Elisa Renaldin | Vita Fuori Copione 🎭
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Appunti random su libertà, relazioni, presenza e creatività. Aiuto umani stanchi del solito copione, a riprendersi il ruolo di protagonisti.
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Scrivere il nuovo Copione senza disprezzare quello vecchio
Ma cosa significa vivere fuori copione?
Significa accorgersi di quando parte la recita, quando il personaggio si impadronisce della scena, quando si va in modalità "pilota automatico", per usare altri termini.
Qualcuno dice una cosa, e scatta la reazione.
Oppure ci scopriamo immersi in un monologo mentale, senza nemmeno accorgercene.
O ci troviamo in un posto e non sappiamo come ci siamo arrivati.
In altre parole, siamo stati agiti.
Noi, non c'eravamo.
Si è attivato qualcosa "in automatico".
Per stracciare il copione, occorre essere vigili, presenti, prestare attenzione e ascolto a ciò che accade fuori e dentro di noi, e questo si impara a farlo.
Per questo ho ideato un Percorso. Per questo so benissimo che non basta "qualche sessione", ma occorre essere accompagnati da un punto A a un punto B, dopodiché si inizierà a procedere da soli.
E a questo scopo ci sono i weekend intensivi, le sessioni individuali e tra un pochino l'area riservata online, dove ci saranno video, audio, esercizi, pratiche e tecniche...
Una via di fuga dal copione si trova sempre, se si vuole... 😎
Come si scrive il nuovo copione? Eliminando i residui di quello vecchio.
Magari sto scrivendo su una pagina bianca, ma sulla carta è impresso il segno lasciato dalla penna usata per scrivere in precedenza, che ha lasciato il solco, quello che resta sul foglio sottostante a quello dove stai scrivendo.
Una pagina bianca che ha tanti segni invisibili, sotto.
Questa è un metafora per descrivere i "segni" che restano nella nostra coscienza in seguito a vecchie modalità, vecchi automatismi, vecchi pattern. Se li ignoriamo, il nuovo Copione verrà scritto sotto l'influenza sottile e invisibile di quelle tracce occulte.
"Eh ma allora bisogna fare il lavoro di scavo nelle vecchie storie?". No, non necessariamente. Ho già espresso più volte che tornare e ritornare lì può invischiarci più di quanto possa liberarci. Si tratta di prendere coscienza del fatto che ci sono questi segni sulla carta. Non ingnorarli, ma nemmeno combatterli. Notarli, vederli, includerli. Magari interrogarli.
Non posso esprimere in questo post tutto quello che sto studiando in questo periodo, mi limiterò a sintetizzare la potenza del lavoro sull'ombra (già citata e applicata da altri prima di me, naturalmente).
Non serve scavare a fondo tutto di tutta la vita ogni momento. Serve farlo quel tanto che basta, quando si presenta l'occasione, quando un'emozione insorge, quando un pensiero disturbante si presenta, quando un disagio si mostra.
Lì, proprio lì, c'è la chiave per la liberazione: quando il nostro sistema ci mostra una resistenza. Cosa sento? Dove lo sento? E applico una tecnica.
Ciò che da alcuni luminari della coscienza è stato chiamato "ombra", è come un contenitore di informazioni che vanno solo processate. Non negate ancora, non combattute, ma viste e, accogliendole, disciolte.
Non deve diventare una lotta, una caccia, una guerra. Dovrebbe assumere più toni di una collaborazione.
"Toh, mi è salita questa sensazione...andiamo un attimo a vedere cosa c'è sotto, vediamo cosa ha da rivelarmi".
Qualcuno propone un approccio di distacco ("io non sono questa emozione", e ci sta), qualcun altro propone un'integrazione immediata ("hai il permesso di esistere... non sono tenuto ad obbedirti ma sono disposto a comprenderti", e pure questa ci sta alla grande).
Perché alla fine, l'atteggiamento che abbiamo nei nostri confronti, verso ciò che ci abita, e nei confronti dell'esistenza, fa tutta la differenza del mondo.
Perciò il nuovo Copione si scrive con consapevolezza, prima di tutto, ma anche con pazienza e tantissimo amore e accoglimento. E questa attitudine va sostenuta nel quotidiano, nutrendo quel nuovo terreno, o per meglio dire, quelle nuove pagine.
Se il vecchio Copione è stato scritto con inconsapevolezza e attraverso esperienze di dolore o mancanza, quello nuovo deve integrare i vissuti ed essere scritto con amore, luce e fiducia. In noi e nel teatro che ospiterà il nuovo spettacolo. ❤️✨
"Ma Elisa, ma allora i nostri vissuti e la nostra storia non sono così determinanti per il nostro benessere?"
Certo che lo sono. Dipende da quanto peso diamo alla nostra storia, vale a dire al copione che recitiamo.
