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Analisi indipendenti su mercati finanziari, macroeconomia, AI e tecnologia. Nessun segnale di trading. https://aboutmarkets.it/ 🔹Alessio Garzone @alessiogarzone 🔹 Carlo De Luca @carlo_de_luca Gamma Capital Markets
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📺 Oggi alle 12:20 saremo in diretta su Il Sole 24 Ore.
Alessio Garzone parlerà di mercati, gas e petrolio, con un focus sulle ripercussioni dell’attuale scenario energetico sui mercati finanziari.
Diretta qui 👇
https://stream24.ilsole24ore.com/video/italia/diretta-tv/AHkrs5MB
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🟢 BREAKING NEWS – Campari +4,5%
▪️ Campari corre a Piazza Affari dopo due upgrade: UBS passa a Buy con target €7, mentre Morgan Stanley alza a Overweight con target €6,50.
▪️ UBS vede una possibile accelerazione della crescita organica oltre il 4% nel secondo semestre, sostenuta soprattutto da aperitivi e ready-to-drink. Negli USA le vendite retail sono tornate positive: +2,5% nel Q3-to-date, contro -2% nel secondo trimestre.
▪️ Gli analisti vedono inoltre un Q3 forte, miglioramento dei margini e free cash flow 2027 oltre €400 milioni, circa il 14% sopra il consenso.
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ABOUT MARKETS | E se l’AI rallentasse davvero?
Come avevamo scritto nel post LinkedIn di stamattina, continuiamo a pensare che un vero rallentamento coordinato dell’AI sia difficile da realizzare.
Gli incentivi economici e geopolitici spingono ancora nella direzione opposta. Ma facciamo un esercizio: ammettiamo che il rallentamento arrivi. Cosa succederebbe dopo?
Prima distinzione importante: rallentare lo sviluppo dei modelli più avanzati non significa smettere di usare l’AI. Le aziende continuerebbero a implementare i modelli già disponibili, i data center già costruiti continuerebbero a lavorare e la domanda di inference resterebbe elevata.
▪️Comunque sia, ammettiamo che il rallentamento fosse dietro l'angolo. A quel punto potrebbe cambiare soprattutto la direzione del denaro. Negli ultimi anni la parola d’ordine è stata build, build, build: GPU più potenti, nuovi cluster, più memoria, più energia. Con una frontiera tecnologica che avanza più lentamente potremmo passare a una fase diversa: Build → Deploy → Monetize. In pratica, meno corsa a costruire il prossimo modello e più attenzione a guadagnare con ciò che è già stato costruito.
▪️ I semiconduttori probabilmente sarebbero i primi a soffrire. Il motivo è semplice da capire, buona parte delle valutazioni incorpora una crescita molto elevata e quasi continua degli investimenti. Se la velocità della corsa rallenta, il primo effetto potrebbe essere un de-rating dei multipli. Il SOX (ETF sui semiconduttori), nonostante la recente correzione, resta infatti uno dei segmenti che ha corso di più.
▪️ Hyperscaler e software potrebbero invece sorprendere in positivo. Microsoft, Alphabet, Amazon e Meta hanno già investito enormemente. Se non fossero costrette a rincorrere una nuova generazione tecnologica ogni pochi mesi, avrebbero più tempo per aumentare utilizzo, prezzi e ritorni sugli investimenti già effettuati. Sarebbe forse addirittura un vento positivo, se ci pensate.
▪️ Software, data platform, workflow e cybersecurity diventano particolarmente interessanti. Se la fase successiva dell’AI sarà meno “costruiamo tutto” e più “usiamo bene quello che abbiamo”, una parte del valore potrebbe spostarsi dall’hardware alle applicazioni. Più agenti AI, più dati e più automazione significano anche più superfici da proteggere: per la cybersecurity il ragionamento è particolarmente forte.
▪️ Quindi un rallentamento non significherebbe necessariamente fine del trade AI. Potrebbe significare semplicemente una rotazione interna: meno premio alla velocità di costruzione, più premio alla capacità di monetizzare.
La vera linea rossa sarebbe una regolamentazione capace di colpire contemporaneamente sviluppo dei modelli, investimenti infrastrutturali e utilizzo commerciale. Solo in quel caso il problema smetterebbe di essere una rotazione tra settori e diventerebbe un rischio per l'intero ecosistema AI, e potenzialmente anche per il mercato più ampio, visto che l'AI ha coinvolto molti settori, finora.
Dunque, ricapitolando, anche nello scenario in cui l’AI dovesse rallentare, non pensiamo che la conclusione automatica debba essere “il Tech crolla”. Più probabilmente cambierebbe dove si crea valore: meno premio a chi corre per costruire il chip o il modello più potente, più attenzione a chi riesce a trasformare gli investimenti già fatti in ricavi, margini e produttività.
