemocratici sono arrivati al 9,3%, i Verdi all’8,9% e Die Linke all’8,6%. BSW – che ha dichiarato alla vigilia che non avrebbe sostenuto né Ulrich Siegmund, il candidato di AfD, né il governatore uscente Sven Schulze, ma che critica il cordone sanitario dei partiti tradizionali per evitare che un partito classificato dai servizi segreti tedeschi “una conclamata formazione di estrema destra” possa tornare al governo in Germania – ha ottenuto il 5,3% e cinque seggi, decisivi per impedire che AfD ottenesse la maggioranza assoluta e potesse governare da sola. «Abbiamo scritto la storia» e il partito ha un chiaro mandato per governare, ha commentato Siegmund. Durante la campagna elettorale, Siegmund ha promesso politiche di rimpatrio e deportazione degli immigrati, il divieto delle bandiere arcobaleno nelle scuole, la reintroduzione del canto dell’inno nazionale tedesco nelle scuole, il divieto di costruzione di nuovi parchi eolici. In sintesi: l’impianto ideologico e programmatico delle destre in Europa e nel mondo su questioni culturali, sociali, energetiche. D’altronde, l’AfD attinge ampiamente dalle ricette MAGA: screditare i media mainstream, mettere in discussione la neutralità dei giudici e promettere di “rendere di nuovo grande la Germania”. Già lo scorso anno, in vista delle elezioni federali tedesche, il vicepresidente degli Stati Uniti JD Vance aveva espresso il proprio sostegno ad AfD mentre Musk aveva partecipato in videocollegamento al lancio della campagna elettorale del partito. Non sorprende, dunque, che a urne ancora calde Siegmund abbia ringraziato Musk su X. Il presidente USA Donald Trump, dal canto suo, ha pubblicato uno screenshot delle proiezioni elettorali senza commenti su Truth, subito ripreso dall’inviato presidenziale russo Kirill Dmitriev che ha parlato di vittoria storica per “il partito della speranza e della ragione, della cooperazione e della verità per la Germania”. L’AfD è filo-Cremlino, sollecita la fine del sostegno all’Ucraina e preme affinché agli ucraini non venga più concesso lo status di rifugiato. La vittoria di AfD mette ulteriore pressione sul già impopolare governo del cancelliere Merz. Nei sondaggi nazionali, la CDU è data addirittura indietro ad AfD, che punta alla vittoria alle prossime elezioni federali del 2029 o del 2033. “Una crisi tedesca è una crisi europea. Il suo peso economico, il suo ruolo centrale nell’UE e la sua posizione di Stato membro più popoloso d’Europa significano che questa crisi rappresenta ben più di un semplice episodio di turbolenza politica nazionale”, avvertono Janka Oertel e Jana Puglierin dell’European Council on Foreign Relations. “A meno che i leader politici non trovino una soluzione innovativa, l’ombra della Germania oscurerà tutti i principali punti all’ordine del giorno dell’UE”. Elenco lungo: quadro finanziario pluriennale, politica industriale, piano di riarmo, investimenti nelle nuove tecnologie. La Germania, spiega David Carretta, è il grande malato dell’UE: “La paura di scuotere il malato con una terapia shock prevale a Bruxelles. Ma se il malato rifiuta di cambiare le cure sbagliate, il prezzo rischia di essere molto alto”. Santiago Abascal, ha già salutato la vittoria di AfD come “una grande speranza per la Germania e per l’Europa”. Un enorme segnale d’allarme per i partiti politici tradizionali e le istituzioni di tutta Europa. E per la democrazia. Qui il nostro articolo su
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Dal caso Ariana Grande all’era Ozempic: è tornato il mito della magrezza estrema e non si può fare finta di niente Quando Ariana Grande ha annunciato il suo ritiro temporaneo dalle scene, i media tradizionali hanno fatto cadere un tabù durato anni: si è tornati a parlare apertamente di corpi femminili e di magrezza estrema. Per molto tempo, la legittima paura di cadere nel body shaming ha prodotto un paradosso silenzioso, impedendoci di nominare ciò che era sotto gli occhi di tutti. Da Hollywood ai red carpet, complice il boom di farmaci come l'Ozempic, gli standard fisici si sono ristretti di nuovo vertiginosamente. Allo stesso tempo, sulle piattaforme proliferano le cosiddette thinfluencer, capaci di aggirare i ban degli algoritmi per spacciare la restrizione alimentare e il controllo ossessivo del peso sotto le mentite spoglie del benessere o dell'empowerment, colpendo in modo devastante le generazioni più giovani attraverso il confronto tra pari. Il punto, però, non è formulare diagnosi da remoto sui singoli individui né violare la riservatezza della loro salute. Il punto è smettere di confondere il rispetto con l'omissione e iniziare a interrogare il sistema economico, mediale e culturale che seleziona, premia e monetizza questi modelli pericolosi. Qui il link all'articolo completo: https://www.valigiablu.it/ritorno-mito-magrezza-social-grande-ozempic/
