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Sul sito ufficiale dell'ambasciata iraniana in Italia l'appello e il form per registrarsi come volontari per la jihad.
È parte di una campagna simile lanciata anche da altre ambasciate iraniane in Europa (UK, Germania), che ha provocato anche reazioni forti. In UK hanno convocato l’ambasciatore.
La domanda è: dove vogliono mandare questi volontari a farsi saltare in aria?
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A Villanterio, in provincia di Pavia, lo stabilimento Teva rischia di chiudere entro luglio 2026.
Da mesi sindacati e attivisti pro-Palestina spingono ospedali e farmacie a non acquistare i suoi prodotti.
Le commesse sono calate, la produzione si è ridotta, i lavoratori italiani pagano il conto. E i pazienti con loro.
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https://www.iltempo.it/attualita/2026/05/15/news/la-rete-in-italia-che-inneggia-all-iran-e-invita-alla-resistenza-islamica--47736736/
DARIO MARTINI 15 maggio 2026
C’è chi tifa Iran anche in Italia. Lo scorso 9 maggio a Roma, nella grande sala dell’auditorium di via Rieti, si è tenuto un convegno dal titolo significativo: «Capire l’Iran», organizzato dall’autoproclamatosi Asse Antimperialista. Sul palco si sono dati il cambio diversi oratori, tutti uniti da una missione ben precisa: illustrare le ragioni, attuali e storiche, in favore del regime degli ayatollah. Un intervento in particolare è stato molto gradito. Quello di Hamza Roberto Piccardo, fondatore dell’Ucoii (Unione comunità islamiche italiane) che condivide molte delle battaglie della sinistra nostrana, tanto che nei mesi scorsi si è battuto in prima linea contro il referendum della giustizia invitando i musulmani d’Italia a votare decisamente per il No. A Piccardo va riconosciuta la chiarezza. Dopo una lunga dissertazione storica sulle vicende del Medio Oriente, è andato dritto al punto, elogiando senza giri di parole la «resistenza islamica».
Il suo intervento non è passato inosservato, tanto che è stato ripreso integralmente dalla più grande moschea sciita della Capitale, quella di via Spello al Tuscolano, che nel quartiere chiamano la «piccola Teheran». Il ragionamento di Piccardo è il seguente: «L’Asse della Resistenza rimane uno dei più potenti strumenti di influenza non convenzionale mai costruiti nel Medio Oriente moderno. Esso ha permesso all’Iran di sfidare apertamente Israele e gli Stati Uniti, di sopravvivere a quarant’anni di isolamento e di portare la sua impronta ideologica fino al Mediterraneo e al Mar Rosso, e ridare a tutta la Umma (termine che indica la comunità dei musulmani nel suo insieme, ndr) la percezione di essere un’altra volta, dopo gli splendori del passato, soggetto capace di autonomia e attrattiva». Poi, per non fugare ogni dubbio, ha indicato da chi è promossa questa azione meritoria. «L’Asse della Resistenza – da Hezbollah in Libano a Hamas e alla Jihad Islamica in Palestina, fino alle milizie irachene e yemenite – non è soltanto una galassia militare, ma una forma innovativa di politica internazionale basata sulla legittimità morale e sulla solidarietà religiosa. Se nel lungo periodo la resistenza islamica continuerà a contrastare la politica regionale, significa che avrà saputo reinterpretare la propria missione in chiave costruttiva: non più semplice opposizione all’egemonia, ma progetto di integrazione, giustizia e autodeterminazione, in sha’Allah (se Dio vuole, ndr)».
La moschea sciita di Roma appoggia apertamente gli ayatollah. Quando è stata uccisa la Guida Suprema Ali Khamenei questo centro islamico lo ha celebrato ricordando il suo «martirio», frutto della «massiccia aggressione militare contro il Paese» di Stati Uniti e Israele. Nell’ottobre di due anni fa questa moschea finì alla ribalta della cronaca anche per la preghiera e la veglia in onore di Hassan Nasrallah, il capo di Hezbollah, ucciso da Israele a Beirut durante un raid. La stessa organizzazione paramilitare islamista libanese che Piccardo ha inserito nell’Asse della Resistenza ai Paesi imperialisti.
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L'unica cosa che ha portato il boicottaggio di Israele in Italia è la distruzione dei posti di lavoro per centinaia di italiani.
Produzione in calo del 40% negli stabilimenti Teva nel nostro paese e rischio licenziamenti.
È facile fare gli idealisti con il sedere al caldo, vero?
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È arrivato il momento che aspettavate.
Hajj Amin al-Husseini. Sacerdote del terrore. Il progetto islamico dello sterminio da Mussolini al 7 ottobre è ora disponibile anche in formato cartaceo.
