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Primigenio [pri-mi-gè-nio] Primigenio è ciò che sta all’origine più antica, prima di tutto il resto: parola delle cosmogonie e dei grandi principi (caos primigenio, umanità primigenia), ma anche di ciò che sale oscuro dal fondo (istinti, forze primigenie). Dal latino primigenius (primus più la radice di gignere, ‘generare’), vale ‘generato per primo’; ha un fratello quasi identico, primogenito, rimasto però fra eredità e troni. Si distingue da originario (la provenienza), primordiale (l’avvio), primevo (l’età) e primitivo (spesso il rozzo): tiene fermo il fuoco sulla generazione, sull’istante originario in cui qualcosa viene al mondo. Leggi tutto

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Ihtà [ih-tà] Significa ‘estate’ a Coazze, in Val Sangone, valle francoprovenzale del Piemonte, dove l’estate non era tempo di vacanze ma di massimo lavoro. Tra i dialetti le stagioni hanno basi costanti, con qualche confusione tra ‘primavera’ ed ‘estate’: il latino vere indicava l’inizio della buona stagione (da primo vere ‘primavera’), mentre veranum è passato a ‘estate’ in spagnolo ma resta ‘primavera’ in sardo. Ihtà viene da aestatem, con la /st/ resa /h/. Il francoprovenzale ha invece tsotèn, da ‘caldo tempo’ (in ipotesi, corrispondente al francese chaud-temps). Leggi tutto
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Proibire [pro-i-bì-re (io pro-i-bì-sco)] Compare in italiano nel XIV secolo dal latino prohibère (‘tenere lontano, impedire’, ma anche ‘difendere’), derivato di habere col prefisso pro- (‘davanti’): letteralmente un ‘tenere di fronte’, che diventa frapporsi, ostacolare. Si distingue dai sinonimi vietare (da vetare, il veto ufficiale di un’assemblea, dal sapore giuridico dei cartelli sulla via pubblica) e interdire (più paludato, proprio dei tribunali e delle sentenze). Proibire si discosta per il velo di fascinazione che lo avvolge: non un divieto scritto, ma un giudizio morale, una tradizione, un tabù. E ciò che è proibito spesso esercita un’attrattiva irresistibile. Leggi tutto
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Cuore [cuò-re] Cuore deriva dal latino cor, cordis, ma non per via diretta: dall’accusativo corde(m) avremmo dovuto avere corde. Secondo alcuni, cuore sarebbe rientrato dall’antico provenzale cor, lingua letteraria del XII secolo, divenendo core e poi, per dittongazione romanza, cuore; non si esclude però una più prosaica forma di latino volgare ereditata dai volgari italoromanzi. La radice indoeuropea è una palatovelare sorda *ḱ (lingue centum con velare, satǝm con sibilante), in un nome radicale apofonico *ḱḗrd/ḱérd-/ḱr̥d-. Dal composto *ḱréd-dheh₁- ‘porre il cuore’ viene il latino crēdō: credere è affidare il proprio cuore. Leggi tutto
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5
Gemere [gè-me-re (io gèmo)] Gemere (dal latino gemere, attestato dal Trecento) significa lamentarsi sommessamente, ma anche scricchiolare e, per estensione, stillare. All’origine c’è l’idea del troppo pieno: un recipiente sovraccarico che cede, prima scricchiolando, poi lasciando uscire il contenuto a poco a poco. Di qui la progressione: la voce che si lamenta, le cose che cigolano sotto sforzo, il mare che rumoreggia, la tortora che manda il suo verso, e infine il muro che trasuda e la ferita che stilla goccia a goccia. Leggi tutto
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Gioco [giò-co] Deriva dal latino iocus, la burla verbale, distinto dal solenne lūdus (da cui ludico, illudere). Huizinga vi riconosce l’origine della cultura: diritto, religione, guerra delimitano uno spazio separato con regole proprie. Per Wittgenstein il significato stesso delle parole dipende dal “gioco linguistico”, ossia dall’uso. Il proverbio sulla candela anticipa il calcolo poi formalizzato nella Teoria dei Giochi di von Neumann e Nash. Vale anche il proprio gioco (il piano segreto), il margine meccanico, e per la psicologia il fondamento del pensiero simbolico e dell’identità in quanto spazio intermedio fra il sé e l’altro da sé. Leggi tutto