Ed è proprio per questo che ragioniamo per scenari. Non serve indovinare perfettamente cosa accadrà: serve sapere in anticipo cosa fare se accade. Se la corsa all’infrastruttura continuerà, sappiamo quali aree possono beneficiarne; se invece dovesse rallentare, il capitale potrebbe semplicemente spostarsi verso hyperscaler, software, cybersecurity e applicazioni.
Per noi questo è un reale motivo in più per non trattarla come un unico trade. Il mercato cambia, i vincitori possono cambiare con lui. Il nostro lavoro è arrivare preparati prima che quella rotazione diventi evidente a tutti.
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Buongiorno,
weekend piuttosto movimentato e settimana che si apre con parecchi temi da monitorare.
▪️ Petrolio ancora protagonista. L’Arabia Saudita ha fermato l’oleodotto East-West dopo gli attacchi provenienti dall’area irachena di Maysan. Il Brent questa mattina è salito fino a oltre 108 dollari al barile, mentre il WTI si muove intorno ai 103 dollari.
▪️ Si complica anche il dossier Hormuz. L’incontro previsto tra Iran e Paesi del Golfo per discutere un corridoio temporaneo per il traffico marittimo è stato rinviato senza una nuova data. Finché non arriveranno segnali concreti di distensione, il premio geopolitico sul petrolio difficilmente sparirà.
▪️ Sul fronte geopolitico, Xi Jinping e Narendra Modi si sono incontrati a margine del vertice BRICS, mentre un nuovo attacco russo su Odesa continua a mantenere sotto pressione la navigazione e i flussi commerciali nel Mar Nero.
▪️ Qualche segnale più distensivo arriva invece dal commercio. Trump ha annunciato la rimozione dei dazi sul whiskey irlandese e si è detto ottimista sulla possibilità di raggiungere presto un accordo commerciale con il Canada.
▪️ AI nuovamente sotto i riflettori. Le dichiarazioni di Dario Amodei, Sam Altman, Elon Musk e altri protagonisti del settore sulla necessità di rallentare lo sviluppo dei modelli più avanzati hanno riaperto una discussione che va ben oltre la tecnologia. Il mercato ha iniziato subito a interrogarsi sulle possibili conseguenze per investimenti, capex e semiconduttori.
Ne abbiamo parlato qui, provando a leggere il tema attraverso il dilemma del prigioniero:
https://www.linkedin.com/posts/alessio-garzone_il-dilemma-del-prigioniero-applicato-all-activity-7505158250464538624-k_oK?utm_medium=ios_app&rcm=ACoAACKG5wQB12e2st8be3_BuKFPqzjnaViCqoM&utm_source=social_share_send&utm_campaign=copy_link
Da monitorare questa settimana:
▪️ Fed: è l’appuntamento principale. Dopo l’ultimo dato sull’inflazione, il mercato considera molto probabile un rialzo dei tassi. Più ancora dei 25 punti base, conteranno le parole di Warsh e soprattutto capire se si tratta di un aggiustamento isolato oppure dell’inizio di qualcosa di più lungo.
▪️ Bank of England: atteso un nulla di fatto sui tassi, ma energia e inflazione continuano a complicare il quadro.
▪️ Bank of Japan: il mercato si aspetta un nuovo rialzo. Con i rendimenti giapponesi già su livelli che non vedevamo da decenni, sarà un altro passaggio importante per obbligazioni e yen.
▪️ Petrolio e Hormuz: qualsiasi notizia su negoziati, oleodotti o nuove interruzioni dell’offerta può muovere rapidamente energia, inflazione attesa e rendimenti obbligazionari.
▪️ Tecnologia e semiconduttori: vedremo se il tema del rallentamento dell’AI resterà soltanto un dibattito politico e filosofico oppure inizierà a influenzare davvero aspettative di capex e valutazioni.
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Leggiamo, studiamo e condividiamo. Abbiamo letto un report di Bank of America in cui Michael Hartnett mette l’attenzione su un tema che secondo noi vale la pena seguire nelle prossime settimane: il diesel negli Stati Uniti.
▪️ Il prezzo medio del diesel americano è arrivato intorno ai 6 dollari al gallone, su livelli record, mentre il petrolio greggio resta ancora sotto i picchi raggiunti durante la crisi ucraina. È una divergenza interessante, perché il diesel entra molto più direttamente nell’economia reale di quanto faccia il semplice prezzo del barile.
▪️ Camion, trasporti, agricoltura, costruzioni, industria. Se costa molto di più muovere merci e produrre, quel costo da qualche parte deve finire. Può essere trasferito sui prezzi finali, ma può anche essere assorbito dalle aziende. E qui secondo noi c’è un punto importante: non è detto che il problema si presenti subito sotto forma di inflazione più alta. Potrebbe presentarsi prima sotto forma di margini più bassi e utili più deboli.
