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Invers [in-vèrs] È il termine piemontese per il versante in ombra, opposto al sorì rivolto a sud. Nelle Langhe la differenza riguarda la qualità del vino; nelle valli alpine orientate da ovest a est decide la possibilità stessa d’insediamento. Il francoprovenzale oppone adret ed envers, ‘diritto’ e ‘rovescio’; l’occitano oppone invece luce e ombra: adrech e ubac, dal latino opacus ‘ombroso’, come l’italiano bacìo, che fa coppia con solatìo. Leggi tutto

Scocciare [scoc-cià-re (io scòc-cio)] Viene da coccia (‘guscio, chiocciola’, dal greco kochlías) con s- privativa: è rompere un coccio in mille pezzi, metafora di ben altre rotture, che l’immaginario lega allo stufarsi. Si distingue per la pacatezza con cui designa il puro fastidio: rispetto a molestare, dare noia, importunare o rompere le scatole, è garbato e adatto anche a contesti meno informali. Ha il pregio di essere anche riflessivo: indica sia il disturbare l’altrui tranquillità, sia il tediarsi di qualcosa. Leggi tutto

Trasognato [tra-so-gnà-to] Oggi è trasognato chi è assorto in fantasticherie, estraniato dal contesto, ma nel Trecento era lo stordito, l’instupidito, anche l’ubriaco; poi lo sbigottito davanti a un fatto incredibile. Attraversando l’epoca romantica prende il profilo di chi sogna a occhi aperti. Rispetto all’assorto, che è intento, e allo svagato, preso da cose leggere, la sua è un’assenza vera; meno radicale dell’estatico, si distingue dal sognante perché è come sbalzato oltre il sogno, in uno spazio intimo. Leggi tutto

Tralucere [tra-lù-ce-re (io tra-lù-co)] È un verbo difettivo, privo di participio passato e tempi composti, che ha per soggetto la luce, ciò che essa attraversa o ciò che mostra. Il suo perno è un diaframma che ostacola il passaggio: traslucido, quasi opaco, rado o fessurato. Diversamente dal trasparire, che dà piena coscienza di ciò che appare, il tralucere è sospeso e trasmette solo l’informazione della luce; non ha l’indiscrezione del trapelare o del filtrare, né il frugare dell’intravedere: è discreto, quasi contemplativo. Leggi tutto

Perlocutorio [per-lo-cu-tò-rio] È un aggettivo recente in italiano (1974), derivato di locutorio con per- sul modello dell’inglese perlocutionary, dal latino loqui ‘parlare’: per- vale ‘per mezzo di’. Nella tripartizione di John L. Austin designa non il senso della frase (locutorio) né l’atto convenzionale compiuto dicendola (illocutorio), ma l’effetto che essa produce su chi ascolta, anche se non voluto. Promettere è un atto illocutorio, rassicurare un risultato perlocutorio: si può riuscire nell’uno e fallire nell’altro. Leggi tutto

Candidato [can-di-dà-to] Viene dal latino candidatus, ‘vestito di bianco’, ma ha impiegato diversi secoli per recuperare in italiano il senso elettorale. Entra prima come grado militare, dai candidati di Vegezio, e poi si attaglia alla purezza religiosa. Nel Rinascimento torna il candidato alle cariche pubbliche, che a Roma indossava toghe imbiancate col gesso. Indica chi attende di essere scelto, in una procedura formale che manca all’aspirante, con una compostezza umile che lo distingue dal pretendente. Leggi tutto

Pavido [pà-vi-do] Viene dal latino păvidus, da pavēre ‘aver paura’, da cui anche il pavōr che dà la paura stessa. Voce dotta, fu a lungo semplice attributo di ‘chi ha paura’, con poco biasimo. Dall’Ottocento, e più nel Novecento, si fa tratto di carattere: il pavido manca di fermezza e di coraggio, tentenna, evita, è vile. Forse vi ha pesato il registro alto, adatto a giudizi morali composti, lontani dallo sprezzo di vile o codardo. La parola scivola così dall’emozione al carattere, e dal carattere alla colpa. Leggi tutto