Il copione è sempre lì. È stato scritto da tempo, è ricco di descrizioni e di particolari. I personaggi sono ben caratterizzati e le battute che ripetono sono precise. Le repliche dello spettacolo vanno avanti da tutta la vita, lo credo bene che il copione (la nostra storia) è determinante.
Ma lo è nella misura in cui continuiamo a partecipare alle repliche di quello spettacolo, interpretando quel personaggio. Non è che non abbiamo scelta. Ci può sembrare di non averla, ma l'abbiamo.
Il punto è che le repliche, non solo vanno in scena tutti i giorni sul palco esterno dell'esistenza, ma si ripetono anche internamente, dentro di noi. Noi sosteniamo il copione continuando a ripassare le battute e la sequenza delle scene. Partecipiamo a prove generali aggiuntive nella nostra immaginazione, rivivendo certi passaggi e anticipandone altri. Siamo sempre immersi nello stesso identico spettacolo. Cosa può mai cambiare, così? Nulla. E lo sappiamo.
Allora, qua le strade sono due:
1. provare a fare una riedizione forzata del copione, andando a correggere le battute dei personaggi e la trama. Vi assicuro che (avendolo fatto sia in termini simbolici che in termini materiali lavorando su copioni veri di spettacoli teatrali veri) ci vuole una vita e mezza ed è faticoso e molto complicato.
2. buttare il copione e scriverne un altro di sana pianta. Questo equivale ad incarnare, gradualmente, una nuova identità. Significa non dare più tutta quella importanza a ciò che è stato, e darne invece a ciò che sarà da ora in poi.
Ogni volta che ritorniamo nel passato, siamo nel vecchio copione.
Ogni volta che sostiamo in pensieri negativi ricorrenti, siamo nel vecchio personaggio.
Ora, non sto dicendo che non serva a nulla dare una sistematina qua e là al vecchio copione, cercando di portare chiarezza su quella dannatissima trama. Ma capiamo bene che il nostro attaccamento al copione, ci impedisce di scriverne uno nuovo. Ci ossessioniamo coi dettagli e pretendiamo di rieditare tutto dalla nostra nascita al momento attuale (perché il copione è lunghetto, eh!!).
Se volete percorrere quella strada, auguri 🤝
Io ci ho provato per quasi tutta la vita, fino a giungere alla conclusione che le parti fondanti del copione non si toccano, non si cambiano e non si aggiustano. O se lo si fa, ci vuole un'altra vita. Abbiamo tutto questo tempo? Pare di no.
L'alternativa è smettere di insistere col passato e dirigersi verso il presente, che è poi ciò che determina il futuro. Il futuro è determinato molto più dal nostro presente, che dal nostro passato. Vale a dire che il vecchio copione ha potere solo fin dove glielo concediamo noi. Il nostro copione si può riscrivere, o perfino sovrascrivere, nel nostro presente quotidiano, momento per momento.
Lo so, è la notizia del secolo. Ma è meno banale di quanto possa sembrare: non sono frasi fatte, è una presa di coscienza e di responsabilità.
Correzione minuziosa del vecchio Copione = uscita dai Recinti Percettivi sul piano orizzontale (processo lunghissimo e faticoso)
Riscrittura totale del Copione = uscita dai Recinti Percettivi sul piano verticale (processo più veloce, impegnativo ma molto più leggero).
Significa agire o dal 1° piano (livello del personaggio/personalità), o dal 2° piano (livello dell'Anima/interprete).
C'è anche il 3° piano (livello del regista/spirito) ma di quello parliamo un'altra volta. 😉
Vi basti sapere che tra percorsi di gruppo, percorsi individuali, incontri online e workshop in presenza, ne ho abbastanza per farvi fare quel passaggio. Chi vuole salire a bordo? 🙋🏻♀🙋🏻♂😎
Questa è la procedura che utilizzo nelle Tecniche di Trasformazione Percettiva, nel lavoro one-to-one. Sto acquisendo anche nuovi strumenti che a breve metterò al servizio di chi vorrà attuare un cambiamento interiore duraturo.
Per tornare al tema di oggi, rimuovere le interferenze che ci hanno portati fuori rotta, determina un riallineamento con le 3 parti: fisica, emotiva e mentale. Tutt'e tre hanno bisogno di prosperare affinché il nostro Benessere sia duraturo e stabile. Se una delle 3 va fuori fase, le altre soffrono, e quello che sto cercando di sviluppare va in questa direzione: applicare un metodo che agisca su tutt'e 3 in via diretta o indiretta.
Quando il corpo ha un sufficiente livello di energia, la mente sta bene, e lo stato emotivo migliora.
Quando la mente produce pensieri positivi e potenziati, questo crea vibrazioni benefiche per il corpo, che le traduce in emozioni positive.
