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Silvana De Mari Official Channel

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Medico chirurgo, psicoterapeuta e scrittrice.

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📈 Analytical overview of Telegram channel Silvana De Mari Official Channel

Channel Silvana De Mari Official Channel (@silvanademari) in the Italian language segment is an active participant. Currently, the community unites 23 432 subscribers, ranking 919 in the Medicine category and 1 086 in the Italy region.

📊 Audience metrics and dynamics

Since its creation on невідомо, the project has demonstrated rapid growth, gathering an audience of 23 432 subscribers.

According to the latest data from 05 September, 2026, the channel demonstrates stable activity. Although there has been a change in the number of participants by -97 over the last 30 days and by -2 over the last 24 hours, overall reach remains high.

  • Verification status: Not verified
  • Engagement rate (ER): The average audience engagement rate is 14.70%. Within the first 24 hours after publication, content typically collects 7.40% reactions from the total number of subscribers.
  • Post reach: On average, each post receives 3 446 views. Within the first day, a publication typically gains 1 735 views.
  • Reactions and interaction: The audience actively supports content: the average number of reactions per post is 131.
  • Thematic interests: Content is focused on key topics such as paura, gaza, hamas, giustizia, diritto.

📝 Description and content policy

The author describes the resource as a platform for expressing subjective opinions:
Medico chirurgo, psicoterapeuta e scrittrice.

Thanks to the high frequency of updates (latest data received on 06 September, 2026), the channel maintains relevance and a high level of publication reach. Analytics show that the audience actively interacts with content, making it an important point of influence in the Medicine category.

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«I bambini rompono i coglioni. Tutti i bambini. Non è vero quel che dicono, che i figli sono maleducati per colpa dei genitori; prima o poi un bambino anche educatissimo piangerà, si lamenterà, disturberà, sconvolgerà il vagone del treno su cui viaggio, prenderà a calci il sedile su cui sono seduta in aereo», affermò Michela Murgia in un’intervista nel 2023. Non è una provocazione: è il prodotto di una mente deforme, figlia di un civiltà mentalmente deforme.
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La deresponsabilizzazione dovrebbe valere simmetricamente: perché un padre non potrebbe dichiarare «non volevo questo bambino, e non amo più la mia ex, dunque non voglio mantenerli semplicemente perché non ne ho voglia»? La risposta è evidente: perché abbiamo deciso, correttamente, che generare un figlio comporta responsabilità verso quel figlio. E allora perché quella responsabilità dovrebbe essere potentissima dopo la nascita e diventare improvvisamente irrilevante prima di essa? Con il procedere della gravidanza la contraddizione diventa ancora più visibile. La vitalità fetale dipende dall’età gestazionale e dalle capacità della terapia intensiva neonatale. Le fonti collocano generalmente la sopravvivenza extrauterina nell’area delle 24-26 settimane. L’aborto tardivo uccide un bimbo che fuori dall’utero di sua madre sarebbe vitale, ma la madre lo vuole morto. Dove collochiamo il confine, e perché proprio lì? Perché le dighe morali hanno questo difetto: quando il principio su cui poggiano viene cancellato, diventa sempre più difficile spiegare dove debba essere costruita la diga successiva. Il cosiddetto “filosofo” Peter Singer ha realmente sostenuto che l’uccisione di un neonato non possieda necessariamente lo stesso valore morale dell’uccisione di una “persona”, difendendo in circostanze particolari – quali per esempio spina bifida, emofilia, sindrome di Down – la possibilità di provocarne attivamente la morte. La vita di persone con queste patologie, soprattutto se ben curata, con cure che cominciano anche prima della nascita (medicina e chirurgia prenatale), può essere ricca e magnifica. L’aborto eugenetico, vezzosamente chiamato “terapeutico”, cancella le terapie prenatali e sacrifica anche bambini sani con diagnosi errate. Il medico ex abortista Bernard N. Nathanson (1926-2011), nel suo libro “La mano di Dio”, spiega un concetto ovvio: i medici che praticano aborti sviluppano indifferenza o addirittura sadismo nei confronti del feto, diventando molto poco affidabili nel seguire gravidanze, e consigliano l’aborto per qualsiasi malformazione reale o immaginaria. Cristo ci ha parlato del bambino abortito: Matteo 25:40, nel discorso del giudizio finale: «In verità io vi dico: tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me». Cristo muore smembrato ogni giorno nelle sale operatorie delle cliniche ginecologiche, quelle sale che dovrebbero vedere solo la nascita dei bambini. La tragedia dell’aborto non è soltanto la morte di un essere umano, ma l’abitudine collettiva a non vederlo. Prima scompare dalle parole, poi dalle immagini, poi dal ragionamento morale. Se una donna avesse metodicamente ucciso tre cuccioli invece dei propri figli, quasi tutte le persone che oggi ne raccolgono le difese starebbero chiedendo la sua condanna esemplare. Eppure, davanti a madri che uccidono i propri bambini già nati, si sono viste raccolte di solidarietà e narrazioni che trasformano la colpevole in vittima di un patriarcato astratto anziché riconoscere una tragedia da trattare con rigore clinico e giudiziario senza assoluzione ideologica. C’è un solo modo per descrivere l’esaltazione pubblica della soppressione del più debole, quando diventa vessillo identitario anziché lutto: è la negazione radicale di ogni gerarchia morale che distingua il bene dal male. Guardare con approvazione a chi firma leggi che ampliano oltre ogni limite ragionevole il diritto di sopprimere una vita capace di sopravvivere fuori dal corpo materno non è progresso: è l’ennesima riprova che, quando si toglie il fondamento, ogni confine diventa arbitrario, e l’ultimo a cadere è sempre il più fragile. Ogni donna che uccide il proprio bimbo nel proprio ventre invece di proteggerlo, uccide tutta l’umanità. L’aborto diminuisce ognuno di noi. È il più vigliacco degli omicidi. La collera del Signore degli Eserciti si è abbattuta su di noi e ci ha spaccato il cuore. La mancanza di bambini è una delle cause dell’aumento della depressione, del calo demografico dell’ingresso di orde migratorie aggressive e non integrabili.
