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Il mercato dell’AI ha smesso di guardare solo agli utili per azione (EPS) e ha iniziato a guardare al “prezzo del fallimento”. Per anni, la narrativa sulle Big Tech è stata semplice: macchine da cassa (“cash-cow”) con bilanci talmente solidi da non aver quasi bisogno di debito. Ma la corsa agli armamenti dell’intelligenza artificiale ha cambiato radicalmente la natura di queste aziende: da entità asset-light a giganti asset-heavy che bruciano capitali a una velocità senza precedenti.
Gli analisti hanno coniato un nuovo mantra: “Per gli hyperscaler, guardate i CDS, non gli EPS”. Questo perché il mercato obbligazionario sta diventando il vero arbitro della sostenibilità AI. Mentre le azioni continuano a correre sull’onda dell’entusiasmo, il mercato del credito sta iniziando a prezzare la dura realtà del “costo del capitale” necessario per costruire l’infrastruttura del futuro.
Rischio di concentrazione sistemica: Non stiamo parlando di aziende isolate. Le Big Tech sono diventate le fondamenta del mercato investment grade globale. Se in passato i grandi portafogli obbligazionari erano ancorati ai titoli bancari, oggi il peso dei bond tecnologici è diventato predominante. Questo significa che una crisi di fiducia in un solo “hyperscaler” non resta confinata al tech, ma rischia di trascinare al ribasso interi indici obbligazionari di cui molti fondi pensione e assicurativi sono pieni.
Oltre ai bond che vediamo sui bilanci, c’è un sommerso di impegni finanziari, lease e joint-venture (spesso off-balance-sheet) che rendono la reale leva finanziaria molto più opaca di quanto appaia a prima vista. Gli investitori istituzionali stanno iniziando a dubitare che i flussi di cassa operativi possano effettivamente coprire questo debito senza ulteriori emissioni massicce.
Questa volatilità nel mercato del credito è un fisiologico aggiustamento tecnico, o è il primo segnale che il mercato sta perdendo fiducia nel modello di finanziamento attuale dell’AI?
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| 3 | Secondo un sondaggio commissionato dal portale immobiliare statunitense Redfin, il 53% degli americani si oppone alla costruzione di un data center nel proprio quartiere. Nessun altro tipo di sviluppo urbano raccoglie un’opposizione così elevata.
Le ragioni sono diverse: gli enormi consumi di energia elettrica e acqua, il rumore dei sistemi di raffreddamento e l’impatto paesaggistico di strutture sempre più grandi. Tanto che nello Stato di New York è stato imposto un rinvio di un anno alla costruzione di nuovi grandi data center per valutarne gli effetti ambientali.
Ma cosa sono esattamente i data center?
I data center sono strutture che ospitano migliaia di server, i computer che fanno funzionare cloud, app e modelli di AI. Con il boom dell’AI, la domanda di potenza di calcolo è esplosa, e con essa anche la necessità di costruire nuovi impianti.
E questa corsa è arrivata anche in Italia.
Oggi il nostro Paese conta oltre 200 data center. Secondo il Politecnico di Milano, tra il 2026 e il 2028 sono attesi 83 nuovi progetti promossi da 30 aziende, per un valore complessivo di €25,4 miliardi. Per fare un confronto, nel triennio precedente gli investimenti si erano fermati a €7,1 miliardi.
Il cuore di questa crescita è Milano, che ospita 99 data center, concentra il 68% della potenza installata a livello nazionale e attrae da sola il 23% degli investimenti annunciati in Europa.
Con i nuovi progetti sono però arrivate anche le prime proteste. A luglio centinaia di cittadini sono scesi in piazza a Lacchiarella, a sud di Milano, contro un data center da 228mila metri quadrati. Tra Pavese e Milanese sono ormai oltre 20 i progetti contestati dai comitati locali.
Il tema è arrivato anche in Parlamento. A febbraio la Camera ha approvato la prima legge delega per regolamentare il settore, ora in discussione al Senato. Il nodo principale è decidere se obbligare i nuovi impianti a sorgere su aree industriali dismesse invece che su terreni agricoli. | 442 |
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| 5 | "Le polemiche evidentemente sono arrivate in buona parte da persone che non sono clienti di Ferrari".
