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Aida Barasa era una studentessa di psicologia di 20 anni, è stata uccisa il 9 gennaio 2026 durante le proteste di massa in Iran.
È stata colpita da tre proiettili diretti al collo e alla gola da forze di sicurezza del regime.
Il suo corpo è stato sequestrato dalle autorità e la famiglia è riuscita a identificarlo solo dopo due settimane nel centro di detenzione di Kahrizak (un luogo tristemente noto per casi di tortura e abusi in Iran).
La famiglia ha dovuto pagare una somma elevata per riavere il corpo e ha ricevuto pressioni perché non dichiarasse che era stata ammazzata durante le proteste.
Fermiamo il regime iraniano, con qualunque mezzo.
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Guardate questa foto e segnatevi questo nome. È Matin Mohammadi. Aveva solo 17 anni quando è stato arrestato durante le proteste di gennaio 2026 in Iran. Oggi ne ha 18 e il regime islamico sta per impiccarlo.Insieme a lui rischiano la stessa sorte altri due giovanissimi:
Ehsan Hosseinipour Hesarloo (18 anni) e Erfan Amiri (17 anni).Sono accusati di aver partecipato all’incendio di una base dei Basij dentro una moschea a Pakdasht. Arrestati prima dei fatti, torturati per estorcere confessioni, processati in un tribunale-farsa senza difensori veri. La Corte Suprema ha già confermato le condanne a morte per “moharebeh” e le ha inviate all’unità di esecuzione. Possono essere uccisi da un momento all’altro.Sono ragazzi. Erano minorenni o appena maggiorenni. Questo è un crimine anche secondo il diritto internazionale.Fermiamo i boia iraniani, con qualunque mezzo.
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Matteo Lepore vergognati.
La drammatica scena di una esule iraniana che durante la manifestazione riconosce il suo stalker. L’uomo che l’ha minacciata e che appare in un selfie con il Sindaco.
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È uscito il terzo e ultimo episodio del nostro podcast sulla Brigata Ebraica! Ascoltalo qui 👉 https://youtu.be/DUAzgJNgkNA
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Al corteo di Milano per il 25 aprile gli ebrei sono stati cacciati fuori al grido di "Siete solo saponette mancate".
Siete merde nazi e sarete trattati come tali.
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riceviamo e pubblichiamo il comunicato stampa della Fiep su quanto accaduto al corteo di oggi a Milano
COMUNICATO STAMPA
Milano, 25 aprile 2026
FIEP: “Ebrei espulsi dal corteo del 25 aprile a Milano. Traditi i valori della Resistenza”
La Federazione Italiana per l’Ebraismo Progressivo (FIEP) esprime profonda preoccupazione per quanto accaduto oggi a Milano, durante il corteo del 25 aprile, che ha visto i gruppi ebraici – tra i quali Hashomer Hatzair, Brigata Ebraica e Sinistra per Israele – allontanati dopo essere stati oggetto di insulti, fischi e tentativi di aggressione.
Partiti da via Boschetto e diretti verso piazza Duomo, i partecipanti sono stati bloccati dopo poche centinaia di metri da cori ostili che chiedevano la cacciata dei “sionisti” e urlavano insulti antisemiti, come "siete saponette mancate".
Dopo oltre un’ora di tensione si è aperto un corridoio, e sono stati scortati dalla polizia fuori dal corteo.
“Da italiano, figlio di partigiano ed ebreo, è stata un’esperienza traumatica. Il corteo del 25 aprile, simbolo della Liberazione dal nazifascismo, è stato stravolto e ha calpestato i valori della Resistenza,”
dichiara il presidente della FIEP, Carlo Riva.
“Mi sono sempre richiamato a valori progressivi e sono allarmato dalla deriva antisemita che appare ormai trasversale nel panorama politico.”
La FIEP denuncia con forza quanto accaduto: escludere cittadini ebrei da una manifestazione che celebra la liberazione dal fascismo rappresenta una contraddizione inaccettabile e un segnale grave per la tenuta democratica del Paese.