Inesausto [i-ne-sàu-sto] Viene dal latino exhaurire, da haurire, ‘attingere’: esaurire è un finir d’attingere, un estrarre del tutto. Come invitto rispetto a invincibile, inesausto è più poetico del corrente inesauribile: non esclude radicalmente una possibilità, ma rileva in modo misurato che qualcosa non si è esaurito. Se l’esausto è uno stato che tende al normale — di persone, suoli, sorgenti —, l’inesausto ha del mirabolante. Il suo è un elogio emozionato davanti a ciò che dura. Leggi tutto

Anfratto [an-fràt-to] Viene dal latino anfractus, di etimo discusso (osco o da frangere), ma con un prefisso affine ad amb- ‘intorno’. In origine era una sinuosità, una tortuosità, fino al tornante, al raggiro e allo stile prolisso: fratto non è la roccia, ma lo zigzag. In italiano la via tortuosa si stringe fino a diventare, nel Novecento, cavità angusta nella roccia o nel terreno. Rispetto all’antro, arioso, al pertugio e al meandro, pervi, e al recesso, intimo, l’anfratto è piccolo, irregolare, squallido. Leggi tutto

Futile [fù-ti-le] Sembra ‘utile’ negato, e spesso è proprio inteso come ‘inutile’, ma il latino futilis con utilis non c’entra: deriva da fundere, ‘versare’, e vale propriamente ‘che non tiene, che versa’, come un vaso che gocciola. Ne vengono i sensi di leggero, frivolo, inaffidabile, perfino indiscreto. Indica ciò che è di scarsa importanza o serietà, come nei futili motivi del diritto, con sguardo serio e lucido, a differenza del frivolo, lezioso, del fatuo, da testa vuota, e del vano, che scivola facilmente nell’escatologia. Leggi tutto

Conticinio [con-ti-cì-nio] Dal latino conticinium, ‘il momento in cui tutto si fa silenzioso’, da conticiscere ‘ammutolire’ o conticere ‘tacere’, indica la parte più profonda e silenziosa della notte. Non è un’ora precisa: Isidoro di Siviglia lo colloca tra crepusculum e intempestum, in una scansione della notte fondata non su luce e buio ma sul cessare delle voci umane e no. Rispetto a notte fonda e cuore della notte, solo questa parola rara e letteraria coglie il silenzio soporoso e l’inquietante requie di quell’ora. Leggi tutto

Pìngere [pìn-ge-re] Sono due verbi omonimi e letterari: uno viene dal latino pingĕre, ‘dipingere’; l’altro è spingere privato della s, oggi pietrificato nei testi antichi. Dall’alternanza pingĕre/pictus nascono pinto, variopinto, pittore, pittura, e dal tema anche pigmento. Il latino lo usava pure per il ricamo (acū pingĕre): conta l’atto di far comparire forme su una superficie. Così passa alla mente e alla parola: rispetto a descrivere promette vivezza; rispetto a dipingere è più raccolto e letterario. Leggi tutto

Chiosare [chio-sà-re (io chiò-so)] È un modo dotto ma svelto di commentare: spiegare un testo con chiose, spiegazioni di una parola o di un passo ostico aggiunte a margine: le note, diciamo. Chiosa viene per via ereditaria dal latino tardo glōssa, dal greco glôssa, che oltre a ‘lingua’ valeva ‘parola rara’: la parola da spiegare diventa la spiegazione. Rispetto a glossare (tecnico), postillare (protocollare) e il fare l’esegesi (sistematica), chiosare è un’aggiunta accessoria a un testo precedente. In fiorentino vale anche ‘macchiare’. Leggi tutto

