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DA: HAJJ AMIN HUSSEINI SACERDOTE DEL TERRORE.
Nel capitolo 10 si mostrano e si analizzano le ragioni del fallimento di Husseini nella costruzione di un nuovo stato arabo accanto allo stato di Israele. Ragioni che sono valide ancora oggi.
Qui potete leggere la prima. Per le altre, seguite il link e acquistate il libro, tutti i proventi vanno a Free4Future!
Capitolo 10 La sconfitta e l’eredità (1947-1974).
Perché non c’è mai stato uno Stato arabo unito
La prima e più profonda ragione del fallimento fu che al-Husseini non si concentrò mai a delineare i contorni di uno Stato arabo indipendente, creandone istituzioni e proponendo un’organizzazione para-statuale atta a governarlo. Il suo scopo fu, prevalentemente, attuare ogni mossa possibile per distruggere il progetto sionista e contrastare il colonialismo britannico.
Infatti, mentre al-Husseini demoliva sistematicamente qualsiasi struttura istituzionale alternativa alla propria rete di potere personale, faceva assassinare i notabili moderati, destituiva gli imam indipendenti ed espropriava i fondi religiosi destinati alle moschee e alle scuole, l’Yishuv, la comunità ebraica del Mandato britannico, costruiva con ostinata metodicità tutto ciò che uno Stato richiede: un'agenzia diplomatica riconosciuta dalla comunità internazionale, la Jewish Agency; un sistema scolastico e universitario in lingua ebraica; ospedali, cooperative agricole, strutture sindacali, tribunali; e soprattutto un esercito - l’Haganah - con una catena di comando, una logistica, un sistema di reclutamento e una dottrina militare.
Come documenta Rubin, quando Ben-Gurion proclamò l'indipendenza, Israele aveva «già praticamente tutto: mancava solo il riconoscimento ufficiale».
Al-Husseini aveva costruito il suo movimento interamente attorno alla propria persona. Il Consiglio Supremo Musulmano, che gestiva i fondi religiosi dell'intera regione, era un suo strumento di patronage personale, non un'istituzione pubblica. Il Comitato Superiore Arabo era l’organo politico attraverso cui gestiva l’eliminazione dei dissidenti. Non esisteva una burocrazia, non esistevano tribunali civili, non esisteva un sistema fiscale, non esisteva un piano urbanistico, non esisteva nemmeno una lista di chi avrebbe occupato i ministeri del futuro Stato. Esistevano solo le bande del Muftì, finanziate con prelievi coattivi dai villaggi arabi e con i fondi estorti ai commercianti.
https://www.amazon.it/dp/B0H1R7ZTT3
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Antenna Antisemitismo per i social
🚨 SALVATE QUESTO NUMERO 🚨
📱 +39 349 404 8201
Da oggi si possono segnalare tutti gli episodi di antisemitismo sui social.
Come fare:
1️⃣ Fai lo screenshot del post/commento
2️⃣ Se riesci, salva anche lo screenshot del profilo dell’autore
3️⃣ Manda tutto via WhatsApp al numero qui sopra
È facile e veloce. Bastano 30 secondi e fa davvero la differenza.
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Una strage di francesi. Fatta da francesi
Stade de France, Saint-Denis. Le Carillon, rue Alibert. Le Petit Cambodge, rue Alibert. La Casa Nostra, rue de la Fontaine au Roi. La Belle Équipe, rue de Charonne. Comptoir Voltaire, boulevard Voltaire. Bataclan, boulevard Voltaire.
Alle 21:20 del 13 novembre 2015 l'ISIS colpisce Parigi in modo simultaneo. Ogni squadra è composta da tre terroristi con un bersaglio preciso. Hanno kalashnikov e cinture imbottite di triacetone triperoxide e schegge metalliche. L'operazione è stata pianificata per mesi da Abdelhamid Abaaoud, coordinata dalla Siria, finanziata e armata dall'ISIS.
Allo Stade de France, dove si stava disputando l’amichevole Francia - Germania con ottantamila spettatori e dove si trovava anche il presidente Hollande, Bilal Hadfi non è riuscito a entrare. Le guardie hanno rilevato la cintura esplosiva e lui si è fatto saltare in aria fuori dai cancelli causando la morte di un passante.