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A Milano la Brigata ebraica accolta da fischi e insulti. Adesso è bloccata da oltre mezz'ora. Vogliono farli uscire dal corteo
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https://hakol.ilriformista.it/resistere-per-esistere-a-bologna-il-25-aprile-torna-ad-avere-un-senso/
L'articolo di Sechi sulla manifestazione di Bologna il 23 aprile.
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Dai ragazzi di Piangipane alle mura di Gerusalemme: è la stessa battaglia». Ha poi aggiunto: «Il PRI è e sarà sempre dalla parte del popolo israeliano. Siamo convinti che le libertà dell’Occidente iniziano dalla difesa delle mura di Gerusalemme. Se cade Gerusalemme, arretra l’Europa».
Il Generale Li Gobbi, in un intervento letto da Nadiya Kalapun, ha ricordato le gesta eroiche di suo zio, torturato a morte dai tedeschi, e di suo padre: «Se fosse ancora in vita, sono convinto che oggi il suo cuore batterebbe per gli ucraini che vogliono difendere la propria indipendenza, per gli israeliani che si difendono dal terrorismo dei proxy iraniani, per gli iraniani che anelano a liberarsi da un regime criminale». Anche la vicepresidente del Parlamento europeo Pina Picierno, PD, ha mandato un messaggio, accolto con un grande applauso: «La libertà non è mai acquisita una volta per tutte. La Resistenza italiana non è solo memoria, è un metodo. È la scelta concreta di opporsi all’oppressione, anche quando il prezzo è alto». Molto forti sono state anche le parole di Rocco Rosignoli di Shanì Collettiva rivolte all’Anpi: «Un attacco deliberato contro civili non è Resistenza. Lo stupro di massa non è Resistenza. Quello che vedo oggi nelle nostre piazze è antisemitismo travestito da causa umanitaria. Mi sono dimesso dall’ANPI quando ho sentito il presidente nazionale dire “basta con queste accuse di antisemitismo a capocchia”. Il 25 aprile è ancora il mio giorno. Non rinuncerò mai al 25 aprile. Il 25 aprile è mio».
La manifestazione è poi continuata con le testimonianze di chi oggi resiste per esistere. Storie di persone comuni, che si sono accordate con le parole con cui Carmen Dal Monte ha chiuso la manifestazione, sottolineando la necessità collettiva di «difendere il vero significato del 25 aprile. Siamo qui per lottare insieme contro tutti i fascismi, vecchi e nuovi, ovunque si trovino… Perché la resistenza non vive solo nei libri o negli eventi che negli ultimi anni spesso sono stati oltraggiati: vive nelle persone che la tramandano e in quelle che la scelgono. Adesso come ottant’anni fa».
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Bologna
Fabiana Di Segni
Festa della Liberazione
Pina Picierno
jns Italia, il grande archivio di Israele
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Sul Riformista di oggi, 25 aprile, la cronaca di Sechi sulla manifestazione del 23
“Resistere per Esistere”: a Bologna il 25 aprile torna ad avere un senso
di Ilaria Sechi - 25 Aprile 2026
Oggi non è facile parlare di Resistenza. Da alcuni anni, il significato di questa parola è stato progressivamente svuotato dei propri valori fondamentali e riempito di ideologia a senso unico. Ecco perché è nata la manifestazione “Resistere per Esistere”, mossa da una ferma volontà di superare questa tendenza. A Bologna, il 23 aprile, i promotori dell’evento – Free4future, l’Associazione Italo Ucraina Naryna, la Comunità Iraniana di Parma e Shanì Collettiva – hanno riunito tante altre associazioni e voci di chi oggi sa bene che cosa significhi resistere. Resistere a un invasore, resistere a un regime sanguinario, resistere di fronte a chi tenta di cancellare un popolo. E in fatto che da alcuni anni la parola Resistenza sia ostaggio di un’ideologia prepotente e divisiva, ne è la riprova il trattamento riservato alla Brigata Ebraica, aggredita e scacciata dai cortei del 25 aprile. La risposta del presidio è stata quindi una piazza costruita intorno a tante testimonianze, del passato e del presente.