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L’indifferenza russa che uccide i popoli: ricordando le due guerre cecene e riflettendo sull’invasione dell’Ucraina indipendente "Nel 1994 una signora anziana scortata fuori da uno scantinato distrutto a Groznyj balbettava: «Perché noi? Che cosa abbiamo fatto di male?». Nella primavera del 2022, alla Stazione Centrale di Milano, ho riascoltato le stesse identiche parole da donne anziane in fuga da Mariupol e Kharkiv". In questa riflessione, la ricercatrice Maria Mikaelyan, russa, ora in Italia, racconta le due guerre cecene e l'attuale invasione in Ucraina attraverso le lenti della memoria e del trauma collettivo. "Un trauma che è penetrato nella società in cui sono nata in tutti i suoi aspetti, un trauma che ha scatenato un’onda di ritraumatizzazione continua per un’intera generazione di persone nello spazio post-sovietico. Inoltre, parlerò dell’effetto inesorabile, anche se non sempre visibile in superficie, che questo trauma produce sulla situazione politica mondiale d’oggi e sulla quotidianità di tutti noi, indipendentemente dal nostro luogo di nascita", scrive Mikaelyan. Dalle macerie di Groznyj nel 1994 ai palazzi sventrati di Kyiv oggi, la Federazione Russa continua a percorrere lo stesso identico schema: l'illusione di una guerra lampo, la disumanizzazione del nemico e l'imposizione di una "pace" che coincide solo con la sottomissione. Crescere a Mosca negli anni Novanta significava scoprire la libertà ignorando il sangue del Caucaso, un'indifferenza collettiva che riaffiora immutata nella società russa contemporanea di fronte all'invasione di Kyiv. Attraverso la sua testimonianza personale sul trauma post-sovietico, Mikaelyan analizza come l'ossessione imperialista del Cremlino continui a sacrificare vite umane, dimostrando che nessun cambiamento sarà possibile finché il valore dell'esistenza non supererà la comodità del voltarsi dall'altra parte. imperialista. Qui l'articolo completo: https://www.valigiablu.it/cecenia-ucraina-guerre-imperialismo-russia/
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I ‘Pervert Glasses’ di Zuckerberg A Londra i billboard patinati con Kylie Jenner che promuovono gli occhiali smart di Meta e Ray-Ban sono stati affiancati da contro-manifesti che ritraggono Jeffrey Epstein con le stesse montature: "Gli occhiali per le persone che non praticano il consenso". Con oltre 7 milioni di paia vendute nel 2025, Mark Zuckerberg li definisce i successori degli smartphone. Sui social, però, vengono già ribattezzati "pervert glasses" per via delle continue riprese rubate ai danni di sconosciuti in strada. Il minuscolo LED che dovrebbe segnalare la fotocamera attiva è facilmente aggirabile: online proliferano tutorial per coprirlo o manometterlo, confermando le perplessità sollevate sin dal 2021 dai Garanti privacy europei. Nel frattempo, TikTok e Instagram sono invasi da video in soggettiva (POV) in cui creator inquadrano passanti ignari nei negozi, sui treni o per strada, spesso molestando ragazze per collezionare visualizzazioni. Le promesse di rimozione dei vertici delle piattaforme restano largamente inattuate. Un'inchiesta di Svenska Dagbladet ha rivelato che il materiale registrato può essere visionato da personale di società terze per addestrare i modelli di intelligenza artificiale, senza che gli utenti possano negare il consenso. Mentre pub, cinema e ristoranti nel Regno Unito stanno vietando l'accesso con le montature indosso e in Germania piovono denunce legali, gli "occhiali intelligenti" di Zuckerberg ci costringono a rinegoziare la privacy nello spazio pubblico. Qui l'articolo completo: https://www.valigiablu.it/smart-glasses-meta-privacy-zuckerberg/
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Germania, elezioni in Sassonia: perché l’AfD è così forte Alle elezioni del 6 settembre in Sassonia l’AfD è dato oltre il 40% nei sondaggi, lasciandosi alle spalle una CDU ferma poco sopra il 20% e mettendo in discussione decenni di equilibri politici. Per la prima volta, la guida di un governo regionale rischia di finire nelle mani di una formazione  che i servizi segreti tedeschi hanno classificato come “conclamata organizzazione di estrema destra”. Dalle ferite mai rimarginate della deindustrializzazione post-riunificazione all'invecchiamento demografico, l'ascesa dell'AfD non è un fenomeno improvviso ma affonda le radici in fratture profonde e in un malessere che le formazioni politiche tradizionali del secondo dopoguerra non hanno saputo intercettare. Quali saranno le ripercussioni concrete su istituzioni, stato di diritto ed equilibri federali se il cordone sanitario dovesse cedere davvero? ➡️ https://www.valigiablu.it/afd-germania-elezioni-sassonia-estrema-destra/