▪️ Per questo il tema stagflazione va maneggiato con un po’ di cautela. Parlare già oggi di stagflazione sarebbe prematuro. Però la combinazione sta diventando meno comoda: energia cara, rendimenti elevati e un’economia che deve continuare a crescere abbastanza da assorbire questi costi. Più questa situazione dura, più diventa difficile pensare che tutto possa essere digerito senza conseguenze.
▪️ Bank of America suggerisce quindi di osservare anche i trasporti americani. L’ETF IYT si sta avvicinando all’area 80, dove passa la media mobile a 200 giorni. Non perché una media mobile possa prevedere una recessione, ovviamente, ma perché i trasporti sono uno dei posti in cui un eventuale deterioramento dell’economia reale potrebbe iniziare a vedersi prima.
▪️ Quello che pensiamo noi è che forse stiamo tutti guardando troppo CPI, Fed e petrolio, mentre il segnale più utile potrebbe arrivare da qualcosa di molto più banale. Quanto costa portare una merce dal punto A al punto B? E soprattutto, le aziende riescono ancora a scaricare quel costo sui clienti senza perdere domanda? Se la risposta cominciasse a diventare “no”, potremmo vedere un rallentamento degli utili anche senza un’esplosione immediata dell’inflazione. Ed è probabilmente questo, più della parola “stagflazione” in sé, il rischio che vale la pena monitorare.
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▪️ Il Sole 24 Ore – Plus24 | La giornalista Lucilla Incorvati ha intervistato Carlo De Luca, Responsabile Investimenti di Gamma Capital Markets, sui titoli di Piazza Affari che potrebbero beneficiare dell’attuale scenario energetico, con focus su Eni, Saipem, Prysmian e utility.
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❗️Comunicazione di servizio – Consultinvest Flex❗️
A tutti i consulenti finanziari di Consultinvest SGR.
Gentili Consulenti,
desideriamo informarvi che Gamma Capital Markets terminerà l’attività di advisory sul fondo Consultinvest Flex il prossimo 30 settembre 2026.
L’attività di advisory è iniziata il 28 marzo 2024 e, al 31 agosto 2026, il fondo registra una performance complessiva del +19,73%.
Nell’ultimo anno il fondo ha registrato un rendimento del +12,77%, con una volatilità annualizzata del 7,24%, rispetto al +10,83% del benchmark, composto per il 50% da MSCI World e per il 50% da liquidità remunerata.
Riteniamo importante sottolineare che questi risultati sono stati ottenuti tenendo conto di una commissione annua del fondo pari al 3,65%, quindi in presenza di un livello di costi particolarmente significativo.
Fino al 30 settembre continueremo naturalmente a seguire il portafoglio con la stessa attenzione e disciplina che hanno caratterizzato la gestione dall’avvio dell’incarico.
Gamma Capital Markets – Investment Team
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Riflessioni sull'inflazione
Ci siamo presi il giusto tempo per analizzare bene i dati.
Il dato sull’inflazione americana di agosto, a prima vista, non è particolarmente rassicurante. Il CPI headline sale dello 0,4% mensile, in linea con le attese, mentre il core fa +0,3% contro il +0,2% previsto. E infatti il mercato dei tassi ha reagito subito: la probabilità di un rialzo Fed la prossima settimana è salita vicino al 90%.
Eppure l’azionario, almeno per ora, sta reggendo bene. Anzi, i futures sull’S&P 500 restano positivi. Il biennale americano ha avuto una fiammata iniziale, ma poi ha restituito buona parte del movimento.
Può sembrare una reazione strana, ma secondo noi un senso ce l’ha.
Partiamo da un dettaglio che sembra banale, ma che in realtà racconta molto bene questo CPI: i decimali.
L’inflazione core annuale viene mostrata in rallentamento dal 2,5% al 2,4%. Letta così, sembra una buona notizia. Ma andando oltre l’arrotondamento scopriamo che siamo passati dal 2,478% al 2,446%. In pratica, il miglioramento effettivo è di appena tre centesimi di punto percentuale.
Allo stesso tempo, il dato mensile core è passato dallo 0,215% di luglio allo 0,290% di agosto.
Quindi abbiamo contemporaneamente un’inflazione annuale che scende e un’inflazione mensile che accelera.
Non c’è nessuna contraddizione. Semplicemente stiamo guardando lo stesso fenomeno da due prospettive diverse.
Ed è probabilmente questo il messaggio più corretto da portarsi a casa: la disinflazione non è scomparsa, ma agosto non ci dà quella conferma pulita che la Fed avrebbe voluto vedere per restare ferma senza troppe discussioni.
