Danilo Hardy
📈 تحلیل کانال تلگرام Danilo Hardy
کانال Danilo Hardy (@danilohardy) در بخش زبانی ایتالیایی بازیگری فعال است. در حال حاضر جامعه شامل 14 290 مشترک است و جایگاه 3 803 را در دسته سیاست و رتبه 1 771 را در منطقه ايطاليا دارد.
📊 شاخصهای مخاطب و پویایی
از زمان ایجاد در невідомо، پروژه رشد سریعی داشته و 14 290 مشترک جذب کرده است.
بر اساس آخرین دادهها در تاریخ 29 اکتبر, 2026، کانال فعالیت پایداری دارد. در ۳۰ روز گذشته تغییر اعضا برابر -169 و در ۲۴ ساعت گذشته برابر -9 بوده و همچنان دسترسی گستردهای حفظ شده است.
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- نرخ تعامل (ER): میانگین تعامل مخاطب 43.97% است و در ۲۴ ساعت نخست پس از انتشار، محتوا معمولاً 17.97% واکنش نسبت به کل مشترکان کسب میکند.
- دسترسی پستها: هر پست به طور میانگین 6 283 بازدید دریافت میکند. در اولین روز معمولاً 2 568 بازدید جمعآوری میشود.
- واکنشها و تعامل: مخاطبان بهطور فعال حمایت میکنند؛ میانگین واکنش به هر پست 288 است.
- علایق موضوعی: محتوا بر موضوعات کلیدی مانند danilo, hardy, iran, stati, uniti تمرکز دارد.
📝 توضیح و سیاست محتوایی
نویسنده این فضا را محل بیان دیدگاههای شخصی توصیف میکند:
“Libertà di espressione”
به لطف بهروزرسانیهای پرتکرار (آخرین داده در تاریخ 30 اکتبر, 2026)، کانال همواره بهروز و دارای دسترسی بالاست. تحلیلها نشان میدهد مخاطبان بهطور فعال با محتوا تعامل دارند و آن را به نقطه اثرگذاری مهم در دسته سیاست تبدیل کردهاند.
در حال بارگذاری دادهها
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| 2 | Questo è il PD, questa è la sinistra che si riempie la bocca di democrazia e diritti, salvo poi difendere figure come Che Guevara e arrivare a dire a una donna cubana che non rappresenta un cazzo. Ma vi rendete conto dell’ipocrisia?
Che Guevara non era un simbolo di libertà e democrazia, ma una figura legata a un regime rivoluzionario che ha represso il dissenso e perseguitato i suoi oppositori. E Cuba, ancora oggi, è governata da un sistema a partito unico che limita pesantemente le libertà politiche.
E la cosa più assurda è che si permettono pure di zittire chi quel regime lo conosce sulla propria pelle! Ma chi meglio di una cubana può raccontare cosa significhi vivere sotto una dittatura comunista?
Studiare la storia non è un optional. I regimi comunisti del Novecento hanno provocato milioni di vittime, attraverso repressioni, deportazioni, carestie e persecuzioni. Le stime complessive sono oggetto di dibattito, ma le tragedie sono documentate.
La domanda è semplice: com’è possibile riempirsi la bocca di diritti umani e poi giustificare dittature che quei diritti li calpestano? La libertà o vale per tutti, oppure è soltanto ipocrisia politica!
Danilo Hardy | 3 379 |
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| 4 | La Costituzione italiana non dice testualmente di essere «antifascista», emeriti comunisti di merda! La XII disposizione transitoria e finale vieta la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista. È un divieto preciso, che non significa che la Costituzione condanni esclusivamente il fascismo e non anche le altre dittature.
Personalmente, considero il comunismo persino più pericoloso del fascismo, pur facendo schifo entrambi. E non è una questione di simpatie politiche, ma di storia: i regimi comunisti hanno causato decine di milioni di morti, perseguitato oppositori e represso libertà fondamentali. E ancora oggi esistono Paesi governati da partiti comunisti in cui i diritti fondamentali vengono calpestati.
Quindi sì, condanno entrambe le ideologie, ma non accetto che il fascismo venga considerato il male assoluto mentre il comunismo venga giustificato, minimizzato o addirittura celebrato. La libertà non può essere difesa a corrente alternata: se condanni una dittatura, devi condannarle tutte, senza doppi standard e senza riscrivere la storia per convenienza politica.
Danilo Hardy | 3 578 |
| 5 | Perché insultare l’avversario è facile. Dimostrare di avere ragione, invece, è tutta un’altra storia.
Danilo Hardy | 3 548 |
| 6 | Partiamo da un presupposto: quando dite «Meloni fuori dai coglioni», sinceramente, a me non frega un cazzo. Ognuno è libero di criticare il governo e di pensarla come vuole. A me, invece, girano i coglioni quando sento certi personaggi di sinistra, comunisti di merda, parlare senza conoscere la storia, ignorando le tragedie provocate dai regimi comunisti, responsabili di decine di milioni di morti, e facendo finta di non vedere che ancora oggi esistono regimi autoritari che si richiamano a quell’ideologia.
Secondo punto: la sinistra e il caso Lula. È proprio questo che mi fa incazzare: vedere persone che si riempiono la bocca di democrazia, giustizia e libertà, salvo poi difendere situazioni che meritano quantomeno di essere approfondite.