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Il boia di Srebrenica è morto, la sua mostruosa ideologia si aggira ancora per l’Europa La morte di Ratko Mladić riporta al centro il rapporto mai risolto della Serbia con le guerre degli anni Novanta, proprio mentre il paese si avvicina a una nuova fase elettorale. Le reazioni alla scomparsa del boia di Srebrenica, la sua persistente celebrazione come eroe nazionale e la posizione delle autorità serbe mostrano quanto la memoria della guerra e il nazionalismo continuino a essere strumenti politici. C’è poi una contraddizione ancora più significativa: la Serbia è un paese candidato all’adesione all’Unione Europea, ma una parte delle sue istituzioni continua a celebrare figure condannate dalla giustizia internazionale per i crimini commessi durante le guerre nell'ex Jugoslavia. Nonostante le condanne dell'UE e le inchieste della Procura della Bosnia ed Erzegovina (BiH) nei confronti di alcuni dei più alti funzionari della Republika Srpska, una delle due entità del paese, tra cui l'ex presidente Milorad Dodik, per la glorificazione di Mladić e apologia di genocidio, Belgrado prepara funerali di Stato. Il presidente Aleksandar Vučić ha attaccato la giustizia internazionale accusandola di persecuzione, rovesciando la realtà per trasformare il carnefice condannato nell'ennesima vittima. La morte di Mladić divide anche il movimento studentesco che da due anni protesta contro il regime di Vučić, mentre il presidente serbo usa il boia di Srebrenica come arma politica in vista delle elezioni. A più di trent’anni dalla fine della guerra, il passato non è ancora soltanto passato. Qui il nostro articolo completo: https://www.valigiablu.it/morte-mladic-boia-srebrenica-eredita-europa/
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Guerra USA-Iran: chi comanda davvero nel Golfo Doveva essere, per la presidenza Trump, una nuova fase della guerra per soggiogare l’Iran: il passaggio dallo scontro militare a un’offensiva economica senza precedenti, che alla fine avrebbe dovuto ottenere quello che oltre quattro decenni di sanzioni e due guerre in meno di un anno non erano riusciti a fare. E invece i recenti attacchi USA nello Stretto di Hormuz (con la risposta dell'Iran sulle basi americane nei paesi vicini) certificano il fallimento della strategia e della narrazione trumpiana. Anzi, la guerra USA-Iran sta ridisegnando gli equilibri geopolitici nella regione del Golfo. Mentre la Casa Bianca annuncia un’offensiva finanziaria su asset digitali, logistica e commercio globale per mascherare l'esaurimento delle scorte belliche del Pentagono, emergono con forza i limiti dell'unilateralismo statunitense. Il controllo di fatto sui flussi petroliferi di Hormuz si è rivelato per l'Iran una leva di deterrenza persino più determinante dell'opzione atomica, capace di mettere a nudo la vulnerabilità delle infrastrutture energetiche in tutto il Golfo. Di fronte a questa realtà, i paesi dell'area hanno iniziato a riorganizzarsi in autonomia. La nascita dell'Accordo della Mecca tra Arabia Saudita, Turchia e Pakistan riflette la costruzione di architetture di sicurezza regionali orientate a ridurre la dipendenza dalla tutela di Washington. Al contempo, il veto di Pechino alle sanzioni secondarie e la continuità degli scambi energetici tra Cina e Teheran confermano l'esistenza di un asse commerciale alternativo e difficilmente scalfibile. Sono molti gli attori regionali ed extraregionali in campo che stanno facendo sentire più forte la propria voce. Ed è altamente probabile che, alla fine di questa guerra, a fare da dominus nella regione non saranno più né gli USA né il suo egocentrico ed erratico presidente. Chi è oggi il vero padrone del Golfo e perché la strategia di Trump si è trasformata in un vicolo cieco. Qui la nostra analisi completa 👇 https://www.valigiablu.it/guerra-usa-iran-equilibri-medio-oriente-trump/