Immoto [im-mò-to] Dal latino immotus, participio negato di movere, è il ‘non-mosso’: descrizione didascalica di un’osservazione presente. Non coincide con fermo, da firmus, che ha tratti concreti e morali di stabilità e determinazione, né con immobile, il cui suffisso -bile fa apparire esclusa l’ipotesi stessa del movimento. Di registro letterario, l’immoto si limita a constatare che qualcosa non si muove, cogliendo con un’inquietudine quasi surreale la strana assenza di movimento: è smaccatamente contemplativo. Leggi tutto

Sanmichée [san-mi-chée] Fino a non molto tempo fa le scadenze si fissavano in date “col nome”, legate a feste religiose e lavori agricoli: a San Michele (29 settembre) o a San Martino (11 novembre) scadevano gli affitti agricoli, da cui far sanmichele o far sanmartino, ‘traslocare’. Le ragioni erano l’analfabetismo diffuso, per cui l’unico calendario noto a tutti era quello della Chiesa, e l’economia di campi e fiere. L’uso resiste nei dialetti e nei proverbi; in sardo e in mòcheno nomi di santi indicano interi mesi. Leggi tutto

Graveolente [gra-ve-o-lèn-te] È un aggettivo che spicca tra i termini per i cattivi odori — puzzolente, fetente, putrido, pestilenziale, fetido — per il suo registro nobile e azzimato. Deriva dal latino graveolens, composto di gravis ‘pesante’ e olens, participio presente di olère ‘odorare’: alla lettera ‘che ha odore pesante’, perifrasi che evita di nominare il puzzo. Attestato in Pascoli e D’Annunzio, si presta a usi quotidiani: scegliere un termine così forbito è anche una forma di cura per chi ascolta. Leggi tutto

Rimpolpettare [rim-pol-pet-tà-re] È un verbo che muove dalla polpetta, preparazione che restituisce forma nuova e ghiotta ad avanzi e scampoli, senza ispirare gran fiducia. Poco usato in senso concreto, vive nel figurato: indica un rimaneggiamento basso, che trasforma l’aspetto e non la sostanza, e demistifica con un’immagine terragna la riproposizione del vecchio. Più desueto il senso di ribadire, rinfacciare. Non è sciatto come raffazzonare né neutro come rimaneggiare; resta distante da rimpolpare, che aggiunge polpa. Leggi tutto

Dardeggiare [dar-deg-già-re (io dar-dég-gio)] Viene da dardo, di ascendenza germanica (dal francone *daroð, ‘giavellotto’, giunto forse tramite il francese o il provenzale): prima proiettile da lanciare a mano, poi freccia d’arco e di balestra. Fra freccia, strale e saetta, solo il dardo ha un verbo in -eggiare, che esprime un comportamento compiuto e ripetuto, non singolare. Raro in senso proprio, vive nel figurato: raggi di sole, sguardi, parole — qualcosa di sottile, diritto e rapido che colpisce più volte, con volontà. Leggi tutto

Plebiscito [ple-bi-scì-to] Oggi indica un consenso schiacciante, ma nasce dal latino plebis scitum, la delibera della sola plebe, vincolante per tutti solo dalla lex Hortensia; scitum viene da sciscĕre, ‘cercar di sapere’. L’italiano l’ha ripresa nel 1852 dal francese, dove quell’anno un plebiscito fece imperatore Luigi Napoleone, e nel 1860 per le annessioni al Regno d’Italia. Le percentuali altissime gli fecero nominare l’esito, non solo la procedura: un atto più vicino all’investitura che alla deliberazione. Leggi tutto

Eufemismo [eu-fe-mì-smo] Il concetto, semplice e ineludibile a ogni livello del discorso, viene dal greco euphēmismós, da euphēmízesthai, ‘usare parole buone’ perché il detto sia accettabile: le Erinni divennero Eumenidi, ‘le benevole’, e l’italiano ha fortunale o caspita. Ma interessa soprattutto l’uso diretto della parola: dire «per usare un eufemismo», o segnalare gli eufemismi di un comunicato, dichiara uno scollamento fra il detto e il voluto e chiede una decodifica. Così l’eufemismo, in fondo, parla chiaro. Leggi tutto

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