In Brasile, il caso di Lula ha sollevato polemiche e interrogativi sul rapporto tra politica e giustizia. Il punto che contesto è proprio questo: il suo avvocato, Cristiano Zanin, è stato successivamente nominato giudice della Corte Suprema brasiliana. Una vicenda che, per quanto legittima sul piano istituzionale, solleva inevitabilmente interrogativi sull’opportunità e sull’indipendenza della giustizia agli occhi dell’opinione pubblica. Inoltre ha riaperto alcuni seggi per ribaltare il risultato.
Se poi si parla di decisioni giudiziarie che avrebbero consentito di riaprire seggi o modificare l’esito di una competizione elettorale, bisogna chiarire quali decisioni siano state prese, da chi e sulla base di quali prove. Non basta gridare ai brogli senza dimostrarli. Ma non si può nemmeno pretendere che le persone smettano di fare domande soltanto perché la vicenda riguarda un esponente politico di sinistra.
La democrazia deve essere sacra sempre, non soltanto quando vince chi ci piace.
Terzo punto: la sinistra e il buonismo a senso unico. Dopo i fatti di Milano, c’è chi continua a ripetere che non possiamo accanirci contro i minorenni e che dobbiamo pensare al loro reinserimento nella società.
Certo che il recupero è importante, ma non può diventare una scusa per minimizzare le responsabilità. Se sei abbastanza grande per devastare una città, distruggere le attività di chi lavora onestamente e mettere a rischio la sicurezza degli altri, devi anche essere messo di fronte alle conseguenze delle tue azioni.
La minore età deve essere considerata dalla legge, ma non può trasformarsi in un lasciapassare per fare quello che ti pare. Educazione e reinserimento sono importanti, ma devono andare di pari passo con la responsabilità.
Quarto punto: la differenza che vedo tra una certa sinistra e una certa destra. Troppo spesso, quando qualcosa non piace alla sinistra, si cerca di impedirlo agli altri, di zittire chi la pensa diversamente o di delegittimare ogni opinione scomoda.
La libertà, però, deve valere per tutti: non puoi pretendere rispetto per le tue idee e negarlo a chi non la pensa come te. Se una cosa non ti piace, sei libero di non farla, ma non puoi automaticamente pretendere di vietarla agli altri.
E arriviamo al punto fondamentale: io non mi considero né di destra né, tantomeno, parte del circo della sinistra. Non ho bisogno di indossare una maglietta politica per ragionare con la mia testa. Giudico le persone per quello che fanno, non per la bandiera che sventolano.
Ma, guardando la situazione politica italiana, oggi mi ritrovo a fare una considerazione molto semplice: se devo scegliere tra la merda e uno tsunami di merda, per quanto mi riguarda preferisco la prima.
Perché il problema non è soltanto chi governa, ma anche chi vorrebbe governare e con quali idee. E quando vedo giustificare certi comportamenti, minimizzare le responsabilità e difendere posizioni che considero profondamente sbagliate, mi passa qualsiasi voglia di dare fiducia a quella parte politica.
La sinistra, per come la vedo io, ha dimostrato troppe volte di essere un problema, non una soluzione. E se davvero vuole convincere le persone del contrario, dovrebbe iniziare a fare i conti con le proprie contraddizioni, anziché limitarsi a urlare contro Meloni e a dare del fascista a chiunque non sia d’accordo. | 3 570 |
| 7 | Avete notato la differenza tra i giovani di destra scesi in piazza pacificamente, con il tricolore italiano, e certe manifestazioni di sinistra che abbiamo visto a Parigi e Milano, finite tra devastazioni, scontri e città messe a soqquadro?
Da una parte giovani che manifestano sventolando la bandiera del proprio Paese, dall’altra immagini di vetrine distrutte, negozi danneggiati e forze dell’ordine aggredite. La differenza tra manifestare per le proprie idee e devastare le città è enorme.
E allora qualche domanda dovremmo farcela: perché certi comportamenti vengono giustificati quando arrivano da una parte politica, mentre dall’altra si grida immediatamente al fascismo? Le regole e il rispetto della legalità dovrebbero valere per tutti, senza doppi standard e senza giustificazioni di comodo.
Io una cosa la so: non voglio un Paese in cui chi lavora onestamente debba pagare i danni provocati da chi scende in piazza per distruggere. Voglio un’Italia in cui si possa manifestare liberamente, ma dove la libertà non diventi una scusa per calpestare i diritti degli altri.
La differenza è sostanziale: da una parte il tricolore, dall’altra, in troppe occasioni, il caos e la devastazione.
Pensateci bene prima di consegnare nuovamente il Paese alla sinistra. Perché oggi siamo già nella merda, ma rischiamo di finirci ancora più a fondo. E poi non lamentiamoci se sarà troppo tardi per tornare indietro.
Danilo Hardy | 3 754 |
| 8 | Pensiamo al contrario. Se quel ragazzino fosse stato figlio di qualcuno di destra? Sapete ora che palle questi comunisti di merda? Sapete le offese? Sapete gli insulti? Avete visto insulti? È un ceiminale punto. Ma niente insulti.
Danilo Hardy | 5 411 |
| 9 | Leggo influencer di sinistra che si mettono a difendere un ragazzino di 11 anni coinvolto in episodi di violenza, arrivando persino a minacciare di segnalare ai genitori e ai legali qualsiasi frase venga scritta contro di lui.
E la ciliegina sulla torta sono proprio le parole dei genitori: «Gli adulti gli dicevano di prendere quello, quell’altro…».
Ma davvero pensate che siamo tutti stupidi? E quindi? Se un adulto ti dice di fare qualcosa, tu sei automaticamente esente da ogni responsabilità? Essere minorenni significa avere tutele, non avere il diritto di fare quello che si vuole senza conseguenze.
