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Canale dedicato alle tradizioni spirituali tra Oriente e Occidente, l'esoterismo come aspetto spirituale del mondo, l'ascenso, il furor poetico, la filosofia come trascendimento dell'illusione che pervade l'esistente.
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| 2 | Leone
Tra i nomi del Leone (shima) nell'astrologia indiana, vi è quello di hari «il fulvo» e mrigarāja, «principe degli animali», ovvero dei segni dello zodiaco. Ovunque l'animale è simbolo del potere regale e della forza. Statue di leone sorvegliavano le tombe degli antichi Egizi e i palazzi e le porte dei templi degli Assiri. È nel Buddhismo simbolo del coraggio, della nobiltà, della costanza ed annuncia la buona sorte. Non solo di coraggio, ma anche di giustizia e di sapienza: mangiare il cuore del leone dà coraggio, ma rende altresì saggio lo sciocco. È segno di forza, di comando, di predominio; se l'Ariete non è soggiogabile, il Leone rifiuta il giogo; se il servo fugge quando sorge il Leone o la Luna è in esso, il padrone non riuscirà a raggiungerlo se non dopo ritardi e grandi difficoltà ovvero non tornerà affatto.
I segni del trigono dell'Ariete sono detti sovrani, atti al comando: «Tali infatti sono le stelle del Sole e di Giove, che comandano sulle altre», stelle che in questi segni signoreggiano la triplicità. Ma il Leone, in particolare, riceve l'appellativo di imperiosum, è domicilio del Sole, è segno regale, regalità ove il potere e il comando sono concepiti come guida: comandare (árchein), nel senso di condurre e di mostrare il cammino e ancora: «prendere l'iniziativa», «agire per primo». In questo senso si devono intendere gli appellativi di segno pubblico e politico che il Leone condivide con i segni tropici ed equinoziali, la Bilancia in particolare. Se questi ultimi designano l'amministrare, il dirigere, il regolare, il governare, il reggere i pubblici affari, nel Leone vi è l'idea del guidare, che è insegnare la via precedendo nel cammino, e di menare, farsi seguire, trarre a sé. Nel Leone vi è quindi l'idea dell'insegnamento e dell'impero.
Giuseppe Bezza, Le dimore celesti | 527 |
| 3 | Il Sole ad honor l'huomo et gloria sprona
Et d'ogni leggiadria si dilecta
Di sapienza porta la corona
et di religion produce secta
Sphaerae coelestis et planetarum descriptio (1470) | 416 |
| 4 | Il primo amico e il primo nemico
Come mi scrive un amico scienziato che ama riflettere, l’evento fondamentale nella storia del vivente è stato la comparsa di un microrganismo capace di provare dolore. Questa tesi va ovviamente precisata, premettendo – o aggiungendo – a «dolore» «piacere». Se mettiamo in relazione questa fondamentale capacità del vivente con quanto Aristotele scrive sulla percezione della sensazione di esistere («sentire che viviamo è di per sé dolce, perché la vita è un bene ed è dolce sentire che un tale bene ci appartiene»), possiamo allora dire che la forma primordiale della capacità di provare piacere o dolore si riferisce al fatto stesso di esistere, al sentirsi vivere. Alla sensazione della dolcezza del vivere corrisponde, infatti, quella, simmetricamente opposta, in cui per qualche ragione ¬– o persino senz’alcuna ragione apparente – sentirsi vivere è doloroso.
La frase di Aristotele che abbiamo citato fa parte del trattato sull’amicizia che occupa i libri ottavo e nono dell’Etica nicomachea. Dopo aver definito la dolcezza della sensazione di vivere, Aristotele aggiunge che la stessa dolcezza la proviamo per l’esistenza dell’amico e l’amicizia è questo con-sentire (synasthanesthai) (al)l’esistenza di un altro uomo, che diventa per questo un “altro me stesso” (heteros autos). Non solo vi è una sensazione dell’esistenza, un sentirsi vivere, ma questa sensazione è già sempre condivisa, è già sempre consentimento dell’esistenza dell’altro; e l’amicizia è l’istanza di questo con-sentire (al)l’esistenza dell’amico nel sentimento stesso dell’esistenza propria.