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Non perdetevi il Dizionario minimo di difesa dell’ovvio, in particolare alla voce aborto.   “Fare di ogni erba un fascio” significa cancellare le differenze e chiamare tutto con lo stesso nome. Il “non fare di ogni erba un fascio”, invece, raccomanda il contrario: fingere che una serie di passaggi non abbiano alcun legame fra loro. Dalla contraccezione intesa come rifiuto radicale della fertilità, alla pillola del giorno dopo, all’aborto, fino alla teorizzazione dell’”aborto post-natale”, il principio comune può diventare uno solo: il figlio ha diritto alla vita solo se è voluto, non in quanto creatura umana: la sua morte può essere atroce nell’indifferenza generale. L’aborto non è un destino inevitabile per ogni persona che usi contraccettivi; è però una deriva logica possibile quando la vita dipendente viene valutata soltanto in base al desiderio dell’adulto. Il caso di Lindsay Clancy è paradigmatico. Clancy è sotto processo in Massachusetts per aver assassinato i suoi bimbi, Cora, 5 anni, Dawson, 3, e Callan, 8 mesi, uccisi il 24 gennaio 2023: non contesta i fatti, ma si dichiara non colpevole per infermità mentale, sostenendo una psicosi post-partum. Se il parto causa psicosi che dura anni e che porta a uccidere i propri bambini, le donne siano dichiarate non in grado di intendere e di volere per motivi ormonali. L’accusa sostiene invece che abbia agito in modo intenzionale e razionale. Una raccolta fondi destinata ai suoi genitori ha superato gli 800.000 dollari: un gesto che giustifica l’uccisione dei bambini. I tre bambini non avevano diritto di vivere se la loro madre non li voleva: si tratta di aborto post natale, l’evoluzione ovvia del diritto di aborto. In Italia la legge 194 consente l’interruzione volontaria della gravidanza entro i primi novanta giorni nelle condizioni previste dalla legge e disciplina anche i casi successivi. L’intervento viene praticato nelle strutture del Servizio sanitario nazionale o convenzionate a spese di tutti. L’uccisione del bimbo è interamente a spese della comunità come gratis è levare un cancro. Il piccolo è equiparato ad un cancro. La socializzazione del costo dell’uccisione del bimbo non è meno scandalosa dell’uccisione. In Germania, nel caso ordinario regolato dalla procedura di consulenza, l’intervento è normalmente pagato dalla donna, mentre lo Stato interviene in determinate condizioni economiche: il costo indicato dalle fonti ufficiali tedesche è generalmente fra 380 e 900 euro. In Austria l’interruzione senza necessità medica è normalmente pagata privatamente, pur esistendo eccezioni per donne in difficoltà economica. La fesseria che se si mette l’aborto a pagamento le donne si faranno massacrare da mammane con ferri non sterili è idiota: la potremmo archiviare? Anche ammettendo che l’aborto debba rimanere legale, perché dovrebbe necessariamente essere pagato da tutti? Il rapporto sessuale tra un uomo e una donna è l’atto dal quale biologicamente può nascere un essere umano. La biologia resta lì, tetragona e scarsamente impressionata dalle nostre ideologie. Un adulto dovrebbe saperlo. Perciò la libertà sessuale non può essere trasformata magicamente in manleva dalle conseguenze delle proprie azioni. Naturalmente esistono stupro, coercizione, patologie gravissime, situazioni disperate che meritano una discussione specifica, ma trasformare i casi estremi nell’unico paradigma con cui discutere l’aborto significa evitare la questione centrale: che cosa significa responsabilità quando il concepimento segue un rapporto consenziente? Se due adulti scelgono liberamente un comportamento dal quale può nascere una terza vita, quella terza vita non diventa moralmente inesistente soltanto perché era indesiderata. Alla donna viene giustamente riconosciuta piena capacità morale, professionale, intellettuale e politica. Poi però, davanti alla gravidanza indesiderata, una parte della cultura contemporanea sembra improvvisamente descriverla come una creatura priva di qualsiasi responsabilità rispetto alle proprie scelte, vittima permanente e dolente.
