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Corriere della Sera oggi pag. 14. Gaza. Titolo: "Israele costruisce 32 avamposti all'interno della Striscia." Prendete appunti, perché ci sono errori di metodo da correggere. Le fonti, prego. La mappa degli avamposti viene da Al Jazeera — finanziata dal Qatar, stesso Qatar che finanzia Hamas. L'analisi testuale da Haaretz — giornale di opposizione israeliana. Nessuna altra fonte. Ma per leggere Haaretz e Al Jazeera non serve stare a Gerusalemme. Si può fare da Roma con un abbonamento pro. I 170.000 morti. sempre la solita fonte: il ministero della Salute di Hamas. Hamas certifica i propri dati di guerra e il Corriere continua a riportarli. Insufficiente. "Frontiera permanente." Terminologia di Haaretz, adottata senza virgolette critiche. Eppure lo stesso articolo cita il capo di stato maggiore Zamir: restano 150 km di tunnel da smantellare. Tunnel attivi militari. Se ci sono 150 km di infrastrutture belle sotterranee, quegli avamposti hanno una spiegazione alternativa alla "annessione". Smilitarizzazione per esempio. Il Corriere ha il dato e non lo usa. Hamas. Confronta una volta, come soggetto che trova "irrealistica" la proposta USA di deporre le armi. Non viene ricordato che quella proposta esiste perché il 7 ottobre Hamas ha massacrato 1.200 persone. "Ammassati nelle tende. Scelta lessicale emotiva, strappacore. Legittima in un editoriale. Non in una cronaca. L'articolo ha tutti i dati per raccontare la verità. Ha scelto di non farlo.
#mediamente
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Dopo Barbie Gaza, la giustizia si allunga anche sul paladino propal della flotilla Thiago Avila, fermato dalla Polizia per essere interrogato all'aeroporto di Panama dopo aver lasciato Cuba. Ricordiamo che nel febbraio 2025 Avila ha accoratamente partecipato al funerale del terrorista ex capo di Hetzbollah Nasrallah, dopo tra l'altro averne celebrato le gesta.
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Il lupo perde il pelo ma non il vizio: l’Iran torna a coinvolgere i bambini nella guerra
TEHERAN – L’età minima per partecipare ad attività legate alla guerra è stata abbassata a 12 anni. Non si tratta di combattimento diretto in prima linea, ma di ruoli di supporto: pattugliamenti, checkpoint, logistica e supporto medico.Lo ha dichiarato Rahim Nadali, funzionario culturale dell’IRGC di Teheran, in un’intervista trasmessa dalla televisione di Stato iraniana il 26 marzo 2026. L’iniziativa si chiama “For Iran” (o “Defenders of the Homeland Fighters for Iran”).La giustificazione ufficiale è che “molti giovani si sono offerti volontari” e che anche 12- e 13enni stanno chiedendo di partecipare. La realtà appare però diversa: quando un regime abbassa l’età minima a 12 anni per attività militari, non sta semplicemente assecondando una spontanea ondata di patriottismo, ma sta colmando un vuoto sempre più evidente di adulti disposti a combattere per il regime.Non è una novità storica. Durante la guerra Iran-Iraq (1980-1988), le autorità utilizzarono migliaia di adolescenti e bambini, spesso in operazioni ad altissimo rischio. Oggi quel modello riemerge, presentato con un linguaggio più cauto (“se lo desiderano”), ma con la stessa logica di fondo: trasformare i minori in risorsa militare sacrificabile.Colpisce, ancora una volta, il silenzio assordante di larga parte della stampa occidentale e di quell’area progressista che su altri fronti non esita a mobilitarsi con veemenza. Di fronte al coinvolgimento di minori in attività legate alla guerra da parte dell’Iran, prevale invece una cautela che somiglia molto all’indifferenza.La verità è semplice e scomoda: se fosse un alleato dell’Occidente a coinvolgere dodicenni in ruoli di supporto militare, saremmo già di fronte a titoli a nove colonne e a piazze piene di manifestanti. Quando lo fa l’Iran, invece, si abbassa la voce.