E quando la parte emotiva sta BENE, vuol dire che siamo allineati, cioè non ci sono ostacoli al Flusso. Quello stare bene, ci accompagna direttamente fuori dai Recinti Percettivi sul piano verticale, cioè in via diretta, senza star lì a riaprire le analisi infinite della storia della rava e della fava delle vite attuali o passate.
Qui ed ora, basta e avanza 😎
La ricerca del Benessere e le parti mancanti.
Su cosa sia il Benessere non credo abbiamo dubbi: quando lo proviamo, le sensazioni sono chiare e nette. Non abbiamo bisogno di prove o conferme del fatto che stiamo bene.
È il meccanismo che ci porta lí, ad essere nebuloso. Come ci sono riuscito? Grazie a cosa sono arrivato a provare Benessere?
Ebbene, ci sono degli elementi ricorrenti, e il termine che descrive e sintetizza tutto questo è: allineamento. Tra cosa? Tra 3 elementi, che devono trovarsi in armonia, e cioè:
1. Corpo
2. Emozioni
3. Pensieri
il resto viene da sé.
Questi 3 elementi si influenzano reciprocamente, per cui abbiamo il vantaggio che, agendo anche solo su uno di essi, possiamo raddrizzare gli altri due ma, di contro, se uno dei 3 è fuori fase, può portare fuori rotta anche gli altri.
Da cosa partire, quindi?
C'è una parte di soggettività innegabile, ma il mio vissuto ed esperienza nello sperimentare, mi ha mostrato che il corpo è una via d'ingresso immediata e potente. Se cambio la mia fisiologia, ho già attivato un cambiamento anche nella sfera emotiva e mentale, non ci sono dubbi su questo. Anche solo assumendo una postura diversa o camminando in modo differente, ottengo un effetto su tutto il mio sistema. Ancora di più se lo attivo in maniera importante.
È che a volte c'è un'inerzia tale da non riuscire ad attivarsi a dovere, e si resta impantanati in un certo stato emotivo e mentale. E allora possiamo provare a entrare da sopra, cioè dai pensieri (le emozioni sono solo conseguenze, mai cause: lo stato emotivo è dato dalla condizione fisica o mentale, per ora prendete per buona questa considerazione).
Sotto a un'emozione di basso grado, c'è sempre un pensiero depotenziante. L'emozione non arriva così, a caso, è sempre il risultato dell'ingresso in un campo informazionale di qualche tipo, si tratti di pensieri o impressioni che riceviamo dall'ambiente o interferenze in cui entriamo.
L'emozione si colloca come risposta ad uno stimolo che riceviamo. Le emozioni, quindi - contrariamente a quanto viene ripetuto a oltranza - non vanno gestite (neanche fossero merce di un magazzino) ma interpretate. Se sto così c'è un motivo, perciò o agisco sul corpo per spostarmi subito da lì, o agisco sul pensiero per raddrizzare la condizione interna.
La ripetizione di pensieri negativi, l'insistere nello stare in uno stato mentale opprimente, ci chiude la strada a qualsiasi via d'uscita verso il Benessere.
Di nuovo, come ne esco? Anche in questo caso il corpo ci viene in soccorso perché è un potente veicolo alchemico di trasformazione. Noi davvero non abbiamo idea di quanto il corpo sia strumento di trasmutazione.
Il corpo sente le frequenze di pensieri ed emozioni. Le sente perché se cerchiamo di collocare il disagio da qualche parte nel corpo, apparirà in un punto preciso: lo stomaco, la gola, la pancia. E proprio lì, se restiamo semplicemente in ascolto in presenza, senza opporre resistenza, senza lottare o scappare, può avvenire la trasmutazione.
Il corpo sente.
Il corpo sa.
Il corpo scioglie.
Quando quelle sensazioni fisiche, corrispondenti a quei pensieri e a quelle emozioni, iniziano a sciogliersi, ecco che sentiamo un alleggerimento. Il dolore o la stretta o il peso diminuiscono. Lo stato emotivo cambia. I pensieri disturbanti si allentano.
Non sempre è possibile individuare quali esatti pensieri ci hanno portato lì. Ma il corpo non mente mai ed è un indicatore chiaro, diretto, immediato e infallibile. Partire dal corpo, quindi, resta una delle strade più veloci ed efficaci.
A volte, però, restano dei residui. Tolgo la sensazione fastidiosa dal corpo, ma continuo ad avere uno stato d'animo pessimo. C'è ancora qualcosa che opprime interiormente. A quel punto, se resto in silenzio e in ascolto, possono iniziare ad emergere altri elementi.
Magari mi viene in mente una frase, o vedo un'immagine, appare un ricordo oppure un pensiero. A quel punto, dopo aver levato via il grosso, posso lavorare di fino.