Carmen Dal Monte ha aperto la manifestazione con una riflessione forte: «Abbiamo scelto questa data perché volevamo che oggi non fosse una commemorazione. Volevamo che fosse una scelta. Consapevole, libera, urgente». Poi si è rivolta ai partiti presenti: «Alcuni di voi hanno fatto, in passato, scelte infelici e ingiuste. Lo dico con chiarezza, senza animosità ma anche senza dimenticare». Accanto a lei, Nadiya Kalapun, co-organizzatrice dell’evento e presidente dell’Associazione Italo-Ucraina NaRyna. Nadiya abita in Italia da 26 anni ma sua sorella vive ancora in Ucraina: «Quando ci sentiamo» ha raccontato, «parliamo di paura, di stanchezza, ma anche di tenere duro. È la stessa cosa che i partigiani italiani dicevano ottant’anni fa. Le parole sono diverse, la sostanza è identica».
Anche la politica ha deciso di aderire all’evento. Il Senatore Marco Lombardo di Azione ha definito i Pasdaran un regime terroristico e ha esortato tutti, soprattutto la sfera politica, a essere «molto fermi nel riconoscere la resistenza là dove oggi si combatte», sottolineando che «dietro la parola antisionismo si nasconde oggi una forma viscida e vigliacca di antisemitismo. Nessuno si può azzardare a minacciare l’esistenza di uno Stato come quello di Israele». Hanno fatto eco alle sue parole quelle di Matteo Di Benedetto della Lega, il quale ha ribadito come «la resistenza ci insegna che i popoli liberi uniti possono sconfiggere le dittature. Quello che sta accadendo in Iran è un massacro generalizzato di un regime verso un popolo disarmato. Troppi silenzi e troppe assenze sull’Iran». Fabrizio Fiori di Italia Viva ha voluto condividere la sua toccante esperienza come volontario sulle ambulanze in Ucraina ma anche la storia del nonno, che ha aiutato moltissime persone a salvarsi dai fascisti e dai tedeschi. Importante anche la testimonianza di Andrea Cavallini del Partito Liberaldemocratico a proposito del regime liberticida venezuelano, che ha costretto il 25% della popolazione, circa 15 milioni di persone, ad abbandonare la propria casa e i propri cari.
Fabiana Di Segni, che ha lasciato il PD per un clima che definisce apertamente antisemita, è intervenuta telefonicamente, portando la storia di sua nonna, deportata a sedici anni, sopravvissuta e salvata da un militare italiano e da una staffetta partigiana che la riaccompagnarono fino a Roma. Le sue parole sono state particolarmente illuminanti: «L’antifascismo è il fondamento della nostra democrazia. La parola resistenza è stata abusata, piegata. Dobbiamo difenderne il significato». Tra gli altri messaggi, quello del vicesindaco di Ravenna Eugenio Fusignani, Segretario Regionale del PRI, letto da Tommaso Migliaccio, determinato nel ricordarci che «la Resistenza non è un archivio da commemorare una volta l’anno ma una bussola. La libertà o è indivisibile o non è.
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L'odio antiebraico non è liberazione.
Ci sono stati partigiani di 12 anni e che hanno anche ricevuto una medaglia al valore per questo. Uno di loro, anzi l'unico, è stato Franco Cesana, un bambino ebreo, che si arruolò nella brigata Scarabelli della 2ª divisione Modena Montagna e, nonostante la giovanissima età, combatté con coraggio contro i tedeschi. Fu ucciso in uno di questi scontri il 14 settembre del '44, 6 giorni dopo avrebbe compiuto 13 anni.
Quando il 25 aprile scaccia gli ebrei non è una festa della liberazione, è il ritorno dell'orrore da cui ci eravamo liberati.
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La nuova guerra: aiutare i salvati
Era il maggio e il luglio del 1945 la Brigata Ebraica svolse in Italia il lavoro più significativo della sua storia. La guerra era finita, i battaglioni si erano radunati a Brisighella e se per gli altri reparti alleati cominciava il tempo del rientro, per gli uomini della Brigata cominciava una nuova missione: salvare quello che restava dell'ebraismo europeo.
