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Loquela
[lo-què-la] È un prestito duecentesco dal latino loquela, della famiglia di loqui ‘parlare’. Indica facoltà di parlare, modo di parlare, discorso, linguaggio, inflessione: sensi che si contengono l’un l’altro. Nel X dell’Inferno Farinata riconosce Dante come fiorentino dalla loquela, con parole riprese dal Vangelo di Matteo. Più ampia di eloquio, cadenza, accento e facondia, ha la fisicità di un portamento che permea il discorso, insieme personale e collettivo. È parola ricercata, dotta, ma non astrusa.
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Pivello
[pi-vèl-lo] Deriva dall’antico pivo, ‘ragazzo’ e ‘giovane effeminato’, ricondotto a pipo, nome dialettale e infantile del membro virile, col diminutivo -ello. Quest’origine non si sente più, per opacizzazione etimologica. In origine termine settentrionale per il ragazzo pretenzioso e ricercato nel vestire, ha preso il valore di inesperto diffondendosi col gergo militare e degli uffici. Forse tramite il genovese pivetto è all’origine dell’argentino pibe, tanto affettuoso quanto pivello conserva un alone di sufficienza.
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Elicere
[e-lì-ce-re (egli e-lì-ce)] È un verbo arcaico e letterario, dal latino elicere, ‘far venire fuori’, derivato di lăcere, ‘attirare’ con arte o inganno, e usato anche in ambito magico. Significa far uscire qualcosa richiamandolo all’effetto (un finale elice lacrime), ma anche estrarre, ricavare e sceverare. Vicino a suscitare e destare, ha accezioni più versatili. Estremamente difettivo — oltre all’infinito esiste solo ‘elice’ — ha avuto successo in letteratura anche per la rima in -ice. Oggi vive in una nicchia storica o di uso sottile.
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Articolato
[ar-ti-co-là-to] È articolato ciò che è snodato: suddiviso, ma organicamente uno, con nodi che permettono movimenti relativamente liberi — come il braccio o la mano. Un ragionamento articolato non fila dritto come quello lineare, né ha l’intreccio stratificato del complesso o la materia aggroppata del complicato: si piega, devia, ritorna, e ogni sezione concorre, mostrando adattabilità e agilità. Viene da articolare, dal latino articulāre, da artĭculus, diminutivo di artus, in origine ‘articolazione’.
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Vuccaricca
[vuc-ca-rìc-ca] È un composto cosentino nome + aggettivo del tipo detto bahuvrihi, cioè esocentrico: come collotorto o Barbablù, non indica la cosa ma chi la possiede — qui il ‘pignolo’. Al sud questi composti sono molto usati per rivolgersi all’interlocutore: a conversazione in corso si troncano, ma solo se la forma resta plurisillabica (oi vuccarì’); altrimenti si premette il dimostrativo quiru. Lo ha studiato Adam Ledgeway: i dialetti italiani contengono una porzione rappresentativa della variazione linguistica del mondo.
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Liquido
[lì-qui-do] È un prestito dal latino liquidus, che oltre allo stato di aggregazione della materia indica ciò che è limpido, chiaro, evidente, perfino certo: il liquido per eccellenza è l’acqua, la cui chiarezza è purezza. Liquidi sono anche i beni e il denaro immediatamente disponibili; ma, paradossalmente, è liquido pure ciò che è labile e muta forma secondo le circostanze, come la società di Bauman. L’etimologia, un po’ oscura, risale a una radice indoeuropea col significato di ‘rendere umido’.
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Sciente
[scièn-te] È una parola rara, benché legata a un concetto centrale come la scienza. Non è l’omologo del sapiente, la cui conoscenza è ponderata e non settoriale: lo sciente può essere dotto, esperto o informato, con un esito più asciutto e pratico. C’è sempre informazione e una misura di consapevolezza, come mostrano scientemente (un tempo «a sciente»), il contrario insciente e lo scibile. Dà una prospettiva personale e spicciola alla consapevolezza, senza evocare le complessità della coscienza.
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Crinale
[cri-nà-le] Il latino crināle, da crinis ‘capello’, era il fermaglio o pettine che ferma la chioma; in italiano desueto crinale vale ancora ‘relativo ai capelli’. Come vetta e apice, è un termine di vertice nato da un accessorio da capo. Per alcuni deriva dall’antico crina, già ‘cresta, vetta’; per altri il fermaglio si lega direttamente alla linea fra i culmini di una catena montuosa. Attestato nel secondo Ottocento, segna un di qua e un di là: limite, ma anche punto di contatto, pure in senso figurato.
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Abbiosciarsi
[ab-bio-sciàr-si] È un verbo che deriva da bioscio, ‘moscio, floscio’, dal longobardo ricostruito *blauz, ‘molle, nudo’; un’altra ipotesi lo lega alla bioscia toscana, neve molle appena caduta, forse a sua volta derivata da bioscio. Indica il cedimento di ciò che sta in piedi grazie a una tensione: persone, piante, vele. Tra i sinonimi, accasciarsi ha un tono più grave, afflosciarsi si presta agli oggetti; abbiosciarsi tiene insieme cedimento fisico e morale. Diverso da abbioccarsi, che implica sonnolenza.
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Squisito
[squi-sì-to] Viene dal latino exquisitus, ‘ricercato’: il senso concreto della ricerca si è perso nella metafora, ma resta quello di una scelta intenta ed esperta dell’eccellente. Oggi ha il baricentro nel sapore, ma si estende, seguendo il concetto di gusto, alla fattura di un mobile, allo stile di un libro, alle persone. Rispetto al delizioso, più lezioso e di superficie, lo squisito implica raffinatezza compiuta e stima radicata. È tra gli aggettivi più intensi di questo campo, eppure composto e privo di sussiego valutativo.