Nel decimo e nell'undicesimo arrondissement la seconda squadra ha aperto il fuoco con i kalashnikov sui tavolini all'aperto di sei café e ristoranti. Nessuno ha avuto scampo. Al Bataclan, dove era in corso il concerto degli Eagles of Death Metal, tre uomini hanno fatto irruzione alle 21:40 e hanno aperto il fuoco sulla folla per oltre due ore.
Il bilancio è stato di 192 morti. Più di 300 feriti. Di loro, 90 persone sono morte all’interno del Bataclan. È stata la peggiore strage di civili francesi dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, peggiore persino del massacro nazista di Oradour-sur-Glane del 1944.
Gli attentatori erano francesi e belgi, tutti nati e cresciuti in Europa.
Quella notte, la Francia ha dichiarato lo stato di emergenza: sarebbe durato due anni.
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Emergono nuove testimonianze sulle grooming gang pakistane. Una donna stuprata da 700 uomini in tre anni, una ragazza violata a 12 anni con una bottiglia, che si è rotta dentro di lei. Ragazze chiuse in gabbia.
A proposito delle grooming gang pakistane.
Vogliamo ricordare, a imperitura memoria, che il partito laburista, pullulante, guarda caso, di correligionari, a gennaio 2025 aveva bocciato una mozione per l'apertura una nuova inchiesta su questa barbarie che si consuma, ricordiamocelo, a "casa nostra"
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Lo cercavano in Siria. Era già a Parigi
Classe 1987, nato ad Anderlecht, Bruxelles, Abdelhamid Abaaoud era figlio di un commerciante marocchino che aveva fatto immigrare la famiglia in Belgio negli anni Settanta e che, sperando in un futuro migliore per i figli, li aveva iscritti alla scuola cattolica più prestigiosa della città. Abaaoud vi rimase un anno, poi tornò nelle strade di Molenbeek, dove cominciò a frequentare il gruppo di amici che avrebbe poi costruito la rete degli attentati di Parigi. Fu condannato per rapina e in carcere, nel 2010, conobbe Salah Abdeslam.
Partì per la Siria tra il 2013 e il 2014, si unì all'ISIS e divenne uno dei volti della sua propaganda europea. Portò con sé il fratello minore Younès, che aveva tredici anni. I servizi di intelligence belgi e francesi lo conoscevano e lo cercavano, ma Abaaoud si mosse indisturbato per mesi attraverso l'Europa, rientrando e uscendo dal continente mentre le polizie lo cercavano in Siria.
Coordinò gli attentati del 13 novembre 2015 da Parigi, dove era già nascosto. Fu ucciso nel raid di Saint-Denis cinque giorni dopo la strage. Aveva ventotto anni. Suo padre, che aveva sporto denuncia contro di lui per aver reclutato il figlio tredicenne, disse: «Ha distrutto le nostre famiglie. Non voglio vederlo mai più.»
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7 OTTOBRE. FINE DEL SILENZIO
Il nuovo podcast di Free4future.
In 13 episodi, una storia di terrorismo spacciato per
resistenza.
On line dal 15 giugno, su Spotify e YouTube
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Il 7 gennaio 2015, alle 11:30, due uomini entrano nella redazione di Charlie Hebdo a Parigi e aprono il fuoco. Dodici morti. I fratelli Kouachi erano già noti ai servizi di intelligence: arrestati, processati, condannati e rimessi in libertà.
Dieci mesi dopo, il 13 novembre 2015, tre squadre di uomini si dirigono verso il centro di Parigi. Colpiscono in sei luoghi simultaneamente. Muoiono 130 persone: al Bataclan, nei café del decimo e dell’undicesimo arrondissement e fuori dallo Stade de France. Anche stavolta gli attentatori erano già noti e lasciati liberi di agire.
Il 2015 è stato l’anno in cui la Francia ha scoperto che il nemico può anche crescere dentro i confini dell’Europa. I fratelli Kouachi erano parigini. Abdelhamid Abaaoud — coordinatore del 13 novembre — era belga. Samy Amimour, uno dei killer del Bataclan, aveva guidato la metropolitana di Parigi per oltre un anno. Bilal Hadfi, ventenne, aveva postato foto in costume da bagno vicino a una piscina pochi mesi prima di farsi esplodere fuori dallo Stade de France.