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Trump e la guerra all’Iran: sei mesi di fallimenti A sei mesi dall’inizio della guerra contro l’Iran, lo scorso 27 agosto Donald Trump ha proclamato "missione compiuta" sul suo social Truth, ma la realtà sul campo racconta l’esatto opposto: la peggiore sconfitta strategica nella storia degli Stati Uniti, scrive l'analista Joe Cirincione. Nessun cambio di regime a Teheran, il programma nucleare non è stato affatto azzerato e il traffico nello Stretto di Hormuz resta di fatto sotto il controllo iraniano. Nel frattempo, Washington si ritrova con le riserve di missili difensivi prosciugate, gli alleati in Europa e nel Pacifico sempre più scoperti e la propria credibilità internazionale in frantumi. Tra accordi diplomatici naufragati nel giro di poche settimane, quindici basi pesantemente danneggiate e costi stimati già oltre i 100 miliardi di dollari, la guerra decisa a tavolino dall'amministrazione Trump non ha più vie d'uscita onorevoli. Più il conflitto si trascina, più si consolida come la peggiore sconfitta militare nella storia degli Stati Uniti. La vera strategia di Trump sembra quella di lasciare galleggiare irrisolta oltre le elezioni di novembre, con attacchi (che poi si rivelano inconcludenti) improvvisi e risposte dell'Iran su basi USA nei territori vicini, come sta accadendo in queste ore. Qui l'articolo completo: https://www.valigiablu.it/trump-guerra-usa-iran-sei-mesi-fallimento/
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Il clima collassa, il governo tace e noi parliamo di Ranucci e woke Ranucci e Lavitola, i prezzi dei carburanti, la sinistra senza leader, il woke, il business dell’immigrazione, Vannacci che sposta la coalizione ancora più a destra: in questa torrida estate il governo Meloni è riuscito a non parlare mai, né sui social né nelle dichiarazioni alla stampa, del tema che invece è diventato centrale nelle vite di ciascuna o ciascuno di noi. E cioè: come si fronteggiano le temperature altissime di questi mesi? L’estate è stata un susseguirsi di ondate di calore: ufficialmente siamo alla quinta, che dovrebbe essere persino la più violenta, ma in realtà sin da maggio l’intera Europa ha fatto registrare temperature record. Il 2026 si avvia a diventare l’anno più caldo della storia o, come dicono spesso i movimenti per il clima, rischiamo di ricordare questa estate come la più fresca dei prossimi anni. Quella che storicamente è stata la stagione più amata dalla maggior parte delle persone sta già diventando la stagione più temuta. Persino le spiagge, il luogo simbolo dell’estate, cominciano a diventare luoghi da disertare, dai quali proteggersi. Cosa stanno facendo le istituzioni? Il silenzio del governo è in fondo il male minore, specie se si considera che, quando parlano di cambiamento climatico, gli esponenti della destra al potere dicono una marea di sciocchezze che, se non fossero gravi, sarebbero ridicole. Quando il presidente del Senato Ignazio La Russa a giugno ha affermato che “ci abitueremo al clima caraibico”, sarebbe bastato porre una semplice domanda, una sola parola: come? Nel nostro approfondimento abbiamo analizzato i piani e i documenti nazionali che parlano di adattamento climatico, cosa (non) sta facendo il governo per contrastare gli effetti di eventi meteorologici estremi, ondate di calore, consumo di suolo e dissesto idrogeologico e cosa serve fare qui e ora 👇 https://www.valigiablu.it/piano-clima-italia-governo-senza-fondi/
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Che cosa si gioca davvero a Taranto Mentre la città dei due mari ospita i Giochi del Mediterraneo, Taranto continua a restare tragicamente prigioniera del destino della l’ex Ilva, la più grande acciaieria d’Europa che, come scriveva anni fa lo scrittore Alessandro Leogrande, morto prematuramente, è vista come “un Dio infallibile e permaloso che con una mano dispensa lavoro e con l’altra uccide”. Da più di 25 anni la città ogni giorno rivive lo stesso dilemma morale: scegliere (senza poterlo fare) tra salute e lavoro. «Ogni mattina vengo a lavorare con la coscienza sporca, non ce la faccio più a sostenere questa situazione nella mia mente. Da operaio vengo qui e so che sto facendo un danno alla mia famiglia, ma devo essere costretto a licenziarmi per sentirmi a posto con la mia coscienza. Questa terra non offre nient’altro, non ha mai offerto nient’altro. Dovete prendere in considerazione l’amarezza di questa città», raccontava alcuni anni fa Mimmo Reale, operaio, in uno dei tanti scioperi che si sono susseguiti a cavallo delle vicende dell’ex Ilva che continua a sopravvivere ai tanti cambi di proprietà, tra Stato e privati, ai processi, alle procedure di infrazione europee e ai pareri della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, ai tanti