Il punto è sempre lo stesso: quando si tratta di qualcuno che appartiene alla parte che difendete, improvvisamente spuntano le giustificazioni, le attenuanti e le scuse. Se invece a sbagliare è qualcuno che non vi piace, allora pretendete la massima severità.
Se scendi in piazza e tiri bidoni, lanci oggetti o partecipi ad atti violenti, e ci sono filmati che documentano ciò che hai fatto, devi rispondere delle tue azioni secondo la legge, senza sconti ideologici e senza processi sommari sui social. L’età va considerata, ma non può diventare una scusa per cancellare i fatti.
E a chi difende certi comportamenti soltanto perché politicamente gli fa comodo, una domanda: se al posto di quel ragazzino ci fosse stato un figlio di destra, avreste usato le stesse parole?
Perché la vera ipocrisia è questa: pretendere giustizia per i propri e invocare comprensione per gli altri. La responsabilità non dovrebbe avere una tessera di partito.
I SOLITI PERBENOSTI COMUNISTI DI MERDA
Danilo Hardy | 5 940 |
| 10 | Ragazzi, questo Paese sta diventando la barzelletta del mondo. E sapete qual è la cosa peggiore? Non è soltanto quello che succede nelle strade, ma il modo in cui qualcuno cerca di giustificarlo.
Partiamo da Ilaria Salis, che da europarlamentare dovrebbe rappresentare i cittadini e dare l’esempio. Invece, quando prende posizione a difesa dei ragazzi coinvolti, viene spontaneo chiedersi: ma davvero siamo arrivati al punto in cui si cerca di giustificare tutto, purché a farlo siano quelli della propria parte politica? E non dimentichiamo le polemiche sulla sua vicenda giudiziaria e sul ruolo avuto dalle istituzioni nel garantirle l’immunità parlamentare.
Poi ci sono i genitori: «Passavano di lì per caso», «La manifestazione era pacifica». E ancora: «Protestavano contro il caro vita e un governo che affama le persone».
Ma scusate, protestare è un diritto, devastare una città è un’altra cosa! Si può essere contro un governo, contestare le sue politiche e scendere in piazza senza distruggere negozi, danneggiare le proprietà altrui o mettere a rischio chi lavora onestamente. Il disagio economico non può diventare una giustificazione universale per qualsiasi comportamento.
E soprattutto, perché quando a sbagliare sono quelli della propria parte politica si cercano sempre scuse, mentre quando sbaglia l’avversario si grida allo scandalo? La legalità non può essere a corrente alternata. O vale per tutti, oppure non vale per nessuno.
Io l’ho sempre detto: della politica mi fido poco e non ho mai avuto problemi a criticare nessuno. Ma una cosa è certa: un Paese non può andare avanti se si perde completamente il senso della responsabilità e si finisce per giustificare tutto in nome dell’ideologia.
E quando arriverà il momento di votare, pensateci bene. Non votate per abitudine, per odio verso qualcuno o perché vi raccontano che l’altra parte è il male assoluto. Guardate i fatti, le responsabilità e quello che ogni schieramento propone e realizza. Anche scegliere di non votare è una decisione, ma significa rinunciare a influenzare direttamente il risultato.
L’Italia ha bisogno di cittadini con la schiena dritta, non di tifosi politici disposti a giustificare qualsiasi cosa pur di difendere i propri colori.
Perché il problema non è soltanto chi governa. Il problema è anche una società che rischia di perdere la capacità di distinguere un diritto da un abuso, una protesta da una devastazione e una critica legittima da una scusa per non assumersi le proprie responsabilità.
E allora ve lo chiedo: ma davvero siamo arrivati al punto in cui non riusciamo più a chiamare le cose con il loro nome?
RICORDATE: DESTRA, SINISTRA È TUTTA MERDA MA PREFERISCO LA MERDA A UN MARE DI MERDA.
Danilo Hardy | 5 885 |
| 11 | BASTA FARE I BUONISTI!
Se scendi in piazza per fare il bullo, spacchi vetrine, lanci sassi contro le Forze dell’Ordine e devasti le città, non puoi pretendere di essere giustificato solo perché sei minorenne o perché stai seguendo l’esempio di quelli più grandi.
L’età non cancella la responsabilità e non trasforma la violenza in un diritto. Ovviamente, le conseguenze devono essere proporzionate all’età e alla gravità dei fatti, ma nessuno può pensare di essere intoccabile.
Se un ragazzino di 10 o 14 anni partecipa a una devastazione, aggredisce qualcuno o mette in pericolo la vita altrui, bisogna intervenire e accertare le responsabilità. E se qualcuno, anche minorenne, mi punta contro un’arma e mi spara, il fatto che sia giovane non rende la mia vita meno importante della sua.
La vita di chi si difende vale quanto quella di chi attacca. Chiunque ha diritto a essere protetto, e chi si difende da un pericolo concreto e immediato deve poter contare sulla legge, nel rispetto dei limiti della legittima difesa.
Perché educare i giovani significa anche insegnare che le azioni hanno conseguenze. Non esistono diritti senza doveri, né scuse infinite per chi distrugge la vita degli altri.
La vera civiltà non è giustificare tutto. È pretendere responsabilità, tutelare le vittime e far rispettare le regole, senza doppi standard.
Danilo Hardy | 5 391 |
| 12 | Quando durante la pandemia ragazzi e persone anziane stavano seduti per terra, immobili, manifestando pacificamente per difendere quelli che ritenevano essere i propri diritti, era giusto manganellarli e trascinarli via?