Sarà allora possibile svolgere questa tesi in relazione all’altra polarità della sensazione di esistere, in cui questa appare non più gioiosa, ma dolorosa. Al con-sentire (al)l’esistenza dell’amico corrisponderà ora il con-sentire (al)l’esistenza del nemico. E se la coppia amico-nemico definisce secondo Schmitt la politica, allora a fondamento della politica stanno il piacere e il dolore che definiscono la sensazione umana di esistere e il con-sentimento dell’esistenza dell’altro ad essa inerente. Amicizia e inimicizia, amore e odio, il philein del philos e l’echthairo dell’echthros non rimandano a una dottrina degli affetti, ma sono innanzitutto due fondamentali categorie ontologico-politiche. Se percepiamo la sensazione di vivere come dolce, allora siamo nell’amicizia e nella pace, se la percepiamo invece come odiosa, cadiamo nella guerra e nell’inimicizia. Ancora una volta, alla base della nostra relazione con gli altri sta il rapporto con noi stessi, il modo in cui con-sentiamo (al)la nostra esistenza determina il modo in cui ci situiamo nel mondo. Il primo amico e il primo nemico siamo noi stessi.
17 luglio 2026
Giorgio Agamben | 474 |
| 5 | Nicola Cospito, Wandervögel, la rivolta di una generazione | 855 |
| 6 | Nicola Cospito, Wandervögel, la rivolta di una generazione | 19 |
| 7 | Noi andiamo per il vasto mondo
Chiaro si innalza il nostro canto nel mattino
Chi vuole viene con noi
Se la bufera incalza, se scroscia la pioggia
Noi andiamo verso paesi lontani
Se la bufera incalza, se scroscia la pioggia
Noi andiamo nel sole e nel vento. | 777 |
| 8 | 妙道虛玄不可思議;
忘言得旨端可悟明。
故世尊分座於多子塔前,
拈華於靈山會上。
似火與火,以心印心。
Il meraviglioso percorso è profondamente misterioso e incommensurabile; dimenticando le parole se ne comprende la dottrina incomunicabile e ci si può quindi risvegliare alla luce. Per questo motivo Colui che è dal mondo intero venerato ha condiviso il suo seggio di fronte al Santuario dei Molti Figli e ha tenuto un fiore tra le dita di fronte all’assemblea riunita sul Monte dell’Avvoltoio. Come il fuoco produce il fuoco, così la mente è il sigillo della mente.
Huìnéng 慧能, Sūtra dal soglio del sesto patriarca (Liùzŭ tánjīng 六祖壇經) | 1 548 |
| 9 | Oṃ è un’apertura. Il giorno in cui dicesti ‘sì’ e decidesti di venire a Wutaishan, quel suono Oṃ era già risuonato. Non lo recitasti tu, né lo emise qualcun altro: risuonò da sé, come un’apertura alla sapienza di Mañjuśrī. Oṃ è la tua apertura interiore alla tua stessa vera natura.
La ‘vera natura’ è anche chiamata ‘natura originaria’ e ‘volto originario’. È la medesima consapevolezza cosciente di sé, ossia pura consapevolezza di sé.
Ogni persona, per tutta la vita, gira intorno a un centro. Intorno al denaro, alla fama, all’amore, alla paura, intorno a qualunque cosa sia, senza mai fermarsi. Questo è ciò che potremmo definire ‘saṃsāra della vita quotidiana’.
Lo stūpa è il simbolo del vero asse della vita, il riflesso del nostro asse interiore. Oṃ simboleggia il riconoscimento di questo asse. La nostra vita dovrebbe ruotare intorno alla consapevolezza del nostro asse interiore, che è la sorgente della luce.