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Albarello
[al-ba-rèl-lo] Albarello: È il vaso da farmacia: di maiolica a fondo bianco smaltata e decorata, cilindrico ma lievemente concavo ai fianchi per non scivolare di mano. L’etimo è stato a lungo dibattuto. Scartati l’alberello (il pioppo) e l’albarius, l’imbianchino, oggi lo si riconduce al bianco del materiale. È un nome enigmatico ma dimesso, privo dell’esoterismo che ci si attenderebbe: ha l’aspetto di un termine domestico e un significato selezionatissimo. Gli albarelli ora abitano anche le case, con erbe, spezie e sali.
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Albarello
[al-ba-rèl-lo] Albarello: È il vaso da farmacia: di maiolica a fondo bianco smaltata e decorata, cilindrico ma lievemente concavo ai fianchi per non scivolare di mano. L’etimo è stato a lungo dibattuto. Scartati l’alberello (il pioppo) e l’albarius, l’imbianchino, oggi lo si riconduce al bianco del materiale. È un nome enigmatico ma dimesso, privo dell’esoterismo che ci si attenderebbe: ha l’aspetto di un termine domestico e un significato selezionatissimo. Gli albarelli ora abitano anche le case, con erbe, spezie e sali.
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Menestrello
[me-ne-strèl-lo] Viene dal francese ménestrel, ma risale al latino minister, ‘servitore’, da minus, ‘meno’: è della famiglia di ministro, minestra e mestiere. Nel latino tardo il ministerialis era anche il domestico addetto a un servizio: il menestrello medievale è un cantore di corte stipendiato, che canta versi spesso altrui. Non è il giullare buffonesco né il trovatore, poeta di rango. Fattosi anche girovago, col Romanticismo diventa idealizzazione del poeta, specie d’amore, e poi scade in poetastro sdolcinato.
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Rinfocolare
[rin-fo-co-là-re (io rin-fò-co-lo)] Il focolare era il centro della casa, ed è arrivato a designarla per sineddoche; focus ha scalzato ignis. Foculare, ‘scaldare, nutrire, confortare’, passa a ‘ravvivare, rianimare’. Il prefisso rin- (re- e in-) evoca il tornare fra le braci a risvegliare il fuoco: il rinfocolare è un gesto ancestrale oggi perlopiù estetico, ma vivo nel figurato, dove si rinfocolano piacere, furore, discordia, entusiasmo. Più composto del fomentare e meno ruvido del riattizzare, ha una misura intima e un calore controllato.
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Parterre
[partèr] È un elegante francesismo, nato da una locuzione che vuol dire ‘per terra’. Indica il complesso di aiuole geometriche e vaste dei giardini alla francese, prestigiosi segni di potere. A Firenze il Parterre prende il nome da un giardino di questo genere voluto da Pietro Leopoldo. A teatro era il settore della platea dove si stava in piedi davanti al palco, per terra; per estensione è la platea e il pubblico che la compone. L’espressione “parterre de rois”, ‘parterre di re’, è spesso ironica.
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Tovaglia
[to-và-glia] Viene dal francone *þwahlja, ‘panno per asciugarsi’, tramite l’antico francese touaille: all’origine c’è l’acqua, e il senso resta nell’inglese towel e nello spagnolo toalla. L’italiano la lega presto alla mensa (toaia, fine XII secolo), perché a lungo tavola e toeletta condivisero i tessuti: le tovaglie servivano pure a pulirsi mani e bocca, compito poi passato al tovagliolo. L’uso meridionale di tovaglia per ‘asciugamano’ è vicino alle origini, ma una continuità storica non è documentata.
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Esoterico
[e-so-tè-ri-co] Viene dal greco esōterikós, da ésō ‘dentro’: l’eso- dei composti scientifici deriva invece da éxō ‘fuori’. Il suo opposto, essoterico, è assai meno comune. Nasce nell’orizzonte greco dei percorsi iniziatici: indica un sapere riservato a chi è addentro, come le opere di Aristotele giunte a noi. Può riferirsi a materie scientifiche che richiedono preparazione, ma evoca soprattutto l’occulto: astrologia, alchimia, cabala. A differenza dell’arcano, inviolabile, resta accessibile con impegno.
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Illecebra
[il-lè-ce-bra] È una parola alta e quasi dimenticata per dire lusinga, allettamento — usata soprattutto al plurale. Dal Trecento a ieri ha nominato in specie le illecebre d’amore: il registro aulico frapponeva distanza in un ambito trattato con verecondia. Il latino lăcĕre è alla base anche di allettare e delizia. Rispetto all’allettamento, ragionevole, alla lusinga, adulatoria ma partecipata, e alla seduzione, diretta e predatoria, l’illecebra è più concettuale e contegnosa… se non usata con ironia.
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Ficaccio
[fi-càc-cio] È un aggettivo romanesco attestato in Belli, che parla di una «medicina ficaccia», cioè efficace: di qui anche l’origine di “fico!” e “che figata!” e simili. L’etimologia popolare che li lega al sesso non regge su molti piani, semantici e formali. Fico è retroformazione da ficaccio, che da efficace si fa in gamba, bello, attraente, che funziona bene.
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Sfacelo
[sfa-cè-lo] Viene dal greco sphákelos, ‘cancrena’: in origine è un termine medico che indica il disfacimento cancrenoso dei tessuti. Questa origine si è persa nell’uso figurato, e l’oblio ne ha permesso l’estensione. Rispetto ai sinonimi — collasso, crollo, rovina, sfascio, disfacimento, dissoluzione, distruzione — che evocano figure nette, lo sfacelo è meno determinato, più sospeso: indica un decadimento esasperato senza contorni, e ciò gli dà una versatilità retorica lontana dalla magniloquenza.
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