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Chi è davvero isolato?
Si fa a gara a urlare che Israele è sola contro il mondo. Il mondo, nel frattempo, è impegnato a espellere diplomatici iraniani, negare visti, evacuare ambasciate.
Non è un dettaglio. È una tendenza.
Svezia — Visti sospesi per i diplomatici iraniani. Personale trasferito da Teheran a Baku. La ministra degli Esteri: «è solo l'inizio».
Australia — 7.200 iraniani bloccati fuori dal Paese. Visti già rilasciati, invalidati.
Arabia Saudita — Cinque diplomatici espulsi in 24 ore. Motivo: attacchi missilistici sul territorio saudita.
Qatar — Attaché militare e per la sicurezza fuori in 24 ore. Dopo l'attacco iraniano su Ras Laffan, il più grande impianto di GNL del mondo.
Libano — Ambasciatore iraniano persona non grata. Fuori entro il 29 marzo. Colpa: aver trascinato il Paese in un conflitto non voluto.
USA — Decine di funzionari sanzionati, travel ban confermato.
Europa — Regno Unito, Germania, Francia, Svizzera, Austria, Repubblica Ceca e altri: ambasciate ridotte, visti sospesi, allerte a "non viaggiare".
Israele isolata, dicevamo. Viene da chiedersi come si chiami quello che sta vivendo l'Iran — espulsioni e porte chiuse da ogni angolo del pianeta.
Il prossimo titolo: "Israele sempre più sola… insieme al resto del mondo."
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Oggi pag. 18. Titolo: "Israele alza il tiro".
Già nel titolo c'è la tesi: Israele aggredisce.
Vediamo cosa manca.
Il missile sparato sotto.
Quella mattina un missile balistico iraniano abbattuto sulla nave Saar. Repubblica lo cita come dettaglio. Un missile balistico contro una nave militare è un atto di guerra. Sparito nel pezzo.
La Risoluzione ONU 1701 esiste.
Dal 2006 prevede una cosa sola: Hezbollah disarmato a sud del Litani. Per 18 anni nessuno ha mosso un dito. Nel frattempo Hezbollah ha trasformato quella zona in una base missilistica — tunnel, depositi, lanciatori a pochi metri dal confine. L'UNIFIL guardava.
Quello che manca davvero.
60.000 israeliani sfollati dal nord per oltre due anni.
Zero menzione.
E un precedente scomodo: quando Israele si ritirò dal Libano nel 2000 sperando nella pace, ricevette in cambio la guerra del 2006 e poi questa.
Non è un'occupazione. È la risposta a 18 anni di diplomazia fallita e un'ONU che ha fatto finta di niente.
Qualcuno sta finalmente facendo rispettare una risoluzione che tutti avevano deciso di ignorare.
#mediamente
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Londra, ambulanze ebraiche bruciate a Golders Green: un attentato annunciato
Stanotte quattro ambulanze del servizio volontario ebraico Hatzola sono state date alle fiamme a Golders Green, quartiere nel nord-ovest di Londra con una delle comunità ebraiche più grandi della città.
I veicoli erano parcheggiati davanti alla sinagoga Machzike Hadath. Le esplosioni — probabilmente causate dalle bombole di ossigeno a bordo — hanno reso necessaria l'evacuazione di alcune abitazioni vicine. Nessun ferito grave.
Tre persone incappucciate riprese dalle telecamere. Indagine aperta dalla Metropolitan Police per incendio doloso classificato come crimine d'odio antisemita.
La cronaca è questa. Ma la cronaca non basta.
Quello di stanotte non è un episodio isolato.