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https://www.youtube.com/watch?v=vS_na5TLX8E
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*CORAGGIO* Il coraggio è la capacità di agire in maniera lucida o etica anche in presenza della paura. Il coraggio è contagio
*CORAGGIO* Il coraggio è la capacità di agire in maniera lucida o etica anche in presenza della paura. Il coraggio è contagioso. Anche quello della verità è un bel tipo di coraggio; nessuno è talmente insignificante da non poter essere il sassolino che blocca l'ingranaggio: a volte basta un uomo, una donna o uno Hobbit per fermare l'oscurità che avanza. Il coraggio è come una candela che ne accende mille altre: basta volerlo, e lui comincia a nascere come un semino, e poi sempre più forte. La ghianda diventa quercia. Anzi, foresta di querce. _(Estratto dal libro DIZIONARIO MINIMO DELLA DIFESA DELL'OVVIO, Silvana De Mari)_
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https://www.amazon.it/Islam-senza-veli-occidentale-sullIslam/dp/B0H5L6X6Z5/ref=mp_s_a_1_1?crid=3VVUUFGA45SCE&dib=eyJ2IjoiMSJ9.9Zc2qle4edfa2RGdED0UTYcRw5HC-MVhDyjTxxlOZgTlyeoXw97XNyeAWZPCegS6HM8iiEewFNHrK8LxqAdVo3RSNefw6n93tzH-cyeF7S4.uq4VOk66XR6Ml7MECJIg76YTtiEvpx9-WTNGNYsJ8oQ&dib_tag=se&keywords=islam+senza+veli+silvana+de+mari&qid=1785841441&sprefix=islam%2Caps%2C292&sr=8-1
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Il parastato come assistenza ai miserabili e gli oppressi, come forma di bontà estrema, di generosità sublime, invade lo stato, spinge lo statalismo a livelli marxisti, dissangua i cittadini regalando a estranei non benevoli sussidi e case popolari, distrugge l’economia con tassazioni micidiali e soprattutto annienta .la base della civiltà occidentale contemporanea: la libertà di parola. Omofobia e islamofobia sono i due psicoreati con cui il parastato annienta l’occidente. La libertà di parola è annientata. Il parastato dovrà essere smantellato ong per ong, consulente per consulente. La prima cosa da fare è difendere con le unghie e con i denti la libertà di parola.
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Dove il terreno migratorio si fa politicamente arido, si sposta sui diritti LGBT: nascono gli sportelli, gli osservatori sull’omotransfobia, i corsi obbligatori nelle aziende, i patentini linguistici, le certificazioni di inclusività, le società di consulenza che rilasciano tali certificazioni. Un’unica donna uccisa da un compagno bianco è un’emergenza culturale che necessita di modificare le linee educative, mentre immigrati accoltellano donne per strada in nome di Allah. Fiumi di soldi a figli di primo e secondo letto, figliastri, nipoti e nipotini del marxismo. Il parastato è marxista. Vi raccontano che sono battaglie diverse. Non lo sono, ognuna ha come scopo la distruzione della civiltà giudaico cristiana. .Vi raccontano che ogni emergenza nasce spontaneamente. Falso. Gli islamici non amano i gay e li schiacciano come scarafaggi? Chi se ne fraga. Il movimento LGBT continuerà ad amarli e a sventolare le bandiere degli assassini dei gay, Gaza e Iran, dopo aver cacciato le bandiere degli omofili israeliani, perché quello che il movimento LGBT vuole è la distruzione della civiltà giudaico cristiana, non i benessere gay. Chi immaginasse un apparato di questa taglia inerme, disarmato, tenero come un pulcino, non ha capito niente della biologia politica. Il parastato ha i suoi anticorpi, e sono efficacissimi. Il primo strato di difesa sono i grandi quotidiani, che di quel mondo sono la costola editoriale: ne certificano la legittimità morale, ne traducono in editoriali le circolari, ne trasformano in «preoccupazione della società civile» ogni bando pubblicato. Il secondo strato sono settori della magistratura, non tutta, sarebbe ingeneroso, e falso, ma quel tanto che basta perché una legge sgradita venga sospesa, una nomina non gradita rinviata, un decreto scomodo ritoccato in punta di firma. Il terzo strato è la rete di relazioni personali: consulenti che sono figli di magistrati, magistrati che sono cognati di direttori, direttori che sono coniugi di funzionarie europee, funzionarie europee che valutano i progetti dei consulenti da cui è cominciato il giro. Un piccolo mondo endogamico, che difende sé stesso con la naturalezza con cui una famiglia difende il pranzo di Natale. È in questa chiave, e non altrimenti, che si spiega la reazione cosmicamente sproporzionata suscitata negli ultimi anni dal ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca. Un uomo, piaccia o non piaccia, ed è lecito che non piaccia, che aveva vinto elezioni regolari, con margini chiari, davanti a scrutatori democratici. Nulla, in una democrazia matura, dovrebbe essere più normale di un’alternanza. Invece si è assistito a qualcosa di inedito: un’ostilità permanente e coordinata che nessun presidente aveva mai suscitato. Trump non stava sfidando un avversario politico. Stava sfidando un apparato. La vicenda di USAID è la biopsia: per decenni descritta