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⭕️Nota del Direttore: invitiamo i membri della comunità di Israele Senza Filtri di Verona e d’intorni a scendere in piazza il
⭕️Nota del Direttore: invitiamo i membri della comunità di Israele Senza Filtri di Verona e d’intorni a scendere in piazza il 6 gennaio al fianco del popolo iraniano. Noi, in quanto parte fondante del Coordinamento Nazionale, abbiamo ufficialmente aderito.

Anche Free4Future, con il coordinamento nazionale ha aderito.

“#Trump colpisce il #Venezuela, ma il bersaglio vero è anche l’#Iran. E questa storia passa da Roma.” Quando parliamo dell’operazione di Trump contro il Venezuela, c’è un errore che si continua a fare: pensare che sia una crisi lontana, che riguarda solo l’America Latina. In realtà, riguarda molto da vicino anche l’Europa. E anche l’Italia. Federica Iaria su F4F

E' uscito il podcast di questa settimana. Lo trovate nella playlist dedicata di spotify, insieme ai precedenti. https://open.spotify.com/playlist/3QzsxmGf02HvmKdwVewDvi?si=_EdEKziHS5ObXPEuEYDLZg Episodio 7 - Dalla Exodus a Cipro: la caccia all'ebreo della marina britannica.

Iran, 40 anni di spionaggio in Italia: Roma snodo chiave Un’inchiesta di Francesca Musacchio su Il Tempo di oggi ricostruisce quattro decenni di attività dell’intelligence iraniana in Italia, con Roma come hub centrale per reclutamento, sorveglianza, propaganda e traffici sensibili. Secondo la relazione Copasir (2022), Teheran opera nel nostro Paese usando coperture diplomatiche, culturali, commerciali e accademiche. I due servizi attivi sono: il Ministero dell’Intelligence iraniano (MOIS/Vevak) l’intelligence dei Pasdaran, con la Forza Quds e la struttura esterna Forza 400, guidata da oltre dieci anni da Hamed Abdollahi. Roma è il fulcro operativo: il Centro culturale dell’ambasciata iraniana è indicato come cuore della rete, anche per attività cyber di monitoraggio di dissidenti. Esuli iraniani riferiscono pedinamenti, pressioni e ritorsioni contro familiari in Iran. Triangolazione con il Venezuela: canale logistico-documentale per ottenere identità alternative e passaporti utili a entrare nello spazio Schengen. L’Italia è spesso il punto d’ingresso “legale”, tramite asilo o permessi di studio; alcuni agenti si presentano come afghani di lingua farsi. Reclutamento: convertiti italiani allo sciismo e militanti di estrema destra e sinistra; alcuni inviati in Libano per contatti con Hezbollah. Obiettivi: tecnologie militari, mappatura di bersagli sensibili, controllo degli oppositori. Precedenti giudiziari: 1993: a Roma l’omicidio di Mohammad Hossein Naqdi, rappresentante del CNRI. 2010: arresti per traffico illecito verso l’Iran (coinvolti anche presunti agenti sotto copertura giornalistica). 2022: indagine su armi e droni (300 milioni di euro) destinati a Teheran; collegamenti con mediatori italiani. La rete, a lungo invisibile, oggi è più esposta: proteste in Iran e nuovi fronti internazionali potrebbero incrinarne l’operatività. https://www.iltempo.it/esteri/2026/01/04/news/spie-iraniane-il-fulcro-operativo-si-trova-a-roma-reclutamento-e-traffici-top-secret-45687265/

Al momento della nascita di Israele, circa 28.000 internati si trovavano ancora a Cipro. I rilasci cominciarono, ma lentamente, al ritmo di 1.500 persone al mese. Solo tra gennaio e febbraio 1949 gli inglesi liberarono gli ultimi 10.200 internati, in gran parte uomini in età militare. Con la loro partenza, il sistema dei campi viene definitivamente smantellato.