Una storia vera, documentata, appassionante come un romanzo. Perché la realtà, quando viene raccontata bene, è sempre più avvincente della fiction.
Un uomo che incontrò Hitler, che scrisse ai governi europei per bloccare la fuga degli ebrei, che costruì le fondamenta ideologiche dell'islam politico, con tutte le sue nefaste conseguenze.
E che non fu mai processato per i suoi crimini.
Se volete capire davvero cosa sta succedendo in Medio Oriente — da dove viene quell'odio, chi lo ha costruito e come ha fatto a sopravvivere fino al 7 ottobre 2023 — questo è il libro che fa per voi.
https://www.amazon.it/dp/B0GX5PCCBY
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La Fratellanza Musulmana in USA POST 4 - Dal dottorato in California alla presidenza dell’Egitto: il caso Morsi e la rete americana della Fratellanza
Per capire la portata del caso Mohamed Morsi bisogna fare un passo indietro e chiarire una cosa: cosa significa, concretamente, “entrare” nella Fratellanza Musulmana.
Non si tratta di un movimento a iscrizione pubblica. L’adesione è strutturata, graduale e interna. Prevede l’inserimento in una usra — una piccola cellula di base composta da pochi membri — dove si svolge formazione religiosa e ideologica, sotto la supervisione di un responsabile. Solo attraverso questo percorso si diventa membri effettivi dell’organizzazione.
Mohamed Morsi si trovava negli Stati Uniti alla fine degli anni Settanta. Conseguì un dottorato alla University of Southern California e insegnò alla California State University, Northridge. È in questo periodo che entrò formalmente nella Fratellanza.
Perché questo è rilevante? Perché significa che, in quegli anni, negli Stati Uniti esisteva già una struttura interna capace di accogliere nuovi membri secondo le regole del movimento. Non un semplice ambiente di simpatizzanti, non solo associazionismo religioso, ma una rete organizzativa operativa.
Negli anni Settanta la presenza della Fratellanza in America si articolava attorno alla Muslim Students Association (fondata nel 1963) e a centri islamici collegati a dirigenti egiziani emigrati dopo le repressioni di Nasser. Attorno a questi ambienti si erano formate cellule e reti locali, inclusa la California.
Quando si dice che Morsi entrò nella Fratellanza negli Stati Uniti, si sta dicendo che l’adesione avvenne dentro questo sistema organizzativo americano. Non fu un’affiliazione retroattiva, né una semplice simpatia ideologica maturata altrove. L’ingresso avvenne in territorio statunitense, all’interno di strutture già operative.
Nel 2011, dopo la Rivoluzione egiziana e la caduta di Hosni Mubarak, Morsi fu tra i co-fondatori del Freedom and Justice Party, il braccio politico dei Fratelli Musulmani, e ne divenne presidente. Nel 2012 venne eletto presidente della Repubblica araba d’Egitto. Il 3 luglio 2013 fu deposto dalle forze armate dopo massicce proteste popolari; venne arrestato insieme ad altri leader della Fratellanza e il movimento fu dichiarato fuorilegge in Egitto.
Il punto non è biografico. È organizzativo. Mostra che, già alla fine degli anni Settanta, gli Stati Uniti erano uno spazio pienamente funzionante per l’adesione formale alla Fratellanza. L’appartenenza formalizzata in California mantenne continuità anche dopo il rientro in Egitto, confermando la natura transnazionale del movimento.
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Attacco all'Europa è la nuova serie di Free4future.
Dal 2004 a oggi, il terrorismo jihadista ha colpito il cuore dell'Europa. Madrid, Londra, Parigi, Bruxelles, Nizza, Berlino, Manchester, Barcellona. Centinaia di morti. Migliaia di feriti. Una generazione cresciuta con gli attentati come sottofondo della propria vita.
Per cinque settimane a partire dal 25 maggio vi racconteremo gli ultimi vent’anni di questa storia di sangue e di terrore: chi ha colpito, perché, come, e cosa ha cambiato per sempre nel modo in cui viviamo gli spazi pubblici del nostro continente. Senza semplificazioni, senza ideologia, con i fatti — e con le domande scomode che i fatti portano con sé.
È stata una guerra — sistematica, pianificata, ideologicamente fondata — condotta da uomini che in molti casi erano nati e cresciuti tra noi. Che conoscevano le nostre città, le nostre abitudini, i nostri orari. Che prendevano la metropolitana come noi, e un giorno hanno deciso di farla esplodere.
Ma la guerra non è finita. Si è solo trasformata.