È l'ultimo anello di una catena che si allunga da oltre due anni. Secondo il Community Security Trust, nel 2025 nel Regno Unito sono stati registrati 3.700 episodi di odio antisemita — il secondo totale annuale più alto mai documentato, in aumento del 4% rispetto al 2024.
Per la prima volta nella storia, ogni singolo mese del 2025 ha superato quota 200 incidenti antisemiti.
Prima del 7 ottobre 2023, quella soglia era stata superata solo cinque volte in quarant'anni di rilevazioni.
Londra è l'epicentro.
Nella sola Grande Londra, nei primi sei mesi del 2025, sono stati registrati 774 episodi antisemiti, con il borough di Barnet — dove si trova la più grande comunità ebraica del paese — in testa alla classifica.
Il 2025 ha avuto il suo momento più buio in ottobre: un attentato terroristico fuori dalla sinagoga di Heaton Park a Manchester nel giorno di Yom Kippur ha causato due morti e tre feriti gravi — il primo attacco antisemita con vittime sul suolo britannico dal 1984.
Quello di stanotte è diverso per modalità, ma uguale per bersaglio: un servizio medico di emergenza della comunità ebraica ortodossa. Non un simbolo astratto. Ambulanze che salvano vite. Colpirle è un messaggio preciso, deliberato, codardo.
Il Primo Ministro Starmer ha parlato di attacco «profondamente scioccante». Le condanne non mancano mai. Eppure i numeri continuano a salire. E i tre incappucciati di Golders Green sono ancora a piede libero.
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Netanyahu ha lanciato il progetto: dopo la guerra con l’Iran, via libera a pipeline di petrolio e gas dal Golfo Persico dritte fino ai porti israeliani sul Mediterraneo. Testuale: “Oil and gas pipelines going west through the Arabian Peninsula, right up to Israel, right up to our Mediterranean ports… and you’ve just done away with the choke points forever.” Basta Stretto di Hormuz controllato dall’Iran, basta Bab al-Mandab con gli Houthi. Israele diventa hub energetico, i paesi del Golfo esportano senza rischiare blocchi navali. È ambizioso, costoso e politicamente complicato (attraversare Giordania, Saudi Arabia, accordi formali, miliardi di dollari), ma con l’Iran indebolito e i prezzi del petrolio alle stelle dopo gli strike su South Pars e Ras Laffan, l’idea piace a parecchi.
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Il Dipartimento di Giustizia USA fa causa a Harvard per antisemitismo
Il Dipartimento di Giustizia americano ha depositato oggi una causa federale contro Harvard University presso il tribunale di Boston, accusandola di aver violato il Titolo VI del Civil Rights Act del 1964. L'accusa: "deliberata indifferenza" verso l'ostilità antisemita subita da studenti ebrei e israeliani, esplosa dopo l'ottobre 2023.
Il governo cita report congressuali, testimonianze di studenti e persino i documenti delle task force interne di Harvard. Contesta anche l'applicazione selettiva delle regole: sanzioni applicate ad altri casi, ma non ai comportamenti ostili verso ebrei e filo-israeliani. Il DoJ chiede il recupero di miliardi di dollari di fondi federali già erogati e il possibile blocco dei finanziamenti futuri.
È la seconda causa federale contro Harvard in pochi mesi, parte della campagna dell'amministrazione Trump contro le università percepite come tolleranti verso l'antisemitismo. Harvard non ha commentato.
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10. Esito e conseguenze
La determinazione delle forze israeliane, forti della necessità di sopravvivere a ogni costo, prevalse e condusse alla vittoria militare. Questo risultato consolidò l’esistenza dello Stato di Israele e ridefinì gli equilibri regionali. La guerra del 1948 si impose dunque come un evento fondativo, destinato a influenzare profondamente la storia del Medio Oriente contemporaneo. Essa segnò il passaggio da una fase di persecuzione a una di autodeterminazione per il popolo ebraico, mentre inaugurò un conflitto che, sotto forme diverse, rimane attivo fino ai giorni nostri.