Il limbo dopo il lager Anche nel Mediterraneo orientale del dopoguerra, venne creato un sistema di campi di internamento, la
Il limbo dopo il lager Anche nel Mediterraneo orientale del dopoguerra, venne creato un sistema di campi di internamento, la cui narrazione storica e conoscenza rimangono spesso ai margini della memoria pubblica. Si trovavano sull’isola di Cipro, erano gestiti dalle autorità britanniche e qui vi furono internati decine di migliaia di ebrei sopravvissuti alla Shoah. Questi campi nacquero per una precisa continuità politica che attraversò il periodo bellico e anche quello successivo. Tra l’agosto del 1946 e il gennaio del 1949, oltre 53.000 ebrei vennero internati nei dodici campi di internamento di Cipro, circondati da filo spinato e sorvegliati da militari. Non si trattava di prigionieri di guerra, né di detenuti comuni. Erano persone sopravvissute miracolosamente allo sterminio nazista, intercettati mentre tentavano di raggiungere la Palestina mandataria e trattenuti in una condizione giuridica sospesa, che prolungò l’esperienza dell’internamento anche dopo la fine del conflitto. La fine della guerra e la continuità delle politiche Alla fine del 1945, l’Europa celebrò la sconfitta del nazismo e l’inizio della ricostruzione. Sul piano amministrativo, tuttavia, molte delle politiche in vigore prima della guerra restarono operative. La gestione dell’immigrazione ebraica verso la Palestina mandataria continuò a essere regolata dal Libro Bianco del 1939, un documento che, come abbiamo più volte ribadito, limitava drasticamente l’ingresso degli ebrei in quel territorio. Il Libro Bianco stabiliva un tetto massimo di 75.000 ingressi in cinque anni, con ogni ulteriore immigrazione subordinata al consenso arabo. Alla fine della guerra, Londra accettò di rilasciare 1.500 certificati al mese, una quota del tutto insufficiente rispetto alle decine di migliaia di ebrei sopravvissuti alla Shoah che volevano ricostruirsi una vita fuori dall’Europa genocida. Exodus: l’opinione pubblica si incendia La vicenda della nave Exodus rappresenta un punto di svolta nella percezione pubblica di questa politica. La nave salpò nel luglio del 1947 con oltre 4500 passeggeri, tra cui moltissimi bambini e adolescenti, la maggior parte orfani. Venne intercettata dalla marina britannica al largo di Haifa, abbordata con la forza e infine rimorchiata nel porto della città. La decisione britannica di deportare i sopravvissuti prima in Francia e poi in Germania provocò un’ondata di indignazione internazionale. Giornalisti e osservatori parlarono apertamente di crudeltà e di continuità simbolica con le pratiche naziste. Il problema non era più solo amministrativo: divenne politico e mediatico. Nel 1946 una potenza Alleata riportava in campi di concentramento in Germania sopravvissuti alla Shoah. Cipro come soluzione sistematica I campi di internamento di Cipro erano già operativi prima della vicenda della Exodus, ma fu proprio il clamore mediatico suscitato nel 1947 dal ritorno forzato dei sopravvissuti in Europa a rendere politicamente insostenibile quella pratica, trasformando Cipro nella soluzione per contenere l’immigrazione ebraica. Da quel momento, gli immigrati intercettati non vennero più rispediti in Europa, ma trasferiti nei campi ciprioti. Cipro diventa il luogo in cui la politica di contenimento assume una forma stabile: dodici campi, distribuiti tra Caraolos, nei pressi di Famagosta, e Dekhelia, vicino a Larnaca, entrambi già utilizzati in passato per la detenzione militare. Vivere dietro il filo spinato Le condizioni di vita erano difficili: tende e baracche, caldo estremo, carenze igieniche, assistenza sanitaria limitata. L’internamento a Cipro non fu una misura temporanea. Durò anni. Anche dopo la proclamazione dello Stato di Israele, avvenuta il 14 maggio 1948, migliaia di ebrei restarono comunque rinchiusi nei campi.