E visto che me l'avete chiesto.... segue versione audio..... 😁✨🎧
Armistizio (accordo che stoppa la guerra in attesa della pace): trova un modo per risollevare la tua condizione interna. Dai voce a quelle emozioni, interroga il cuore e scrivi ciò che emerge, rispetta lo stato in cui ti trovi e considera che gli scivoloni accadono, si tratta di recuperare posizione al più presto, anziché torturarsi perché la si è persa (chiaro?).
Nel percorso "Vita fuori Copione" trovi tutti questi passaggi (e moooolti altri):
- uso corretto del LOGOS (attenzione a pensieri e parole)
- sviluppo dello stato di Presenza
- metodo SHHH (silenzio, sciolgo, scelgo)
- passare dal 1° al 2° piano (cambio di percezione e uscita dai Recinti Percettivi, o se vuoi uscita dal personaggio e dal copione).
Questo e molto altro veicolato attraverso:
- contenuti video
- contenuti audio
- contenuti di testo
- pratiche
- esercizi quotidiani e settimanali
- sessioni online (individuali e di gruppo)
- incontri in presenza
È tutta la vita, che ci sbatto la testa, questo percorso è il condensato di mille tentativi, il distillato per venire a capo di una serie di rotture di scatole tra cui:
- gli altri non mi capiscono
- non riesco ad esprimermi
- mi sento bloccato/a
- c'è qualcosa che non va in me
- tanto ormai...
- ho provato mille cose ma niente è servito
- mi ritrovo sempre allo stesso punto
- le mie relazioni sono un disastro
- sono stanco/a di combattere
- mi perdo sempre
- ricevo giudizi e critiche dagli altri
- sono in lotta con me stesso/a
- sento di avere un'energia potente che non riesce a uscire
....ce n'è abbastanza? No perché la lista è più lunga di così, ma per oggi... tregua.
😉✌️😎
Non sempre occorre lottare.
La nostra interiorità non è per forza un campo di battaglia, sebbene a volte ci possa sembrare di avere a che fare con dei titani più grandi di noi e infinitamente più potenti, contro i quali combattere.
Ma come ci insegna l'arte degli scacchi, non si tratta di menare fendenti a destra e a manca, quanto piuttosto di usare una strategia.
È che purtroppo a volte la guerra si estende anche verso i nostri territori più intimi, quelli che in teoria andrebbero protetti più di ogni altra cosa, quelli sui quali idealmente dovremmo fare i passi più sicuri.
E se scatta l'auto-aggressione, allora ci troviamo esattamente tra due fuochi: quello che avvertiamo come minaccia esterna (problemi, situazioni contingenti, difficoltà varie) e quello che diventa una minaccia interna (autogiudizi, commenti negativi su noi stessi, rifiuto di ciò che sentiamo, processo alle nostre stesse emozioni, negazione del sentire).
È qui che serve una strategia di autotutela.
La prima cosa da fare è smetterla con le autocritiche sul perché e sul percome ci sentiamo in un certo modo.
E poi smetterla anche con l'idea e la percezione di essere (sparo a caso) falliti, incapaci, sempre fermi allo stesso punto, recidivi e via discorrendo.
Questa guerra è la più dannosa in assoluto, perché ci priva della sensazione di auto-efficacia.
E sì, lo so che magari ci siamo già cascati 800mila volte. Sempre negli stessi punti.
E allora, evidentemente, non abbiamo usato gli strumenti giusti, oppure c'è ancora qualcosa che non abbiamo sanato fino in fondo.
Oppure, molto più semplicemente, dovremmo davvero finirla di aspettarci da noi stessi "perfezione h24".
"No ma io vorrei solo stare bene, che cavolo".
Sì, lo vorrei anch'io, credimi.
È tutta la vita che lotto e combatto coi miei punti deboli. E sta proprio qui, il punto. Smetterla una buona volta di combattere con un presunto problema/punto debole.
"Eh ma così finisce che mi siedo, mi lascio andare, e vado sempre peggio".
Domanda: ma lottare contro te stesso/a e insistere con gli autogiudizi e le forzature, dove ti ha portato/a? A stare meglio? Se sì, spiegami come hai fatto, please.
Io ho solo collezionato una serie di frustrazioni infinite.
Ripartiamo da qui: quando stiamo male o ci sentiamo giù, abbiamo perso l'orientamento, ci siamo spostati in territori energetici lontani dal nostro Sé. Tutte le volte in cui stiamo male, siamo lontani dal nostro Sé Autentico. Le emozioni negative sono lì a ricordarci che siamo andati fuori rotta.
Perché non ce ne siamo accorti? Perché tutto parte da dei pensieri striscianti, difficilmente intercettabili. La ripetizione di certi pensieri amplifica certi stati d'animo, che poi deflagrano in un immenso, gigantesco, stratosferico sentirsi di merda.
