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I Pionieri della Nuova Era️️

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Il gesto iniziale, quel dito puntato, non è provocazione, ma chiarezza. È un segno che delimita, non che incendia. E quei 22 secondi non sono vuoto: sono controllo, presenza, ordine interiore. Perché il vero dominio non è mai sull’altro. È la capacità di restare integri mentre l’altro perde il proprio centro. Tratto dalla Bacheca fb di Antonio Ruben

22 SECONDI DI SILENZIO, IL DOMINIO INVISIBILE DELLA FORZA INTERIORE, L’ORDINE DI UNO STATO DI FLOW CHE PERMETTE LA VITTORIA DELLA MENTE CALMA SULL’AGGRESSIVITÀ Che cosa succede quando qualcuno ci provoca con l’unico obiettivo di farci reagire? Che cosa accade nello spazio sottile in cui una persona perde il controllo e un’altra, invece, resta immobile? E soprattutto: chi sta davvero esercitando potere, in quel momento? Nel basket femminile è accaduta una scena che diventa quasi una piccola lezione sul funzionamento della mente umana sotto pressione. Nessuna esplosione, nessun gesto fuori controllo. La ragazza, con la lunga coda di capelli raccolti, compie un unico gesto essenziale, quasi chirurgico: alza il braccio e punta il dito verso l’avversaria, indicandola. Un dito puntato, come una freccia che non ferisce il corpo, ma colpisce direttamente il cuore della verità di quel gesto. E poi il gioco continua. Un semplice episodio, avvenuto durante una sfida WNBA tra Indiana Fever e Phoenix Mercury, è diventato virale: Sophie Cunningham, dopo un acceso confronto con DeWanna Bonner, ha mantenuto il controllo di sé restando immobile e indicando l’avversaria per diversi secondi. Una scena breve, ma sufficiente a scatenare il dibattito e a trasformarsi in simbolo. In quei 22 secondi sospesi si apre uno spazio raro: un tempo di dominio mentale, silenzio e forza interiore. Un tempo in cui non accade solo sport, ma psicologia allo stato puro. È in quel momento che una delle giocatrici perde completamente il controllo: esplode, si agita, deve essere trattenuta. Il sistema emotivo prende il sopravvento. La mente non guida più il corpo: lo rincorre. Eppure, dall’altra parte, resta immobile colei che è stata coinvolta nel gesto. Non reagisce con la stessa frequenza emotiva. Non si lascia trascinare. Non alimenta il caos. Qui entra in gioco un principio fondamentale del potere personale: chi non reagisce, interrompe il ciclo del controllo altrui. Molte dinamiche, nello sport come nella vita, seguono questo schema invisibile: l’altro provoca non per cercare verità, ma per ottenere reazione. Energia. Spostamento emotivo. Quando quella risposta non arriva, il meccanismo si inceppa. Ma ciò che rende questa scena ancora più significativa è un livello più profondo: la centratura. La centratura non è assenza di emozione. Non è freddezza. È presenza totale. È la capacità di stare dentro il momento senza esserne travolti. È il radicamento nel qui e ora, dove il pensiero non anticipa né rincorre, ma coincide con l’azione. In questa condizione si apre ciò che in psicologia viene definito stato di flow: una dimensione in cui l’atleta entra in perfetta armonia con il gesto, il ritmo del gioco e il tempo stesso. Tutto diventa essenziale, nulla è disperso. La mente non interferisce: sostiene. Il corpo non subisce: esprime. Ed è proprio qui che il contrasto si fa netto. Da una parte c’è un atleta travolto dall’attivazione emotiva: cuore accelerato, respirazione corta, pensiero frammentato. L’azione diventa reazione, e la reazione diventa perdita di direzione. Un corpo forte, ma governato da una mente agitata. Dall’altra, lo stesso corpo sotto sforzo, la stessa intensità fisica, ma organizzata dalla presenza. Il cuore pulsa, la fatica esiste, la pressione è reale. Eppure la mente resta stabile. Non si disperde. Non cede all’urgenza emotiva. Tiene il centro. In questa differenza si gioca la vera natura della forza: non la quantità di energia, ma la sua direzione. Lo psicologo Daniel Goleman, parlando di intelligenza emotiva, ha sottolineato come la competenza decisiva non sia evitare le emozioni, ma impedire che siano loro a guidare le decisioni. Tra stimolo e risposta esiste uno spazio: ed è lì che nasce la libertà interiore. E allora il campo da gioco diventa uno specchio. Da una parte chi viene trascinato fuori da sé. Dall’altra chi resta dentro di sé, anche mentre tutto si muove.

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Lucca, 22,42 «Non la mia volontà, ma la tua sia fatta» Qui nasce il conflitto tra le due volontà: . La volontà "mia" — quella
Lucca, 22,42 «Non la mia volontà, ma la tua sia fatta» Qui nasce il conflitto tra le due volontà: . La volontà "mia" — quella dell'io personale, dell'ego, dell'istinto, delle passioni e delle abitudini. . La volontà "tua" — la Volontà del Nous, la Mente divina, il principio universale che permea il cosmo. La frase non chiede di annullarsi e non è una rinuncia, ma è una sintonizzazione con la nostra parte divina. Chi ha già fatto il lavoro interiore vero (senza attestati, balletti, tamburi e mantra… ecc ) può comprendere che la volontà "tua" non è di un dio esterno, ma è il proprio Sé profondo che parla. Chi può capire, lo faccia! -Eduardo Muscara -

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