Dal 25 maggio, su Free4future
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Spari mirati a cancellare un viso
Silenced No More — 3/13 Terzo pattern documentato: Spari deliberati alla testa, al viso e all'area genitale Fonte: Civil Commission on October 7th Crimes by Hamas, "Silenced No More", maggio 2026
Il terzo pattern documentato dalla Civil Commission riguarda una pratica che medici legali e volontari descrivono come sistematica: colpi d'arma da fuoco mirati a cancellare l'identità delle vittime. Non ferite accidentali da combattimento ma una firma deliberata: spari agli occhi, al viso e ai genitali, spesso dopo la morte.
La testimonianza dal morgue di Shura Shari Mendes, dell'unità femminile che ha preparato i corpi delle soldatesse per la sepoltura, ha riportato scenari agghiaccianti: molte giovani donne presentavano colpi diretti agli occhi e al cranio, esplosi dopo che la vittima era già stata uccisa con un colpo al cuore. «Sembrava che la deturpazione dei loro visi avesse uno scopo preciso.» Noa Lewis, un'altra volontaria: «Il viso è il sé interiore che emerge. C'è qualcosa nell'essere colpite in faccia che non mi abbandona. Erano belle. Erano belle per me.»
Il caso di Yam Goldstein-Almog A Kfar Aza, i terroristi hanno ucciso il padre Nadav davanti alla moglie Chen e ai quattro figli. Mentre la famiglia veniva trascinata fuori, la figlia maggiore Yam, vent'anni, è svenuta. Chen e la figlia Agam hanno cercato di rianimarla. Un terrorista ha trascinato via Agam per i capelli. Secondi dopo, Chen è tornata e ha trovato Yam colpita in faccia. «Un buco si era aperto, i denti erano esposti, il sangue usciva dalla testa, e lei aveva le convulsioni.»
Agam ha testimoniato: «Sapevano perché lo stavano facendo. C'è questa malvagità della messa in scena — "Guarda, le abbiamo sparato in faccia, l'abbiamo sfigurata, una bella donna." Non è solo sparare ma voler deformare.» Dopo l'uccisione, i terroristi hanno fotografato il corpo di Yam con il telefono del fratellino.
I video agli atti La Commissione ha esaminato doversi filmati girati dai terroristi: in uno, una donna viene colpita all'area genitale mentre è ancora viva; in un altro, delle soldatesse nascoste sotto i tavoli vengono trovate e uccise. Indagini indipendenti hanno documentato corpi di soldatesse colpite direttamente nella vagina.
Il report giunge alla conclusione che questi atti non rispecchiano ferite da combattimento ma vere e proprie firme.
Domani: il quarto crimine documentato — uccisione ed esecuzione in concomitanza con la violenza sessuale.
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E per gli amici della carta stampata, il libro su Husseini di Dal Monte-Sechi, edito da Free4Future, è uscito anche in edizione cartacea!
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LA FRATELLANZA MUSULMANA IN USA POST 3 — La dimensione della rete: come funzionava l’organizzazione sul territorio americano
La presenza del ramo egiziano dei Fratelli Musulmani negli Stati Uniti non si traduceva solo in strutture centrali o organismi nazionali. Dai documenti interni emersi come Government Exhibit nel processo federale United States v. Holy Land Foundation e dalle testimonianze di ex membri emerge un’organizzazione radicata territorialmente, con livelli gerarchici definiti e una chiara articolazione regionale.
Gli Stati Uniti risultavano suddivisi in quattro macro-regioni organizzative — Est, Sud, Midwest e Ovest — ciascuna con una propria leadership. All’interno di ogni regione operavano cellule locali chiamate usra (“famiglia”), unità di base composte da piccoli gruppi che si riunivano con regolarità, spesso settimanalmente. Ogni usra era guidata da un responsabile (naqib), che fungeva da collegamento tra il livello locale e quello superiore.
Parallelamente alla dimensione pubblica — conferenze, associazioni, attività comunitarie — i documenti distinguono tra partecipazione alle organizzazioni visibili e appartenenza formale alla struttura interna. L’ingresso nella rete prevedeva un percorso graduale, con selezione e formazione ideologica. Le usra non erano semplici gruppi di studio, ma il primo livello di un sistema gerarchico che collegava il singolo membro ai responsabili regionali e, attraverso questi, agli organi nazionali.
Negli atti processuali compare inoltre un elenco articolato di organizzazioni operanti in Nord America — tra cui ISNA, MSA, North American Islamic Trust, Islamic Circle of North America e altre sigle — che evidenzia l’ampiezza della rete associativa collegata a questo ambiente. La pluralità delle entità non indica frammentazione, ma una distribuzione funzionale dei ruoli: educazione, finanza, pubblicazioni, attività giovanili, coordinamento territoriale.