Abbiamo lasciato troppo spazio agli invasori, e siccome è l'ennesima volta che succede, ce la siamo presa con noi stessi e ci siamo massacrati di commenti e critiche sul fatto che stiamo male e che non vorremmo stare così.
Ecco fatta la frittata.
E ogni minuto, ora e giorno trascorso così, peggiora la nostra condizione interna.
"Quindi come ne esco, Elisa?"
Non ho la soluzione a tutto, ma posso richiamare la tua attenzione sul fatto che esistono i trattati di pace. E per arrivarci, si passa da tre fasi:
- Cessate il fuoco
- Tregua
- Armistizio
Cessate il fuoco (stop immediato e tattico delle armi): prima fase necessaria, azione decisa e volontaria per farla finita col giudice interiore o chi per esso, impedendo l'auto-massacro per auto-critica.
Smetti di darti addosso.
Fai tacere quelle voci un momento.
Tregua (pausa per scopi umanitari e soccorsi): seconda fase in cui ti concedi il lusso di accogliere ciò che c'è, in assenza di conflitto e giudizio. Non prendertela con te per come stai, ma accogliti per come stai. Qualcosa in te reclama attenzione, concedigliela. A volte può bastare rimanere in ascolto profondo, con le mani appoggiate sul cuore.
Quando si attraversa un momento difficile, a volte capita che a un problema se ne aggiunga un altro, e poi un altro e un altro ancora.
È come scivolare giù lungo una china pericolosa che ci fa perdere il controllo di noi stessi.
Il mio suggerimento non è "l'autocontrollo" così come normalmente inteso, perché per quanto a volte possa essere efficace, è pur sempre una forzatura e un'imposizione. A volte serve, si arriva al punto di doversi tirare due schiaffoni, ma si può intervenire anche un filo prima, ecco.
Ognuno di noi ha degli strumenti, delle boe, dei salvagenti che lo possono aiutare: sono tutte quelle azioni o attività che sappiamo essere benefiche per noi.
Nei miei corsi li chiamo "gli scalini" che ci riportano dal 1° al 2° piano (ricordate la metafora del palazzo a 3 piani, vero?). Può trattarsi di una camminata nel verde, di una nuotata, di mettersi a dipingere o a cantare.
Ora.... lo so.... lo so.... a volte si è scivolati un pochettino troppo lungo la china... e anche queste azioni benefiche risultano difficoltose. Per assurdo, ciò che potrebbe farci stare meglio, non lo facciamo. Qua serve preparare le contromisure in anticipo, vediamo come.
Molti di noi hanno sperimentato tecniche, appreso metodi, verificato che alcuni semplici strumenti servono (dalle tecniche di respiro alle Tecniche di Trasformazione Percettiva, per chi le ha sperimentare con me nei corsi o in sessione) ma mannaggiallamiseriaccialadraimpestata.... in quei momenti ce ne dimentichiamo. È come se l'hard disk fosse talmente pieno di processi mentali ed emotivi (verso il basso, naturalmente) che non c'è più spazio. La memoria è momentaneamente satura, ci sono troppe applicazioni aperte.
In quei casi dobbiamo chiudere le applicazioni. Nei casi nostri, è sufficiente spostare l'attenzione, e possiamo farlo se abbiamo lasciato tracce a portata di occhi: dei piccoli promemoria sparsi nell'ambiente intorno a noi.
Sì, quei post-it che dopo 10 volte non vedi più, ma sono lì a ricordarti qualcosa. Cosa avremo scritto preventivamente su quei piccoli promemoria? Le nostre ancore. Quella tecnica che ci aveva tanto aiutato. Quel mantra che ci aveva ricentrato. Quell'audio o quel video che ci aveva rimessi in bolla. Quelle frasi dette mettendo le mani in un certo modo, che ci avevano alleggerito.
Piccole cose, che non necessitano di sforzo fisico, di mettersi a fare cose, né cambiarci per uscire di casa. Molto meno. Ma è già un piccolo passo.
A volte, per assurdo, non dobbiamo fare assolutamente nulla, se non metterci in ascolto senza lottare, perché spesso si attiva quel programma del dover essere performanti, perfetti, belli e fighi... e che porca di quella... invece siamo gli sfigati sempre impantanati in quella melma.
Se ci allontaniamo da noi stessi troppo a lungo, sì, si ricade nel pantano. Chi ci toglie da lì? Possiamo farlo soltanto noi.
Vi dirò che delle volte.... una delle cose più straordinariamente efficaci, è l'ascolto profondo di noi stessi, con amorevole cura e attenzione. Provare a comunicare col proprio Cuore, e farlo esprimere. Diamo tanto spazio alla mente e così poco al Cuore (energetico). La sola apertura verso noi stessi e accettazione di come stiamo, senza spingere né tirare da nessuna parte, può fare grandi cose.
L'obiettivo non è solo "stare meglio" o "uscire da qui". L'obiettivo è riconnetterci. Lì arrivano tutte le risposte, gli strumenti e le soluzioni.