E oggi, invece, quando gruppi di violenti, tra cui persone di origine africana, anche minorenni, insieme a esponenti dei centri sociali e a frange della sinistra, devastano le città, distruggono vetrine, danneggiano attività commerciali e mettono a rischio l’incolumità delle persone, improvvisamente la colpa sarebbe dei poliziotti che cercano di fermarli?
Ma con quale logica? E soprattutto, con quale coerenza?
Quando a essere colpiti erano cittadini pacifici che protestavano, in tanti giustificavano la repressione in nome dell’ordine pubblico. Quando invece le forze dell’ordine intervengono per contenere chi devasta e aggredisce, diventano loro il problema?
La verità è che la legge deve valere per tutti, senza doppi standard e senza bandiere politiche. Chi manifesta pacificamente ha diritto di farlo e va tutelato. Chi distrugge, aggredisce e devasta deve risponderne, indipendentemente dal colore politico, dall’origine o dall’età. E chi indossa una divisa deve poter svolgere il proprio lavoro, nel rispetto della legge, senza essere trasformato automaticamente nel colpevole di turno.
Naturalmente, eventuali abusi delle forze dell’ordine vanno accertati e puniti. Ma questo non può diventare un pretesto per giustificare la violenza di chi mette a ferro e fuoco le città.
La domanda è semplice: vogliamo davvero uno Stato che tuteli i cittadini onesti e chi lavora, oppure uno Stato in cui chi devasta viene giustificato e chi cerca di fermarlo viene messo sotto accusa?
Perché la libertà di manifestare non significa avere il diritto di distruggere tutto ciò che si incontra sulla propria strada. E il rispetto dei diritti non può valere soltanto quando fa comodo alla propria parte politica.
Ah dimenticavo, sarà stata una casualità che la prima mamma intervistata fosse Ucraina ed ha piantanto giu la filastrocca della guerra? Il secondo padre era Marocchino e i loro figli minorenni ed innocenti. PASSAVANO LI PER CASO. Certo come no.
Danilo Hardy | 5 763 |
| 13 | La cosa più bella, sapete qual è? Il doppio standard della sinistra.
Ieri, tra centri sociali e gruppi di manifestanti, si sono viste città devastate, attività commerciali danneggiate e lavoratori che rischiano di pagare il prezzo della violenza. Eppure, per molti, tutto questo sembra passare in secondo piano. Silenzio, giustificazioni e poca indignazione.
Oggi, invece, la destra è scesa in piazza per manifestare solidarietà ai commercianti, a quelle persone che lavorano onestamente e che si sono ritrovate con le proprie attività distrutte. Una manifestazione dalla parte di chi lavora, investe e manda avanti la propria famiglia.
E anche qui non sono mancati i momenti di tensione e i provocatori. E quando la situazione degenera e qualcuno finisce per essere colpito, ecco che riparte puntuale il solito ritornello: «Fascisti! Fascisti!»
Ma la violenza è sbagliata sempre, da qualunque parte provenga. Non può essere condannata soltanto quando fa comodo e giustificata quando arriva dai propri compagni di strada.
La domanda è semplice: perché la solidarietà per chi distrugge sembra talvolta più forte di quella per chi subisce i danni? Perché si trovano sempre giustificazioni per chi devasta, mentre chi difende i commercianti viene immediatamente etichettato?
E sia chiaro: le responsabilità sono individuali. Non è la nazionalità di una persona a renderla colpevole, ma ciò che fa. Chi devasta, aggredisce o distrugge deve risponderne davanti alla legge, senza sconti e senza protezioni politiche.
Perché un negoziante che si alza ogni mattina per lavorare, paga le tasse e cerca di mantenere la propria famiglia merita rispetto, non di ritrovarsi con la propria attività distrutta da chi scambia la violenza per una battaglia ideologica.
E allora, ancora non avete capito qual è il vero problema? Non è l’etichetta di destra o di sinistra: è una cultura che tollera la violenza quando arriva dalla propria parte e condanna tutto il resto.
E finché continueremo a usare due pesi e due misure, a perdere saranno sempre le persone oneste. Quelle che lavorano, pagano e subiscono le conseguenze delle azioni altrui.
La legalità non ha colore politico. E la solidarietà dovrebbe stare dalla parte delle vittime, non di chi distrugge.
SINISTRA DI MERDA
Danilo Hardy | 6 048 |
| 14 | DICIAMO LE COSE COME STANNO.
Mettiamola così: sono contro il comunismo molto più di quanto possa esserlo contro il fascismo, pur facendo schifo entrambi per ciò che rappresentano quando diventano sistemi di repressione, violenza e negazione della libertà.
E sapete perché? Perché non accetto i doppi standard della politica e di una certa parte dell’informazione. Se dobbiamo condannare le dittature, allora dobbiamo condannarle tutte, senza sconti ideologici e senza vittime di serie A e vittime di serie B.
Il comunismo non è soltanto una pagina di storia. Esistono ancora oggi regimi che si richiamano al comunismo e che reprimono il dissenso, limitano la libertà di espressione, perseguitano gli oppositori e negano ai cittadini diritti fondamentali. Basta guardare alla Corea del Nord, a Cuba o alla Cina, pur con differenze profonde tra questi sistemi.
E quando si parla delle vittime del comunismo, non possiamo ignorare le stime che arrivano a 100 milioni di morti per le politiche e le repressioni dei regimi comunisti nel corso della storia. È una cifra discussa dagli storici, ma dietro quei numeri ci sono persecuzioni, deportazioni, carestie legate a politiche disastrose, campi di lavoro e famiglie distrutte.