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Codino [co-dì-no] Codino è il diminutivo di coda: la treccia che i gentiluomini europei portavano, incipriati, nel Settecento. Dopo la Rivoluzione francese i capelli corti diventarono la moda del cittadino, e chi teneva il codino comunicava d’esser fedele al vecchio regime. Di qui, nell’Ottocento della Restaurazione e del Risorgimento (dal 1845), l’aggettivo e sostantivo (f. codina): reazionario, retrogrado, nemico di ogni novità, l’opposto del giacobino. Un’intera idea politica appesa a un’acconciatura. Leggi tutto
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Pitocco [pi-tòc-co] Pitocco è di etimologia incerta e dibattuta: spesso ricondotto al greco ptōchós ‘povero’, è più probabilmente voce romanza dalla base pit- ‘piccolo’, gemella di bizzocco ‘bacchettone’. Di qui il percorso: dal finto devoto al questuante, e poi al mendicante. Da un lato vale accattone, pezzente; dall’altro, per rovesciamento, taccagno e avaro — non chi non ha, ma chi non dà. È anche aggettivo: misero, gretto, da quattro soldi. Leggi tutto
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Broccato [broc-cà-to] Il viaggio di questo italianismo segue fedelmente le rotte commerciali dei mercanti di stoffe. Penetrato nel francese come brocart, è stato successivamente assorbito dall’inglese nella forma brocade, dallo spagnolo come brocado e dal tedesco come Brokat. La forza di questo prestito linguistico risiede nella sua stabilità: a differenza di altri italianismi che all’estero hanno subito slittamenti semantici, ironici o dispregiativi, broccato ha mantenuto ovunque intatto il suo prestigio originario. Leggi tutto
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Angariare [an-ga-rià-re (io an-gà-rio)] Angariare nasce dall’angaria, il servizio di posta a cavallo dell’impero persiano e poi romano: i corrieri del re, in suo nome, potevano requisire uomini e mezzi. Di lì l’angaria come prestazione forzata e non pagata, e il verbo che ne discende: angariare non è opprimere in generale, ma gravare qualcuno di imposizioni che non può rifiutare, alla maniera di chi sta più in alto. È il sopruso che si traveste da dovere — la stessa radice di ‘angheria’. Leggi tutto
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Deuteragonista [deu-te-ra-go-nì-sta] Era il secondo attore del dramma greco — quello aggiunto, dopo il protagonista, accanto al coro. Da déuteros ‘secondo’ e agōnistḗs ‘lottatore, attore’, della famiglia dell’agone (e dell’agonia). Oggi indica il secondo personaggio principale di un racconto, film o dramma: non è l’antagonista (definito dall’opposizione), ma il numero due per rilievo — l’avversario, o l’amico, o l’amore della storia. Un posto, non un carattere. Leggi tutto
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Ambulatorio [am-bu-la-tò-rio] Viene dal latino ambulare, ‘camminare’: l’ambulatorius era un portico per passeggiare. Di qui il senso medico: il luogo dove ci si cura restando sulle proprie gambe, luogo da pazienti che vanno e vengono, non da degenti ricoverati, a letto. La stessa radice dà ambulante, funambolo, sonnambulo, e il deambulatorio che gira dietro l’altare delle chiese. Come aggettivo vale ‘che cammina, che si muove’, e lo troviamo nei muscoli ambulatori, nelle zampe ambulatorie Leggi tutto
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Profumo [pro-fù-mo] La precisa trafila etimologica è incerta, ma in ogni caso la radice è fumus, col legame al suffumigio rituale, il bruciare resine e aromi per gli dèi. Il significato oggi più immediato — l’odore buono, ad esempio dei fiori — è in realtà il più recente, affermatosi solo nell’Ottocento per influsso francese; prima profumo indicava la sostanza. A differenza di odore, neutro e ambivalente, il profumo è già giudicato gradevole. Vive anche per metafora, per indicare ciò che si sente nell’aria (“profumo di vittoria”). Leggi tutto