Ferrari Luce, la prima auto completamente elettrica della casa di Maranello, avrebbe già raggiunto il target di vendita previsto per il 2026 a soli due mesi dal lancio. Secondo alcune fonti citate dal Financial Times, Ferrari puntava a vendere poco meno di 500 unità nel primo anno, con un prezzo di partenza di €550 mila.
Un obiettivo che, se confermato, significherebbe un valore potenziale delle vendite di almeno €275 milioni. Un risultato abbastanza sorprendente soprattutto considerando le forti critiche ricevute al debutto: il design della Luce ha diviso appassionati e investitori, tanto che il titolo dell’automaker aveva perso oltre l’8% in Borsa nella prima seduta successiva alla presentazione. La strategia di Ferrari, però, non era quella di convincere i clienti storici ad abbandonare le auto con motore a combustione. L’azienda ha infatti indicato ai concessionari di non spingere i collezionisti tradizionali verso l’elettrico, puntando invece su una nuova generazione di clienti facoltosi.
In particolare, Ferrari guarda a mercati come la Cina e la Silicon Valley, dove molti imprenditori tecnologici sono già abituati a guidare auto elettriche. Secondo alcune fonti vicine all’azienda, proprio questi clienti avrebbero accolto positivamente la Luce.
Il progetto rientra in una strategia più ampia: Ferrari vuole entrare nel mondo dell’elettrico senza rinunciare alla propria esclusività. L’obiettivo di lungo periodo è vendere circa 2.500 Luce entro il 2030, pari a circa il 5% delle vendite annuali del gruppo.
Pochi volumi, prezzi elevati e margini elevati: la casa italiana punta a mantenere il proprio posizionamento nel lusso, anche nell’era dell’elettrico. La sfida non è diventare un produttore di massa, ma conquistare nuovi clienti senza perdere l’identità che ha reso Ferrari uno dei marchi più desiderati al mondo. | 440 |
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| 7 | Nata in Germania nel 2015 dall’idea di tre amici, Christian Hecker, Thomas Pischke e Marco Cancellieri, Trade Republic aveva un obiettivo ambizioso: rendere gli investimenti più semplici e accessibili a tutti.
Dopo tanti ostacoli, nel 2019 la società è riuscita a lanciare la propria app. Da allora la crescita è stata rapidissima: a fine 2025 Trade Republic ha raggiunto una valutazione di €12,5 miliardi, diventando una delle scaleup fintech con il valore più alto in Europa.
La valutazione è arrivata dopo un round secondario da €1,2 miliardi, in cui investitori nuovi e già presenti hanno acquistato quote dagli azionisti esistenti. A differenza di un aumento di capitale, infatti, in un round secondario la società non emette nuove azioni e non raccoglie direttamente nuovi fondi.
Oggi Trade Republic conta oltre 10 milioni di clienti in 18 Paesi europei, di cui più di 1 milione in Italia, e gestisce circa €150 miliardi di asset dei clienti.
Il successo della fintech si inserisce in una trasformazione più ampia del settore finanziario: le piattaforme digitali stanno conquistando sempre più utenti grazie a servizi più semplici, veloci e spesso meno costosi rispetto ai modelli tradizionali. | 495 |
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| 9 | Dal 1° gennaio 2026 è entrato in vigore l’obbligo di collegare il POS al registratore di cassa. L’obiettivo è semplice: rendere più facile il confronto tra i pagamenti elettronici ricevuti e gli scontrini emessi.
L’allineamento tra POS e cassa avrebbe fatto emergere €9,1 miliardi in più in soli sei mesi: da gennaio a giugno. Solo in termini di IVA, si parla di circa €1,6 miliardi di incassi extra.
Il tema è particolarmente rilevante per l’Italia. Secondo il report VAT Gap in Europe 2025, nel nostro Paese il mancato incasso dell’IVA vale il 15% del totale dovuto. Peggio di noi, in UE, fanno solo Romania, Malta, Polonia e Lituania.
In valore assoluto, però, il dato italiano è ancora più pesante: nel 2023 il VAT gap dell’Italia ha raggiunto circa €25 miliardi, il secondo valore più alto in Europa dopo la Germania.
Il punto è che pagare con il POS non significa automaticamente emettere uno scontrino fiscale. Prima, un commerciante poteva incassare elettronicamente e non registrare correttamente la vendita. Ora, con l’allineamento tra POS e cassa, queste incongruenze diventano più facili da individuare.