I membri delle diverse regioni partecipavano periodicamente a incontri più ampi, spesso organizzati sotto forma di campi o conferenze. Secondo testimonianze raccolte negli atti processuali, alcuni di questi raduni arrivavano a coinvolgere fino a 2.500 partecipanti, includendo non solo membri effettivi ma anche familiari. Non si trattava di semplici momenti conviviali: gli incontri prevedevano sessioni formative, discussioni organizzative e coordinamento strategico.
Parallelamente, le organizzazioni pubbliche nate nell’orbita di questo ambiente organizzavano conferenze nazionali che svolgevano una duplice funzione: visibile verso l’esterno, come eventi comunitari; interna, come occasione di consolidamento dei legami e verifica della coesione tra livelli territoriali.
La combinazione di cellule di base, articolazione regionale e grandi raduni periodici indica una rete strutturata, capace di mantenere continuità organizzativa nel tempo. Non una sommatoria di iniziative locali isolate, ma un sistema con meccanismi di coordinamento, percorsi di formazione interna e una dimensione intergenerazionale.
Fonti: The Egyptian Branch of the Muslim Brotherhood in America: Yesterday and Today
foto: Elenco di organizzazioni nordamericane riportato in un documento acquisito negli atti del processo federale United States v. Holy Land Foundation.
Tra le sigle compaiono ISNA, MSA e altre entità attive negli Stati Uniti.
da investigative project .org/documents/misc/20.pdf
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L'ingegneria dell'orrore
Silenced No More — 2/13 Secondo pattern documentato: Tortura sessuale, bruciature intenzionali e mutilazioni Fonte: Civil Commission on October 7th Crimes by Hamas, "Silenced No More"-
Il secondo pattern documentato non riguarda solo la violenza sessuale come atto, ma la sua trasformazione in uno spettacolo deliberato di distruzione del corpo umano.
I terroristi hanno utilizzato la "tortura sessuale" — definita come l'inflizione intenzionale di sofferenze estreme attraverso la violenza sessualizzata — per massimizzare il dolore e il terrore non solo sulle vittime, ma sull'intero tessuto sociale.
La testimonianza di Eran Masas
Soccorritore arrivato al sito del festival Nova, ha descritto scenari che superano la comprensione umana. Ha riferito di aver trovato corpi bruciati con taniche di diesel disposte con precisione accanto ad essi e scheletri carbonizzati in posizioni di supplica, "fissati" dal fuoco in atti di estrema agonia.
Il report evidenzia un caso di particolare depravazione, che Masas definisce come una scena "ingegnerizzata": il corpo di un uomo con i genitali amputati e quello di una donna posizionato in modo che la sua mano reggesse i resti dell'uomo.
Per la Commissione, questa non è stata violenza incidentale, ma una "patologia" sistematica volta alla massima umiliazione post-mortem.
Masas ricorda con strazio il momento in cui ha trovato la prima vittima nuda: «Le ho chiesto il permesso di vestirla... la guardavo come un padre guarda la propria figlia».
Mutilazioni sistematiche e oggetti estranei
Le analisi forensi e le testimonianze dei medici legali confermano una vera e propria fissazione degli aggressori sugli organi genitali di uomini e donne. Sono state documentate sistematicamente:
Mutilazioni e amputazioni di seni e organi sessuali maschili e femminili.
Inserimento di oggetti estranei: i soccorritori hanno rinvenuto corpi con chiodi conficcati nell'addome e oggetti come lattine di alluminio, granate, chiodi o strumenti domestici inseriti nelle zone vaginali.
Bruciature mirate: i patologi hanno identificato "bruciature precise" e localizzate quasi esclusivamente nell'area inguinale, suggerendo l'uso di acceleranti per dare fuoco ai genitali delle vittime mentre erano ancora in vita o subito dopo la morte.
La logica della tortura post-mortem
Un volontario addetto al recupero dei resti ha spiegato che molte vittime sono state bruciate dopo essere state uccise, spesso mentre erano ancora legate l'una all'altra.
Questa pratica, insieme alla profanazione dei corpi, conferma che Hamas non è venuta solo per uccidere, ma per torturare la memoria e la dignità dei defunti.
Questi atti, conclude il report, non sono stati "eccessi" individuali, ma componenti strutturali di una strategia di guerra che utilizza il corpo umano come un campo di battaglia per il terrore.
Domani: il terzo crimine documentato — spari deliberati alla testa, al viso e all'area genitale.
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Repost from Israele Senza Filtri 🇮🇹🔺🇮🇱
⭕️Questa sera, alle ore 21, torna con ospite Maurizio Molinari il podcast di Israele Senza Filtri. Con lui discuteremo di informazione, disinformazione e attualità del conflitto in Medio-Oriente.
