Una parola al giorno
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Graffiti
[graf-fì-ti (al singolare graffito, [graf-fì-to])] Dalle antiche incisioni su pietra di Pompei e della Val Camonica, il termine graffito è diventato nel Novecento la voce del dissenso politico e della street art contemporanea. Attraversando l’Oceano, la parola è rinata come italianismo di ritorno: l’inglese l’ha trasformata nel sostantivo collettivo graffiti (usato al singolare), mentre l’italiano ha mantenuto la distinzione grammaticale originaria tra passato e presente. Oggi questo viaggio linguistico unisce le iscrizioni dell’antichità alle bombolette spray delle nostre città, dimostrando come le parole riescano a rinnovarsi senza perdere le proprie radici.
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Scartafaccio
[scar-ta-fàc-cio] Indica un quaderno o una raccolta di fogli scritti alla buona: appunti presi al momento, minute, abbozzi. Il tono è spregiativo — oggetto dimesso, grezzo, disordinato, con un che di burocratico — ma più complesso del brogliaccio, più volante e circoscritto, e più incentrato sulla nota rispetto alla scartoffia. È più umile dello zibaldone, che dopo Leopardi coltiva ambizioni letterarie, e meno vezzoso del calepino; lontano dall’agilità del taccuino. L’etimologia è un prestito dallo spagnolo, rimodellato in assonanza con faccia, risalente forse al latino medievale e al greco tardo come ‘custodia per carte’.
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Penuria
[pe-nù-ria] È costruita sul latino paene, cioè quasi, inteso come non abbastanza: alla lettera la penuria è la condizione del quasi, la fascia scomoda in cui una cosa c’è ma non basta, e in cui perciò le decisioni non finiscono mai. Nata sui generi di prima necessità, si applica ormai a tutto ciò che si conta e non basta, dalle idee al personale al tempo. Dalla stessa radice viene anche il pentimento, che è quel quasi rivolto a sé stessi.
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Sfarzo
[sfàr-zo] Arriva nel Seicento dal napoletano sfarzo, che valeva vanto bugiardo, accanto al verbo sfarzare, ostentare; più indietro c’è lo spagnolo disfrazar, travestirsi e fingere. Di qui l’aura inconfondibile: mentre fasto, pompa, lusso e sontuosità hanno tutti un nome che parla di ricchezza, lo sfarzo ha un nome che parla di travestimento. Non misura quanto si è speso ma quanto si vede che si è speso, e per questo quasi nessuno lo rivendica.
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Impastocchiare
[im-pa-stoc-chià-re] Non viene dall’impasto, come suggerirebbero impastrocchiare e pasticciare, ma da pastocchia (1612), invenzione ingannevole nata dall’espressione (dar) pasto, «darla a intendere»: si prepara qualcosa perché l’altro lo inghiotta. A differenza di mentire, ingannare o infinocchiare, il verbo guarda al materiale dell’inganno: non la menzogna nuda, ma il miscuglio di ragioni capziose che la rendono plausibile — come gli impedimenti che don Abbondio impastocchia a Renzo. Oggi è raro.
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Aporia
[a-po-rì-a] Indica una difficoltà logica insolubile: due ragionamenti entrambi validi portano a conclusioni inconciliabili, e insieme la perplessità che ne deriva. Dal greco aporía, da póros ‘passaggio’ con a- privativa: la strada impraticabile. Rispetto all’antinomia, che rileva con schiettezza un contrasto di legge, ha contorni più sfumati; il paradosso accampa meno pretese di validità, la contraddizione resta un rilievo asciutto. Era all’aporia che Socrate spingeva gli interlocutori, verso il so di non sapere.
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Pretoriano
[pre-to-rià-no] Voce dotta dal latino praetorianum, da praetorium, la tenda del comandante in campo, e dunque dal praetor, propriamente colui che cammina in testa. Indicava i soldati della coorte che vegliava sul generale e poi, da Augusto in avanti, la guardia degli imperatori: un corpo che con Tiberio ebbe una caserma tutta sua in città e finì per uccidere imperatori e vendere il loro posto al miglior offerente. Di qui il figurato di oggi, spregiativo, che unisce fedeltà assoluta e minaccia.
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Avertase
[a-ver-tà-se] Compare in «Natale a Pavana» di Guccini, coautore del dizionario di quel dialetto. Pavana, frazione toscana ma geograficamente emiliana, sta nella strettissima fascia di transizione lungo la linea La Spezia-Rimini, il confine linguistico più netto della Romània neolatina. Avertase vale ‘accorgersi’, verbo che in italiano era in origine transitivo: accorgere qualcuno significava avvertirlo, far vèrtere la sua attenzione. A Bologna lo stesso concetto si dice adèrs, letteralmente ‘ad-darsi’.
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Miasma
[mi-à-sma] Indica l’esalazione che promana da resti organici in putrefazione, il puzzo di morte: non semplicemente dolciastro, ma pungente e ammorbante. Puzzo per eccellenza, si estende a ogni fetore, con spiccata connotazione di nocività — coerente con l’etimo greco miasma ‘macchia, contaminazione’, da miaino ‘lordare’. Macchia e contagio si accompagnano da sempre, e a lungo il miasma fu ritenuto veicolo stesso del contagio. Il suono a singhiozzo ne favorisce la fortuna, anche negli usi iperbolici.