💖
Ci hanno cresciuti raccontandoci balle.
E noi abbiamo assorbito, incamerato e assimilato un sacco di quelle balle.
Molte madri e molti padri sono stati a loro volta istruiti, programmati e condizionati, e hanno ripetuto uno schema.
Quello schema entra a far parte delle nostre credenze, diventa uno schema mentale - di solito limitante - si cristallizza nel nostro apparato psicofisico ed energetico, costruisce l'identità del nostro personaggio, diventa il nostro copione.
Ripetere quelle battute a memoria, in maniera conscia e inconscia, solidifica le balle di cui sopra, che includono anche ideologie religiose, politiche e, ahimè, spirituali (o spiritualiste). Siamo letteralmente circondati da programmazioni, che assorbiamo sottilmente. Siamo infarciti di idee altrui, concetti e credenze altrui, le abbiamo fatte nostre e abbiamo iniziato a difenderle a spada tratta, spesso andando contro la nostra stessa natura, il nostro intuito, la nostra sensibilità, le nostre inclinazioni.
Quelle idee assorbite diventano parte della nostra identità, e guai a toccarle... il che significa aver messo la firma sotto al copione, che assume l'aspetto di un contratto.
Peccato che sia pieno di errori, contraddizioni e incongruenze. Peccato che il solo metterlo in dubbio faccia tremare le budella, sotto il peso della domanda: chi sono, io, senza quel copione? Chi sono, io, senza l'identità di quel personaggio? Come posso pensare di abbandonare la sua (mia) storia (con tutta la fatica che m'è costata, oltretutto)??
Il problema è che siamo attaccati più alla storia, che alla realtà, più alle balle che alla verità. Pensare che abbiamo vissuto qualcosa di non autentico, può essere uno shock. Ma se indossi i panni di un personaggio, non stai vivendo qualcosa di reale e autentico, stai recintando un copione sul palco. Quanto c'è di vero, in quella recita? Niente. Anche il buon vecchio Shakespeare, lo disse:
"La vita non è che un'ombra in cammino, un povero attore che si agita e si pavoneggia per un'ora sul palco. È il racconto, narrato da un'idiota, pieno di strepito e di furore, che non significa niente".
Non sto dicendo che sia tutto inutile o banale, sto dicendo che - per quanto intenso, difficile e molto doloroso - non era "tutta la verità, nient'altro che la verità". Era un racconto, una storia. Una versione dei fatti, un copione. Niente a che fare con la totalità e la pienezza di un essere infinito, che sta vestendo panni di carne e sangue, ma che non è il suo abito e il suo personaggio.
Dietro al personaggio c'è l'interprete, che è sopra alle storie, ai racconti, alle balle. Sopra le programmazioni e i condizionamenti. Oltre gli schemi e i presunti limiti.
E l'interprete ha sempre la facoltà di cambiare storia, cambiare copione, cambiare scenario.
Anche dopo una vita di repliche.
- to be continued -
Stay tuned 😎
Sì, ho cambiato il nome del canale. Ci ho pensato a lungo, e questo mi sembra il più rappresentativo in questo momento. 😎🎭
Non si affronta mai abbastanza il tema della FIDUCIA.
Del RICEVERE.
Del PERMETTERE.
Veniamo cresciuti ed educati con dei copioni in testa le cui battute riportano sempre al concetto di sforzo, fatica, meritare.
Molti di noi ripiegano sul controllo perché perdono la connessione e fuoriescono dal flusso, lo stato naturale in cui abbiamo il diritto di vivere.
L'unica maniera sensata di vivere.
E allora ci convinciamo che, per meritare qualcosa, servano sempre e solo sforzo e fatica. Così, alcuni ci danno dentro da mattina a sera senza tregua, pestano come fabbri, ottengono anche grandi cose, ma non senza conseguenze.
Però viene sdoganata l'idea che ci voglia sempre questa dannata fatica, perché le cose te le devi meritare, e perché devi dimostrare al mondo di valere qualcosa, o anche di essere il più bravo, il più figo, il più capace, il più cazzuto.
Vale anche per le donne, che spesso devono fare anche il doppio della fatica per dimostrare di essere all'altezza, di meritare quell'incarico, e di essere la più brava, la più figa, la più capace, la più cazzuta (pure lei).
Nessuno è messo nelle condizioni di esprimere CHI È, senza dover dimostrare di valere qualcosa. Ovvio che le sfide e le difficoltà esistono, e anche ci temprano, ma io sto parlando di qualcosa di più sottile, di quei Recinti Percettivi che in maniera insidiosa governano il modo in cui abitiamo noi stessi.
Oggi ho fatto una sessione di respiro con un coach di Rebirthing, e lui dal solo modo in cui respiravo durante la sessione ha visto che in me c'è ancora presente un po' di quello sforzo, tenuto in piedi dalla vecchia struttura.