➡️ Sostieni l'informazione libera, gratuita e di qualità h24/7 da Israele in italiano donando a questo link
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I corpi come campo di battaglia
Silenced No More — 1/13 Primo pattern documentato: Stupro, stupro di gruppo e violenza sessuale Fonte: Civil Commission on October 7th Crimes by Hamas, "Silenced No More", maggio 2026
Il festival Nova non è stato solo il teatro di un massacro, ma l'epicentro di una frenesia di violenza sessuale senza precedenti. Su circa 3.400 giovani riuniti nel deserto, 396 furono uccisi e 44 rapiti. I numeri non raccontano l'orrore metodico: il report della Civil Commission conclude che lo stupro è stato usato come metodo centrale di guerra e di terrore, volto a distruggere non solo i singoli, ma il tessuto sociale stesso di un intero popolo.
Le prove raccolte in due anni di indagini dimostrano che queste atrocità non furono atti isolati di "miliziani fuori controllo", ma seguivano pattern operativi ripetitivi e coordinati documentati in molteplici siti.
La testimonianza di Darin Komarov Nascosta in una roulotte per sette ore, Darin è stata una testimone auricolare della metodica del branco. Ha descritto come i terroristi si passassero le vittime: «Dopo che uno finiva, diceva all'altro di salire — "ta'al" in arabo — come al prossimo». Il report evidenzia un dettaglio agghiacciante: mentre stupravano, i perpetratori ridevano e scherzavano, trasformando la violenza in uno spettacolo di dominazione. Una volta usciti, i soccorritori trovarono corpi di donne con le gambe divaricate e ferite genitali così estreme che, come descritto da Darin, «sembrava che l'intera parte inferiore del corpo fosse esplosa».
La testimonianza di Raz Cohen Nascosto a pochi metri da un furgone bianco sulla Strada 232, Raz ha assistito a una sequenza di tortura sessuale e omicidio. Ha visto una donna trascinata fuori, violentata brutalmente e accoltellata a morte. Il report sottolinea che in molti casi, come questo, la violenza non si fermava con il decesso: i terroristi continuavano a violentare i cadaveri, un atto volto alla massima umiliazione post-mortem della vittima.
La violenza contro gli uomini Per la prima volta, il report analizza in modo dedicato il pattern degli stupri contro uomini e ragazzi, confermando che la violenza sessuale è stata un'arma di castrazione psicologica ed emasculazione. Un sopravvissuto, la cui testimonianza è stata confermata da esami forensi e poligrafici, ha raccontato di essere stato trattato come una "bambola sessuale" da un intero gruppo. «Mi sento sporco tutto il tempo... non sono mai tornato me stesso fisicamente», ha dichiarato, descrivendo un trauma che il report definisce come una "impronta indelebile sulla società".
Questi casi non sono anomalie: sono la prova di una strategia deliberata che ha trasformato i corpi delle vittime in trofei di guerra.
Domani: il secondo crimine documentato — tortura sessuale e mutilazioni intenzionali.
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Ilaria Sechi sul Riformista, ci parla dell'improvviso interesse dell'Italia per l'Eurovision dopo averlo snobbato per anni e solo per scagliarsi contro Israele.
L'Italia riscopre l'Eurovision solo per boicottare Israele
Da tre anni, l’Eurovision Song Contest ha smesso di essere solo una competizione musicale e si è trasformato in una polemica internazionale, con Israele al centro. Una pressione che va avanti dal 2024 e che, di volta in volta, ha alzato sempre di più il livello dello scontro, tanto è vero che quest’anno Slovenia e Spagna non parteciperanno in segno di protesta contro la presenza israeliana alla manifestazione.
La prima a essere travolta da questa polemica è stata Eden Golan con October Rain, il brano presentato all’Eurovision 2024 e dedicato alle vittime del 7 ottobre. L’EBU ha giudicato “troppo politico” il testo e ha imposto modifiche pesanti, pena l’esclusione di Israele dal contest. Poi è toccato a Yuval Rafael, rappresentante israeliana del 2025 e sopravvissuta agli attacchi del 7 ottobre, finita nel mirino di minacce e intimidazioni.
La campagna permanente contro Israele è ormai consolidata e spesso viene messa assurdamente a paragone con la Russia, esclusa dopo l’invasione dell’Ucraina. Anche sul piano del televoto, la presenza israeliana ha generato sospetti e accuse. Le due artiste hanno ottenuto risultati enormi, alimentando polemiche sui presunti “voti gonfiati”. Contestazioni così forti che l’EBU ha introdotto controlli più rigidi sui sistemi di voto, nel tentativo di limitare manipolazioni e contestazioni.