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e.
5. 1947: la risoluzione ONU e l’escalation della violenza
Nel novembre del 1947 l’ONU approvò la risoluzione 181, che sancì la fattibilità della spartizione della Palestina in due Stati, uno ebraico e uno arabo. La notizia fu accolta con entusiasmo nei campi profughi, dove molti videro finalmente la possibilità di una patria sicura. Al contrario, nel mondo arabo la decisione suscitò una forte opposizione e innescò un’immediata escalation di violenze. La Lega Araba intensificò i preparativi militari, organizzando addestramenti in Siria e reclutando volontari, inclusi ex soldati europei. In questo contesto, Hassan Salameh tornò operativo, mentre Fawzi al-Qawuqji assunse il comando dell’Esercito di Liberazione Arabo. Le tensioni locali si trasformarono progressivamente in un conflitto aperto.
6. Le radici ideologiche del conflitto
La guerra del 1948 rappresentò quindi il punto di arrivo di un processo iniziato decenni prima. Fin dalla Dichiarazione Balfour del 1917, il Gran Muftì aveva promosso una mobilitazione contro la presenza ebraica in Palestina, assumendo progressivamente una dimensione religiosa e ideologica. Negli anni Trenta e Quaranta, la propaganda nazista in lingua araba contribuì a radicalizzare ulteriormente il conflitto. Le trasmissioni radiofoniche diffuse dal Reich raggiunsero milioni di ascoltatori e adattarono il linguaggio antisemita europeo al contesto mediorientale, trasformando l’ostilità politica in un imperativo religioso. Le dichiarazioni di leader arabi, come quelle del segretario generale della Lega Araba Abd al-Rahman Azzam nel 1946, che parlò di una “guerra di sterminio”, rifletterono questo clima ideologico e confermarono la profondità dello scontro.
7. 1948: la nascita di Israele e l’inizio della guerra
Il 14 maggio 1948 fu proclamato lo Stato di Israele. Otto ore dopo, gli eserciti di Egitto, Siria, Libano, Iraq e Giordania invasero il territorio del neonato Stato. Tra le forze arabe combatterono non solo comandanti che avevano avuto precedenti legami con il nazismo, come Hassan Salameh e Fawzi al-Qawuqji, ma anche ex membri della Wehrmacht e delle SS. Dall’altra parte, le forze israeliane, organizzate nella nuova struttura militare ufficiale, integrarono migliaia di sopravvissuti alla Shoah, molti dei quali si arruolarono immediatamente dopo essere giunti in Palestina. Questi combattenti portavano con sé l’esperienza diretta della persecuzione e della guerra, trasformando oltremodo il conflitto in una lotta esistenziale.
8. Dalla persecuzione alla resistenza armata
Il cambiamento rispetto agli anni precedenti risultò radicale. Gli ebrei che avevano subito deportazioni e genocidio si trovarono ora a combattere come cittadini di uno Stato sovrano, dotato di un esercito organizzato. Episodi individuali, come quello di Shalom Tepper, sopravvissuto ai campi di sterminio e caduto in combattimento nel 1948, rappresentano simbolicamente questa trasformazione. Molti di questi combattenti avevano perso tutta la famiglia in Europa e non avendo discendenti, la loro memoria è stata affidata esclusivamente alla storia collettiva. La guerra assunse così il carattere di una risposta diretta al trauma della Shoah, un tentativo di impedire che un simile evento potesse ripetersi.
9. Un conflitto tra continuità e rottura
La guerra del 1948 si configurò quindi come uno scontro complesso, nel quale confluirono elementi diversi: rivalità nazionali, tensioni religiose, eredità coloniali e residui dell’ideologia nazista. Essa rappresentò al tempo stesso una continuità con il passato, in quanto proseguì dinamiche già presenti durante la Seconda Guerra Mondiale, e una rottura, poiché segnò la nascita di un nuovo attore statale capace di difendersi autonomamente. La presenza di ex collaborazionisti nazisti nelle file arabe e l’utilizzo di risorse trasferite durante la guerra mondiale evidenziano il legame diretto tra i due conflitti.
