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Augusto Bassi

Augusto Bassi

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Non solo l’orso russo…

Cerco di chiarire una volta di più l'ottusità degli argomenti immigrazionisti. Si continua a leggere "sono poveri miserabili che cercano una vita migliore", "non facciamoci fregare dalle lotte orizzontali", "il nostro nemico è un altro", "siamo tutti figli di Dio". Trovo pedestre confondere responsabilità morale con pericolosità sociale. Da Sant'Agostino a San Tommaso fino a Papa Benedetto sappiamo che il pensiero cristiano distingue fra l'uguale dignità ricevuta dalla diseguale grandezza conquistata. Io non metto mai in discussione la dignità ontologica di ogni singolo essere umano, ma non è nostro compito soppesare colpe, meriti, valore di una vita. Può essere che un selvaggio sia tale per qualche tara nel Dna, perché figlio di una subcultura, perché rincoglionito da una religione dell'odio, o magari solo perché lontano dalle nostre coordinate simboliche. Noi dobbiamo venire a patti con gli esiti, lasciando a Dio i giudizi sulle coscienze. Anche uno psicopatico non ha colpe per essere tale, ma non possiamo farlo circolare in società. So bene - magari anche un poco meglio di chi commenta - che il solco ideale parte dal Piano Kalergi, che l'immigrazione di massa è usata dalle élite sioniste per destabilizzare gli Stati sovrani occidentali, che gli immigrati sono soltanto vittime. Ma questo cambia nulla nell'esito. Se sono in trincea a combattere non mi influenza sapere che i soldati nemici sono vittime come me, mandati a morire da altri, perché mi sparano comunque addosso e devo difendermi. Quindi sapere che i poveri immigrati non hanno colpe - morali né contingenti - per essere in mezzo ai coglioni, o per trovare normale stuprare una bambina e prendere a bastonate un cane, non modifica il fatto che vanno annientati o resi inoffensivi perché la loro mera presenza è una dichiarazione di guerra alla nostra visione del mondo. E il modo migliore per nuocere al Gran Massone è proprio quello di respingere il suo inconsapevole esercito.

Grazie al sistema di sorveglianza del minimarket torinese è stato reso pubblico l’audio dell’approccio immediatamente precedente la molestia che il cittadino bengalese ha esercitato sulla bambina di 13 anni: “Bella… ciao!”.

Ce ne andiamo dopo aver visto uno degli esotici uccelli presenti nella tenuta stramazzare al suolo colpito da un fresbee. Trascorso un piacevole e istruttivo pomeriggio alla Fondazione Cini, torniamo per cena e decidiamo di consumare fuori, a bordo laguna. Il tavolo più suggestivo, che già pregustavamo, esporta democrazia grazie alla prima famiglia americana che stramalediamo a voce alta per tutta la serata, salvo scoprire che il padre - sinistramente simile a Crosetto e virtuoso dello stuzzicadenti - a differenza del personale... parlava italiano. Ma in fondo poteva andare peggio: poteva grandinare.