Il Tarvisio: il confine come porta
Il 22 maggio 1945 la Brigata si trasferì al passo del Tarvisio, nell'estremo nord-est del Friuli, al confine tra Italia, Austria e Iugoslavia. L'incarico ufficiale era quello di sorvegliare la zona di confine e fungere da raccordo nella catena dei rifornimenti verso l'Austria. I tre battaglioni si dislocarono tra Tarvisio, Camporosso e i comuni della val Canale mentre la 178a compagnia trasporti si acquartierò a Valborghetto-Valbruna. Il resto delle unità andò a Ugovizza, a metà strada tra Valbruna e Camporosso. Era un dispiegamento che il comando britannico aveva deciso per ragioni logistiche, senza tenere in conto le implicazioni politiche.
Lo stesso Shlomo Shamir, comandante degli ufficiali della Haganah nella Brigata, avrebbe commentato anni dopo: «Sul perché i britannici decisero di schierarci proprio in un luogo che si confaceva ai nostri bisogni nazionali, non ho una risposta chiara. È possibile sia stato un miracolo.» Infatti, la zona del Tarvisio si trovava al centro di numerose linee di transito di profughi. Gran parte di coloro che attraversavano il confine proveniva da Villach, Klagenfurt, Salisburgo e Graz, dove le autorità alleate avevano allestito centri di soccorso per i rifugiati.
Pochi giorni dopo il loro arrivo, gli uomini della Brigata trovarono il primo gruppo di sopravvissuti a Klagenfurt, in Austria. La loro situazione era a dir poco drammatica, vivevano in condizioni bestiali dentro ad alcuni vagoni merci abbandonati su un binario morto; il tutto nonostante ci fosse un ufficiale americano a occuparsi di loro, privo però dei mezzi sufficienti per aiutare tutti.
Con il consenso del brigadiere Benjamin, la Brigata allestì allora due campi di transito, uno a Valbruna e uno a Pontebba. Il rabbino militare Bernard Casper stimò che circa 8.000 profughi vi passarono nelle settimane seguenti, per un totale di circa 15.000 persone dalla metà di giugno alla metà di agosto 1945.
La macchina del soccorso: TTG e Merkaz La'Gola
Le operazioni di trasporto e smistamento dei profughi erano illegali. I camion militari britannici non potevano, infatti, essere impiegati per scopi umanitari, senza contare che i rifugiati non avevano documenti regolari e che i percorsi verso l'Italia attraversavano zone di confine strettamente controllate. Per aggirare tali ostacoli, i volontari ebrei all'interno della Brigata avevano messo in piedi una struttura nota con la sigla TTG — acronimo della locuzione «Tilhas Tizi Gescheften», un'espressione volutamente volgare relativa a un'unità di fatto inesistente e composta da una cinquantina di autisti scelti dall’Haganah. Quando arrivava un camion per una riparazione, lo si sistemava rapidamente e poi lo si usava per le missioni di salvataggio. Quando lo si restituiva, con il contachilometri manomesso, nessuno sospettava che fosse mai uscito dall’officina.
Parallelamente, a Milano fu costituito il Merkaz La'Gola, il centro operativo che coordinò il transito dei sopravvissuti tra Tarvisio e i porti del sud. Altri volontari ebrei, appartenenti alle compagnie 745a e 739a del RASC, erano già presenti in città al seguito degli Alleati: si erano acquartierati presso l'aeroporto di Taliedo e in viale Zara, nella zona dello stabilimento Pirelli. La rete si estendeva da un capo all'altro della penisola.
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Le notizie che non trovi sulla stampa
Le celebrazioni pasquali 2026, in Siria, si sono svolte solo con preghiere dentro le chiese, senza processioni né eventi all’aperto.
La decisione, annunciata dal Patriarcato Melkita Greco-Cattolico di Antiochia è stata presa in accordo con le altre Chiese cristiane, e motivata dalle «circostanze non favorevoli».
Infatti, a fine marzo, decine di uomini armati provenienti da villaggi sunniti vicini hanno assaltato la cittadina cristiana di Al-Suqaylabiyah.