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1948: la soluzione finale diventa guerra araba
1. Un conflitto alle origini del Medio Oriente contemporaneo
La guerra del 1948 segnò l’inizio del conflitto arabo-israeliano e costituì il primo capitolo di una vicenda destinata a evolversi nei decenni successivi fino a trasformarsi, negli anni Settanta, nel conflitto israelo-palestinese. Essa non rappresentò un evento isolato, ma si inserì in una più ampia continuità storica: da un lato si collegò direttamente agli esiti della Seconda guerra mondiale, dall’altro si sviluppò parallelamente alle tensioni emergenti della Guerra fredda. Il conflitto assunse inoltre un significato ulteriore, configurandosi come un tentativo rinnovato di annientamento del popolo ebraico, interrotto solo temporaneamente con la caduta del Terzo Reich. Tale dimensione ideologica e politica contribuì a renderlo uno scontro che andò ben oltre la semplice disputa territoriale.
2. 1945: la fine della guerra mondiale e il dramma dei sopravvissuti
Nel maggio del 1945 la Germania nazista si arrese e i campi di sterminio furono liberati. Migliaia di sopravvissuti si trovarono privi di una casa, impossibilitati a rientrare nei luoghi d’origine e a recuperare i propri beni. Essi furono raccolti nei Displaced Persons camps, allestiti nelle zone di occupazione alleata in Germania, Austria e Italia. In tali campi si fece ancora più forte un’aspirazione comune: raggiungere la Palestina, percepita come l’unico luogo in cui fosse possibile ricostruire una vita. Tuttavia, le autorità britanniche, ancora responsabili del Mandato, impedirono sistematicamente l’ingresso dei profughi, intercettando le navi dirette verso le coste palestinesi e internando i migranti nei campi di detenzione allestiti a Cipro. Questa situazione contribuì ad accrescere la tensione e a rafforzare la determinazione del movimento sionista, che vedeva nella creazione di uno Stato ebraico una necessità storica ormai inderogabile.
3. 1944-1945: la pianificazione nazista del “dopo guerra”
Già negli ultimi mesi del conflitto mondiale, i vertici nazisti compresero che la sconfitta era inevitabile e iniziarono a pianificare il futuro. Nell’ottobre del 1944 fu avviata un’operazione volta a trasferire risorse, armi e know-how verso il Medio Oriente, individuato come area strategica per la prosecuzione degli obiettivi ideologici del Reich. Il 2 novembre 1944 fu formalizzato un accordo con il Gran Muftì di Gerusalemme, Hajj Amin al-Husseini. L’intesa previde la fornitura di armi, finanziamenti e supporto logistico per una futura guerra contro gli ebrei in Palestina. Il progetto incluse la creazione di depositi segreti di armamenti e la formazione di personale locale. Il 6 ottobre dello stesso anno, un gruppo di paracadutisti partì da Atene per individuare le aree adatte allo stoccaggio delle armi. Tra di essi figurò Hassan Salameh, ufficiale della Wehrmacht. L’operazione fallì temporaneamente a causa della cattura del gruppo da parte delle autorità britanniche, ma il piano generale non fu abbandonato. Parallelamente, fondi significativi furono trasferiti in Svizzera e in Iraq, dove furono messi al sicuro in vista di un utilizzo successivo.