Come ha documentato Gilles Kepel, tra i maggiori esperti di Islam politico in Terror in France (2017), il jihadismo francese non è d’importazione ma il prodotto di decenni di esclusione sociale, radicalizzazione nelle banlieues e nelle prigioni, combinati con una strategia deliberata dell’ISIS per trasformare i figli dell’immigrazione nordafricana in un esercito.
Questa settimana raccontiamo l’anno più sanguinoso della Francia dal secondo dopoguerra: due attentati a dieci mesi di distanza. E una domanda che la Francia non ha ancora finito di porsi: come è possibile che ragazzi cresciuti tra i francesi abbiano scelto di uccidere i loro concittadini?
Seguici, e se ti piacciono questi contenuti, condividili: questa settimana è dedicata agli attentati jihadisti in Francia del 2015.
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Inizia oggi il nuovo podcast di Free4future "Attacco all'Europa". Nel primo episodio, l'attentato di Madrid del 2004, la svolta di Al Qaeda in Europa https://open.spotify.com/episode/2GORffHrb5US6dZU5b4rcd?si=2b1bd7c59a2a462a
Puoi ascoltare il podcast anche su YouTube qui 👉🏻https://youtu.be/pt_VlMiyOsE
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Inizia oggi il del podcast "Attacco all'Europa". In questo primo episodio, l'attentato di Madrid del 2004, la svolta di Al Qaeda in Europa. Puoi ascoltarlo anche su YouTube qui 👉🏻https://youtu.be/pt_VlMiyOsE
https://open.spotify.com/episode/2GORffHrb5US6dZU5b4rcd?si=2b1bd7c59a2a462a
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Inizia oggi il del podcast "Attacco all'Europa". In questo primo episodio, l'attentato di Madrid del 2004, la svolta di Al Qaeda in Europa. Seguici anche su YouTube
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Un decennio di infiltrazioni
Madrid 2004 e Londra 2005 sono state il risultato di un'infiltrazione jihadista in Europa che durava da oltre un decennio, costruita pazientemente attraverso moschee, cellule dormienti, reti di finanziamento e campi di addestramento. Tuttavia, per capire chi premette il grilletto bisogna capire chi aveva seminato il terreno.
La cellula madre: Al Qaeda in Spagna dagli anni '90
Nel 1994 Al Qaeda stabilì una cellula operativa in Spagna. A guidarla Imad Eddin Barakat Yarkas, noto come Abu Dahdah, siriano residente a Madrid. Come ha ricostruito il politologo spagnolo Fernando Reinares nel suo studio Al-Qaeda's Revenge: The 2004 Madrid Train Bombings (Columbia University Press, 2017) — basato sui 93.226 pagine del fascicolo processuale — la cellula di Abu Dahdah era connessa direttamente a quella di Amburgo guidata da Mohammed Atta, uno dei futuri attentatori delle Torri Gemelli di New York. Abu Dahdah compì una ventina di viaggi tra Madrid e Londra per consegnare fondi ad Abu Qatada, il predicatore giordano che fungeva da riferimento ideologico di Al Qaeda in Europa. Finanziò viaggi di reclutati spagnoli verso campi di addestramento in Bosnia, Indonesia e Afghanistan. Raccolse denaro nelle moschee dei quartieri di immigrati di Madrid, invocando i conflitti in Bosnia e Cecenia come cause di solidarietà islamica.
Nel novembre 2001, poche settimane dopo l'attentato dell'11 settembre, la polizia spagnola smantellò la cellula nell'Operazione Dátil. Abu Dahdah fu arrestato e la cellula sembrò neutralizzata.
Madrid, genesi di un attentato
Lo smantellamento della cellula di Abu Dahdah non estinse la rete ma la trasformò. Amer Azizi, marocchino già membro della cellula sventata, fuggì in Pakistan e raggiunse il quartier generale centrale di Al Qaeda. Lì decise di colpire la Spagna per vendetta. Ottenne l'approvazione della leadership dell’organizzazione terroristica e tornò a mobilitare i sopravvissuti della rete spagnola.
La rete che l'11 marzo 2004 fece esplodere dieci bombe sui treni di Madrid fu il risultato di due anni di lavoro metodico, iniziato nel marzo 2002 e completato nell'estate del 2003, condotto da circa 25 persone che si erano conosciute nei luoghi più disparati di Madrid. Un quinto dei membri aveva almeno un parente all'interno della rete stessa come i fratelli Oulad Akcha e i cugini Ahmidan. I legami di sangue e di quartiere costituivano la struttura portante dell'organizzazione.