E allora mi chiedo: perché per alcuni il fascismo deve essere ricordato e condannato giustamente, mentre il comunismo viene ancora romanticizzato, giustificato o raccontato come se fosse stato soltanto un ideale nobile tradito da qualche dittatore?
La libertà non ha colore politico. La dittatura è dittatura, indipendentemente dalla bandiera sotto cui si nasconde. Se condanniamo una, dobbiamo avere il coraggio di condannare anche l’altra. Senza ipocrisie.
E veniamo a un altro tema sul quale non ho intenzione di fare un passo indietro: la remigrazione, anche coatta, quando prevista dalla legge e nel rispetto dei diritti fondamentali.
Uno Stato serio deve sapere chi entra nel proprio territorio, chi ha diritto di restarci e chi invece non possiede più i requisiti legali per farlo. Chi soggiorna irregolarmente deve essere sottoposto alle procedure previste dalla legge; chi commette reati deve risponderne davanti alla giustizia. E, quando ricorrono i presupposti legali, il rimpatrio deve poter essere eseguito concretamente, non rimanere una promessa sulla carta.
Non sto dicendo che uno straniero sia un delinquente perché è straniero. Sarebbe una stupidaggine. Sto dicendo una cosa molto più semplice: le regole devono valere per tutti, italiani e stranieri. Chi lavora onestamente, rispetta le leggi e contribuisce alla società non deve essere confuso con chi delinque o ignora deliberatamente le norme sull’immigrazione.
E per chi sostiene che controllare i soggiorni irregolari sia una misura impensabile, basta guardare anche fuori dall’Europa. In Australia esistono controlli specifici sull’immigrazione e procedure per chi rimane nel Paese oltre la scadenza del visto senza un valido titolo di soggiorno. Anche lì, naturalmente, si applicano procedure e garanzie legali.
Quindi perché in Italia ogni volta che si parla di espulsioni, rimpatri e controllo delle frontiere qualcuno grida immediatamente al razzismo, invece di discutere seriamente di legalità, sicurezza e responsabilità dello Stato?
Accogliere non significa rinunciare alle regole. Rispettare i diritti non significa cancellare i doveri. E difendere la dignità umana non significa lasciare che le leggi restino lettera morta.
Io voglio uno Stato che protegga i cittadini, tuteli chi rispetta le regole e intervenga contro chi le viola, indipendentemente dalla provenienza.
E voglio anche che si smetta di usare la storia come un’arma politica a senso unico: se il totalitarismo è sbagliato, lo è sempre. Se la libertà è un valore, deve valere per tutti.
Questa è la mia posizione. Potete condividerla oppure contestarla, ma almeno discutiamone nel merito, senza etichette preconfezionate e senza ipocrisie.
E adesso, se vi dà fastidio persino discutere di queste cose, il problema non è che qualcuno ne parli. Il problema è non voler affrontare il dibattito.
Danilo Hardy | 5 307 |
| 15 | QUESTA È LA SINISTRA DELLE PIAZZE. QUELLA CHE PREDICA DEMOCRAZIA E LASCIA DISTRUZIONE DIETRO DI SÉ.
Questa è la sinistra delle piazze, quella che scende in strada a gridare in nome dei diritti, della libertà e della democrazia, ma che troppo spesso finisce per lasciare dietro di sé vetrine distrutte, strade devastate, attività commerciali danneggiate e cittadini costretti a pagare il conto. E sapete chi ci rimette davvero? Le persone che lavorano onestamente, i commercianti, i piccoli imprenditori e i cittadini che ogni mattina si alzano per guadagnarsi da vivere.
Quelli che non hanno nessuna colpa, ma che si ritrovano a dover riparare i danni provocati da chi pretende di parlare a nome del popolo.
E poi ci sono loro, i maestri dell’etichetta: «Fascista! Sei un fascista! Quello è fascista!»
Ormai basta pensarla diversamente dalla sinistra, difendere la sicurezza, chiedere il rispetto delle regole o contestare le loro idee per essere marchiati come fascisti. Una parola che utilizzano contro chiunque non si allinei al loro pensiero.
Ma la domanda è semplice: dov’è finita la coerenza?
Se vi riempite la bocca di democrazia, dovreste essere i primi a rispettare le idee altrui, le proprietà private e la libertà di chi non la pensa come voi. Se sostenete di difendere i lavoratori, perché tollerare comportamenti che danneggiano proprio chi lavora? Se parlate di diritti, perché dimenticate il diritto dei cittadini a vivere tranquilli, senza paura di ritrovarsi in mezzo a una guerriglia urbana?
E sia chiaro: manifestare pacificamente è un diritto fondamentale. Contestare un governo è legittimo. Scendere in piazza per le proprie idee è democrazia. Ma distruggere, aggredire e devastare non è democrazia: è prevaricazione. E chi commette questi atti deve risponderne, indipendentemente dalla bandiera che porta o dalle idee politiche che dice di difendere.
Tra gruppi violenti, maranza, persone che non rispettano le regole e militanti estremisti, non possiamo continuare a fare finta di niente. Le responsabilità sono individuali, certo, ma nessuna appartenenza politica può diventare uno scudo per giustificare la violenza.
E la cosa più assurda è che spesso gli stessi ambienti che accusano gli altri di autoritarismo sembrano dimenticare un principio fondamentale: la libertà non consiste nell’imporre la propria volontà agli altri con la forza.
Perché il vero problema non è chi si definisce di destra o di sinistra. Il problema è chi pretende di avere il monopolio della morale, chi si autoproclama democratico e poi non accetta il dissenso, chi invoca la tolleranza soltanto quando riguarda le proprie idee.