La nostra vera natura dovrebbe essere l’asse della nostra vita. Non è un riflesso, come lo è lo stūpa esteriore: è la luce stessa. Se vediamo lo stūpa è perché la nostra luce risplende su di esso.
Non continuare a guardare lo stūpa. La luce non arriva dallo stūpa. Vedi da dove arriva la luce, dov’è la sorgente della luce. Quello è il tuo volto originario. Riconosci chi illumina, chi risplende fin dal principio. Il pellegrinaggio a Wutaishan non è un ‘andare a cercare’; è un ‘andare a riconoscere’ la propria luce interiore, la propria vera natura.
https://www.atiyoga.it/pellegrinaggio-a-wutaishan/ | 828 |
| 10 | Primi pensieri
[Autunno 1874]
Questa conchiglia è ricurva all'interno, ruvida esternamente;
soltanto se, soffiandole dentro, rimbomba se ne può avere la giusta considerazione. (Sentenze indiane, cur. Böthlingk, vol. 1, p. 315)
Uno strumento a fiato, brutto a vedersi: bisogna, appunto, suonarlo.
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Quanto poco tra gli esseri umani domini la ragione, e quanto invece il caso, è mostrato dal pressoché costante scompenso tra la cosiddetta vocazione della propria vita e l'evidente mancanza di vocazione: i casi fortunati sono eccezioni, proprio come i matrimoni fortunati, e anche questi non sono un prodotto della ragione. L'essere umano sceglie la professione quando non è ancora in grado di scegliere: non conosce le diverse professioni, e neppure se stesso; in seguito, trascorre i suoi anni più attivi esercitando questa professione, ad essa dedica ogni suo pensiero, e ne diventa sempre più esperto; quando raggiunge il vertice della chiarezza del suo giudizio, di regola è troppo tardi per dare inizio a qualcosa di nuovo, e su questa terra la saggezza si accompagna quasi sempre alla debolezza dovuta all'età, e alla mancanza di forza muscolare.
Il compito è allora per lo più di riparare, quasi di rettificare ciò che era sbagliato all'inizio; molti riconosceranno che la seconda parte della vita mostra un'intenzionalità che è sorta da una originaria mancanza di armonia; si vive male. Ma, alla fine della vita, ci si è abituati: allora ci si può anche sbagliare sulla propria vita, e lodare la propria stupidità: bene navigavi cum naufragium feci, e si può perfino intonare un inno alla "Provvidenza".
Friedrich Nietzsche, Noi filologi | 671 |
| 11 | بدون متن... | 561 |
| 12 | Le nozze del Sole e della Luna
Entrando nel segno del Cancro, il Sole, come si diceva, raggiunge la sua più alta declinazione positiva sull’orizzonte: è un Sole trionfante che incontra la Luna nella sua casa.
Da queste proficue nozze tutto il cosmo riceverà benefici che attireranno sulla Terra una serie di usanze e di riti, concentrati nella notte di San Giovanni, considerata quella simbolicamente solstiziale per una serie di tradizioni precristiane e cristiane. In questa prospettiva vanno interpretate le ruote infiammate che si fanno rotolare lungo i pendii oppure i falò sulle colline. Si è scritto che si tratterebbe di cerimonie magiche per sostenere il Sole che sta impercettibilmente declinando, essendo il fuoco della stessa sostanza dell’astro: interpretazione che non mi convince interamente perché la funzione del fuoco è anche quella di purificare, di fecondare i campi; ma può convivere tuttavia con la precedente.
Poiché la Luna è omologa alle acque, tutte quelle della notte di San Giovanni riceveranno dal pianeta particolari proprietà; sicché una volta ci si bagnava nei fiumi o nei laghi, si riceveva la rugiada per guarire o preservarsi dalle malattie. E siccome i giorni solstiziali sono quelli della formazione degli esseri nella caverna cosmica, tutto ciò che è connesso alla generazione e alla fruttificazione subisce in quella notte un influsso positivo. «La notte di San Giovanni» dice un proverbio diffuso in varie regioni «il mosto entra nel chicco»: ovvero il chicco comincia a inturgidirsi e a formare gli zuccheri che fermenteranno poi nel mosto.