come strumento di cooperazione internazionale, si è rivelata, aprendone il ventre, uno dei condotti maggiori attraverso cui il denaro del contribuente americano finiva a una costellazione di ONG riconducibili, guarda caso, alla stessa galassia ideologica del parastato globale. Toccarne i cordoni della borsa, mandarci un Elon Musk qualsiasi con un foglio Excel, era un gesto di lesa maestà. Non contro un partito: contro un ceto, contro il vero potere. La reazione è stata immediata e proporzionale al pericolo. Perché un presidente lo si può sconfiggere alle urne successive, screditare, impeachment-are, in ultima istanza addirittura sparargli, l’ipotesi non è astratta. Ma un apparato costruito in mezzo secolo, ramificato in centinaia di programmi, radicato in decine di migliaia di carriere, possiede una resilienza che nessun eletto potrà mai avere. Il parastato spiega quali emozioni possiamo provare, schiera fior di avvocati per dissanguare i reprobi, mentre gli occhi della signora Bordrini di riempiono di lacrime davanti a tanta malvagità. E qui arriva il disastro.
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SHARE: «Parastato»: vocabolo goffo, che descrive con precisione clinica una cosa che nessun’altra parola dice altrettanto bene: quell’immensa sedimentazione di uffici, sportelli, fondazioni, ONG, consulenze, osservatori, tavoli permanenti, programmi triennali, servizi sociali, e piattaforme digitali che sta accanto allo Stato senza esserlo, vive dello Stato, fiumi di quattrini, fiumi belli grossi, praticamente infiniti, senza rispondergli, e prospera indipendentemente da chi vinca le elezioni. In tutto l’occidente la struttura è impressionantemente identica: la stessa costellazione di associazioni non-profit con profitti enormi, gli stessi corsi di formazione, gli stessi mediatori culturali, gli stessi esperti di inclusione, gli stessi bandi europei oppure ONU, vinti dai medesimi consorzi con nomi appena diversi, gli stessi consulenti che al mattino insegnano l’antidiscriminazione e al pomeriggio la valutano, gli stessi servizi sociali che sbranano famiglie normali. Sono tutti uguali perché tutti originano dalle due medesime fonti, la Open Society di Soros e il foro di Davos. Il parastato invade i programmi scolastici a colpi di inclusione a antibullismo, allunga le mani sulla politica estera, ha in mano l’etica, crea nuovi reati, per esempio dire che un maschio è un maschio, modifica i codici penali. Unico intralcio: Donald Trump. Unica eccezione fino ad ora, Trump potrebbe fare scuola, lo spostamento verso destra dell’elettorato è un segno dell’inizio della ribellione dei popoli al parastato. In greco para vuol dire vicino, parastato vicino allo stato, parassita vicino al grano. La macchina si autoalimenta. Il parastato non è solo avidità, ha una precisa volontà di distruggere. La sua ideologia è quella del perdente radicale, spiegata dal filosofo Hans Magnus Enzensberger: è colui che, avendo perso, non ha la statura interiore per accettare la sconfitta. Pur di non riconoscere di essere stato battuto, sceglie l’unica via che gli resta: distruggere il mondo, tagliare il ramo su cui è seduto. Il marxismo è oggi il perdente radicale. Nel 1991, con la morte dell’Unione Sovietica, la partita si è chiusa: settant’anni di esperimento, cento milioni di morti, un fallimento economico incontestabile. Un uomo normale ammette e cambia, un perdente radicale no. Non conquisterà più il mondo, d’accordo, ma almeno distruggerà il suo nemico storico: la civiltà giudaico-cristiana, non più con i carri armati, non ce li ha più, con la corrosione lenta. E qui interviene il piccolo miracolo contemporaneo: il parastato paga. Fiumi di denaro pubblico si riversano su ONG, mediatori culturali, sportelli, formatori, esperti di quello e di quell’altro, purché nel titolo compaia la parola magica: inclusione. Francia, Spagna, Belgio, purché si mangi. Che il denaro provenga dal contribuente cristiano, che finanzi la demolizione del suo stesso mondo, è dettaglio teologicamente delizioso: la vittima paga il boia, e in aggiunta gli rilascia il patentino di consulente. L’inclusione include tutti, tranne il popolo che la finanzia. Include perfino i suoi contrari, in un capolavoro di dialettica. L’Islam impicca i gay dalle gru di Teheran? Dettaglio provvisoriamente irrilevante: al momento è incluso nella stessa «inclusione» che difende i gay europei. La coerenza sarebbe un lusso borghese, la logica appartiene ad Aristotele e San Tommaso. Ora piace il pensiero debole, eufemismo per imbecillità. L’importante è che l’apparato mangi, e con lui il perdente radicale che finalmente vede bruciare, giorno dopo giorno, la casa che non è riuscito a distruggere. . Il parastato ha un metodo. Dove può espandersi attraverso l’immigrazione, si espande attraverso l’immigrazione: nascono gli sportelli linguistici, i corsi di alfabetizzazione, i tavoli territoriali, le cooperative che gestiscono, i consorzi che coordinano, gli enti terzi che valutano.