Iran e Venezuela L’operazione di Trump contro il Venezuela non si spiega solo con Caracas. Va letta dentro un quadro strategi
Iran e Venezuela L’operazione di Trump contro il Venezuela non si spiega solo con Caracas. Va letta dentro un quadro strategico più ampio, in cui l’Iran è un bersaglio indiretto ma centrale. Petrolio, narcotraffico, migrazione contano — Trump lo ha detto esplicitamente — ma il legame strutturale tra il regime di Maduro e la Repubblica Islamica è parte integrante dell’azione. Negli ultimi anni il Venezuela è diventato una piattaforma esterna di Teheran: cooperazione energetica per aggirare le sanzioni, presenza militare e tecnologica, canali finanziari opachi. Il 30 dicembre 2025 gli USA hanno sanzionato aziende venezuelane e iraniane per la cooperazione su droni Mohajer e componenti missilistiche, indicandola come minaccia diretta alla sicurezza statunitense sia in Medio Oriente sia nell’emisfero occidentale. Dopo la cattura di Nicolás Maduro, il segretario alla Difesa Pete Hegseth è stato brutale ma chiarissimo: “Iran and Venezuela f’ed around and found out”. Un collegamento politico esplicito. C’è poi un altro livello, meno dichiarato ma decisivo: le reti finanziarie. Da anni il regime venezuelano è accusato di facilitare riciclaggio di denaro per Hezbollah, proxy iraniano, attraverso clan libanesi-venezuelani, oro illegale, narcotraffico e petrolio sanzionato. Il Venezuela è stato usato come base per lavare denaro, evadere sanzioni e finanziare operazioni globali, anche tramite criptovalute negli ultimi anni. Figure chiave del regime, come Tareck El Aissami, sono state sanzionate proprio per questi legami. Rimuovere Maduro significa quindi interrompere canali finanziari che aiutano l’Iran a sopravvivere alle sanzioni. Non è il motivo ufficiale principale, ma rientra pienamente nella strategia di “massima pressione” contro Iran, ripresa dal primo mandato di Donald Trump e intensificata nel 2025-2026. È un’operazione multi-obiettivo e ad altissimo rischio — catturare un presidente in carica crea un precedente enorme. Ora la partita vera sarà la reazione di Russia, Cina e dell’America Latina. Ma una cosa è chiara: Venezuela e Iran oggi sono lo stesso dossier, e leggerli separatamente significa non capire cosa sta succedendo davvero.

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Perché molti dissidenti iraniani stanno twittando contro Maduro? Perché Maduro non è solo Maduro. Per l’opposizione iraniana,
Perché molti dissidenti iraniani stanno twittando contro Maduro? Perché Maduro non è solo Maduro. Per l’opposizione iraniana, il regime venezuelano è da anni una proiezione esterna della Repubblica Islamica, una sua base operativa e finanziaria in America Latina. Il Venezuela di Nicolás Maduro è stato uno dei principali alleati di Teheran fuori dal Medio Oriente: cooperazione petrolifera per aggirare le sanzioni, canali finanziari opachi, presenza di apparati legati ai Pasdaran e a Hezbollah, utilizzo del Paese come retrovia strategica. Non una simpatia ideologica, ma un’infrastruttura di sopravvivenza tra regimi sanzionati. Per questo la cattura di Maduro, annunciata il 3 gennaio da Donald Trump, viene letta dai dissidenti iraniani come un colpo diretto a Teheran. Non tanto per il Venezuela in sé, quanto perché l’Iran perde un alleato chiave, investimenti miliardari e una piattaforma strategica nel continente americano. Sui social in persiano il messaggio è chiaro: se un dittatore alleato della Repubblica Islamica non è intoccabile, allora non lo è nemmeno Ali Khamenei. Da qui slogan e hashtag del tipo “Venezuela oggi, Iran domani”. C’è anche un elemento psicologico e politico. In una fase di proteste interne e repressione violenta, vedere crollare un regime “amico” rafforza l’idea che l’asse autoritario non sia invulnerabile. Per oppositori laici, monarchici e anti-regime, l’indebolimento di Caracas significa meno ossigeno economico e strategico per Teheran. Non è entusiasmo per Trump in quanto tale. È la percezione che, per una volta, un dittatore alleato dell’Iran sia caduto davvero. E che questo incrini la narrazione centrale del regime: quella dell’inevitabilità e dell’eternità del potere.