E allora basta con questa ipocrisia!
Non basta sventolare una bandiera rossa, gridare contro il fascismo o riempirsi la bocca di parole come uguaglianza e giustizia sociale per essere automaticamente dalla parte giusta. La democrazia si dimostra con i comportamenti, non con gli slogan.
E chi distrugge la città, mette in pericolo le persone e danneggia il lavoro degli altri non sta difendendo il popolo: sta danneggiando il popolo.
Quindi la domanda è inevitabile: davvero c’è ancora qualcuno disposto a votare una classe politica che, davanti a episodi del genere, non condanna con assoluta chiarezza ogni forma di violenza, da qualunque parte provenga?
Perché io una cosa la so: non mi vergognerei mai di difendere la legalità, il lavoro e la libertà di pensiero. Mi preoccuperei, invece, di una politica che pretende di dare lezioni di democrazia a tutti, ma che troppo spesso dimentica che la democrazia comincia dal rispetto degli altri.
LA DEMOCRAZIA NON È DISTRUGGERE CIÒ CHE NON TI PIACE. LA LIBERTÀ NON È IMPORRE IL TUO PENSIERO CON LA VIOLENZA. E L’ANTIFASCISMO NON PUÒ ESSERE UNA GIUSTIFICAZIONE PER QUALSIASI COMPORTAMENTO.
E voi, davanti a tutto questo, avete ancora il coraggio di votarli senza pretendere risposte e responsabilità?
Io mi vergognerei di difendere l’indifendibile.
Danilo Hardy | 5 466 |
| 16 | ELLY SCHLEIN E IL PD: QUANDO IL COMUNISMO DIVENTA PRESENTABILE, BASTA SEDERSI A UN TAVOLO.
Elly Schlein, segretaria del Partito Democratico, finisce ancora una volta al centro delle polemiche per un incontro con un esponente legato al mondo castrista. E la domanda politica è inevitabile: quale messaggio si vuole trasmettere quando si dialoga con rappresentanti di un’ideologia che, in diversi Paesi, ha accompagnato regimi autoritari e la repressione delle libertà?
Perché il problema non è sedersi a un tavolo e parlare. Il dialogo, in democrazia, è legittimo e può essere utile. Il problema nasce quando il confronto rischia di trasformarsi in una legittimazione politica senza che vengano affrontate le contraddizioni storiche e attuali di quell’ideologia.
Parliamo di Cuba, dove il sistema politico a partito unico limita il pluralismo e dove organizzazioni per i diritti umani denunciano da anni restrizioni alla libertà di espressione, arresti di dissidenti e repressione delle proteste.
Parliamo di un sistema che si richiama alla rivoluzione castrista e che viene ancora difeso da una parte della sinistra internazionale, spesso pronta a denunciare le ingiustizie dei governi occidentali, ma molto meno esplicita quando si tratta di condannare quelle commesse da regimi che si definiscono comunisti.
Ed è proprio questa contraddizione che merita di essere discussa.
Se la libertà è un valore universale, deve esserlo sempre. Se si condanna l’autoritarismo, lo si deve condannare indipendentemente dal colore politico di chi lo esercita. Non possono esistere dittature inaccettabili e dittature giustificabili soltanto perché si richiamano a una determinata ideologia.
Il Partito Democratico dovrebbe chiarire quale posizione assume su questi temi: il rispetto dei diritti umani, il pluralismo politico, la libertà di stampa e il diritto dei cittadini di scegliere liberamente chi li governa non possono essere principi da applicare a corrente alternata.
Perché una cosa è confrontarsi con qualcuno, un’altra è normalizzare le idee che rappresenta senza fare i conti con le loro conseguenze storiche e politiche.
La domanda finale è semplice: se un esponente politico si sedesse allo stesso tavolo con un rappresentante di un regime di destra responsabile di repressioni e violazioni dei diritti umani, la reazione sarebbe la stessa?
La coerenza si misura proprio qui: nel difendere gli stessi principi anche quando è scomodo farlo.
La libertà non ha un colore politico. E nessuna ideologia dovrebbe avere il privilegio di essere assolta in anticipo.
ELLY PRENDE PER IL CULO GLI ITALIANI
Danilo Hardy | 7 383 |
| 17 | E allora la domanda è legittima: se governi israeliani hanno tollerato, favorito o indirettamente rafforzato il movimento islamista per convenienza strategica, con quale logica oggi si può utilizzare l’esistenza di Hamas per attribuire a un’intera popolazione la responsabilità di ciò che è accaduto?
Attenzione: non sto dicendo che esista la prova che Hamas sia un ramo dell’esercito israeliano. Sto dicendo che esiste una storia documentata di scelte politiche israeliane che hanno contribuito alla crescita e al mantenimento del potere di Hamas.
E questa storia merita di essere raccontata, non censurata o dimenticata perché scomoda.
E ARRIVIAMO ALLA PAROLA CHE TANTI HANNO PAURA DI PRONUNCIARE: GENOCIDIO.
Le accuse di genocidio contro Israele sono al centro di un procedimento davanti alla Corte internazionale di giustizia. È importante distinguere le accuse e le misure cautelari da un’eventuale sentenza definitiva.
Ma non serve aspettare una sentenza per riconoscere la devastazione di Gaza, la sofferenza della popolazione e la necessità di accertare le responsabilità di chi ha ordinato e condotto le operazioni militari.
Le vite spezzate sono reali. I bambini morti sono reali. Le famiglie distrutte sono reali. Le persone costrette ad abbandonare le proprie case sono reali.