Uno degli aspetti più curiosi riguarda proprio l’Italia. Perché nel nostro paese, storicamente l’Eurovision non è mai stato un fenomeno popolare. Per anni gli italiani hanno considerato il contest poco più di un evento kitsch, lontano dalla tradizione musicale nazionale. Infatti, l’Italia è rimasta fuori dalla competizione dal 1998 al 2011, in un generale clima di disinteresse.
Oggi invece l’Eurovision sembra essere diventato improvvisamente centrale nel dibattito pubblico italiano e, guarda caso, questo interesse è esploso soprattutto attorno al boicottaggio di Israele. Sui social, nei talk show e nel dibattito politico, il festival è diventato materia di discussione quotidiana, molto più per ragioni geopolitiche che artistiche.
Il dibattito nel nostro paese è cresciuto a tal punto che anche i sondaggi hanno iniziato a misurarlo. Secondo una rilevazione di YouTrend, una parte consistente dell’elettorato di centrosinistra ritiene che l’Italia avrebbe dovuto seguire l’esempio di Spagna e Slovenia e disertare la manifestazione in segno di protesta. Tra gli elettori del campo largo, il 33% si è detto favorevole a questa ipotesi.
L’Eurovision ha quindi smesso di essere soltanto una vetrina di canzoni e performance eccentriche. È diventato uno specchio delle tensioni geopolitiche del nostro tempo, dove la musica fa da sfondo a battaglie ideologiche sempre più polarizzate. L’Italia, che per anni aveva snobbato la kermesse considerandola una curiosità europea, oggi la scopre improvvisamente rilevante: non per le canzoni, ma per schierarsi. E mentre le polemiche infuriano, la musica — quella che dovrebbe unire — rischia di restare inascoltata.
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Ilaria Sechi sul Riformista, ci parla dell'improvviso interesse dell'Italia per l'Eurovision dopo averlo snobbato per anni e solo per scagliarsi contro Israele.
Eurovision e Italia: dal disinteresse al boicottaggio politico
Di Ilaria Sechi
Da tre anni, l’Eurovision Song Contest ha smesso di essere solo una competizione musicale e si è trasformato in una polemica internazionale, con Israele al centro. Una pressione che va avanti dal 2024 e che, di volta in volta, ha alzato sempre di più il livello dello scontro, tanto è vero che quest’anno Slovenia e Spagna non parteciperanno in segno di protesta contro la presenza israeliana alla manifestazione.
La prima a essere travolta da questa polemica è stata Eden Golan con October Rain, il brano presentato all’Eurovision 2024 e dedicato alle vittime del 7 ottobre. L’EBU ha giudicato “troppo politico” il testo e ha imposto modifiche pesanti, pena l’esclusione di Israele dal contest. Poi è toccato a Yuval Rafael, rappresentante israeliana del 2025 e sopravvissuta agli attacchi del 7 ottobre, finita nel mirino di minacce e intimidazioni.
La campagna permanente contro Israele è ormai consolidata e spesso viene messa assurdamente a paragone con la Russia, esclusa dopo l’invasione dell’Ucraina. Anche sul piano del televoto, la presenza israeliana ha generato sospetti e accuse. Le due artiste hanno ottenuto risultati enormi, alimentando polemiche sui presunti “voti gonfiati”. Contestazioni così forti che l’EBU ha introdotto controlli più rigidi sui sistemi di voto, nel tentativo di limitare manipolazioni e contestazioni.
Uno degli aspetti più curiosi riguarda proprio l’Italia. Perché nel nostro paese, storicamente l’Eurovision non è mai stato un fenomeno popolare. Per anni gli italiani hanno considerato il contest poco più di un evento kitsch, lontano dalla tradizione musicale nazionale. Infatti, l’Italia è rimasta fuori dalla competizione dal 1998 al 2011, in un generale clima di disinteresse.
Oggi invece l’Eurovision sembra essere diventato improvvisamente centrale nel dibattito pubblico italiano e, guarda caso, questo interesse è esploso soprattutto attorno al boicottaggio di Israele. Sui social, nei talk show e nel dibattito politico, il festival è diventato materia di discussione quotidiana, molto più per ragioni geopolitiche che artistiche.
Il dibattito nel nostro paese è cresciuto a tal punto che anche i sondaggi hanno iniziato a misurarlo. Secondo una rilevazione di YouTrend, una parte consistente dell’elettorato di centrosinistra ritiene che l’Italia avrebbe dovuto seguire l’esempio di Spagna e Slovenia e disertare la manifestazione in segno di protesta. Tra gli elettori del campo largo, il 33% si è detto favorevole a questa ipotesi.