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L’astio consuma i rapporti. L’avarizia svuota il cuore. Due vizi spesso considerati “normali”, ma che possono distruggere famiglie, amicizie e persino la nostra pace interiore. Con Silvana De Mari scopriamo come riconoscerli, combatterli e riscoprire la libertà di chi sa perdonare, donare e vivere con un cuore più grande. https://youtube.com/live/bEHH2Iyt71c
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https://youtu.be/przZjt4R8b0
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https://www.amazon.it/dp/B0H1KDVJ8D/ref=mp_s_a_1_1?crid=QMRJ934JVEVS&dib=eyJ2IjoiMSJ9.6IKLAJy0iqlBqj-mcyIv5w.yr9fCFqJzHnaCkbOE-5hmIItQQY-9reTzOVa1GnYGB0&dib_tag=se&keywords=silvana+de+mari+libri+islam+senza+veli&qid=1781634909&s=books&sprefix=%2Cstripbooks%2C238&sr=1-1
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A scanso di ulteriori problemi, vorrei fare una proposta: vietare nella maniera più assoluta che scuole, strade, camere del Senato siano intitolate a individui morti da meno di un secolo. Così che si abbia il tempo di stabilire se è stata vera gloria. Comunque, se dovessi vivere in via Lenin, massacratore della Russia, in via Che Guevara massacratore di gay, o insegnare nella scuola Pasolini avrei i guai miei con il disgusto o con la collera. Anche l’aeroporto intitolato a chi ha lasciati ai suoi figli il potere di destabilizzare il mio paese, e la proprietà di un partito, mentre io pensavo che un partito appartenesse ai suoi elettori, mi lascia perplessa. Aspettiamo sempre almeno un secolo. Chi vuole una copia del Diziinario Minimo der la difesa dell’ovvio scriva a silvana.demari53@libero.it
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Sulla morte di Stalin esiste un unico film, che io sappia, Morto Stalin se ne fa un altro, 2017 (diretto da Armando Iannucci). ed è un film di umorismo grottesco, dove però tutta l’idiozia e tutta la ferocia di Stalin saltano fuori. L’idiozia e la ferocia di Stalin, come la nauseante vigliaccheria di tutti coloro che lo circondavano, sono magistralmente descritte nel libro di Corti. Quando parlate con un comunista, chiunque abbia avuto la tessera del PCI, chiunque li abbia votati, ricordatevi che è gente il cui giornale, l’Unità, ha titolato alla morte di Stalin : è morto il più grande benefattore dell’umanità. Veramente abbiamo lasciato in mano a questi tizi, di cotale capacità cognitiva, la gestione della cultura? Un signore di Arcore, brava persona e per molti versi persona notevole, usava dire: Siete ancora e sempre dei poveri comunisti, vale a dire delle persone convinte che un sanguinario criminale i cui numeri fanno impallidire quelli di Hitler ( ma non quelli di Mao) fosse un benefattore. Il signore di Arcore è morto, ed è un peccato, anche perché ci ha lasciato in eredità i suoi figli e la signora Ronzulli. Nessuno è perfetto. Eugenio Corti, come anche Giovannino Guareschi, osa sottolineare l’assoluta imbecillità del comunismo sovietico, e quindi di tutti i suoi figli e figliastri. E questo, nel sistema culturale italiano nato nel dopoguerra, ha pesato enormemente. Per decenni in Italia la legittimazione culturale è passata attraverso ambienti nei quali l’egemonia marxista o postmarxista era fortissima: università, editoria, giornalismo culturale, cinema, scuola. Non serviva necessariamente essere grandi; bastava stare dentro un certo orizzonte. Al contrario, chi ne stava fuori doveva essere eccezionale per ottenere anche solo una minima attenzione. E a volte non basta nemmeno essere eccezionali . Ora tutto questo è peggiorato, e si è aggiunto anche il delirio woke. Pasolini, comunista, sodomita, e con forti sospetti di tendenze pedofile, risulta essere il meglio del meglio. Così accade che figure di area progressista vengano spesso assolte dalle loro contraddizioni private, morali o intellettuali in nome del loro ruolo simbolico, mentre figure conservatrici o antimarxiste debbano continuamente giustificare la propria esistenza culturale. Pasolini stesso, non sarebbe certo stato insofferente verso questa canonizzazione automatica. Era un intellettuale falsamente scomodo, sempre molto poco critico verso la sinistra italiana, con critiche chiaramente di facciata. Il sistema culturale ha trasformato il “Pasolini eretico” in un’icona rassicurante, mentre autori come Corti restano confinati in nicchie culturali, nonostante la statura letteraria. Il punto è chiedersi perché in Italia il talento venga sempre filtrato attraverso l’appartenenza ideologica. Perché uno scrittore marxista può essere mediocre senza compromettere la propria reputazione, mentre uno scrittore antimarxista deve essere gigantesco per essere appena tollerato? Questa asimmetria dice molto più delle istituzioni culturali che degli autori stessi. Eugenio Corti è solidamente assente anche dalle antologie. Molti studenti anche di valore non lo hanno mai sentito