L'EJC è profondamente allarmato dal lancio di Barcelonaz, una mappa interattiva online che identifica aziende di proprietà eb
L'EJC è profondamente allarmato dal lancio di Barcelonaz, una mappa interattiva online che identifica aziende di proprietà ebraica, aziende israeliane e altre entità presumibilmente legate a Israele in Catalogna. Il progetto è ospitato sulla piattaforma francese GoGoCarto e invita gli utenti a segnalare ulteriori obiettivi e a etichettare le attività come "sioniste", senza distinguere tra aziende israeliane, aziende ebraiche locali, scuole o multinazionali che operano in Israele. Il nome stesso del progetto è profondamente allarmante. L'uso di "NAZ" sembra associare deliberatamente ebrei e israeliani al nazismo, una forma di inversione antisemita che banalizza i crimini nazisti demonizzando al contempo l'identità ebraica. La storia ha dimostrato che l'identificazione e la presa di mira di ebrei e della vita ebraica negli spazi pubblici può avere conseguenze pericolose. Può facilitare attacchi nel mondo reale rendendo la vita ebraica più facile da identificare e prendere di mira, alimentando al contempo molestie, intimidazioni, vandalismo e pressioni per il boicottaggio. Le recenti esperienze a livello internazionale hanno dimostrato quanto rapidamente le campagne di targeting e doxxing online possano tradursi in minacce e insicurezza fisica per le comunità ebraiche. Il Presidente di @BarcelonaJudia Raymon Forado ha dichiarato: "L'attacco di Bondi è iniziato in questo modo: identificando e normalizzando la presa di mira di ebrei, istituzioni ebraiche e multinazionali che operano in Israele. Siamo a un passo da quanto accaduto in Australia, dove 15 persone sono state uccise semplicemente perché erano ebree. Se non si interviene ora, i nostri leader politici ne saranno ritenuti responsabili". L'EJC è al fianco della comunità ebraica di Barcellona e sostiene le denunce già presentate. Esortiamo GoGoCarto, il Governo della Catalogna e il Consiglio Comunale di Barcellona ad agire con urgenza, a rimuovere i contenuti che favoriscono la discriminazione e l'incitamento e a garantire la responsabilità ai sensi della legge applicabile. da: European Jewish Congress