Anche guardando il ritmo annualizzato degli ultimi tre mesi, passiamo da circa l’1,6% di luglio a poco meno del 2%. Non siamo davanti a numeri fuori controllo, ma la direzione nell’ultimo mese è peggiorata.
Poi c’è la composizione.
La benzina è salita quasi del 4% e ha pesato molto sul dato generale. Però non possiamo utilizzare l’energia come spiegazione della sorpresa sul core, perché dal core l’energia viene esclusa.
Anche il settore abitativo è risalito, ma buona parte dell’accelerazione arriva dagli alloggi fuori casa, mentre affitti e affitti equivalenti dei proprietari sono cresciuti in maniera molto più contenuta. Abbiamo poi avuto un aumento piuttosto forte delle comunicazioni, mentre sanità e assicurazioni auto hanno invece contribuito nella direzione opposta.
Insomma, non vediamo un rapporto che dica che l’inflazione sta improvvisamente ripartendo ovunque. Ma non vediamo neanche un dato abbastanza tranquillo da poter essere liquidato con un “tutto risolto”.
Ed è qui che arriviamo alla reazione del mercato.
Prima della pubblicazione c’era parecchia negatività incorporata nei prezzi. Venivamo da dati sul lavoro molto forti, da un PPI non particolarmente favorevole e da settimane in cui il mercato aveva progressivamente aumentato le probabilità di una Fed più aggressiva.
Il rialzo di settembre non nasce oggi.
Prima del CPI il mercato gli attribuiva già una probabilità intorno al 67%. Dopo il dato siamo arrivati vicino al 90%.
Il titolo “90% di probabilità di rialzo” fa naturalmente impressione. Ma tradotto in punti base il cambiamento è molto meno drammatico.
Prima del dato il mercato prezzava circa 17 punti base di rialzo a settembre. Dopo il CPI siamo intorno ai 22 punti base.
Quindi oggi abbiamo aggiunto grosso modo 5 punti base di stretta attesa, non 25.
Una parte molto importante della cattiva notizia era già dentro i prezzi.
Questo aiuta parecchio a spiegare perché l’S&P 500 non stia reagendo come ci si potrebbe aspettare leggendo solamente il titolo sull’aumento delle probabilità Fed.
In più stiamo comunque parlando, almeno per il momento, di un rialzo da 25 punti base.
Non vogliamo minimizzarlo. Un rialzo è un rialzo, soprattutto dopo che il mercato per mesi aveva ragionato sulla possibilità che il ciclo restrittivo fosse praticamente concluso.
Ma c’è una differenza enorme tra una Fed che decide di aggiungere un ultimo 0,25% per assicurarsi che l’inflazione torni sotto controllo e una Fed che scopre di dover iniziare un nuovo ciclo di rialzi.
È probabilmente qui che si giocherà tutto.
Se il messaggio sarà: “alziamo di 25 punti base e poi torniamo a osservare i dati”, il mercato potrebbe anche assorbirlo abbastanza bene. Il problema verrebbe semplicemente rimandato al prossimo CPI, al prossimo PCE e alla riunione successiva.
Se invece nelle prossime settimane inizieremo a vedere altri dati di inflazione forti, rendimenti in salita e una curva Fed che comincia a prezzare non uno, ma tre, quattro o cinque rialzi, allora il discorso cambierà completamente.
Per ora non siamo lì.
Ed è anche per questo che troviamo interessante il comportamento del Treasury biennale. La prima reazione è stata esattamente quella che ci si aspetterebbe: rendimento in forte salita. Poi una buona parte del movimento è rientrata.
Il mercato ci sta dicendo che il rialzo di settembre è diventato molto probabile, ma non sta ancora scommettendo con la stessa convinzione su una nuova fase prolungata di restrizione monetaria.
Anche l’azionario stia facendo lo stesso ragionamento.
C'era molta negatività prima del dato e, per il momento, non abbiamo ricevuto quel numero abbastanza brutto da costringere il mercato a cambiare completamente scenario.
Il vero rischio non è necessariamente il rialzo della prossima settimana.
Il vero rischio sarebbe scoprire che quello della prossima settimana non è un rialzo isolato, ma il primo di un nuovo ciclo.
Fino a quando non avremo evidenze in quella direzione, il mercato può continuare a convivere con una Fed leggermente più restrittiva di quanto sperato.
Per questo, almeno oggi, più che il 90% di probabilità di rialzo forse è meglio guardare a quello che succederà dopo. Alla fine, i mercati sono un pò così, guardano sempre avanti e in questo caso, il prossimo dato sull’inflazione probabilmente conterà più di questo.
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BREAKING – CPI USA: core più caldo, ma il mercato per ora non prende una direzione netta
▪️ CPI headline: +0,4% m/m, in linea con le attese. Su base annua resta al 3,4%.
▪️ Il dato più importante era il Core CPI, uscito a +0,3% m/m contro +0,2% atteso. Su base annua scende comunque dal 2,5% al 2,4%.