Fino a qualche decennio fa nell’immaginario popolare si consideravano quelle ore come un «inizio», un capodanno; e come in ogni capodanno vi si potevano trarre presagi sul futuro. Anche le piante godevano dei benefici influssi, tant’è vero che nella notte di San Giovanni avevano funzioni divinatorie, oppure propiziavano l’amore, favorivano la buona salute, cacciavano disgrazie e malocchi o addirittura arricchivano; infine allontanavano le streghe che si recavano al sabba annuale capitanate da Diana, il cui nome spiega perfettamente questa tradizione cristiana: poiché la dea era la personificazione della pagana Luna che regnava nel segno del Cancro, la Chiesa doveva in qualche modo demonizzarla insieme con il suo corteo di streghe.
Alfredo Cattabiani, Planetario | 572 |
| 13 | بدون متن... | 469 |
| 14 | Eratostene di Cirene, Epitome dei Catasterismi | 737 |
| 15 | Cancro
Nel quarto libro del De astronomia, Igino osserva che «Arato non espone i dodici segni a partire dall'Ariete.
come gli altri astronomi, ma dal Cancro, dall'estate medesima». Nel seguito dell'esposizione Igino raggruppa i segni in triadi, secondo le stagioni, mostrando che egli intende bene qui parlare dei segni senza stelle. Lo stesso intende lo scoliasta di Arato. Dice infatti che Arato inizia dal Cancro, perché «è il più boreale, quantunque gli Egizi abbiano posto come origine del circolo dei segni l'Ariete, definendo ogni segno secondo analogia con le parti del corpo umano...». In questo modo, diedero al Cancro il petto, che del corpo dell'uomo è la parte più nobile.
Il Cancro venne inteso come la porta degli uomini, il Capricorno quella degli dei: nel Cancro si entra nella generazione, attraverso il Capricorno si esce da essa. Nel Commento al Timeo di Platone, Proclo osserva che gli Egiziani hanno posto il Nilo in analogia con lo zodiaco: il Nilo è il simbolo della vita che scorre nel mondo intero e quando si getta nel mare, che è come l'ingresso nella generazione, forma un delta, le cui due braccia sono come i cateti di un triangolo rettangolo, e la costa litoranea ne rappresenta l'ipotenusa. E poiché il triangolo costituisce il principio della struttura degli elementi del mondo, il Cancro potrebbe costituirne l'origine.
Giuseppe Bezza, Le dimore celesti | 684 |
| 16 | بدون متن... | 633 |
| 17 | «La ricerca dell'originario è una conversione della forma mentale che si volge all'origine e all'alto, e non al futuro e al basso come effetto dell'entropia di quelli che si chiamano convenzionalmente i valori.»
«È la cultura delle idee senza parole, per riprendere una definizione di Oswald Spengler, è il pensiero non dialettico che trova la sua Bibbia nell'Iliade, nel dialogo tra Achille e Patroclo, quando il primo riconosce all'altro il merito: 'Tu sei di buon sangue'. La Bibbia è appunto l'epopea del popolo ebraico e l'epopea del mio popolo è invece nei sacri testi omerici, in Pindaro, in Platone, in parte anche Aristotele, in Virgilio dunque, in Dante, in Nietzsche e in Evola».
Franco Freda
(Pietrangelo Buttafuoco, Fogli consanguinei) | 2 181 |
| 18 | Chi vuole custodire la regola (śikṣā), deve custodire con ogni sforzo il pensiero. Chi non custodisce il pensiero, perennemente mobile, non può custodire la regola.
Gli elefanti selvaggi, invasi dal calore, non provocano quaggiù tanti mali, quanti ne suscita negli inferi il mostro furioso del pensiero, abbandonato a se stesso.