E nessuna alleanza politica dovrebbe impedirci di guardare questa realtà.
Non sto dicendo che Hamas abbia ragione. Non sto difendendo il terrorismo. Non sto dicendo che le vittime israeliane contino meno.
Sto dicendo esattamente il contrario: se siamo davvero dalla parte della vita umana, dobbiamo esserlo sempre, non soltanto quando ci conviene politicamente.
Il terrorismo va combattuto. Hamas va contrastata. Gli ostaggi devono essere liberati. Ma i civili palestinesi devono essere protetti, non sacrificati come se le loro vite fossero un danno collaterale inevitabile.
E ai giornalisti, agli influencer e a chiunque si presenti come portavoce della verità vorrei dire una cosa: raccontare la sofferenza di un popolo non significa giustificare l’altro. Significa avere il coraggio di raccontare tutto, anche quando la verità è scomoda per i governi, per gli alleati e per la propria parte politica.
Non si può parlare di pace invocando il diritto alla sicurezza soltanto per una parte. Non si può condannare il terrorismo e poi ignorare le sofferenze di un’intera popolazione. Non si può pretendere giustizia per le vittime israeliane e considerare inevitabili quelle palestinesi.
La giustizia non può avere due pesi e due misure. I bambini non hanno una nazionalità che rende la loro morte più o meno accettabile.
Se condanniamo il terrorismo ma giustifichiamo la distruzione indiscriminata dei civili, non stiamo difendendo la civiltà: stiamo soltanto scegliendo quali vittime meritano la nostra indignazione.
E questa è una delle forme più gravi di ipocrisia del nostro tempo.
I terroristi devono rispondere dei loro crimini. I governi devono rispondere delle loro decisioni. I civili non devono pagare con la vita le colpe degli uni o degli altri.
PERCHÉ LA VITA UMANA NON SI DIVIDE TRA VITTIME DI SERIE A E VITTIME DI SERIE B.
Danilo Hardy | 7 663 |
| 18 | GAZA, IL DOPPIO PESO DEI GIORNALISTI E L’IPOCRISIA DI CHI GIUSTIFICA TUTTO
Una delle cose che mi lascia veramente senza parole è vedere giornalisti, influencer e personaggi in cerca di visibilità raccontare quello che succede a Gaza come se la storia fosse iniziata il 7 ottobre 2023. Come se prima di quella data non esistessero decenni di conflitti, occupazione, demolizioni, sofferenze e un popolo palestinese costretto da generazioni a vivere una condizione drammatica.
Partiamo da un principio fondamentale: ogni vita umana ha lo stesso valore.
Le circa 1.200 persone uccise da Hamas e dagli altri gruppi armati il 7 ottobre 2023, così come gli ostaggi rapiti, non valgono meno delle vittime palestinesi. Nessuna causa politica può giustificare massacri di civili, torture o sequestri.
Ma proprio perché ogni vita ha lo stesso valore, dobbiamo avere il coraggio di guardare anche tutto quello che è venuto dopo.
La risposta militare israeliana ha provocato una distruzione immensa a Gaza, con decine di migliaia di palestinesi uccisi, tra cui donne e bambini, intere famiglie cancellate, ospedali danneggiati, abitazioni rase al suolo e milioni di persone costrette a vivere tra macerie, fame e sfollamenti.
E allora mi chiedo: perché la condanna di un massacro dovrebbe trasformarsi nella giustificazione di un altro?
Perché quando si parla delle vittime israeliane si invoca giustamente l’umanità, mentre quando si parla dei bambini palestinesi morti sotto le bombe si cerca immediatamente una giustificazione?
Hamas è un’organizzazione terroristica. Ma questo non significa che due milioni di palestinesi siano Hamas. Non significa che ogni uomo, donna o bambino di Gaza sia responsabile delle sue azioni. E soprattutto non significa che un intero popolo possa essere punito collettivamente.
Facciamo un esempio semplice, che chiunque può capire.
In Italia abbiamo la mafia in Sicilia, la camorra in Campania e la criminalità organizzata in diverse regioni. Se lo Stato volesse combatterle, dovrebbe bombardare Palermo, Napoli e intere città, uccidendo migliaia di innocenti, perché tra la popolazione ci sono dei criminali?
Ovviamente no!
Uno Stato di diritto deve colpire i responsabili, smantellare le organizzazioni criminali e proteggere i cittadini innocenti. Non può trasformare un’intera popolazione in un bersaglio collettivo.
E allora perché questo principio dovrebbe smettere di valere quando parliamo di Gaza?
E ADESSO PARLIAMO DI HAMAS E DELLE RESPONSABILITÀ ISRAELIANE.
C’è una questione storica che troppi preferiscono ignorare: il ruolo delle autorità israeliane nella crescita del movimento islamista da cui sarebbe nata Hamas.
Negli anni Settanta e Ottanta, le autorità israeliane tollerarono e favorirono lo sviluppo delle strutture islamiste legate ad Ahmed Yassin, tra cui Mujama al-Islamiya, un’organizzazione religiosa e sociale dalla quale Hamas sarebbe poi emersa nel 1987.
Perché? Anche per ragioni strategiche: indebolire l’influenza delle forze nazionaliste palestinesi laiche, in particolare dell’OLP e di Fatah.
Questa vicenda è stata ricostruita attraverso testimonianze di ex funzionari israeliani e inchieste giornalistiche. Non significa che Hamas sia stata semplicemente inventata a tavolino dal governo israeliano, ma dimostra che le scelte delle autorità israeliane contribuirono alla crescita di un movimento che, successivamente, sarebbe diventato uno dei loro principali nemici.