▪️ Era proprio questo il punto che avevamo evidenziato prima del dato: 0,2% core avrebbe dato più spazio alla Fed per aspettare, 0,3% rende invece più concreto lo scenario di un rialzo a settembre.
▪️ La prima reazione si vede soprattutto sui Treasury: il 2 anni è salito dal 4,57% a circa 4,63%, segnale che il mercato obbligazionario sta prezzando una Fed più hawkish.
▪️ Sull’azionario, però, la reazione è stata molto più contenuta. Il Nasdaq future è passato da circa +0,70% a +0,48%, quindi ha perso qualcosa ma senza un vero sell-off.
▪️ È questo l’aspetto interessante: il mercato, per ora, non sembra ancora aver deciso come leggere il dato. I bond stanno reagendo in modo più netto, mentre i futures azionari restano relativamente resilienti.
▪️ Considerando che arriviamo già da payroll forti, PPI caldo e petrolio elevato, il CPI core di oggi aggiunge un altro elemento hawkish. Ma probabilmente servirà l’apertura di Wall Street per capire se l’azionario deciderà davvero di preoccuparsi o se continuerà ad assorbire anche questo dato senza troppi danni.
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ANTEPRIMA CPI USA | ABOUT MARKETS
▪️ È l’ultimo grande dato prima della Fed del 16 settembre, e arriva in un contesto già piuttosto teso. Ieri il PPI è salito dello 0,4% nel mese, i payroll di agosto sono stati molto più forti delle attese, il petrolio è sopra i 100 dollari e il Treasury decennale è vicino al 4,9%. Il mercato sta già prezzando circa il 70% di probabilità di un rialzo. Quindi oggi non partiamo da una situazione neutrale. Alla Fed serve un CPI abbastanza buono per giustificare un altro mese di attesa.
▪️ Le attese sono +0,4% mensile e 3,4% annuo per il dato generale, +0,2% e 2,4% per il core. Le stime delle grandi banche sono tutte concentrate praticamente nello stesso punto, ovvero circa 0,21-0,23% sul core. Parliamo di decimali, il
margine d’errore è veramente ridotto all’osso. Un dato reale dello 0,24% viene pubblicato come 0,2%, uno dello 0,26% come 0,3%. La differenza economica è quasi nulla, ma il mercato potrebbe trattare il primo come “Fed ferma” e il secondo come “Fed alza”. Oggi rischiamo quindi di vedere miliardi muoversi anche sulla base di un arrotondamento.
▪️ Per questo entreremo subito dentro il dato. Gli affitti stanno continuando a rallentare, con OER e rent attesi poco sopra il +0,2%, ed è un segnale importante perché sono componenti molto più persistenti dell’inflazione. Al contrario, i biglietti aerei sono attesi intorno al +4%, le auto usate potrebbero risalire e l’energia sta aumentando i costi di trasporto. Un core alto perché salgono voli e auto non racconta la stessa storia di un core alto perché tornano ad accelerare affitti e servizi.
▪️ C’è poi un problema temporale che secondo noi va tenuto bene a mente. Il CPI di oggi fotografa agosto, mentre petrolio ed energia hanno continuato a salire anche dopo. Quindi persino un buon dato oggi non chiuderebbe completamente il problema inflazione. Potrebbe essere sufficiente per lasciare ferma la Fed la prossima settimana, ma se il petrolio resta su questi livelli una parte dello shock deve ancora passare attraverso trasporti, merci e servizi. Il vero tema dei prossimi mesi sarà capire quanto di questi maggiori costi verrà assorbito dalle aziende e quanto finirà sui consumatori.
▪️ Dopo la pubblicazione guarderemo soprattutto il Treasury decennale. Con un core vicino allo 0,2%, azioni e obbligazioni dovrebbero trovare sollievo. Sopra lo 0,3%, il rischio è vedere il mercato prezzare quasi completamente un rialzo e il 10Y attaccare il 5%. Ma c’è anche uno scenario più interessante: CPI buono, Fed più tranquilla e rendimenti lunghi che restano comunque vicini al 5%. In quel caso avremmo una conferma che il problema non è più soltanto la Fed. Petrolio, deficit, emissioni di debito e premio a termine starebbero continuando a tenere alto il costo del denaro.
Ed è probabilmente il segnale più importante da osservare dopo le 14:30.
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Il Treasury compra, ma il mercato non gli fa sconti
▪️ Ieri il Tesoro USA poteva riacquistare fino a $6 miliardi di titoli a lunga scadenza. Gli investitori gliene hanno offerti per $10,5 miliardi, quindi i venditori c’erano eccome. Alla fine il Tesoro ne ha comprati solo $5,187 miliardi, perché una parte delle offerte chiedeva prezzi troppo alti. In sostanza: il Treasury era disposto a comprare, ma non a qualsiasi prezzo.