4. 1946: la riorganizzazione del fronte arabo
Nel 1946, dopo essere fuggito dalla custodia francese, il Gran Muftì raggiunse il Cairo, dove fu accolto con grande favore e nominato capo del Comitato Esecutivo Arabo Palestinese. Egli utilizzò le risorse accumulate durante la guerra per finanziare attività militari e consolidare il proprio potere politico. Nello stesso periodo, figure come Fawzi al-Qawuqji, già collaboratore della Germania nazista, lasciarono l’Europa e si stabilirono in Medio Oriente, sfuggendo alla giustizia. Ex membri delle SS, in particolare provenienti dalle divisioni musulmane dei Balcani, giunti in Libano dall’Italia, andarono a rafforzare le future forze arabe. All’interno dei campi per sfollati, intanto, l’organizzazione militare ebraica Haganah aveva avviato l’attività di reclutamento e addestramento, preparando i futuri combattenti a uno scontro ormai ritenuto inevitabil
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Eliminato Ali Naini, il Goebbels di Khamenei
Portavoce IRGC, maestro di propaganda e guerra cognitiva: il cervello dietro la macchina della menzogna
L'IRGC ha annunciato il suo «martirio» con il solito vocabolario del regime.
Ieri minacciava guerra intensa per sei mesi, sfidava gli americani a entrare nel Golfo «se osavano».
La guerra per lui è durata meno di ventiquattr'ore.
Naini non era il tipo che picchiava i manifestanti in strada.
Era qualcosa di più subdolo: il cervello dietro la macchina della menzogna.
Portavoce delle Guardie Rivoluzionarie dal 2024, con quarant'anni nell'IRGC, era il principale architetto della repressione ideologica del regime — il suo Goebbels.
Nato nel 1957 a Kashan, veterano della guerra Iran-Iraq, aveva costruito una dottrina di «guerra cognitiva» contro i nemici interni ed esterni. L'IRGC lo celebrava come stratega rivoluzionario le cui idee avrebbero «guidato la Guardia nella guerra cognitiva contro i poteri tirannici».
Controllava il giornale Javan e orientava la narrazione di Fars News e Tasnim.
Insegnava indottrinamento e controllo sociale all'università delle Guardie.
Come vice culturale del Basij supervisionava la propaganda che giustificava ogni violenza come «difesa della rivoluzione» e demonizzava gli oppositori come «agenti stranieri».
Quando le telecamere inquadravano i morti per le strade iraniane, era Naini a costruire la contro-narrazione.
Quando le madri di Mahsa Amini urlavano, era lui a lavorare per soffocare quella voce.
E un altro boia è andato.
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A Manchester una marcia per la città, contro l'immigrazione fuori controllo.
Starmer è arrivato il momento di posare la vasella e di prendere esempio dai tuoi compaesani.
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Ieri il regime iraniano ha giustiziato Kourosh Keyvani, cittadino iraniano-svedese. Kourosh era accusato di spionaggio per il Mossad ed era stato arrestato nel 2025. In Iran, un'accusa del genere non è rara. Quando hanno bisogno di una scusa per giustiziare un dissidente, quasi sempre ricorrono all'accusa di "lavorare per gli ebrei".
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Mahmoud Qunbari aka Hajj Mohsen: il burocrate del terrore
Vice ministro dell’Intelligence, numero due della macchina repressiva del regime
Mahmoud Qunbari, detto Hajj Mohsen, vice ministro dell'Intelligence iraniano, è stato eliminato in un attacco israeliano su una villa nel quartiere Pasdaran di Teheran. Un nome sconosciuto ai più — e non per caso. I funzionari come lui il regime li tiene nell'ombra: niente biografie, niente volti, niente tracce. Solo il lavoro sporco, quotidiano, sistematico.
Qunbari era il numero due operativo del MOIS, quello che gli oppositori iraniani chiamano il «ministero della paura». Collaboratore stretto di Esmail Khatib — il ministro dell'intelligence abbattuto il giorno prima — coordinava la sorveglianza su oppositori, attivisti, giornalisti, minoranze religiose e manifestanti.
Gestiva il controspionaggio contro Mossad e CIA.
Supervisionava le operazioni più infami: infiltrazioni nei gruppi di opposizione, arresti mirati, confessioni estorte sotto tortura e poi trasmesse in televisione per umiliare i prigionieri davanti al paese.