Non basta una sola misura per eliminare l’evasione. Ma più i dati diventano tracciabili, più si restringono gli spazi per nascondere gli incassi. | 639 |
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| 11 | Cosa pensate del canone RAI? È giusto pagare una tassa per una televisione e radio pubblica? | 551 |
| 12 | Il confine tra Tesla e SpaceX potrebbe diventare sempre più sottile. Durante l’ultima conference call sui risultati trimestrali di Tesla, Elon Musk ha evitato di confermare una possibile fusione tra le due società, ma ha ammesso che «c’è sempre più sovrapposizione» tra le attività dei due gruppi.
Rispondendo a una domanda dell’analista di Wells Fargo Colin Langan su un eventuale accordo tra Tesla e SpaceX, Musk ha spiegato che operazioni di questo tipo non possono essere discusse durante una earnings call, ma devono seguire «il processo appropriato». Una risposta che non ha chiuso la porta a un’operazione che da mesi alimenta le speculazioni degli investitori.
Il motivo alla base di questa possibile integrazione è la crescente collaborazione tra le due aziende. Musk ha citato l’integrazione della tecnologia Starlink nei Cybertruck, che potrebbe presto arrivare su tutti i veicoli Tesla, e il progetto TeraFab, una nuova iniziativa per la produzione di chip AI che coinvolgerebbe Tesla, SpaceX e xAI, la società di intelligenza artificiale recentemente confluita sotto il controllo di SpaceX.
Il mercato, però, guarda anche ai numeri di Tesla. Nel secondo trimestre l’azienda ha registrato ricavi per $28,2 miliardi, superiori alle attese degli analisti ferme a $27,2 miliardi. Gli utili per azione, invece, si sono fermati a $0,33 contro una previsione di $0,55. Inoltre, Tesla ha registrato il primo trimestre con flusso di cassa negativo da oltre due anni, con un saldo in rosso di circa $1 miliardo. Tesla ha perso oltre il 15% dopo aver presentato i risultati. | 524 |
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| 14 | Il 30 giugno 2026 si è chiusa formalmente la fase principale del PNRR, il piano da quasi €195 miliardi che doveva rilanciare l’economia italiana dopo la pandemia da Covid19.
Cinque anni dopo il suo lancio, il bilancio è tutt’altro che semplice da tracciare: al 31 ottobre 2024 erano state attivate il 95% delle risorse del Piano, con contratti firmati per 125 miliardi di euro, pari al 64% del totale.
Un’attuazione veloce sulla carta, ma il governo ha finora incassato 166 miliardi dei 194,4 previsti, mentre la Corte dei Conti certifica una spesa effettiva ferma a 113,5 miliardi. Sul fronte macroeconomico, secondo l’Ufficio Parlamentare di Bilancio l’impatto cumulato del PNRR sul PIL dovrebbe raggiungere il suo picco proprio nel 2026, con un incremento stimato tra l’1,8% e il 2,1% rispetto a uno scenario senza il Piano.
Un dato che si traduce, secondo le stime più recenti, in circa mezzo punto percentuale di crescita del PIL nel solo 2026, quasi coincidente con l’intera crescita prevista dello 0,6%: in pratica, senza il contributo del PNRR, l’Italia quest’anno avrebbe rischiato una sostanziale stagnazione senza ulteriori interventi da parte del Governo.
Non tutto però ha funzionato come previsto: il Piano ha rappresentato un impegno enorme nella sua gestione da parte degli apparati burocratici ed è stato rivisto otto volte, tra costi energetici, guerra in Ucraina e difficoltà operative degli enti locali, e alcune misure sono state ridimensionate o cancellate.
Resta però un effetto positivo sulla capacità della pubblica amministrazione: la Banca d’Italia ha segnalato miglioramenti nell’efficienza della spesa pubblica e nella gestione degli appalti.
Serviranno anni per valutare con certezza quanto il più grande progetto di investimento mai attuato nel nostro paese abbia contribuito a trasformare l’Italia.
Autore: Andrea Falaschi
Grafica: Marianna Falcone | 599 |
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| 17 | Le banconote in euro cambiano volto e puoi sceglierlo anche tu!