L’Eurovision ha quindi smesso di essere soltanto una vetrina di canzoni e performance eccentriche. È diventato uno specchio delle tensioni geopolitiche del nostro tempo, dove la musica fa da sfondo a battaglie ideologiche sempre più polarizzate. L’Italia, che per anni aveva snobbato la kermesse considerandola una curiosità europea, oggi la scopre improvvisamente rilevante: non per le canzoni, ma per schierarsi. E mentre le polemiche infuriano, la musica — quella che dovrebbe unire — rischia di restare inascoltata.
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I sindacati non hanno fatto un fiato durante la campagna di boicottaggio e adesso piangono? E sapete com'è finita? (Spoiler: in una bolla di sapone)
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La violenza sessuale commessa da Hamas il 7 ottobre 2023 non fu incidentale. Fu sistematica, premeditata, integrata nell'architettura stessa del terrore. I ricercatori hanno identificato tredici forme di violenza ricorrenti documentate in più siti — festival Nova, Strada 232, basi militari, kibbutz — con le stesse modalità operative.
È la conclusione centrale di "Silenced No More: Sexual Terror Unveiled", pubblicato il 12 maggio 2026 dalla Civil Commission on October 7th Crimes by Hamas Against Women and Children. Trecento pagine, due anni di lavoro, 430 testimonianze, oltre 10.000 fotografie e segmenti video analizzati per più di 1.800 ore. Le vittime appartenevano a 52 nazionalità diverse. Non è un crimine contro Israele. È un crimine contro l'umanità.
La Commissione è guidata dalla Dr. Cochav Elkayam-Levy, premiata nel 2024 con il Premio Israele per i diritti umani. Tra i sostenitori: Hillary Clinton, Sheryl Sandberg — autrice del documentario Screams Before Silence —, l'ex ministro della Giustizia canadese Irwin Cotler, l'ex presidente della Corte Suprema israeliana Aharon Barak.
Due i contributi originali al diritto internazionale. Il kinocide: la tortura sistematica delle famiglie come unità affettiva, i legami tra genitori e figli trasformati in strumento di dolore. La violenza digitale come componente strutturale: istruzioni operative per filmare e diffondere in tempo reale, profili Facebook delle vittime usati per notificare le morti ai familiari.
Tra i 251 ostaggi: 41 bambini, 37 nuclei familiari interi, madri con neonati. Conclusioni legali: crimini di guerra, crimini contro l'umanità, atti genocidari. Nel 2025 le Nazioni Unite hanno inserito Hamas nella lista nera delle organizzazioni che usano la violenza sessuale come arma di guerra.
Il report nasce come risposta alla negazione. Judith Butler aveva dichiarato: «Non sono sicura, non ho visto le prove degli stupri.» Cotler cita Wiesel: «Il silenzio di fronte al male è complicità con il male stesso.»
Il report si chiude con un'illustrazione e un titolo: Murdered Twice — Nرضchות פعמיים. La didascalia dell'artista spiega: queste donne sono state uccise una prima volta quando i loro corpi e le loro anime sono stati violati, una seconda volta con il loro ultimo respiro. Ora rischiano una terza morte — attraverso le voci di chi nel mondo nega, tace, e le esclude dalla propria battaglia per i diritti delle donne. "Silenced No More" è un archivio costruito per impedire quella terza morte.
Da oggi, su questo canale, 13 puntate quotidiane sui contenuti del rapporto.
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Il report più completo mai pubblicato sui crimini sessuali del 7 ottobre.
300 pagine. 430 testimonianze. 13 crimini documentati.
Guarda il video.
Da domani gli approfondimenti su questo canale
#7ottobre #Israele #Hamas #SilencedNoMore
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Silenced No More: Una verità documentata sul terrore sessuale del 7 ottobre
Il report "Silenced No More", pubblicato dalla Civil Commission on October 7th Crimes by Hamas, rappresenta la documentazione più completa e rigorosa prodotta finora sulle atrocità di genere commesse durante l'attacco al sud di Israele e nei mesi di prigionia a Gaza. Sotto la guida della Dr.ssa Cochav Elkayam-Levy, la Commissione ha operato in modo indipendente per oltre due anni per trasformare l'obbligo morale della testimonianza in un record storico e legale incontrovertibile.
Una metodologia senza precedenti
Il valore del documento risiede nella sua solidità scientifica. La Commissione ha dedicato oltre 1.800 ore cumulative all'analisi visiva di più di 10.000 fotografie e segmenti video, incrociando questi dati con oltre 430 testimonianze e interviste a sopravvissuti, ostaggi rilasciati, primi soccorritori e personale medico forense. Questo approccio ha permesso di identificare la violenza sessuale non come un eccesso accidentale, ma come una strategia deliberata e sistematica integrata nell'architettura del terrore di Hamas.