Mi ha incoraggiata ad avere fiducia nella ME grande, che passa e si esprime attraverso le me piccola, ma che in nessun modo può essere da lei contenuta e definita.
Fede, Fiducia, Resa, Accoglienza. Tutte qualità del Femminile, che mai come oggi ha bisogno di essere riscoperto dalle Donne e dagli Uomini.
Un'energia che collabora col Maschile per fare, agire, realizzare, naturalmente.
Ma non sotto il controllo della mente, bensì nella Connessione con quella parte di noi tutti, molto più grande, più potente e più saggia di qualsiasi ruolo stiamo ora interpretando.
Noi siamo oltre il nostro Personaggio.
Noi siamo l'Interprete.
Che è collegato al Regista.
Se ci affidiamo a quella regia, non servirà lo sforzo, ma la fede, intesa come fiducia assoluta in noi come esseri divini.
Facile? No, almeno per chi come me è cresciuto lottando per la sopravvivenza. Conosco le trappole, ho affrontato sfide, ho superato campi minati, ho esplorato il dolore, la fatica, il fallimento, lo smarrimento, e le varie trappole dentro ai Recinti Percettivi. Non li ho scavalcati tutti, e non credo sia nei piani di nessuni farlo, ma fin dove sono arrivata, posso mostrare la strada.
È per questo che è nato Vita Fuori Copione: un percorso per ritrovare la strada di casa, e se stessi, ripartendo dal punto più importante: se stessi.
Sto raccogliendo adesioni per i prossimi seminari in presenza. Se ci sei, batti un colpo: info@elisarenaldin.it 😎
A volte ci ritroviamo incastrati in un crocevia di pensieri, emozioni e sensazioni, che facciamo fatica a decodificare, ma che creano una sensazione fastidiosa, appiccicosa, opprimente.
Ecco, ogni volta che ricaschiamo in quella pozza, che io spesso chiamo "il pantano", siamo rientrati in una vecchia modalità, siamo entrati in una sorta di match tra il Personaggio e l'Attore.
Chi ha frequentato i miei weekend in presenza, sa a cosa mi riferisco. Riprendo velocemente qui la metafora del palazzo a tre piani:
(tralascio il piano 0 e il seminterrato)
Piano 1: livello del personaggio, la parte che recitiamo, la personalità, la storia
Piano 2: livello dell'interprete, l'anima, il viaggiatore
Piano 3: livello del regista, lo spirito, l'essenza divina.
Quando ricaschiamo al 1° piano, dopo essere stati un po' al 2°, rientriamo in vecchi schemi e dinamiche, ci sentiamo appesantiti e limitati, rallentati, a volte perfino "teleguidati": è la vecchia programmazione che riprende il sopravvento. È il personaggio che prende il sopravvento sull'attore.
Da lì, dal 1° piano, subiamo il copione e recitiamo le battute a memoria.
Quello che io consiglio è di usare le Tecniche di Trasformazione Percettiva che spiego nei corsi, levare il grosso, e poi riposizionarsi subito al 2° piano. Si tratta di disidentificarsi da personaggio e storia, espandere la percezione di se stessi, ricordarsi di essere un interprete della storia e non il personaggio. Poi ci stabilizziamo di nuovo al 2° piano, infischiandocene alla grandissima di storie, traumi, ferite, famiglia, avi e trisavoli, vite passate e compagnia cantante.
Si tratta di cambiare paradigma, smettere di correre dietro al passato per correggerlo, e camminare nel presente per crearlo e stabilizzarlo. Giorno dopo giorno, istante dopo istante, perché tutto ciò che pensiamo, diciamo e ripetiamo, crea energie invisibili che o ci ostacolano, o ci sostengono.
Lo ripeterò fino alla nausea, il libero arbitrio è questo: scegliere cosa pensare.
Sto organizzando i prossimi weekend in presenza, su richiesta. Se anche tu vuoi liberarti dal copione, scrivimi qui: info@elisarenaldin.it
Ci hanno frantumato le gonadi con la "missione".
La missione rischia di diventare un Recinto Percettivo colossale, specie per quelle Anime che sentono di avere un valore, una qualità, una diversità da mettere a disposizione, e non sanno dove dirigere quell'energia... perché qualcuno ha rimarcato più e più volte questa storia della "missione d'anima"...
Per alcuni sarà dissacrante, questo mio discorso, ma è l'ennesima bordata di verifica per valutare se siamo per caso finiti dentro a un Recinto. Questa idea della missione, ti ha aiutato? Ti ha portato/a sulla tua strada? Ti ha in qualche modo indirizzato/a, oppure ti ha destabilizzato/a, confuso/a, bloccato/a?