Per leggere il resto dell'approfondimento, clicca qui https://free4future.info/?p=3972
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7 OTTOBRE. FINE DEL SILENZIO
Il nuovo podcast di Free4future.
In 13 episodi, una storia di terrorismo spacciato per resistenza.
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Madrid, genesi di un attentato
L’attentato di Madrid dell'11 marzo 2004 non è stato il gesto improvviso di fanatici isolati ma il risultato di una rete jihadista costruita nel tempo, nata tra moschee, appartamenti privati, prigioni e traffici criminali. Una struttura composta da circa 25 persone che, tra il 2002 e il 2004, ha ordito uno dei peggiori attacchi terroristici della storia europea contemporanea.
La rete era divisa in tre componenti. La prima raccoglieva i sopravvissuti della cellula di Al Qaeda smantellata in Spagna nel 2001, guidata anni prima da Abu Dahdah. Tra loro c’era Serhane ben Abdelmajid Fakhet, “il Tunisino”, destinato a diventare il leader operativo dell’attacco. Sopra di lui agiva Amer Azizi, rifugiato in Pakistan e collegato direttamente ad Al Qaeda. La seconda componente era legata al Gruppo Islamico Combattente Marocchino. La terza era composta da delinquenti comuni specializzati in droga e auto rubate: servivano per finanziare e organizzare la logistica.
Gli esplosivi non erano stati acquistati sul mercato nero internazionale ma scambiati con droga attraverso una rete criminale che aveva portato i terroristi fino a una cava nelle Asturie, dove erano riusciti a ottenere dinamite Goma-2 Eco. L’esplosivo ha, poi, raggiunto Madrid pochi giorni prima dell’attacco, nascosto su un’auto con targhe false.
Le bombe sono poi state assemblate in un appartamento: dinamite, schegge metalliche e detonatori costruiti usando cellulari prepagati, con schede SIM del negozio di telefonia di Jamal Zougam, membro della rete.
Alle 7:37 dell’11 marzo 2004 dieci bombe sono esplose sui treni pendolari diretti ad Atocha. In quattro minuti hanno provocato una totale carneficina. Grazie a una delle tre bombe che non sono esplose, ritrovata intatta a El Pozo, gli investigatori sono potuti risalire direttamente a Zougam per via delle schede SIM.
Due settimane dopo, il 3 aprile, i sette terroristi si sono barricati in un appartamento a Leganés. Quando la polizia ha circondato l’edificio, si sono fatti esplodere. Tra le macerie sono stati trovati esplosivi, armi e un testamento in arabo, con un disegno delle Torri Gemelle accompagnato da una poesia che celebrava gli attentati dell’11 settembre.
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Madrid, genesi di un attentato
L’attentato di Madrid dell'11 marzo 2004 non è stato il gesto improvviso di fanatici isolati ma il risultato di una rete jihadista costruita nel tempo, nata tra moschee, appartamenti privati, prigioni e traffici criminali. Una struttura composta da circa 25 persone che, tra il 2002 e il 2004, ha ordito uno dei peggiori attacchi terroristici della storia europea contemporanea.
La rete era divisa in tre componenti. La prima raccoglieva i sopravvissuti della cellula di Al Qaeda smantellata in Spagna nel 2001, guidata anni prima da Abu Dahdah. Tra loro c’era Serhane ben Abdelmajid Fakhet, “il Tunisino”, destinato a diventare il leader operativo dell’attacco. Sopra di lui agiva Amer Azizi, rifugiato in Pakistan e collegato direttamente ad Al Qaeda. La seconda componente era legata al Gruppo Islamico Combattente Marocchino. La terza era composta da delinquenti comuni specializzati in droga e auto rubate: servivano per finanziare e organizzare la logistica.
Gli esplosivi non erano stati acquistati sul mercato nero internazionale ma scambiati con droga attraverso una rete criminale che aveva portato i terroristi fino a una cava nelle Asturie, dove erano riusciti a ottenere dinamite Goma-2 Eco. L’esplosivo ha, poi, raggiunto Madrid pochi giorni prima dell’attacco, nascosto su un’auto con targhe false.
Le bombe sono poi state assemblate in un appartamento: dinamite, schegge metalliche e detonatori costruiti usando cellulari prepagati, con schede SIM del negozio di telefonia di Jamal Zougam, membro della rete.