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Sedicente [se-di-cèn-te] Calco dal francese soi disant, sedicente fu dato per morto da Tommaseo, ma conserva la sua utilità. Dice di chi attribuisce a sé titoli, qualifiche, capacità o nomi su cui grava un sospetto: anche nell’accezione più neutra, quando si accoglie la persona sulla parola, resta un sentore di dubbio difficile da purgare. All’estremo opposto, là dove la dichiarazione è palesemente falsa, si fa didascalico. A differenza del presunto, ha prospettiva strettamente autodichiarativa; e non salta alla conclusione come il falso. Congegno sofisticato che coglie nel dire autoriferito l’ombra della millanteria e dell’impostura, spesso con ironia. Leggi tutto
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Guantiera [guan-tiè-ra] Parola che più che a un significato si aggrappa a una suggestione di eleganza, ombra di una classe e di usi perduti: il tempo in cui i guanti facevano parte della grammatica del potere e occorreva un contenitore in cui potessero essere convenientemente deposti. Da qui la guantiera, astuccio o vassoio segnato da un imprinting raffinato ed esclusivo. Perduta la funzione originaria, si espande senza scadere nel plebeo, e indica oggi il vassoio di paste, bevande o confetti — soprattutto pasticcini. Curioso il suo volgersi al cibo: segno di uno sguardo… un po’ terragno. Leggi tutto
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Lapo [là-po] Da l’ape, a Montecarotto e in più punti delle Marche, si è passati a l’apo maschile — favorito dalla terminazione ambigua e dal plurale api — e quindi a il lapo, con plurale i lapi: un caso di rianalisi del confine tra articolo e nome. Lo stesso meccanismo opera nell’italiano standard (l’aranea diventa la ragna e poi il ragno; l’irondine la rondine) e nei dialetti, dove affiorano il lamo o l’aradino. Apis, parola breve e insetto addomesticato da secoli, genera una ricchissima varietà dialettale. Leggi tutto
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Spalmare [spal-mà-re (io spàl-mo)] È un verbo che deriva dal latino palma, il palmo della mano: in origine la materia molle si stendeva sul supporto duro con la mano aperta, si “palmava”. Il prefisso intensivo s- aggiunge all’azione intensità e quasi spessore materico, con un minimo di sforzo fisico. Questa fisicità persiste negli usi figurati, dove il verbo trasmette un’idea di distribuzione attenta e uniforme, nello spalmare debiti o impegni. Nessun sinonimo — applicare, stendere, ungere, cospargere — la pareggia appieno. Leggi tutto
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Pecunia [pe-cú-nia] Pecunia è un cultismo ripreso di peso dal latino pecūnia ‘ricchezza, denaro’, derivato però da pecū ‘bestiame, gregge’: nell’economia arcaica delle campagne preromane il bestiame era la ricchezza. Dal parente pecus discende pecora, in origine plurale collettivo passato a indicare il singolo capo. Pecū risale al protoindoeuropeo *péḱu-, dalla radice *peḱ- ‘pettinare, tosare’; gli esiti diversi della palatovelare *ḱ distinguono le lingue indoeuropee fra le cosiddette lingue centum, come il latino, dalle lingue satəm. Leggi tutto
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Caravanserraglio [ca-ra-van-ser-rà-glio] È una parola giunta in italiano dal persiano attraverso il turco, ai tempi dell’impero ottomano: un composto di karavan (‘carovana’) e saray (‘palazzo’). Designava i ricoveri murati con un grande cortile in cui le carovane sostavano durante le traversate dei deserti asiatici — non semplici stazioni, ma vivaci centri commerciali e culturali lungo le arterie del traffico globale. Da quest’eco remota l’italiano ha tratto il senso figurato di luogo chiassoso, confuso e disordinato — esito che rende in modo molto eloquente un’inclinazione del nostro immaginario. Leggi tutto
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Memoria [me-mò-ria] La memoria, che la radice indoeuropea *me- lega fin dal principio alla mente, è la facoltà di trattenere l’esperienza e fondare l’identità: i greci la divinizzarono in Mnemosine, madre delle Muse. Non è specchio fedele ma palinsesto riscritto, in tensione tra oblio e ricordo fecondo. La parola attraversa l’ars memoriae rinascimentale, la memoria monumentale grazie (ma monumento è dal ceppo di monere) e le memorie informatiche, puro stoccaggio che non comprende; l’italiano distingue ricordare (cuore) da rammentare (mente). Leggi tutto
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