Vedete, c'è tutto un altro fronte del pensiero, che bypassa totalmente questo "concetto missionario" e va dritto alla questione: cosa stai facendo? Ti rende felice? Cosa vorresti fare? Cosa vuoi realizzare?
Perché guardate che venire qua, su questo pianeta, in questo corpo fisico, è già - di fatto - una missione da marines stellari pluridecorati.
Davvero! E lo scopo è già raggiunto! Ma chi caspita vorrebbe limitare la sua Essenza divina infinita ed eterna per rinchiudersi in un corpo fisico finito, limitato e mortale, sottoposto ai limiti della materia??
Come dico spesso, lo scopo della vita è la vita stessa, l'obiettivo è vivere, il più pienamente e intensamente possibile, in allineamento con la propria natura.
Allora, se parliamo di allineamento, i conti tornano. Col concetto di missione, invece, rischiamo di finire in un cul de sac, perché la mente non si astiene da commenti, pareri, giudizi e paragoni, e soprattutto non è esente da programmazioni (le maledette!!).
Il concetto di missione può dare significato, certo, ma può anche rendere più egocentrici ("sono un figo perché la mia missione è davvero importante"), oppure avere l'effetto opposto ("mi sento uno sfigato perché non ho alcuna missione o non valgo abbastanza per il fatto di non averla").
La ricerca della missione può depistarci per anni, facendoci perdere in un labirinto di costrutti mentali o spirituali, e portandoci a inseguire più un'idea, che un vero sentire. E la mente non potrà mai dirci nulla, di noi. Proprio NULLA.
Quell'insoddisfazione, quella ricerca continua, quel dubbio, quel tormento...possono senz'altro arrivare dalla nostra parte animica... ma perché è infelice!! E questo c'entra poco o nulla con la missione, c'entra più col fatto di trovare vie di epressione, possibilità di sperimentazione, occasioni di vita vera, circostanze nuove attraverso cui misurarci.
Quindi siamo qui per sperimentare una vita materiale, come esseri spirituali incarnati. Siamo autorizzati a provare, sbagliare, ritentare, cambiare idea, cambiare strategie, sperimentare, mollare tutto e ricominciare. E non c'è nessun esame finale, alla fine dei nostri giorni, con un esaminatore che farà il resoconto su quanto siamo stati bravi "a scuola" (oddio il "pianeta scuola" dove si vengono a "imparare le lezioni".... per carità!!!).
Sono tutte metafore, e soprattutto sono ormai diventati paradigmi. Vuoi aderire a quel paradigma? Accomodati. Io sono uscita sia dall'aula di scuola, che da quella del tribunale. Adieau.
Anch'io devo ricordare a me stessa che ciò che conta non è "cosa sono qui a fare" ma piuttosto "cosa voglio fare", pur sapendo che ognuno di noi contiene in sé una sorta di navigatore interno, che tendenzialmente lo condurrà in una certa direzione. Se resistiamo a quel richiamo, sentiremo di essere "fuori posto", un po' "sfasati" o "fuori fuoco", ma non per via della missione mancata, ma per il fatto che forse, molto più semplicemente, non ci siamo concessi di vivere da esseri liberi che sperimentano il loro potere creativo.
Stay tuned 😎🔥💓
Prova a notare quando blocchi la tua energia.
Magari senti un moto espansivo, una voglia di esprimere qualcosa - un'emozione, un sentimento - e ti trattieni.
Magari il corpo ti chiede di esprimere la sua vitalità - con un movimento, un'attività, una danza - e lo reprimi.
Magari la tua creatività ha bisogno di esprimersi - dipingendo, danzando, suonando - e la soffochi.
C'è chi fuma, c'è chi mangia, c'è chi beve, chi si distrae online, chi si spacca in contorsionismi mentali, e chi fa tutte queste cose assieme.
C'è un'energia propulsiva che avrebbe bisogno di uscire, e un'altra che tiene il freno a mano tirato.
C'è un bisogno di espansione espressione, liberazione... e una forza contrapposta che frena, limita, contiene.
Una è la tua Verità.
La tua Unicità.
La tua Autenticità.
L'altra è un meccanismo appreso di contenimento e limite, corredato a volte da giudizi, timori, inerzia.
E quello/a non sei tu.
In quei momenti, chiediti: come sto bloccando la mia Vitalità? E non forzare nulla. Osserva solamente. Accogli tutti i freni a mano tirati senza fare lotte estenuanti. Non entrare nel personaggio che interpreta la parte di quello che non ce la fa, ma resta neutrale. Appoggia una mano sul basso ventre, poco sotto l'ombelico, respira e osserva.
Questo semplice atto impedisce che s'inneschi una guerra interna, e limita i danni. Anche la vitalità ha bisogno dei suoi tempi per riemergere. Dalle tempo, datti tempo.
Con pazienza e lungimiranza.
❤️🔥