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Scoramento
[sco-ra-mén-to] Deriva da scorare, che è cuore col prefisso sottrattivo s-: alla lettera, privare del cuore. Il verbo circola dal Duecento, il sostantivo dalla fine del Seicento. Indica non un dolore acuto ma un abbassamento generale della fiducia e dello slancio, uno stato passeggero e con una causa, ben distinto dalla depressione. Rispetto ai vicini è il più intimo: lo scoraggiamento toglie il coraggio davanti a un compito, lo sconforto le forze, l’avvilimento aggiunge un giudizio di poco valore.
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Rugiada
[ru-già-da] Dal latino volgare rosata, derivato di ros roris ‘rugiada’, attraverso la forma settentrionale rosada, la rugiada non è una precipitazione che cade: si forma sul posto, di notte, per condensazione. È una delle parole più antiche che abbiamo, con paralleli nel vedico, nel lituano e nello slavo antico. Dalla stessa radice vengono rorido e irrorare. Per estensione letteraria indica un conforto lieve e silenzioso, come la rugiada del pianto per le lacrime.
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Eclissi
[e-clìs-si] Viene dal greco ékleipsis, ‘scomparsa, venir meno’, da ek- ‘fuori da’ e leípō ‘lasciare, mancare’: nell’etimo nulla significa oscurare, l’idea è di qualcosa che manca al proprio posto in cielo. Giunta in italiano nel Duecento con forte oscillazione di forme e di genere, ha lasciato la coppia eclissi/eclisse. Dal nucleo del venir meno — perdita temporanea di visibilità o vigore, non estinzione — nascono l’uso figurato e il riflessivo eclissarsi, sparire con opportuna discrezione.
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Alterco
[al-tèr-co] È un litigio aspro, anche solo un violento scambio di insulti. Viene dal latino altercari, di matrice forense, da altercus, derivato di alter ‘altro’, con un’idea di alternanza, di turno. Voce ottocentesca, si affermò come alternativa di altercazione, più breve e meno amichevole. Rispetto a battibecchi e baruffe è più fine, ma conserva un’incandescenza per cui non stupirebbe un ceffone.
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Inespresso
[i-ne-sprès-so] Composto di in- negativo ed espresso, participio di esprimere, che risale al latino exprimere, cioè cavar fuori premendo: la stessa parola da cui viene spremere. Non indica il vuoto ma il pieno che non è uscito, e vale tanto per i sentimenti quanto per le possibilità, dal talento al potenziale. A differenza del represso e del rimosso non presuppone nessuno che trattenga, e a differenza del latente non aspetta: manca l’occasione, la pressione che avrebbe fatto uscire ciò che dentro c’era già.
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Calzone
[cal-zó-ne] Dal Medioevo al Rinascimento, il calzone è stato soltanto un capo d’abbigliamento maschile, prima che la fantasia popolare del Sud Italia ne rivedesse la forma nella pasta da pane gonfiata dal calore del forno. Se nel mondo la parola ha ormai perso ogni legame sartoriale per diventare un’icona della nostra cucina, per noi italiani il ricordo di quella trasformazione rimane vivo.
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Piscina
[pi-scì-na] In latino la piscina è la peschiera, da piscis, pesce: il vivaio è ancora dentro il nome, benché quel significato in italiano sia morto da secoli. Nelle ville romane la piscina era un capriccio di lusso, con murene e triglie allevate a caro prezzo; accanto correvano la piscina degli acquedotti, dove l’acqua depositava la melma, e quella delle chiese per l’acqua consacrata. Resta il nucleo comune: un’acqua ferma per volontà di qualcuno, dentro un bordo costruito.
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Ghigno
[ghì-gno] Deriva da ghignare, che viene dal francese guigner, cioè strizzare l’occhio, e più indietro dal francone wingjan, fare cenno: la stessa radice dell’inglese wink. Alle origini del ghigno c’è dunque un ammiccamento, un gesto di complicità, passato per la smorfia fino al riso beffardo e maligno che oggi è il suo senso corrente. Della complicità perduta gli resta il tratto più inquietante: chi ghigna ride di qualcosa che sa e non dice, e può farlo in perfetto silenzio.
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Crudele
[cru-dè-le] Voce dotta dal latino crudelis, derivato di crudus ‘crudo’, che prima di indicare ciò che non è cotto significava ‘sanguinolento’: la radice è quella di cruor, il sangue vivo delle ferite. Alla lettera, dunque, crudele vale ‘sanguinario’. Ma la sua sfumatura caratteristica non è la violenza: è l’impassibilità con cui la si esercita. A differenza del feroce, che è furia, e del sadico, che ne trae piacere, il crudele vede la sofferenza e non si scompone.
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Murmure
[mùr-mu-re] Risale alla base onomatopeica indoeuropea *mor-mor, da cui il latino murmur, il greco mormýrein e il sanscrito murmurah: la ripetizione delle labiali riproduce un rumore continuo e indistinto. Rispetto a sussurro, bisbiglio, brusio o fruscio, murmure non presuppone un parlante né un destinatario e designa suoni del paesaggio; rifiuta i referenti tecnici e sopravvive nella poesia e nel murmure vescicolare della semeiotica medica. Mormorio descrive un suono, murmure un’atmosfera.
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Astante
[a-stàn-te] Participio presente del latino adstare ‘stare accanto’, da stare col prefisso ad-, indica chi si trova sul posto quando qualcosa accade. A differenza di presente, che vale anche per cose ed epoche, riguarda solo le persone, quasi sempre al plurale; e a differenza di pubblico, uditorio e spettatori non presuppone un evento allestito: l’astante non è convocato, si è soltanto fermato. Nel diritto romano gli astanti stavano in piedi attorno ai giudici seduti; in ospedale era il medico di guardia, da cui l’astanteria.
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