Una ricostruzione cronologica, ora per ora, della notte che ha cambiato il Venezuela. Nella notte tra venerdì 2 e sabato 3 gennaio 2026, il Venezuela è stato teatro di una rapida e violenta escalation culminata in un’operazione militare statunitense su larga scala e nella cattura del presidente Nicolás Maduro. Di seguito la ricostruzione cronologica degli eventi, sulla base di fonti internazionali convergenti. Venerdì 2 gennaio 2026 – sera Ore 20:00–24:00 Il governo venezuelano segnala apertura a negoziati con gli Stati Uniti sul narcotraffico, attraverso un’intervista preregistrata di Maduro. Parallelamente, gli USA mantengono un massiccio dispiegamento militare nel Mar dei Caraibi, inclusa la portaerei USS Gerald R. Ford e circa 15.000 militari. Sabato 3 gennaio 2026 – madrugada Ore 02:00 circa – Inizio delle esplosioni Forti detonazioni vengono udite a Caracas e negli stati di Miranda, Aragua e La Guaira. Testimoni segnalano aerei ed elicotteri a bassa quota, lampi nel cielo, incendi e colonne di fumo. Obiettivi colpiti (secondo fonti locali e internazionali): Fuerte Tiuna, principale complesso militare, nei pressi del palazzo presidenziale Miraflores. Base aerea La Carlota, nel centro di Caracas. Altri siti militari e strategici, inclusi il porto di La Guaira e infrastrutture di comunicazione sul Cerro El Volcán. Ore 02:00–03:30 – Operazione militare USA Attacco definito “large-scale strike”, con bombardamenti mirati e un’incursione terrestre. Un’unità d’élite statunitense (Delta Force) cattura Nicolás Maduro e la moglie Cilia Flores, che vengono trasferiti fuori dal paese. Ore 03:00–04:00 – Reazioni immediate Il governo venezuelano dichiara lo stato di emergenza nazionale (“Conmoción Exterior”). Maduro firma un decreto di mobilitazione delle forze armate poco prima della cattura. Sabato 3 gennaio 2026 – mattina presto Ore 04:21 ET (05:21 a Caracas) Il presidente USA Donald Trump annuncia su Truth Social: “Gli Stati Uniti hanno eseguito con successo un attacco su larga scala contro il Venezuela. Nicolás Maduro e sua moglie sono stati catturati.” Convocata una conferenza stampa alle 11:00 da Mar-a-Lago. Ore successive La vicepresidente Delcy Rodríguez dichiara di non conoscere il destino di Maduro e Flores e chiede prove di vita. Il ministro della Difesa Vladimir Padrino López annuncia un “dispiegamento massiccio” dell’esercito. Il ministro dell’Interno Diosdado Cabello afferma che il paese “supererà l’attacco”. Reazioni USA L’Attorney General Pam Bondi conferma che Maduro e Flores affronteranno la giustizia USA per narcoterrorismo (indictment 2020, SDNY). Il Segretario di Stato Marco Rubio ribadisce che Maduro guida il Cartel de los Soles. Sabato 3 gennaio 2026 – mattina e pomeriggio Condanne internazionali da Russia, Iran, Cuba e Cina. Colombia rafforza il confine per possibili flussi di rifugiati. UE, Regno Unito, Spagna e Messico chiedono de-escalation e rispetto del diritto internazionale. La situazione resta fluida: non risultano ulteriori azioni militari USA immediate; il Venezuela segnala possibili vittime civili e militari, senza cifre ufficiali.

E ancora una volta, si palesa la ragione per cui un progetto come “Riprendiamoci la memoria” è importante: ricostruire la consapevolezza che la liberazione dei campi di sterminio nazisti non ha coinciso con una liberazione vera, nè tantomeno con la fine delle persecuzioni antisemite.