▪️ Questo passaggio secondo noi è importante. Il Tesoro ha appena aumentato molto la capacità di riacquisto proprio per dare più sostegno alla parte lunga della curva, ma già alla prima operazione non è riuscito a utilizzare tutto il plafond. Alcuni investitori hanno provato a sfruttare la situazione chiedendo condizioni particolarmente favorevoli per vendere i propri bond.
▪️ Il mercato ha reagito male: il rendimento del Treasury decennale è salito fino al 4,94%, circa 10 punti base in più nella seduta. Quindi, almeno per ora, questi riacquisti non stanno riuscendo a fermare la pressione sui rendimenti americani a lunga scadenza.
▪️ È qui che secondo noi bisogna fare attenzione. Washington può aumentare i buyback, può cercare di migliorare la liquidità del mercato e può modificare la gestione delle emissioni. Ma se gli investitori continuano a chiedere rendimenti sempre più alti per prestare soldi agli Stati Uniti a 10, 20 o 30 anni, il problema resta aperto.
▪️ E questo va ben oltre il mercato obbligazionario. Un Treasury a lunga scadenza vicino al 5% alza il costo del capitale per tutto il sistema e rende più difficile sostenere valutazioni elevate sull’azionario. Continuiamo quindi a guardare questa parte della curva con molta attenzione: in questa fase, probabilmente, è uno dei segnali più importanti che il mercato ci sta dando.
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Buongiorno
Wall Street chiude in calo, con il nuovo balzo del petrolio che riaccende i timori sull’inflazione e spinge ancora più in alto i rendimenti dei Treasury. Il Nasdaq è il più debole, mentre in Europa tutti i principali listini terminano la seduta in rosso.
🇺🇸 USA
S&P 500 -0,58% | Nasdaq 100 -1,08% | Dow Jones -0,61% | Russell 2000 -1,04%
🇪🇺 Europa
Euro Stoxx 50 -0,66% | DAX -0,69% | CAC 40 -0,49% | FTSE MIB -0,13%
Settori USA
🟢 Migliori: Consumer Staples +0,25%, Communication Services +0,25%
🔴 Peggiori: Materials -1,48%, Utilities -1,00%, Technology -0,94%
I temi principali della giornata
▪️ Il petrolio torna al centro di tutto. Il WTI ha chiuso a 102,48 dollari e il Brent a 107,63, entrambi in rialzo di oltre 6 dollari. Le tensioni si sono concentrate sullo stretto di Bab el-Mandeb, dopo le notizie secondo cui gli Houthi sarebbero vicini a controllare questo passaggio strategico. Con Hormuz già sotto pressione, il mercato ha iniziato a prezzare il rischio di nuove interruzioni alle rotte energetiche.
▪️ Treasury ancora sotto pressione. Il rendimento del 2 anni è salito di circa 13 punti base al 4,57%, il decennale ha raggiunto il 4,96% e il trentennale il 5,37%, massimo dal 2007. L’asta a 30 anni è stata molto forte, ma non è bastata a fermare le vendite: in questa fase il petrolio conta più della domanda emersa in una singola asta.
▪️ PPI misto, ma il mercato guarda già al CPI. I prezzi alla produzione sono saliti dello 0,4% mensile e del 5,4% annuo, leggermente sopra le attese su base annua. Il dato core mensile, invece, si è fermato allo 0,2%, sotto il consenso. La componente energetica ha spiegato gran parte dell’aumento e il mercato assegna ora circa il 70% di probabilità a un rialzo Fed da 25 punti base a settembre.
▪️ La BCE alza i tassi al 2,50%. La decisione, attesa e unanime, è arrivata senza indicazioni precise sulle prossime mosse. Francoforte ha però rivisto al rialzo le stime d’inflazione per il 2027 e alcune indiscrezioni indicano che un altro rialzo potrebbe essere discusso già a ottobre. L’euro si è indebolito soprattutto per la forza generalizzata del dollaro, con EUR/USD sceso fino a 1,1592.
▪️ Oracle sale dopo i conti, ma il nodo resta la spesa. Nel dopo mercato il titolo ha guadagnato circa il 4%: ricavi rettificati a 19,35 miliardi di dollari, EPS a 1,92 dollari e cloud infrastructure in crescita del 121%. Il mercato ha premiato l’accelerazione del cloud, ma il CapEx trimestrale di 28,5 miliardi, molto superiore alle attese, mantiene aperte le domande su debito e generazione di cassa.
Tutta l’attenzione oggi va al CPI americano di agosto, vero test per le attese sulla Fed, insieme alla fiducia preliminare dell’Università del Michigan e alle aspettative d’inflazione dei consumatori. Restano centrali anche gli sviluppi in Medio Oriente e il report mensile dell’IEA sul petrolio.