nominare. Si chiama censura. Se il signore di Arcore avesse usato un po’ dei suoi giornali e delle sue televisioni per levare la Kultura dalle mani di nipotini di Stalin sarebbe stato un grande. Peccato! Non lo è stato. Resta una brava persona, un ottimo uomo politico, ma come dicono le maestre del ragazzino intelligente che non fa i compiti, poteva fare di più, poteva rifondare la cultura italiana o almeno provarci. E ora il dato delle scuole intitolate è simbolico: non misura il valore letterario, ma il potere di influenza di una cultura dominante sulla memoria collettiva. E forse proprio qui sta la questione centrale: chi decide quali nomi debbano diventare “educativi” per le nuove generazioni? La qualità dell’opera? L’influenza storica? O la compatibilità ideologica con chi controlla i luoghi della formazione culturale? Pasolini ha assolto la criminale strage di Portius.
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Ben due persone mi hanno ringraziato per aver fatto loro scoprire Eugenio Corti, grazie a un articolo su La Verità. A Eugenio Corti risultano intitolate sostanzialmente zero scuole statali di rilievo nazionale; non emergono istituti scolastici ufficiali che portino stabilmente il suo nome. A Pier Paolo Pasolini risultano invece intitolate, che io sappia, almeno tre scuole, come riportato anche da varie fonti culturali e giornalistiche: una a Milano, una a Potenza e una a Pordenone. Questo dato, al di là delle simpatie personali, apre una riflessione interessante sul modo in cui l’Italia costruisce il proprio pantheon culturale. È inevitabile che Pasolini venga celebrato: in quanto cantore del comunismo è considerato un autore enorme, uno dei più influenti del Novecento italiano, capace di attraversare poesia, cinema, saggistica e critica sociale. In realtà è uno scrittore mediocre, nulla di quello che ha scritto è neanche lontanamente avvicinabile a “Il cavallo rosso” di Eugenio Corti. Come regista Pasolini è semplicemente inguardabile, ma non c’è limite a quanto tu possa essere mediocre: se sei iscritto al Partito Comunista, tutto ti sarà perdonato. Il fratello di Pierpaolo Pasolini, eroico partigiano della divisione Osoppo, fu massacrato a Portius dai partigiani comunisti. Quando Pasolini elogia come forma di “onestà” il partito comunista italiano, sta elogiando gente che con un attacco di una vigliaccheria ripugnante ha massacrato anche suo fratello: un personaggio di straordinaria etica, Pier Paolo Pasolini. I suoi film alternano primi piani dell’organo sessuale maschile (visto uno, visti tutti) alla straziante recitazione di gente che non sa recitare (ancora più inespressiva del succitato organo sessuale maschile) primo tra tutti Ninetto Davoli con eterno sorriso di ordinanza. Un film come Salò può essere concepito solo da una mente strutturalmente deforme. Pasolini è riuscito nell’incredibile impresa di rendere noioso e sgradevooe Totò. Ci sono forti sospetti su una predizione di Pasolini per persone molto giovani per atti erotici, ottenuti tramite la corruzione del denaro. È il caso di intitolare una scuola a un individuo su cui aleggino questi sospetti? Il problema nasce quando il criterio della memoria pubblica sembra diventare selettivo non sulla qualità dell’opera, ma sulla conformità ideologica al clima culturale dominante. Eugenio Corti è stato autore di un romanzo monumentale come “Il cavallo rosso”, tradotto all’estero, ammirato da critici internazionali, considerato da molti uno dei grandi romanzi europei del secondo dopoguerra. Era un intellettuale rigoroso, con una visione storica fortissima, una prosa ampia, una straordinaria capacità narrativa. Ma era anche apertamente antimarxista, cattolico, critico verso il comunismo novecentesco. Il suo dramma “Processo e morte di Stalin” mette a fuoco un punto fondamentale: il comunismo non è stato solo feroce, è stato ridicolo. I due figli maggiori del marxismo, il comunismo internazionale dell’Unione Sovietica e il nazional socialismo della Germania nazista, sono entrambi ridicoli. Il film più lucido sul nazismo è “La caduta, gli ultimi giorni di Hitler” (2004 diretto da Oliver Hirschbiegel). Nelle prime scene del film, vediamo Hitler, nel suo bunker accerchiato dall’armata rossa, che fantastica sul contrattacco di divisioni inesistenti, mentre un gruppo di generali resta terrorizzato sull’attenti davanti a questo ometto chiaramente squilibrato. La scena è usata in innumerevoli video comici su YouTube. Si tiene l’originale audio in tedesco , e si cambia il testo dei sottotitoli: Hitler è furibondo perché è uscito greco alla maturità, Hitler è arrabbiato perché la Roma ha perso con la Lazio eccetera. In questi video si intuisce la spaventosa valenza comica della scena originale, questo ometto che farnetica idiozie senza che nessuno dei generali che lo circonda tiri fuori la pistola e risolva le sorti di Berlino piantandogli due proiettili nel cranio.