Nel 1945 la Gran Bretagna è tra le nazioni che hanno sconfitto il nazismo. È una potenza vincitrice, centrale nella definizio
Nel 1945 la Gran Bretagna è tra le nazioni che hanno sconfitto il nazismo. È una potenza vincitrice, centrale nella definizione del nuovo ordine europeo e mediterraneo. Ma fu anche l’autorità che decise di internare di nuovo migliaia di ebrei sopravvissuti allo sterminio per la ragion di stato. Si tende a pensare che l’internamento degli ebrei, prima nei ghetti e poi nei campi, sia stato esclusivamente un prodotto nazista e spesso, coscientemente o meno, si omette dalle pagine della Seconda Guerra Mondiale che anche i britannici, sebbene con altre motivazioni, hanno agito allo stesso modo. Attenzione, però. L’onestà intellettuale e il rigore storico impongono di specificare che i campi di internamento britannici non furono costruiti come luoghi di sterminio, quella fu un’esclusiva tutta nazista. Tuttavia, in questi campi, che fossero nella Palestina mandataria, alle Mauritius o a Cipro, la vita fu tutt’altro che facile. I campi di internamento britannici furono l’ennesima gabbia messa intorno agli ebrei scampati alla Shoah - anche perché la maggior parte di loro era già passata per i DP camps. La marina britannica intercettò i sopravvissuti. Li arrestò e li recluse per la sola colpa di aver tentato di raggiungere la Palestina mandataria, in nome di una politica che, anche dopo il 1945, continuò a trattare l’immigrazione ebraica come un problema da contenere. Il Libro Bianco del 1939, concepito per mantenere la pace nel mandato e, soprattutto, per rabbonire la popolazione araba locale, restò il quadro di riferimento anche dopo la guerra. Le sue restrizioni all’immigrazione ebraica non vennero sospese in nome dell’immane emergenza umanitaria. Al contrario, vennero applicate con ancora più rigore. E così, mentre nei campi per displaced persons in Europa prendeva forma una nuova rinascita ebraica da parte del She’erit hapletah, la Palestina mandataria rimaneva, ancora una volta, un miraggio. Il desiderio degli ebrei di raggiungere l’Yishuv, il nucleo ebraico che era fiorito negli ultimi decenni nella Palestina mandataria, con città e organismi già consolidati, venne stroncato a causa di motivazioni di ordine pubblico, che annullarono la coscienza di fronte a una moltitudine di persone scampate miracolosamente a un genocidio. La priorità restò la stabilità del Mandato. In questo quadro, la vicenda della nave Exodus rappresentò un caso eclatante che esacerbò ancora di più la politica di contenimento britannica contro i profughi ebrei. La nave, che trasportava 4525 profughi, sebbene ne potesse caricare solo 400, venne intercettata e abbordata dalla marina britannica. I suoi “passeggeri”, tra i quali oltre 1600 minori, la maggior parte orfani e parecchie donne incinte, furono arrestati e riprenditi in Europa. Qui, gli stessi inglesi da Amburgo li portarono in due campi di concentramento di Lubecca. Di nuovo reclusi. Di nuovo in Germania. All’epoca, i campi di internamento di Cipro erano già operativi. Tuttavia, fu proprio il clamore mediatico suscitato dalla Exodus che, infiammando l’opinione pubblica, spinse gli inglesi a non deportare più gli ebrei in Europa ma a imprigionarli a Cipro, dentro a dodici campi, in 50 mila nel corso di tre anni, circondati dal filo spinato, sotto stretta sorveglianza militare. Per non parlare della beffa finale. Anche dopo la fondazione dello stato di Israele, nel maggio del 1948, l’amministrazione britannica non liberò tutti i prigionieri in una volta sola. Gli ultimi profughi lasciarono l’isola tra il gennaio e il febbraio del 1949, quasi un anno dopo. La guerra era finita, la Gran Bretagna si era ritirata come potenza mandataria eppure prolungò l’incubo dell’internamento e della privazione della libertà a migliaia di ebrei. L’opposizione britannica ai profughi ebrei in viaggio verso la Palestina mandataria è un dato che troppo spesso viene ignorato dai libri di Storia e, di riflesso, dalla memoria pubblica.

Le proteste in Iran si sono diffuse in tutto il paese, con slogan che invocano un cambio di regime. Le forze di sicurezza stanno rispondendo con armi da fuoco, uccidendo finora almeno sette manifestanti. Ecco una mappa delle città in protesta durante il sesto giorno di disordini. #mediamente Non c'è pace senza verità Hint: Iran International English Iran International English Iran International English Iran International English