studi che certificano gli impatti ambientali, sanitari, sociali ed economici. Lo scorso luglio undici cittadini, dieci adulti e un bambino affetto da una rara mutazione genetica, hanno ottenuto dai giudici della Corte d’Appello di Milano lo stop entro 90 giorni dell’area a caldo della fabbrica che ha ridotto Taranto per l’ONU a “zona di sacrificio” a causa dell’inquinamento cronico. La Corte d’Appello di Milano, forte dei principi sanciti dalla Corte di Giustizia UE e delle perizie epidemiologiche, ha contestato la mancata rimozione di oltre duemila tonnellate di amianto e l'assenza di limiti stringenti per le polveri sottili nell'ultima Autorizzazione Integrata Ambientale (AIA). Nel ricorso gli undici cittadini, guidati dall'associazione Genitori Tarantini, non hanno chiesto indennizzi economici, neanche un euro, ma l’eliminazione dell’esposizione al rischio per la salute individuale e collettiva.  Il mantenimento della produzione è avvenuto a fronte di costi insostenibili su ogni fronte. Da una parte ci sono i dati sanitari inconfutabili su eccessi di mortalità per tumori polmonari e patologie respiratorie, incrementi di malformazioni congenite e contaminazione da microinquinanti nel latte materno e nei lavoratori; dall’altra un collasso economico che vede l'azienda perdere milioni al giorno, mentre lo Stato continua a iniettare miliardi di euro di risorse pubbliche a fronte di bonifiche territoriali ferme a percentuali irrisorie. Lo stop imposto dai giudici interviene mentre è in corso la partita della vendita, lasciando aperti enormi interrogativi sul destino di migliaia di lavoratori in cassa integrazione. Tra offerte d'acquisto al ribasso, proposte industriali – come quella presentata alcuni giorni fa da Federacciai – che escludono proprio l'area a caldo e un contenzioso legale che approda in Cassazione, la città si ritrova ancora una volta al bivio definitivo tra la tutela inderogabile della salute e la ricerca di un modello produttivo mai realmente rinnovato. Taranto tornerà ad abbracciare il proprio futuro, come ha augurato il Presidente della Repubblica all'inaugurazione dei Giochi del Mediterraneo?  Qui l'approfondimento completo: https://www.valigiablu.it/ex-ilva-taranto-storia-futuro-salute-lavoro/
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Islanda nell’Unione Europea: il referendum del 29 agosto e la svolta geopolitica nell’Artico L’Islanda torna a guardare a Bruxelles. Il 29 agosto l’isola decide attraverso un referendum consultivo se riaprire i negoziati per l’adesione all’Unione Europea, interrotti oltre un decennio fa. A spingere per l'integrazione è il governo guidato dalla socialdemocratica Kristrún Frostadóttir: in uno scenario geopolitico mutato dall’invasione dell'Ucraina e segnato da crescenti tensioni nell'Artico, l’obiettivo è ridurre la dipendenza militare dagli Stati Uniti e superare un paradosso storico. L’Islanda, infatti, adotta già il 75% delle leggi comunitarie attraverso lo Spazio Economico Europeo, ma non ha alcuna rappresentanza politica per incidere sulle decisioni. I sondaggi mostrano un paese spaccato a metà. Il fronte del No fa leva sulla difesa della sovranità soprattutto in ambito di politiche agricole e della pesca, spinto da élite e oligarchi che hanno finora goduto dell’accesso esclusivo ai diritti di pesca nelle acque islandesi a partire dagli anni ‘80. E non sorprende dunque che questi ultimi abbiano utilizzato durante la campagna referendaria delle retoriche simpatizzanti del Cremlino contro l’UE.  Dal canto suo, Bruxelles è pronta a valutare deroghe normative pur di consolidare il proprio presidio strategico a nord, l'eventuale accordo potrebbe ridisegnare la mappa dell'allargamento europeo entro il 2028. Qui l'articolo completo: https://www.valigiablu.it/islanda-referendum-adesione-unione-europea-voto/
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L’accordo miliardario per l’accusa di dipendenza da social: perché in realtà non è una sconfitta per Meta come sembra L’accordo da circa 17 miliardi di dollari tra Meta e 47 Stati americani viene raccontato dai media come una vittoria epocale contro la “social media addiction”. Tuttavia, analizzando la vicenda sul piano giuridico, economico e scientifico, la realtà appare molto diversa. Non siamo di fronte a una condanna né a un accertamento giudiziale: la transazione è arrivata a processo in corso, senza alcuna ammissione di responsabilità. L’impianto accusatorio non verteva sulla prova clinica di una dipendenza (concetto su cui la letteratura scientifica resta estremamente cauta e priva