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E come giustamente hanno sottolineato Benedetto Croce e Claude Lévi-Strauss, è stato grazie al fatto che siamo sporchi, brutti cattivi che noi, con la violenza e la ferocia dei barbari, abbiamo retto lo scontro con l’Islam e abbiamo contrattaccato. Quindi potrebbe essere venuto il momento di mandare all’inferno tutti i nostri critici, tutte le anime candide e tanto buone, e ritornare sporchi brutti e cattivi: gente che è in grado di impugnare l’ascia, o il suo corrispettivo attuale, per difendere le croci e le chiese, per difendere la libertà propria e dei propri figli. A cominciare dalla libertà elementare di camminare per strada senza avere il terrore di essere schiacciati come scarafaggi.  
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Cambiano il luogo, i morti, il sangue sull’asfalto; restano identici i toni, le parole d’ordine, i professionisti della spiegazione morale. Così, dopo la strage di Modena, sono già partite le analisi che vengono sempre “da lontano”. Nulla nasce davvero oggi, ogni lama, ogni ruota, ogni colpo, ogni massacro è soltanto l’ultimo anello di una genealogia infinita che conduce inevitabilmente altrove: ai confini, alle occupazioni, alle colpe occidentali sedimentate nella storia, in discriminazioni, marginalità, radicalizzazioni indirette, razzismi sistemici, colonialismi di ritorno e periferie esistenziali, che però fanno la bua solo al cuoricino degli islamici. Il vero pericolo, adesso, è la nostra reazione, ci spiegano: è importante comprendere, contestualizzare, restituire alla complessità, “non cedere all’odio”, gli appelli a “restare umani”, le tavole rotonde sulla convivenza, le veglie con le candele ecologiche e gli slogan prefabbricati. Già spiegano il collegamento simbolico con Gaza, lo spiegano quelli per cui il colpevole non è mai chi colpisce, ma chi ha creato le “condizioni culturali” affinché qualcuno colpisse. Il qualcuno che colpisce il libero arbitrio quindi non ce l’ha? “Non strumentalizzare”, “non generalizzare”, “non alimentare tensioni” sono frasi che non suonano nemmeno nobili, che sono solo tende tirate troppo in fretta dai vigliacchi che credono che la realtà, se non la guardi in faccia, scomparirà. Perché in fondo il punto non è Modena, non è nemmeno la strage. Il punto è chi ha il diritto di essere vittima senza condizioni e chi invece deve prima superare un esame ideologico per meritare pietà. E allora resta soltanto una domanda, la più semplice e forse la più scandalosa: siamo ancora capaci di chiamare il male col suo nome? Gli insegnanti che hanno costretto i loro studenti a stare con i piedi bagnati e nudi – perché nella loro testolina politicamente corretta questa è la condizione degli energumeni che spendono dai 5000 agli 8000 dollari a testa per venire a schiavizzare l’Italia – tengono anche corsi sull’uso del machete, del coltello, dell’auto sui passanti? A meno che, in un Occidente senza più orgoglio, non si risvegli la collera. Il punto siamo noi. La nostra stanchezza morale. La nostra incapacità di chiamare le cose con il loro nome. E quando una civiltà perde il coraggio delle parole, prima o poi perde anche quello della libertà. I buoni ci spiegano che la collera è una cosa cattiva, da gente sporca, brutta e cattiva. E qui hanno ragione, noi eravamo sporchi, brutti e cattivi. Questa è la terra che ha visto la vittoria di Poitiers. Questa è la terra da cui sono partite le navi per Lepanto. Questa è la terra che ha visto gli Ussari Alati di Polonia con una cavalcata leggendaria dal monte Kalemberg spezzare l’assedio ottomano di Vienna. Questo è il continente dove sono state scritte le leggi che hanno vietato lo schiavismo. Questa è la terra schiavizzata da otto secoli di pirateria saracena, che il nome di Cristo e al suono delle campane ha combattuto per la libertà e l’ha salvata. L’Islam ha spazzato via il Cristianesimo dal Nord Africa, dall’Anatolia che era l’Impero romano d’Oriente, da Istanbul che si chiamava Costantinopoli, dalla Siria dove ci sono le 300 chiese più antiche. Il Cristianesimo ha resistito solo qui in Europa, e ha resistito perché ci siamo noi che siamo, anzi eravamo, sporchi brutti e cattivi. Nella costituzione dell’identità europea ci sono quattro elementi: la spiritualità biblico-evangelica (l’aria), la filosofia greca (l’acqua), il diritto romano (la terra). Certo, ma questi tre pilastri c’erano anche in Nord Africa e in Siria, che non hanno resistito. Noi abbiamo un quarto elemento: il fuoco, ossia la violenza e la ferocia dei barbari. Noi siamo una civiltà spirituale, duttile, pragmatica e anche violenta. I barbari sono stati una componente essenziale della civiltà europea: una chiesa romanica non somiglia per nulla a un tempio greco o romano.