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🇺🇸 USA – PPI sostanzialmente in linea, ma qualche segnale meno rassicurante sotto la superficie
▪️ PPI di agosto +0,4% m/m, in linea con le attese, mentre il dato core è salito +0,2% contro il +0,3% atteso. Su base annua headline al 5,4% e core al 4,6%.
▪️ Le richieste iniziali di sussidio sono risultate sostanzialmente stabili a 206k, contro 205k attese. Continuing claims a 1,774 mln, leggermente migliori delle previsioni.
▪️ Il dato complessivo non sorprende molto, ma alcune componenti che confluiscono nel PCE, in particolare biglietti aerei e cure ospedaliere, mostrano pressioni elevate. Questo mantiene un certo rischio al rialzo sull'inflazione core di fine mese.
▪️ Reazione negativa dei mercati: Nasdaq future -1,1%, S&P 500 -0,4%, Euro Stoxx 50 -0,5%. Rendimenti USA e dollaro in rialzo, mentre oro -1,6% e argento -4,7%.
Il PPI quindi non rappresenta uno shock, ma non offre neppure il segnale di raffreddamento dell'inflazione che il mercato avrebbe voluto vedere, soprattutto in una giornata già appesantita dal rialzo del petrolio e dalla stretta della BCE.
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🔴 BCE: TASSI ALZATI DI 25 PUNTI BASE
▪️ La BCE porta il tasso sui depositi al 2,50%, reagendo alle nuove pressioni inflazionistiche generate dal conflitto in Medio Oriente.
▪️ L’inflazione è attesa al 3,0% nel 2026, al 2,5% nel 2027 e al 2,1% nel 2028. Le stime per il 2027 e il 2028 sono state riviste al rialzo.
▪️ Francoforte riconosce un’economia europea più resistente del previsto, ma vede rischi al rialzo per l’inflazione e al ribasso per la crescita.
▪️ Nessuna indicazione sulle prossime mosse: le decisioni saranno prese riunione per riunione. Ora l’attenzione passa alla conferenza stampa di Lagarde.
https://www.ecb.europa.eu/press/pr/date/2026/html/ecb.mp260910~314e508016.en.html
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🇪🇺 BCE, decisione sui tassi in arrivo
▪️ A breve arriverà la decisione della BCE. Il mercato si aspetta un rialzo di 25 punti base, con il tasso sui depositi al 2,50%.
▪️ Inflazione ancora sopra target, crescita europea resiliente e mercato del lavoro stabile stanno dando alla BCE spazio per intervenire.
▪️ Più del rialzo di oggi, già ampiamente atteso, conteranno le parole di Lagarde: il mercato cercherà di capire se settembre sarà l’ultimo intervento o se resta aperta la porta a un altro rialzo entro fine anno.
▪️ Il vero punto resta l’energia: se petrolio e gas continueranno a salire, il rischio di una BCE ancora più restrittiva aumenterà.
Ci aggiorniamo a breve..
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Vale la pena rifletterci su..
https://www.instagram.com/reel/DdGVDQ0gD3p/?stkn=bnprdWNrcnRiYzlt
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🇺🇸 Trump promette 5.000 dollari agli americani
▪️ Trump ha promesso un “dividendo” da 5.000 dollari a ogni adulto americano se i Repubblicani vinceranno i midterm. Costo potenziale: circa 1.200 miliardi di dollari.
▪️ Il problema è che non è chiaro come verrebbe finanziato. Più deficit, più rischio inflazione, più pressione sui Treasury.
▪️ Politicamente, sembra quasi una mossa disperata per recuperare consenso: e il fatto che lo dicano anche alcuni Repubblicani rende il segnale ancora più forte.
2 550
Buongiorno
Wall Street chiude ancora in calo, appesantita dal nuovo rialzo del petrolio e dei rendimenti obbligazionari. Anche l’Europa ha vissuto una seduta decisamente negativa, con ribassi diffusi sui principali indici.
🇺🇸 USA
S&P 500 -0,45% | Nasdaq 100 -0,29% | Dow Jones -0,77% | Russell 2000 -1,28%
🇪🇺 Europa
Euro Stoxx 50 -1,58% | DAX -1,74% | CAC 40 -1,94% | FTSE MIB -0,58%
Settori USA
🟢 Migliori: Energy +1,09%
🔴 Peggiori: Industrials -1,51%, Consumer Discretionary -1,39%, Utilities -1,17%, Real Estate -1,12%.
I temi principali della giornata
▪️ Petrolio di nuovo sopra i 100 dollari. Le tensioni tra USA e Iran sono aumentate ulteriormente, con nuovi attacchi contro petroliere e basi nella regione. Il Brent ha chiuso a 101,21 dollari, il WTI a 96,05, entrambi in forte rialzo. Il problema per i mercati resta lo stesso: più energia significa più rischio inflazione e quindi maggiore pressione sui tassi.