I 13 pattern della violenza
Il report rileva 13 modelli sistematici di violenza sessuale e di genere documentati in molteplici siti: dai campi del festival Nova ai kibbutz, fino alle basi militari e ai tunnel di Gaza. Questi includono stupri e stupri di gruppo, torture sessuali, mutilazioni genitali anche post-mortem, spari mirati a volto e aree intime, nudità forzata ed esibizione pubblica delle vittime come trofei di guerra. Il documento evidenzia come il corpo femminile sia stato trasformato in un campo di battaglia ideologico.
Il concetto di "Kinocide"
Uno dei pilastri del report è la teorizzazione del kinocide: la tortura sistematica delle famiglie attraverso l'uso dei legami affettivi come arma. La Commissione ha documentato numerosi casi di violenza sessuale inflitta in presenza dei familiari o coercizioni sessuali tra parenti sotto minaccia, con l'obiettivo di annientare la famiglia come unità sociale ed emotiva e infliggere un trauma multigenerazionale.
Il teatro del terrore digitale
Hamas ha trasformato la visibilità in un'arma psicologica. Il report documenta come i miliziani avessero istruzioni precise per filmare le atrocità e caricarle sui social media, spesso utilizzando i profili delle vittime stesse per annunciare la morte ai familiari. Questo uso della tecnologia ha prolungato il crimine ben oltre l'atto fisico, trasformando la sofferenza in uno spettacolo globale.
Conclusioni legali e appello alla giustizia
Le prove forensi e testimoniali portano la Commissione a concludere che gli atti commessi configurano crimini di guerra, crimini contro l'umanità e atti genocidari. Il report non è solo un archivio: è uno strumento per il perseguimento legale, che chiede l'istituzione di tribunali specializzati e il riconoscimento istituzionale di questi pattern per rompere il ciclo dell'impunità.
La violenza sessuale in conflitto non deve essere normalizzata né negata. Questo report non lascia spazio a nessuna delle due.
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"Silenced No More" è il titolo del report pubblicato oggi martedì 12 maggio dalla Civil Commission on October 7th Crimes by Hamas Against Women and Children. Trecento pagine. Due anni di indagine condotta da giuristi, ricercatori, medici legali e psichiatri forensi. 430 testimonianze. 1.800 ore di materiale visivo analizzato secondo gli standard internazionali di documentazione dei crimini di guerra.
Nei prossimi tredici giorni analizziamo su questo canale ciascuno dei tredici crimini documentati. Uno al giorno.
Il report conclude che la violenza sessuale commessa da Hamas il 7 ottobre 2023 e durante la cattività degli ostaggi non era incidentale. Era sistematica, deliberata, embedded nell'architettura stessa dell'attacco. I ricercatori hanno identificato tredici forme di violenza ricorrenti, documentate in più luoghi con le stesse modalità:
1. Stupro, stupro di gruppo e altre forme di violenza sessuale
2. Tortura sessuale, incluse bruciature intenzionali e mutilazioni
3. Spari deliberati alla testa, al viso e all'area genitale
4. Uccisione ed esecuzione in concomitanza con la violenza sessuale
5. Abuso sessuale postmortem, umiliazione e profanazione dei corpi
6. Nudità forzata ed esposizione
7. Ammanettamento, legatura e contenzione
8. Esibizione pubblica e parata di donne e bambini
9. Rapimento di madri con i bambini
10. Violenza sessuale commessa in presenza o prossimità di familiari
11. Riprese e diffusione digitale della violenza, incluso l'uso dei profili social delle vittime
12. Minacce di matrimonio forzato
13. Stupro e violenza sessuale contro uomini e ragazzi
Tra i concetti introdotti dal report c'è il kinocide — definito dalla fondatrice Dr. Cochav Elkayam-Levy come la tortura sistematica delle famiglie come unità: i terroristi entravano nelle case, prendevano i telefoni delle vittime e trasmettevano in diretta la loro tortura ai familiari. Un crimine che non aveva ancora un nome, pur essendo già stato documentato in altri contesti — dallo Stato Islamico contro gli Yazidi in Iraq e Siria.
Il report nasce anche come risposta a qualcosa che non dovrebbe esistere: la negazione. La filosofa Judith Butler, una delle voci più ascoltate del femminismo accademico internazionale, aveva dichiarato: «Non sono sicura, non ho visto le prove degli stupri.» Elkayam-Levy risponde con due anni di documentazione: «Quando mai una vittima di stupro viene messa in discussione in questo modo da una studiosa femminista?»
Quasi tre anni dopo, chi ha negato gli stupri e le violenze del terrorismo sterminazionista ha ancora una cattedra, un microfono, va in televisione, ha followers. Questo report ristabilisce la verità e smaschera le menzogne.