Non era il capo — quello era Khatib.
Era il tipo che faceva girare la macchina ogni giorno: quello che fa sparire le persone, coordina gli interrogatori nelle prigioni segrete, tiene in piedi il terrore come sistema di governo.
Il soprannome Hajj Mohsen — chi ha compiuto il pellegrinaggio alla Mecca — dice tutto: conservatore, religioso, fedelissimo.
Un burocrate del terrore.
E un altro boia è andato.
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Long War Journal, 19 marzo 2026 — di Emanuele Ottolenghi
140 bambini in una scuola materna. Un camion lanciato contro la sinagoga che li ospitava. Solo la sicurezza privata ha impedito una strage. L'attentato di West Bloomfield sembrava, nelle prime ore, la tragica reazione di un uomo distrutto dal dolore per la perdita dei fratelli in un raid israeliano. I media lo hanno raccontato così. Ma la realtà era molto diversa.
Uno dei fratelli uccisi, Ibrahim, non era un semplice autista scolastico come riportato inizialmente: era un comandante dell'unità missilistica Badr di Hezbollah, eliminato deliberatamente da Israele.
E Ayman Ghazali non era un lupo solitario in cerca di vendetta. Era inserito in una rete.
L'analisi dei dati su oltre 15.000 cittadini libanesi residenti negli USA rivela decine di connessioni dirette con Hezbollah — membri, finanziatori, familiari — concentrate soprattutto nell'area di Dearborn Heights, Michigan, la più grande comunità sciita libanese d'America. Alcune istituzioni religiose locali hanno commemorato i caduti di Hezbollah, incluso Hassan Nasrallah, con cerimonie pubbliche e post sui social.
L'attacco non è emerso dal nulla. C'è un ecosistema dietro.
Ottolenghi lo documenta pezzo per pezzo.
Vale la pena leggerlo.
https://www.longwarjournal.org/archives/2026/03/analysis-west-bloomfield-terror-attack-highlights-hezbollah-connections-within-shiite-lebanese-community-in-us.php
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Un altro boia è andato-
Chi era Esmaeil Khatib?
Il ministro dell’intelligence: clerico radicale, allievo di Khamenei, artefice del terrore interno
È l'Iran stesso a confermarlo: il presidente Pezeshkian ha scritto su X di essere «profondamente addolorato» per il «vile assassinio» del suo ministro.
Vile.
Detto da chi guidava un regime che torturava i manifestanti nelle prigioni segrete.
Esmaeil Khatib, Ministro dell'Intelligence dal 2021, è stato ucciso il 18 marzo in un attacco israeliano a Teheran.
Non era un generale con le medaglie sul petto né un politico con un volto pubblico.
Era qualcosa di più pericoloso: un clerico-khameneista formato a Qom fin da quattordici anni, allievo diretto di Khamenei, che per quarant'anni aveva gestito il lato oscuro del regime — quello che non appare nelle cerimonie ufficiali ma nelle celle di detenzione segrete, nei pedinamenti dei dissidenti, nell'eliminazione silenziosa di chi osava criticare il potere dall'interno.
Negli anni Novanta dirigeva l'intelligence a Qom sotto falso nome — Esmail Vaezi — con un mandato che non lasciava spazio a interpretazioni: sorvegliare ed eliminare clerici «deviazionisti».
Nessuna formazione secolare, nessun contatto con il mondo fuori dalla teocrazia.
Solo il velayat-e faqih di Khomeini come bussola assoluta.
Ministro dal 2021, il suo nome è legato alla repressione delle proteste del 2022: dopo la morte di Mahsa Amini, il MOIS di Khatib ha diretto arresti di massa, torture, persecuzione sistematica di giornalisti, attiviste, minoranze religiose.
Il Tesoro americano lo ha sanzionato per gravi violazioni dei diritti umani. Un altro boia è andato.