Ma se l'elefante Pensiero è ben legato dalla corda Consapevolezza, allora ogni pericolo sparisce e ogni bene viene raggiunto.
Tigri, leoni, elefanti, orsi, serpenti, tutti i nemici, tutti i guardiani degli inferi, le streghe e gli asura, son tutti legati, se il solo pensiero è legato; son tutti domati, se il solo pensiero è domato.
Tutte le paure, tutti i dolori infiniti, provengono, infatti, come ha detto il Veridico, dal solo pensiero.
Śāntideva, Bodhicaryāvatāra (Introduzione alla pratica del risveglio) | 1 004 |
| 19 | Eratostene di Cirene, Epitome dei Catasterismi | 612 |
| 20 | I Gemelli astrali
I Gemelli (Gemini) sono il terzo segno dello zodiaco che, secondo il calendario astrologico, si leva poco prima del Sole dalla seconda metà di maggio al solstizio estivo. Ma oggi in realtà la levata eliaca della costellazione avviene dalla seconda metà di giugno alla seconda metà di luglio. La si può vedere perfettamente nel cielo notturno da dicembre a marzo sopra Orione: da un punto vicino a una sua stella, Castore, irradiano poco prima del solstizio invernale le meteore Geminidi, uno dei più ricchi e brillanti sciami meteorici che raggiunge il massimo intorno al 14 dicembre.
Nell’iconografia sumera era chiamata Triade di Stelle, poiché la si rappresentava come una falce di Luna supina fra due astri, quelli che noi chiamiamo Castore (Castor) e Polluce (Pollux), situati sul capo dei rispettivi Gemelli. Si può spiegare quel simbolo rapportandosi alla configurazione del cielo intorno alla fine del V millennio a.C., quando ogni diciotto anni circa la prima falce di Luna appariva tra due stelle nel cielo del crepuscolo.
Precedentemente, nel 5744 a.C., gli astronomi, osservando che il Sole all’equinozio di primavera attraversava Castore e Polluce, le adottarono per simboleggiare la divisione in parti eguali del giorno e della notte in quella data.
Secondo Hugo Winckler l’immagine dei Gemelli, rappresentati arcaicamente come due capre o due gazzelle, sarebbe stata ispirata dal mese equinoziale di sivan, il primo dell’anno babilonese, consacrato al padre degli dei, il dio Sin, le cui due ipostasi erano la Luna piena e la Luna nuova: i «Gemelli». Di quel simbolismo sarebbero rimaste tracce anche nel calendario romano tardo-repubblicano, dove il primo mese dell’anno si chiamava Ianuarius, da Ianus, il dio della Luna, considerato bifronte poiché rappresentava le due metà della Luna, rappresentazione che si ritrova anche in antiche raffigurazioni babilonesi. «Ma il calendario romano repubblicano» sostiene Winckler «enumerando i mesi da quintilis [luglio] a december, mostra chiaramente che, nell’ambito del numero 12, due mesi sono passati dalla fine all’inizio dell’elenco – esattamente come i segni zodiacali del Toro e dell’Ariete. Nell’enumerazione si è quindi conservato l’antico conteggio secondo i Gemelli, mentre naturalmente in corrispondenza al tempo del calendario la posizione dei mesi si basa sul calcolo con equinozio in Ariete.»
Tra il 6540 e il 4380 a.C. erano dunque i Gemelli a cominciare il corso dell’anno all’equinozio primaverile. Per questa ragione la leggenda dei gemelli, nelle fantastiche storie più antiche, narra solitamente l’avvento di una nuova epoca, di un nuovo periodo, di una nuova era. «La leggenda è quella dei due fratelli che non possono restare insieme a lungo ma solo per una notte: e uno di essi uccide l’altro. Tale è appunto il rapporto tra Luna e Sole, o tra le due ipostasi lunari, la splendente e la nera. La storia biblica s’inizia con Caino e Abele, quella romana con Romolo e Remo.»
Alfredo Cattabiani, Planetario | 701 |