Iran, sesto giorno di proteste: morti, repressione e sfida politica al regime Prosegue per il sesto giorno consecutivo la mob
Iran, sesto giorno di proteste: morti, repressione e sfida politica al regime Prosegue per il sesto giorno consecutivo la mobilitazione contro il regime in Iran. Le proteste, ormai chiaramente politiche, si estendono a nuove aree del Paese e registrano un aumento della violenza e delle vittime, soprattutto nelle province occidentali. Nelle ultime 24 ore media semi-ufficiali e reti di monitoraggio hanno riportato almeno 6–7 morti. Il bilancio più grave arriva dalla provincia di Lorestan: ad Azna si contano 3 morti e 17 feriti; a Lordegan (Chahar Mahal e Bakhtiari) almeno 2 vittime. È stata inoltre confermata ufficialmente la morte di un membro delle Basij a Kuhdasht. Secondo le ricostruzioni indipendenti, la maggior parte delle vittime sarebbe stata colpita da spari delle forze di sicurezza; i media statali parlano invece di “scontri” e accusano i manifestanti di attacchi a edifici pubblici. La protesta continua a diffondersi territorialmente. Oltre a Teheran — dove restano chiusi mercati e attività — manifestazioni sono segnalate in città minori come Marvdasht (Fars), Ali Gudarz e Darreh Shahr. Video verificati mostrano incendi di veicoli della polizia, scontri notturni e slogan sempre più espliciti: “Morte al dittatore”, rivolto alla Guida Suprema Ali Khamenei; “Javid Shah”; “Quest’anno è l’anno del sangue, Seyyed Ali sarà rovesciato”. Sul piano repressivo, aumentano gli arresti — decine in varie province — e l’uso della forza, mentre non risultano blackout generalizzati di internet nelle ultime ore. Il messaggio delle autorità resta ambiguo. Il presidente Masoud Pezeshkian, intervenendo ieri, 1° gennaio, ha riconosciuto che le proteste pacifiche sono un diritto costituzionale e ha promesso ascolto e riforme economiche, ammettendo limiti nel controllo sulle forze di sicurezza. Parallelamente, il procuratore generale Mohammad Movahedi-Azad ha avvertito che ogni tentativo di “destabilizzazione” riceverà una “risposta decisiva”. Nessuna presa di posizione diretta di Khamenei nelle ultime 24 ore. I fatti sul terreno indicano però una dinamica chiara: non una rivolta economica, ma una contestazione politica diretta della dittatura dei mullah, cui il regime risponde con repressione, arresti e proiettili veri. #mediamente Non c'è pace senza verità

Federica Iaria ha chiesto a Ashkan Rostami perché la stampa italiana sta ignorando le proteste in Iran. Ascoltate la sua risposta. Ashkan Rostami è un dissidente iraniano in esilio in Italia dal 2015. Nato a Teheran, ha partecipato attivamente alle proteste del Movimento Verde nel 2009 e ha lasciato l'Iran per motivi di sicurezza, passando prima per la Turchia. Si batte per i diritti delle donne, delle persone LGBTQ+ e contro l'islamismo politico. E' uno dei più attivi esponenti dell'opposizione iraniana in Europa, rappresenta all'estero il Partito Costituzionalista dell'Iran (che sostiene una monarchia costituzionale) e fa parte del Consiglio di Transizione dell'Iran, un organismo che unisce varie forze per una futura transizione democratica. #mediamente Non c'è pace senza verità.

Nel frattempo, il pressing su Ascari aumenta. E non solo dal centrodestra. Ieri si è esposto il Coordinamento nazionale delle
Nel frattempo, il pressing su Ascari aumenta. E non solo dal centrodestra. Ieri si è esposto il Coordinamento nazionale delle associazioni pro Israele, per il quale ci sono «profili di inopportunità istituzionale incompatibili con il ruolo ricoperto». Nella nota si sottolineano i «rapporti documentati tra Ascari e Hannoun, oggi al centro di un’indagine coordinata dalla Dna». Il nodo è politico e investe il ruolo della Commissione, «un organo di garanzia che opera su flussi finanziari sospetti, reti associative transnazionali e attività monitorate dalla Dna. La contemporanea esistenza di rapporti documentati con soggetti oggi indagati dalla stessa Direzione che collabora con la Commissione configura un evidente conflitto di opportunità, indipendentemente da ogni valutazione di colpevolezza». E sul web, su iniziativa di Free4Future, parte anche una raccolta firme per la richiesta delle dimissioni.

Se non avete ancora firmato, questo è il link: https://forms.gle/zD6sJ8spREzDTeVb8 firmate e condividete il link. Obiettivo 5000 firme, e siamo già sopra 1200.

https://www.liberoquotidiano.it/news/politica/45647673/in-commissione-antimafia-scoppia-il-caso-ascari/ L'articolo si chiude così: "E sul web, su iniziativa di Free4Future, parte anche una raccolta firme per la richiesta delle dimissioni."