Forse hanno ragione i terzomondisti, forse l'immigrazione clandestina non è la vera emergenza nazionale. Riporto qualche appunto di viaggio che dà loro ragione perché il turismo foresto è verosimilmente peggio. Nei giorni scorsi eravamo in visita a Venezia per la quarta edizione di Homo Faber. L'hotel che ci ospitava vanta notevoli pretese, legittimate da una collocazione insuperabile e un passato monastico pregno di epifanie. Siamo già stati ospiti della struttura in numerose occasioni, ma troviamo un'accoglienza da sportello bancario Intesa San Paolo. La signorina che ci porta nelle stanze, depositaria di tutto il giacimento culturale della struttura, non parla italiano, ma poco male perché non parla in generale. La camera è magnifica e ci fa dimenticare le installazioni di arte contemporanea sminestrate qua e là lungo i corridoi che ricordano i deliri di uno chef bosniaco sessualmente confuso. Prenoto per la cena, inforco un abito carta da zucchero ed evito la cravatta perché male stirata dalla valigia. Olga è ovviamente più elegante di me. Giunti in sala troviamo un'atmosfera da camping spinnaker con bambini che si esprimono nell'unica lingua davvero universale: lo strillo. La tavolata più rumorosa esibisce spumeggianti bocce di champagne e un imprevedibile accento ucraino. Ma pensa che resilienza! Poi ci cade l'occhio sul consorzio in fondo dove un gentiluomo di natali incerti sta ruminando... scalzo. In braghe corte e scalzo. Giunge la cameriera e scopriamo che anch'ella non parla italiano. Le chiedo un garzone che arrivi a tanto. Ci manda un ragazzo molto sorridente che mi accoglie così: "Sorry, I dont' speak italian". A Venezia sono sempre serenissimo, ma sento l'urgenza di rispondere che sono sorry anch'io, perché I don't speak english in Italia. Il giovane non si esprimerà più. Dopo primi ben assemblati, una spigola superlativa, caffè e sigaretta, ci sediamo al fastosissimo bar, che esala suggestioni da Bloody Mary della generazione perduta. Sono comodo da pochi istanti quando noto una presenza al mio fianco. Inizialmente percepisco solo un gaio motivo a righe orizzontali e penso ai guizzi di un gondoliere ricamato sulla moquette. Poi metto a fuoco: è una ciabatta dell'Adidas. Olga filma il mio sconcerto, che è il suo, ma non quello del bartender che stabilisce un istintivo rapporto di confidenza con il disinvolto avventore. Ci spostiamo negli ambienti più letterari dell'albergo dove si invita alla lettura. Fra antichi volumi rilegati in marocchino e libri decorativi di Panerai, sentiamo arrivare quella che sembra un'invasione vichinga. Riconosciamo un pappone svedese sui 35 anni con i capelli pettinati da grasso di foca accompagnato da vivaci zie sui 60 che entrano in scena come skjaldmær ubriache. Non si può dire che gridassero in senso letterale, si muovevano piuttosto negli spazi comuni come fossero pelli di un tamburo percosse da mazze chiodate. Torniamo in stanza e cerco di tradurre la vibrante energia positiva assorbita dalla serata nell'ululato di un lupo che entra nella foresta. Il giorno dopo scendiamo alla piscina esterna dell'albergo e vi descrivo senza esasperazioni romanzesche ciò che ci si para davanti. Una famiglia di americani con bambini obesi che si lanciano le crocs da una sponda all'altra, il padre che sceglie un materassino al sacco e la madre che li fomenta; un altro nucleo di garruli statunitensi mezzosangue con una fantolina nera più casinista di Koko B. Ware che si tuffa mimando calci rotanti all'indirizzo di un padre torturato da una moglie di corporatura simile a Hector Macho Camacho che strilla incessantemente "oh my God!" e "shut up!"; un imponente tizio germanico sui 70 anni con occhialini e costumino olimpionici DDR, peli sulla schiena a batuffoli e sguardo nazi-friendly che si lancia in una prova di 1500 metri stile libero a centro vasca; un irlandese che siede sotto la tenda al nostro fianco intento a russare come solo mio padre sapeva fare, ma senza nessuno a dargli schiaffi sulla fronte.

Da qualche tempo vedo moltiplicarsi corsi di seduzione online, sentimental coach, influencer che spiegano come conquistare una ragazza già dal primo appuntamento. Ovviamente i consigli sono perlopiù pedestri e inefficaci. Con le ragazze del 2026 non è concepibile un fischio dalla macchina o un volgare pizzicone sotto la coda, ma è bene evitare anche un'affabulazione troppo penetrante, che faccia loro sentire il duro affronto di un'erudizione eretta. Se penso che quando ero ancora poco civilizzato sfoggiavo approcci di becera stereotipia - "giochiamo al dottore, io faccio il radiologo di Piacenza", in dialettica con pretenziose citazioni di Novalis - provo imbarazzo per me stesso. Viceversa, le frasi d'attacco che presentai nel 2024 sono state forgiate nel fuoco dell'emancipazione liberal e oggi sono più affilate che mai. Pertanto, maschi all'ascolto, prendete nota e non perdete tempo con i ciarlatani: 1. Sei bellissima! Somigli al mio ex fidanzato. 2. Si vede da come ti vesti che combatti la cultura dello stupro. 3. Quando ho visto il tuo culo su Instagram, ho capito subito che lotti contro il patriarcato. 4. Sei un cuore grande! Ti meriti le attenzioni di un immigrato clandestino. 5. Hai un corpo magnifico: con l'uccello saresti perfetta.

Fra le tante insicurezze diffuse, pare che almeno una certezza vi sia: l'omofobia è piaga maschile. Niente di più falso. Questa superstizione ideologica non regge al primo attrito con la riflessione. Un uomo sano che vedesse vecchie immagini della propria moglie o compagna intenta in effusioni acrobatiche con qualche amica del liceo o magari seduta sul bidet in posizione da turismo motociclistico con una compagna di università mentre si insaponano reciprocamente, uscirebbe da tale esperienza autenticamente deliziato. Qualunque maschio che non sognasse di trovare una fotografia della propria ragazza con le testa infilata sotto la gonnellina di un'orsolina, sarebbe un pervertito o un represso. Al contrario, voi donne come reagireste se vi facessero vedere un filmato vintage di vostro marito nei suoi atletici anni giovanili mentre si fa sodomizzare da un pilone del Petrarca Padova o mentre spalma la crema solare sulle natiche di un austero responsabile delle risorse umane? E tu, signora di larghe vedute, che hai portato la mano alla bocca in un sospiro di sdegno e repulsione per tali scenari di convivialità virile, tu sei il ritratto dell'omofobia; tu stessa sei il nemico di cui vai alla ricerca!