Hanno sparato devastato negozi, bruciato auto, saccheggiato e distrutto arredi e simboli cristiani
I residenti si sono barricati in casa per ore.
L’episodio ha riacceso la paura di violenze settarie nella Siria post-Assad, dove i cristiani si sentono sempre più esposti.
Mentre in Italia la stampa mainstream ha mantenuto un silenzio quasi totale su questi attacchi, il premier britannico Keir Starmer ha ricevuto con tutti gli onori a Downing Street il presidente siriano Ahmed al-Sharaa (ex Jolani, ex leader di HTS), ex jihadista legato ad Al-Qaeda.
#mediamente
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La scuola di Via Eupili
Nel settembre 1938 il governo fascista promulgò anche in Italia le leggi razziali, tra cui l’espulsione di tutti i bambini ebrei dalle scuole pubbliche. A Milano la comunità ebraica reagì aprendo nuove scuole per bambini e insegnanti ebrei. Tra queste, l’istituto di via Eupili 6, vicino al Castello Sforzesco, divenne il principale della città.
Nell’ottobre 1943, dopo l’armistizio e con l’occupazione tedesca in corso, il vice-preside Eugenio Levi decise di svolgere comunque gli esami di riparazione. Si tennero dal 4 al 25 ottobre nel parcheggio della scuola, per consentire una fuga rapida in caso di retate. Subito dopo, però, la scuola fu chiusa definitivamente. Molti insegnanti e alunni furono deportati e uccisi nei campi di sterminio.
Il 25 aprile 1945 Milano fu liberata e la comunità ebraica iniziò a riorganizzarsi. Raffaele Cantoni ottenne Palazzo Erba Odescalchi in via dell’Unione 5 come centro di assistenza, mentre si cercava di recuperare la sede di via Eupili, occupata dai vigili urbani. Soldati ebrei, in particolare delle compagnie 745a e 739a del RASC, liberarono i locali e recuperarono arredi e materiali per riaprire la scuola.
Marcello Cantoni ricordò: «In via Eupili si creò un centro di assistenza ai bambini, molti dei quali orfani». Alla riapertura, la scuola accolse orfani, profughi e ragazzi nascosti in campagne e conventi. I volontari organizzarono anche attività e gite, nonostante fossero impegnati nell’assistenza ai rifugiati.
Adriana Krivacek, tornata nel 1945 dopo essersi nascosta in convento, trovò un ambiente vivo, animato da insegnanti sopravvissuti e soldati che parlavano ebraico.
La scuola rimase un punto di riferimento fino alla metà degli anni ’50. Oggi ospita la Fondazione CDEC.
#LaBrigataEbraica è un progetto di #free4future
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Abbiamo organizzato la manifestazione del 23 aprile a Bologna.
C'è voluto tempo, risorse e tutto il nostro coraggio.
Vi aspettiamo a Bologna, il 23 aprile e se non potete venire vi chiediamo un aiuto, necessario e indispensabile.
Il costo di una pizza, di un aperitivo, del biglietto del treno che non prenderete per essere con noi.
Grazie, di cuore.
https://www.gofundme.com/f/fai-vivere-f4f
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Introducono;
Nadiya Kalapun e Carmen Dal Monte.
Interventi di:
Ashkan Rostami Institute for a new middle east
Marco Lombardo, Senatore della Repubblica - Azione
Khorshid Puyan associazione UNIONE LEONE E SOLE BOLOGNA
Fabrizio Fiori Italia Viva
Rocco Rosignoli - shani collettiva
Salvatore Puzzo, coordinatore provinciale PLD
Nadiya Kalapun Associazione Italia-Ucraina
Melanie Lacidie -
Mattia Di Benedetto - consigliere comunale
Anton, dissidente russo
Fabiana DI Segni - intervento a distanza
Tommaso Migliaccio, PRI
Generale Antonio Li Gobbi - Associazione Nazionale Combattenti della Guerra di Liberazione Inquadrati nei Reparti Regolari delle Forze Armate