Leonardo da Vinci potrebbe finire sulle banconote da €100. Maria Callas su quelle da €5 e Beethoven sui €10. La Banca centrale europea ha presentato i dieci progetti finalisti per la nuova veste della moneta unica, aprendo una consultazione pubblica che permetterà ai cittadini europei di esprimere la propria preferenza entro il 21 settembre 2026.
Si tratta della prima riprogettazione completa delle banconote dall’introduzione dell’euro nel 2002. All’epoca erano stati scelti ponti, finestre e portali immaginari per non privilegiare la storia e i simboli di un singolo Paese. Questa volta, invece, l’obiettivo è raccontare l’identità europea attraverso persone, luoghi e natura.
Il primo tema è dedicato alla cultura. Oltre a Callas, Beethoven e Leonardo, comparirebbero Marie Curie sui €20, Miguel de Cervantes sui €50 e la pacifista Bertha von Suttner sui €200. Sul retro troverebbero spazio scuole, biblioteche, musei, piazze e spettacoli dal vivo.
La seconda alternativa racconta invece il percorso dei fiumi europei, dalle montagne fino al mare. Ogni taglio raffigurerebbe un diverso uccello, dal martin pescatore alla cicogna, affiancato sul retro da una delle principali istituzioni dell’Unione europea.
Alla selezione hanno partecipato oltre 1.200 designer. Una giuria di 21 esperti ha scelto i dieci finalisti, ma il voto popolare non sarà l’unico criterio: la BCE considererà anche le valutazioni tecniche e un sondaggio condotto su un campione rappresentativo della popolazione.
La decisione finale è attesa entro la fine del 2026. Prima di arrivare nei portafogli, però, le nuove banconote dovranno essere sviluppate, testate e dotate di sistemi di sicurezza più avanzati. Saranno inoltre più accessibili per le persone con problemi visivi e progettate per durare più a lungo. Le vecchie banconote non perderanno valore e continueranno a circolare insieme alle nuove.
Per votare clicca qui: https://surveys.ecb.europa.eu/10b/neweuro/ | 571 |
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| 19 | 🚀Un buon bilancio oggi non basta più.
A febbraio 2026 Novo Nordisk ha presentato risultati solidi per il 2025: ricavi in crescita del 10% e utile operativo in aumento del 6% a cambi costanti.
Eppure, il giorno della pubblicazione dei conti il titolo ha perso quasi il 20%.
Il motivo? Non i risultati appena raggiunti, ma le prospettive per il 2026. La guidance, giudicata inferiore alle aspettative del mercato, ha pesato più dei numeri del bilancio.
È un esempio che mostra come, nei mercati finanziari, il valore di un’azienda non dipenda soltanto dalle sue performance economiche.
Conta anche il modo in cui l’azienda comunica la propria strategia, le prospettive future e le aspettative di crescita.
È proprio qui che entra in gioco una funzione sempre più strategica: le Investor Relations.
Non si tratta semplicemente di comunicare risultati finanziari, ma di costruire un dialogo continuo tra impresa, investitori, analisti e mercato. Un’attività che contribuisce a rafforzare fiducia, trasparenza e reputazione aziendale.
In un contesto caratterizzato da mercati dei capitali sempre più complessi, aspettative crescenti degli investitori e maggiore attenzione alla comunicazione strategica, le competenze di Investor Relations e
Comunicazione Finanziaria stanno assumendo un ruolo centrale all’interno delle organizzazioni.
Per questo motivo le aziende ricercano professionisti capaci di unire competenze finanziarie, capacità comunicative, stakeholder management e conoscenza dei mercati dei capitali.
È da questa esigenza che nasce il Master in Investor Relations e Comunicazione Finanziaria di Starting Finance Business School, realizzato in collaborazione con Academy - Euronext Group
Il percorso approfondisce temi come:
• Investor Relations;
• comunicazione finanziaria;
• mercati dei capitali;
• stakeholder management;
• governance;
• operazioni straordinarie e comunicazione al mercato.
Con un approccio pratico e orientato alle esigenze delle imprese, il Master è pensato per chi desidera sviluppare competenze sempre più richieste dalle aziende che operano a contatto con investitori e mercati finanziari.
Se vuoi approfondire una delle funzioni più strategiche nel dialogo tra imprese e mercato, scopri il Master al linkhttps://bit.ly/SFInvestorRelations_TG | 573 |
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