Dopo un’estate spesa sui libri con letture dedicate al gender gap come il fondamentale “Invisible woman” di Caroline Criado Perez, ho avuto una ferale quanto coerente notizia dalla mia social media manager samoana: su poco più di 7.500 persone che mi seguono su Instagram, l’83% è composto da uomini. Vero è che ho quel genere di corpo che eccita ambo i sessi, ma il divario preoccupa. Siamo sempre più lontani dalla parità di genere o sono io ad essere scacciafiga? Riflettiamo…

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Quando ero ragazzino andai con mio padre in un negozio di arredamento poiché doveva prendere una poltroncina per l'ufficio. Ricordo bene una frase che disse al negoziante: "costa una follia, ma è meno comoda del sedile della mia auto e neppure è riscaldata". Quella frase mi è sempre rimasta impressa. Mi fece capire - prima subliminalmente, poi consapevolmente - quanto fossero cari i mobili da ufficio, ma soprattutto l'incredibile lusso che veniva condensato su più livelli in un'automobile. Negli anni sono diventato giornalista e mi sono occupato di tanti settori del saper fare d'eccellenza: alto artigianato, orologi, gioielli, nautica, abbigliamento... e nulla ha mai offerto alla mia esperienza il controvalore di una macchina. Ci sono t-shirt sintetiche da mille euro, biciclette da corsa che ne costano 30mila, orologi che superano il milione, delle barche non parliamo. E per restare all'arredamento, puoi spendere 25mila euro per un divano o il doppio per una cucina. Sono stato in tanti atelier nella mia vita, tante manifatture, tante fabbriche, eppure non ho mai trovato un corrispettivo neppure lontanamente avvicinabile per congruità a quello di un'automobile. Abbiamo passato decenni a dare per scontato l'acquisto di un mezzo meccanico dove stiamo seduti come in un appartamento, che possiamo stipare di bagagli, che si muove a 200km all'ora, condizionato, connesso, con vetri e tetto che si aprono e chiudono con un tasto, in cui ascoltiamo musica ad alta fedeltà, su cui possiamo trombare reclinati con le chiappe al caldo, ingegnerizzato per coprire centinaia di migliaia di chilometri su terreni differenti, di giorno e di notte, nella canicola come al gelo; un oggetto di design che unisce industria e artigianato, un mezzo di libertà individuale e famigliare, di lavoro, viaggio e avventura, al prezzo di un Rolex d'acciaio, di un abito da sera, di una borsetta. Lo sapete, vero, che una Kelly di Hermès costa più di un'Audi A3? Un salotto Frau oggi può arrivare a 30mila euro, ma allo stesso prezzo lo trovi incastonato nell'abitacolo di una Maserati Quattroporte usata, che fa circolare quel salotto su un V8 Ferrari aspirato da oltre 400cv e lo custodisce in lamiere più belle di una scultura rinascimentale. Se poi si accetta di scendere a una Lancia Thesis, il salotto in pelle pieno fiore Poltrona Frau lo trovi anche a 2.990 Euro. Abbiamo sempre percepito questo inconcepibile privilegio come... normale, ordinario, tanto da tirare sul prezzo di una Golf, lamentarci se le plastiche basse dell'Alfa Romeo non erano morbide al tatto o se i turbodiesel BMW non facevamo 30km con un litro. Questo privilegio diffuso, quasi universale nei Paesi occidentali, questo fantastico strumento di piacere e mobilità accessibile, così come ha sempre stupefatto il sottoscritto deve aver sempre fatto incazzare al cianuro la Cupola. E infatti... da qualche lustro è iniziata la guerra totale all'automobile, che da espressione di ingegno, bellezza, prestazione e veicolo di autodeterminazione sta diventando un costoso e orribile device dalla foggia di un boiler che paghiamo il triplo di un tempo oppure prendiamo in sharing per farci monitorare, riprogrammare e friggere.

Vi sarete accorti dell'odiosa antinomia in cui viviamo immersi. Registriamo da un lato la pressoché totale impunità del crimine e dall'altro uno Stato che punisce chi a quel crimine si oppone e importuna assiduamente i comuni cittadini. Mi apparve chiaro ai tempi della pandemia, quando fui fermato e interrogato dalla polizia in via Bertani a Milano mentre passeggiavo con il cane benché al contempo ci fossero decine di immigrati lasciati a bivaccare pochi metri più in là sotto l'Arco della Pace senza mascherine o distanziamento. Allo stesso modo, assistiamo a ragazzini molestati mentre vendono limonate a Udine, sullo sfondo di province dove gang di sudamericani e nordafricani maramaldeggiano per le nostre strade senza che le istituzioni facciano un plissé. Questa temperie ha un nome: anarco-tirannia. E presenta uno Stato aggressivo con i deboli - che sono per loro natura più avvicinabili, più abbordabili - e vile, comprensivo se non completamente assente con i riottosi criminali. Per cui il cittadino virtuoso non gode né della sicurezza che la tirannia dovrebbe garantire, né della libertà che l'anarchia consentirebbe. Viene minacciato al contempo sia da chi lo vede come una preda, sia da chi dovrebbe proteggerlo dai predatori.