▪️ Il buyback del Tesoro delude il mercato. Washington ha annunciato che riacquisterà fino a 6 miliardi di dollari di Treasury con scadenza 10-20 anni. È più dei 4 miliardi indicati in precedenza, ma meno rispetto alle aspettative più aggressive che arrivavano fino a 10 miliardi. La reazione è stata immediata: rendimenti in rialzo e azioni sotto pressione. Il Treasury decennale ha chiuso al 4,83%.
▪️ L’asta del Treasury a 10 anni è stata però molto forte. Dopo il rialzo dei rendimenti, la domanda è arrivata con decisione: l’asta ha registrato uno stop-through di 1,5 punti base, il migliore da aprile 2025, con partecipazione dei dealer eccezionalmente bassa. Un segnale che ai livelli attuali gli investitori continuano a trovare valore sulla parte lunga della curva.
▪️ Lo yen continua a rafforzarsi. USD/JPY è sceso fino a 152,39, dopo nuove dichiarazioni molto forti del Segretario al Tesoro Bessent sull’intervento valutario e sulla Bank of Japan. È un movimento da continuare a seguire perché un’accelerazione dello yen può avere conseguenze sulle posizioni di carry trade accumulate negli ultimi anni.
▪️ Apple presenta il primo iPhone pieghevole, mentre l’AI resta al centro del mercato. Apple ha annunciato il nuovo iPhone Duo insieme alla gamma iPhone 18 Pro, ma il titolo ha chiuso comunque in calo dello 0,3%. Meta ha presentato il nuovo assistente AI Muse, mentre indiscrezioni sulla supply chain indicano che Nvidia starebbe aumentando significativamente i prezzi per assicurarsi capacità produttiva nei test dei chip.
Oggi guardiamo soprattutto il PPI americano, le richieste settimanali di sussidi di disoccupazione e soprattutto la riunione della BCE, con il mercato che si aspetta un rialzo di 25 punti base al 2,50%. Attenzione anche al buyback effettivo del Tesoro USA sui titoli 10-20 anni e alle trimestrali di Oracle e Adobe. Venerdì arriverà poi il dato più importante della settimana: il CPI americano, decisivo per le aspettative sulla Fed, che al momento prezzano circa il 60% di probabilità di un rialzo a settembre.
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ORA IL BANCO SONO IO. SCOMMETTETE CONTRO DI ME, SE VOLETE.
Il Tesoro americano ha appena annunciato che triplicherà a 6 miliardi di dollari i riacquisti sui Treasury a lunga scadenza.
Il mercato, però, ha continuato a vendere obbligazioni.
Il rendimento del Treasury decennale ha superato il 4,85%, salendo di circa 15 punti base rispetto ai livelli precedenti all’annuncio.
È un segnale che secondo noi va letto con attenzione.
Il Tesoro sta cercando di sostenere il mercato dei bond e di migliorare il funzionamento della parte lunga della curva, ma i rendimenti continuano a salire perché dietro ci sono problemi molto più grandi.
Gli Stati Uniti continuano ad accumulare deficit superiori ai 2 trilioni di dollari, la spesa annuale per interessi ha superato 1.200 miliardi (più della difesa), l’inflazione resta sopra il target e il petrolio è tornato sopra i 100 dollari.
Con la guerra in Iran, inoltre, le aspettative di inflazione stanno tornando a salire e il mercato ha iniziato nuovamente a ragionare sulla possibilità che la Fed debba mantenere i tassi alti più a lungo.
Tutto questo ha un prezzo.
Il Tesoro può aumentare i buyback, modificare le emissioni e provare ad assorbire parte della pressione sul mercato. Ma se deficit, inflazione, petrolio e offerta di debito continuano a muoversi nella direzione sbagliata, diventa molto difficile tenere bassi i rendimenti.
Il mercato chiede semplicemente di essere pagato di più per prestare denaro agli Stati Uniti.
Se la situazione in Iran non dovesse migliorare, vedere il decennale americano sopra il 5% non sarebbe più uno scenario così lontano.
E un Treasury al 5% non è un problema confinato al mercato obbligazionario.
Significa mutui più costosi, credito più caro, maggiore costo del capitale per le imprese e valutazioni azionarie che devono confrontarsi con un tasso privo di rischio molto più alto.
Per anni abbiamo vissuto in un mondo in cui il denaro costava pochissimo.
Quel mondo ci sembra sempre più lontano.
Non sappiamo dove sarà il mercato tra una settimana e non abbiamo bisogno di saperlo.
Il banco sono io. Scommettete contro di me, se volete.
Peccato che non ha lo stesso sapore del “whatever it takes”.