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C’è una parola che l’Occidente ha smesso di pronunciare: realtà, la realtà di chi adora assassinarci. Noi europei, tanto accoglienti e inclusivi, abbiamo preferito raccontarci una fiaba, la fiaba del dialogo, una bella fiaba dove il drago è in fondo una brava persona, qualcuno con cui fare un affidabile compromesso, perché lo rispetterà. I vili amano appassionatamente la fiaba rassicurante secondo cui ogni estremismo, in fondo, può essere addomesticato con trattati, conferenze, e tanta accoglienza. In realtà è una fiaba idiota che pensa di addomesticare un sistema ideologico che ha alla sua base un libro su cui è scritto “Uccidete gli infedeli ovunque li incontriate” (Corano, 2:191), e alla sua origine un uomo che ha imposto la fede con la spada e ha ordinato ai suoi seguaci di conquistare militarmente il mondo. Guardate una carta geografica: dal Marocco all’Indonesia è tutto Islam e ovunque sia arrivato, al di fuori dell’Arabia Saudita, ci è arrivato con il ferro, il fuoco e il dolore e distruggendo le civiltà precedenti con una tale ferocia che ne abbiamo perso memoria: chi ricorda che la Siria è la seconda culla della Cristianità, che il Nord Africa era cristiano, verde e civilissimo, che l’Anatolia era l’Impero Romano d’Oriente, Istambul era Costantinopoli? L’ultimo nucleo di cristiani, gli armeni, sono stati macellati durante la prima guerra mondiale nell’indifferenza del mondo, con un mondo che oggi tollera la tracotanza turca, l’intollerabile impudenza del governo turco che nega il genocidio e parla con orgoglio dell’invasione di Costantinopoli, fatta con le armi e la ferocia, che nel giro di quattro secoli ha ridotto a zero la popolazione cristiana. Il governo turco parla con orgoglio dell’invasione dell’Europa fatta con gli immigrati, mentre noi idioti non solo non abbiamo chiuso le frontiere a chi ricorda con orgoglio di aver massacrato gli armeni, ma ci rimproveriamo anche di non essere abbastanza inclusivi, abbastanza accoglienti. Chi ricorda che l’Afganistan è una culla del Buddismo, chi ricorda che il Bangladesh è una culla dell’Induismo, da cui 10 milioni di induisti sono stati cacciati nel 1971, la più numerosa pulizia etnica mai avventa al mondo, cacciati con violenze bestiali, uomini castrati perché non circoncisi, donne stuprate, bambini con il cranio fracassato. Il Libano era cristiano e civilissimo, la Svizzera del Medio Oriente, prima che le belve dell’OLP lo riducessero a una cloaca, la rampa di lancio dei missili di Hezbollah. Dal Marocco all’Indonesia è tutto Islam, meno i 19000 chilometri quadrati senza una goccia di petrolio del minuscolo Stato di Israele (più piccolo del Piemonte), fondato da uomini e donne con un coraggio da leoni, gli unici che dal Marocco all’Indonesia hanno osato riconquistare la terra dei padri, per questo considerati belve da tutti gli zuzzurelloni che beano la loro vigliaccheria con la bandiera di Hamas. Il pargolo di Modena, giovane laureato con il cuoricino spezzato per non essere stato accolto e coccolato da un quantitativo di coccole da lui considerato sufficiente, ci dicono non far parte di nessun movimento armato organizzato: l’Islam è un movimento armato organizzato, dove ogni vero islamico è una cellula dormiente. Ci spiegano sempre che il terrorista di turno è un pazzerello isolato, ma nessuno si domanda mai perché i pazzerelli non siano mai buddisti, induisti, scintoisti. Nessuno si chiede mai se ci sia un qualche rapporto tra l’essere terroristi e l’ordine del Corano di terrorizzare e uccidere gli infedeli. Molti mi diranno che la maggior parte degli islamici non uccide e non terrorizza nessuno. Certo, esattamente come la maggior parte dei cattolici non va in chiesa e spesso convive. Si tratta di persone che non eseguono gli ordini della propria religione. Aspettiamo con serenità, perché ormai il copione lo conosciamo. È un rito civile, una liturgia mediatica, una processione di indignazioni selettive e assoluzioni automatiche.
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