La remigrazione è ormai congiuntura suprema, emergenza terminale. Malauguratamente, ha il nome sbagliato. Se fossi un politico ambizioso, come prima cosa coprirei d’oro e di meretricio sopraffino uno come me al fine di riscrivere l’indirizzo strategico, per ragioni di pertinenza o anche solo elettoralistiche. Remigrazione fa rima con deportazione, vessazione, intimidazione, sopraffazione. Suggerisce uno sradicamento coatto, una prevaricazione, quando lo scopo è opposto: riradicare, favorire con mitezza un ritorno al ceppo. Cionondimeno, radici, ceppo, sangue, memoria… hanno ormai una connotazione fascista, razzialista, etnonazionalista, primigenia, poco fluida e democratica. Si parte dalle radici e si arriva a dare del big bamboo a un congolese oppure a sostenere che una donna non può tenersi l’uccello con la sinistra! Per cui, veleggiando non binari e randagi, seguendo placidamente la cangiante corrente del progresso, proporrei “riapprodo”. Una voce pacificata che ha l’afflato epico del ritorno alle origini dopo un’odissea maranza in terra foresta, di Abdulisse che sfida i flutti per riabbracciare la sua Penelope bantu, ma che suggerisce un lieto fine umanitario, anziché una cacciata xenofoba. Tutti noi vorremmo che i milioni di immigrati che non si sentono accettati, compresi, integrati in Italia come Liliane Murekatete in Soumahoro… trovassero al più presto la tribù di casa. Per un felice riapprodo. “La casa sul confine dei ricordi, la stessa sempre, come tu la sai e tu ricerchi là le tue radici se vuoi capire l'anima che hai, se vuoi capire l'anima che hai…”.

Mentre Fauci si appella al Quinto emendamento, Burioni cerca di nascondere le corna dietro a un pusillanime "tutti noi". Sapendo di avere la scienza sporca e di non essere stato graziato da Biden, come tutti i vili si protegge dietro un commune naufragium, omnibus solacium, cercando una diluizione della responsabilità. Vuole cioè occultare la sua colpevolezza specifica, rifugiandosi nell'anonimato del "noi", che poi sarebbero "loro". In realtà l'esperto del microbo non ha afferrato l'essenziale: per lui il pericolo non arriva dai novax - che dopo 30 secondi da Fazio avevano capito quanto fosse un broccolo del sistema - né dalla giustizia, ma da tutti quelli che ha truffato per quattro arachidi e una scoreggia di notorietà. Gente che, risvegliata dalla volgarità dell'abbindolamento, potrebbe farlo finire in terapia intensiva.

Il sindaco di Milano Beppe Sala si è espresso sulla crisi di Ceuta: “Se arrivassero 50mila immigrati sulla Darsena non sarebbe un problema per la città, ma un’opportunità. I marocchini fanno i lavori che gli egiziani non vogliono più fare”.

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Ciò che è avvenuto in Spagna, pur in un'enclave nordafricana, è un allegorico quanto ontico e granitico punto di non ritorno. Benché tutto abbia la stessa regia luciferina, come andiamo ripetendo da anni, qui si aprono le porte di casa all'inferno. Certo, qualche fine esegeta della nostra area tipo Zhok o Fusaro ci spiega che sembra un’esercitazione di marketing per imbarazzare il governo spagnolo nemico di Trump e del Likud, che quei 40mila migranti disperati - ma senza donne, anziani e bambini, tutti maschi maranza oriented più qualche galeotto appena rilasciato - non arriveranno a nuoto sul continente, ma sono argomenti disarmati e disarmanti di fronte a quello che ci sta travolgendo. Qualunque altra questione, per quanto rilevante - dalle guerre, alla crisi energetica, dal ct della Nazionale fino all’ultimo aforisma di Nathalie Tocci - diventa obliqua se paragonata all'abisso che abbiamo spalancato e che inghiotte vite ogni giorno. Se non reagiamo adesso, se non alziamo e presidiamo muraglie, vivremo un cataclisma, un'apocalisse, un naufragio della civiltà, una convulsione di massa, solo per non usare espressioni troppo vivide come bagno di sangue. Nunc aut nunquam.