E la storia non finisce qui.
Negli anni di Benjamin Netanyahu, il governo israeliano ha consentito e facilitato l’ingresso a Gaza di finanziamenti provenienti dal Qatar. Questi fondi erano presentati come uno strumento per sostenere la popolazione e mantenere la stabilità, ma contribuirono anche a mantenere in piedi l’amministrazione di Hamas.
Questa strategia è stata criticata duramente anche in Israele, soprattutto dopo il 7 ottobre. | 7 086 |
| 19 | La vera domanda è: chi lavora per restituire potere ai cittadini e chi, invece, vuole conservare un sistema in cui le decisioni vengono sempre più influenzate da organismi, interessi economici e strutture lontane dalla gente comune?
Io una riflessione la farei.
Perché forse il problema non è soltanto chi governa, ma anche quali interessi rappresenta e a chi deve rendere conto.
E se un presidente decide di sfidare un sistema consolidato per difendere ciò che considera l’interesse del proprio popolo, almeno abbiamo il dovere di valutare le sue scelte senza pregiudizi.
Poi, se ci volete ragionare, ragionateci.
Altrimenti, problemi vostri.
IO STO DALLA PARTE DELLA SOVRANITÀ POPOLARE, DELLA LIBERTÀ DI SCELTA E DEL DIRITTO DEI CITTADINI A VENIRE PRIMA DELLE ÉLITE. 🇺🇸
Danilo Hardy | 6 047 |
| 20 | TRUMP LAVORA PER IL POPOLO. MA I LEADER DEMOCRATICI DA CHE PARTE STANNO? 🇺🇸
La differenza tra Donald Trump e quella parte dell’élite democratica e globalista è sempre più evidente: Trump mette al centro la sovranità nazionale, gli interessi dei cittadini e il diritto di un popolo a decidere del proprio futuro. I suoi avversari, invece, sembrano troppo spesso più preoccupati di difendere gli equilibri del sistema globalista che di rimettere al centro le esigenze della gente comune.
E non serve credere alle parole. Basta guardare le decisioni. Due piccoli grandi esempi:
1️⃣ TRUMP E L’OMS: PRIMA LA SOVRANITÀ DEGLI STATI.
Trump ha deciso di ritirare gli Stati Uniti dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, contestandone la gestione, i costi e l’influenza sulle politiche nazionali.
L’OMS non è un governo eletto dai cittadini americani. È un’organizzazione internazionale privata che esercita un’influenza significativa sulle politiche sanitarie mondiali.
E allora la domanda è semplice: perché un presidente non dovrebbe poter mettere in discussione un organismo internazionale quando ritiene che non agisca nell’interesse del proprio Paese?
Perché la sovranità nazionale dovrebbe venire dopo le indicazioni delle grandi organizzazioni internazionali?
Trump ha scelto di contestare il sistema, anziché considerarlo intoccabile. E questo, piaccia o no, significa rimettere al centro il diritto di uno Stato di decidere autonomamente.
2️⃣ TRUMP E L’ACCORDO DI PARIGI: PRIMA GLI INTERESSI DEI CITTADINI AMERICANI.
Trump ha deciso di ritirare gli Stati Uniti anche dall’accordo sul clima di Parigi, sostenendo che gli impegni climatici internazionali possano danneggiare l’economia americana, l’industria, l’occupazione e la competitività del Paese.
Qui non si tratta di negare il cambiamento climatico anche se sappiamo essere una bufala. Si tratta di porsi una domanda fondamentale: chi paga davvero il prezzo delle politiche decise dall’alto?
Quando aumentano i costi dell’energia, quando le imprese devono affrontare nuove restrizioni e quando le famiglie fanno fatica ad arrivare a fine mese, non sono i vertici delle grandi organizzazioni internazionali a dover rinunciare al proprio tenore di vita.
A pagare sono i cittadini comuni.
Trump sostiene di voler difendere gli interessi economici americani, i lavoratori e la capacità degli Stati Uniti di decidere autonomamente le proprie politiche. Si può essere d’accordo oppure no, ma è proprio su queste scelte che un presidente deve essere giudicato.
E ORA FACCIAMOCI UNA DOMANDA SCOMODA.
Perché quando Trump mette in discussione le decisioni delle organizzazioni internazionali viene dipinto come un pericolo, mentre chi difende sistematicamente gli equilibri del sistema globalista viene spesso presentato come il custode della democrazia?
La democrazia non significa obbedire sempre alle stesse istituzioni. Significa consentire ai cittadini di scegliere chi li governa e permettere a chi viene eletto di perseguire il programma per cui ha ricevuto il mandato.
Un presidente deve rispondere ai propri elettori. Non deve considerare intoccabili gli accordi internazionali, le burocrazie o i centri di potere soltanto perché metterli in discussione è scomodo.
E qui sta la differenza politica che vedo tra Trump e i suoi avversari democratici: Trump ha costruito la propria azione politica sulla promessa di rompere con il sistema consolidato e riportare gli interessi americani al primo posto. I leader democratici che difendono il modello globalista, invece, privilegiano spesso la cooperazione internazionale e gli equilibri istituzionali, anche quando queste scelte entrano in conflitto con le priorità di una parte dei cittadini.
Naturalmente, nessun leader è immune da critiche. Anche Trump deve essere giudicato per i risultati, le promesse mantenute e le conseguenze delle sue decisioni.
Ma una cosa è certa: non possiamo pretendere che i politici siano tutti uguali e poi rifiutarci di esaminare le differenze tra le loro scelte. | 5 038 |