di diagnosi univoche), ma sulla privacy dei minori (COPPA) e sulla trasparenza delle pratiche commerciali (UDAP). Sul piano finanziario, la cifra concordata, per quanto apparentemente imponente, corrisponde a circa due mesi di utile netto per l'azienda e verrà spalmata su un decennio. Accettando questo compromesso, Meta non solo disinnesca il rischio di un verdetto imprevedibile e l'esame pubblico dei propri documenti interni, ma ottiene una vittoria narrativa e strategica, ponendosi come apripista negli standard di settore prima che intervengano legislatori meno inclini al negoziato. Le vere criticità riguardano la tutela dei dati. Per applicare misure come il blocco notturno o il limite cumulativo di utilizzo tra più piattaforme, Meta dovrà implementare sistemi di age assurance capillari. Il paradosso, sollevato tempestivamente da attivisti ed esperti di diritti digitali, è evidente: per tutelare i minori si finisce per imporre la profilazione e la sorveglianza dell'intera base utenti, trasformando un apparato di tracciamento invasivo in un obbligo legale, in assenza di audit indipendenti come nel DSA europeo e di accesso ai dati per la ricerca scientifica. Su Valigia Blu l'analisi completa del caso, dei suoi risvolti normativi e dei motivi per cui questo accordo rappresenta un'occasione mancata per una regolazione trasparente delle piattaforme digitali: https://www.valigiablu.it/accordo-meta-social-media-addiction-privacy/
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Quando parliamo di intelligenza artificiale tendiamo a immaginarla come una tecnologia immateriale, fatta solo di algoritmi e
Quando parliamo di intelligenza artificiale tendiamo a immaginarla come una tecnologia immateriale, fatta solo di algoritmi e potenza di calcolo nel cloud. Eppure, perché funzioni, hanno bisogno dei data center, capannoni pieni di server che consumano acqua, suolo, minerali e corrente come qualsiasi altra industria pesante. In Italia le richieste di allaccio alla rete ad alta tensione per nuovi data center hanno superato i 90 gigawatt, concentrando quasi il 90% di tutta la nuova domanda industriale registrata da Terna. Tuttavia, la discrepanza tra la potenza richiesta e quella che verrà effettivamente realizzata rivela una dinamica prevalentemente speculativa: veicoli societari a basso capitale sociale e contratti preliminari sui terreni servono spesso a posizionarsi nelle graduatorie di allaccio per poi rivendere le concessioni ai grandi operatori internazionali. L'impatto di questa transizione ricade direttamente sui territori. Al Sud, progetti annunciati per decine di miliardi rischiano di assorbire l'energia rinnovabile prodotta localmente e di gravare su bacini idrici già esposti a ricorrenti crisi di siccità. Al Nord, la prossimità dei campus ai centri abitati e l'installazione di centinaia di megawatt termici in generatori di riserva a gasolio stanno sollevando le prime opposizioni locali e interrogativi sulla pianificazione urbanistica. Negli Stati Uniti la mobilitazione dal basso ha già bloccato decine di progetti. Ora il fronte della contestazione si sta aprendo anche in Italia, con la Lombardia e l’area metropolitana milanese nel ruolo di epicentro. Dalla provincia di Milano a quella di Brescia, i comitati locali chiedono tutele chiare contro il consumo di suolo agricolo, l’inquinamento acustico e la pressione sulle reti locali. Il quadro normativo evidenzia un evidente attrito istituzionale: da un lato le Regioni introducono i primi vincoli per frenare la speculazione sui terreni naturali, dall’altro le decisioni del governo puntano sull'accelerazione dei permessi e sulle semplificazioni procedurali per attrarre investimenti esteri, e blindare blindare questi investimenti qualificandoli come asset di preminente interesse strategico nazionale. L’obiettivo: trasformare il paese nell’hub del Mediterraneo, in uno snodo logistico di calcolo per conto terzi.  La questione non riguarda il rifiuto dell’innovazione, ma la necessità di stabilire quale sia il limite accettabile per i territori che ospitano queste cattedrali digitali. Senza una pianificazione trasparente e stringente, la transizione tecnologica rischia di trasformarsi in una delle principali crisi ambientali e sociali del decennio. Restano aperte domande cruciali: quanta corrente, quanta acqua, quanti posti di lavoro, sono le tre domande che in questi due articoli proviamo a fare a chi in Italia sta costruendo data center. E poi: chi si è messo in fila per costruirli, e cosa sta comprando esattamente? Cosa non mi convince nella corsa ai data center italiani, dalla Puglia al Trentino di Intacture Dagli Stati Uniti all’Italia: perché le comunità locali si oppongono ai data center