Alle 7:37 dell’11 marzo 2004 dieci bombe sono esplose sui treni pendolari diretti ad Atocha. In quattro minuti hanno provocato una totale carneficina. Grazie a una delle tre bombe che non sono esplose, ritrovata intatta a El Pozo, gli investigatori sono potuti risalire direttamente a Zougam per via delle schede SIM.
Due settimane dopo, il 3 aprile, i sette terroristi si sono barricati in un appartamento a Leganés. Quando la polizia ha circondato l’edificio, si sono fatti esplodere. Tra le macerie sono stati trovati esplosivi, armi e un testamento in arabo, con un disegno delle Torri Gemelle accompagnato da una poesia che celebrava gli attentati dell’11 settembre.
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Il modello spagnolo
Il Partito Democratico guarda alla Spagna: Pedro Sánchez come modello, il socialismo iberico come bussola. Il riferimento merita un aggiornamento.
Zapatero, premier spagnolo dal 2004 al 2011, è imputato dall'Audiencia Nacional di Madrid per organizzazione criminale, traffico di influenze, falsità documentale e riciclaggio. È la prima volta in Spagna che un ex capo di governo raggiunge questo stadio.
Al centro c'è Plus Ultra: la compagnia ha ricevuto nel 2021 53 milioni di fondi pubblici tramite la SEPI. Zapatero, "vertice decisorio" secondo il giudice, avrebbe fatto pressioni sul governo Sánchez per il salvataggio, incassando circa due milioni attraverso intermediari a Dubai.
Le perquisizioni hanno portato al sequestro di oltre cento orologi di lusso, 286.000 euro in contanti e documenti.
L'indagine tocca moglie e figlie, presunti rapporti con Maduro, la collaborazione del DHS.
Zapatero nega tutto. È citato il 2 giugno. Sánchez lo sostiene.
Il modello spagnolo funziona. Resta da capire per chi.
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2004-2005: una generazione radicalizzata
Madrid, 11 marzo 2004, ore 7:37. Quattro treni della linea Guadalajara-Madrid trasportano migliaia di pendolari verso il centro della capitale. È l'ora di punta. I vagoni sono pieni. Dieci bombe esplodono quasi simultaneamente, detonazione dopo detonazione, nell'arco di quattro minuti. Dieci chilogrammi di dinamite per ciascuna, seicento grammi di schegge metalliche, tutto nascosto dentro comuni zaini . 191 morti. Quasi 2000 feriti, l'attentato più letale nella storia della Spagna.
Londra, 7 luglio 2005, ore 8:50. Quattro uomini scendono nelle stazioni della metropolitana con gli zaini sulle spalle. Tre si fanno esplodere quasi contemporaneamente sui convogli della Central Line, della Circle Line e della Piccadilly Line. Il quarto non riesce a far detonare il proprio ordigno sulla metropolitana quindi decide di farsi saltare in aria su un autobus a due piani in Tavistock Square, cinquantasette minuti dopo le prime tre esplosioni. 52 morti. 700 feriti.
I quattro attentatori di Londra erano tutti cittadini britannici di origine pakistana. Mohammed Sidique Khan aveva 30 anni, lavorava come insegnante di sostegno nello Yorkshire, aveva una moglie e una figlia piccola. Shehzad Tanweer ne aveva 22 e lavorava nel negozio di pesce del padre. Hasib Hussain ne aveva 18. Erano tutti cresciuti nel Regno Unito, istruiti nelle scuole britanniche, residenti in quartieri ordinari di Leeds e Beeston. Nel settembre 2005 Al Qaeda rilasciò un videomessaggio registrato da due di loro prima dell'attacco. Khan guardava in camera e dichiarava che la sua vera fedeltà era all'Islam, non al paese dove i suoi genitori erano emigrati.
Tra Madrid e Londra sono passati 408 giorni. Tempo sufficiente perché i governi europei annunciassero nuove misure di sicurezza, istituissero commissioni d'inchiesta e dichiarassero che simili attentati andavano prevenuti, ma non per capire che il problema non stava negli aeroporti o nelle stazioni ferroviarie ma nelle città stesse. Si annidava nei quartieri, nelle moschee, nelle prigioni, dove una generazione di giovani europei si stava radicalizzando in silenzio.
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