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La morte del ricercatore Jason Arday e l’accanimento mediatico scatenato dal razzismo e populismo di destra Il 17 agosto 2026 decine di migliaia di persone si sono riunite a Trafalgar Square, nel centro di Londra, per commemorare la morte di Jason Arday, docente e ricercatore universitario. Arday aveva 41 anni ed è stato trovato morto nella sua casa nel Sud di Londra. Da fine luglio il ricercatore era finito al centro di un feroce dibattito mediatico, che metteva in dubbio la sua carriera, i riconoscimenti professionali dichiarati, ma anche la sua persona. Per circa 20 giorni, il suo curriculum, le sue interviste e le sue dichiarazioni, il suo memoir già pubblicato negli Stati Uniti ma non uscito ancora nel Regno Unito, così come le sue conoscenze, sono stati messi al vaglio, interrogati ed esaminati per capire se davvero Arday era chi diceva di essere, e soprattutto se meritava di stare dove stava. Diventato un caso nazionale che ha riempito le pagine dei giornali britannici e non solo, il trattamento subito da Arday rivela il razzismo del populismo di destra ed estrema destra, il panico morale generato dalle destre su diversità e inclusione e sfruttato dai media, e lo svilimento di una vita per tornaconti personali. Qui il nostro articolo completo: https://www.valigiablu.it/jason-arday-gogna-mediatica-razzismo-destra/
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Cosa succede quando un colosso energetico da novanta miliardi l’anno porta in tribunale professori precari, giovani attivisti, organizzazioni non governative e giornalisti d’inchiesta? I procedimenti legali avviati da Eni contro realtà come Ultima Generazione, Fridays For Future, Greenpeace e ReCommon mettono in luce un cortocircuito profondo: da un lato tribunali strutturalmente impreparati a maneggiare la complessità tecnica e scientifica della crisi climatica, dall'altro un ricorso sistematico alle aule di giustizia per tutelare l'immagine aziendale e arginare il dissenso. È il fenomeno delle SLAPP, le cause bavaglio pensate per intimidire e silenziare la partecipazione pubblica attraverso un evidente dislivello di risorse e potere economico. Un fenomeno in cui l'Italia detiene il primato europeo per incidenza, mentre la politica ritarda e svuota l'applicazione delle tutele europee contro le querele temerarie. Il giornalista Andrea Turco, esperto di ambiente, energia ed economia circolare, ha raccontato cosa ha imparato dalle due udienze a cui ha partecipato nei processi contro gli attivisti climatici 👇 https://www.valigiablu.it/eni-processi-attivisti-clima-slapp/
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Basta una battuta informale di un consigliere comunale di Brooklyn, tradotta male e rilanciata senza verifiche, per costruire un caso politico e trascinare il dibattito italiano in una trappola ideologica? È quello che è successo con l'ennesima crociata contro il woke, cavalcata contemporaneamente da Giuseppe Conte, Matteo Renzi e da diverse testate nazionali sulla base di un virgolettato attribuito ad Alexandria Ocasio-Cortez che la deputata democratica non ha mai pronunciato. Dietro la facciata della lotta al "politicamente corretto" o alla cosiddetta "dittatura delle minoranze" non c'è una discussione astratta sul linguaggio, ma una precisa strategia politica: una narrazione tossica costruita a tavolino dall'estrema destra conservatrice americana per rendere impopolari le battaglie civili e giustificare un arretramento autoritario. Quando in diversi Stati USA si dichiara guerra al "woke", le conseguenze sono materiali e immediate: licenziamenti, censura accademica e divieti che bloccano l'accesso alle cure sanitarie per le persone transgender e colpiscono le minoranze. Presentare i diritti civili come un lusso identitario opposto ai bisogni economici della classe lavoratrice è una falsa dicotomia, smentita dai numeri e dalle vittorie concrete di chi tiene insieme giustizia sociale, sanità pubblica, casa e tutele per tutti. Importare le categorie dei think tank reazionari per regolare i conti interni al centrosinistra finisce solo per legittimare l'agenda degli avversari politici. È a quest'agenda che ha aderito implicitamente Giuseppe Conte con la sua lettera a Repubblica (seguito a ruota da Matteo Renzi), avviando un dibattito surreale su woke e sinistra viziato fin dalle fondamenta. Qui il nostro approfondimento completo: https://www.valigiablu.it/dibattito-woke-italia-conte-ocasio-cortez/
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Neil Postman, le storie del mondo e la difficoltà di capire il presente Dalla TV ai social e all’AI, i media non sono semplici contenitori ma plasmano il modo in cui pensiamo. Come spiegava Neil Postman, la TV ha sostituito il ragionamento logico con sequenze di immagini ed emozioni. Oggi gli algoritmi e i Reel non hanno fatto che accelerare questa stessa grammatica visiva. Perché funziona? Perché il nostro cervello si è evoluto per decodificare persone, intenzioni e relazioni interpersonali. La modernità, al contrario, ci impone di comprendere sistemi: mercati, algoritmi, incentivi di rete ed ecosistemi complessi. Le piattaforme contemporanee non hanno fatto altro che ottimizzare questa scorciatoia. È il motivo per cui l'industria mediatica tende a trasformare la complessità delle strutture in storie di singoli individui, sostituendo la narrazione sociologica con quella psicologica. Il rischio maggiore oggi non è soltanto la disinformazione intesa come menzogna, ma un'informazione perfettamente vera che risulta irrilevante per la comprensione delle dinamiche sottostanti. Qui il nostro approfondimento: https://www.valigiablu.it/media-tv-ai-social-postman-capire-mondo-presente/
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“I carabinieri devono dire alle donne che denunciano i compagni violenti che si facciano subito la valigia e spariscano. Devono dire la verità. Perché non c’è modo di proteggerle e devono mettere in conto che potrebbero morire. Sono loro che devono cambiare vita o questa è la fine che fanno".  A parlare è Marinella Forner, la madre di Tamara Terrin, uccisa la sera di Ferragosto dal suo ex Dino Keber, a Camponogara, nel veneziano. La donna aveva già denunciato l’ex compagno dopo la fine della loro relazione, l'aggressore era stato ammonito dal questore ed era stata disposta la vigilanza dinamica. Non è bastato a salvarla. Quello di Tamara Ferrin è solo uno dei sei femminicidi da Ferragosto a oggi. In soli tre giorni sei donne sono state uccise da chi consideravano, o avevano considerato, un compagno di vita. In tutti i casi, segnali non colti, denunce ignorate, braccialetti che non suonano. Dalle criticità operative del Codice Rosso fino ai malfunzionamenti dei braccialetti elettronici, la distanza tra le procedure sulla carta e la loro applicazione sul campo è ancora drammaticamente ampia. La risposta istituzionale continua a concentrarsi sull'inasprimento delle pene a fatto compiuto. La legge n. 181 entrata in vigore lo scorso dicembre introduce l'ergastolo per il femminicidio, ma non va alla radice del problema: non risolve il problema della cultura patriarcale alla base, non è la minaccia dell'ergastolo a evitare la reazione violenta degli uomini di fronte all'autonomia femminile. Servono fondi, formazione per forze dell'ordine, magistratura e personale sanitario, garantendo al contempo risorse stabili e coinvolgimento strutturale ai Centri antiviolenza. Solo costruendo una rete di prevenzione solida e tempestiva è possibile evitare che una richiesta di aiuto rimanga inascoltata. Qui il nostro articolo completo: https://www.valigiablu.it/perche-lo-stato-non-protegge-le-donne-femminicidi/
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La tecno-oligarchia ruba il nostro futuro Dagli esperimenti del 1953 sui ratti fino alle slot machine e allo scorrimento infinito degli smartphone, il meccanismo è identico: sfruttare i circuiti dopaminici per intrappolare l'attenzione. L'obiettivo delle piattaforme non è semplicemente rubare la nostra attenzione, ma comprimere il tempo in un presente perenne, disinnescando la naturale capacità umana di immaginare il futuro. E quando un individuo perde la continuità temporale, perde anche la capacità di agire politicamente. Per massimizzare il coinvolgimento, infatti, le piattaforme hanno sostituito il tempo cronologico e condiviso con un presente perpetuo, alimentato da scorrimento infinito, notifiche e reazioni immediate. Quando l'attenzione viene frammentata e confinata in una reattività costante a breve termine, si dissolve la capacità umana di proiettarsi in avanti, pianificare e immaginare scenari alternativi. Senza una visione condivisa del futuro, viene meno lo spazio stesso per l'azione collettiva, la governance democratica e la progettualità strategica. Qui il nostro approfondimento completo: https://www.valigiablu.it/tecnologia-broligarchi-futuro/
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