CURIOSITÀ E DINTORNI
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Consigli ed esercizi per stare in forma e curiosità dal mondo
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Nei primi anni 2000, il naturalista Brian Jones salvò un piccolo tasso del miele rimasto orfano dopo essere finito in una trappola vicino al Parco Nazionale Kruger, in Sudafrica. Lo portò al centro di recupero fauna selvatica di Moholoholo e lo chiamò Stoffel. Sembrava un normale salvataggio.
Non lo era.
I tassi del miele sono famosi per la loro incredibile determinazione. Stoffel, però, sembrava avere anche un'intelligenza fuori dal comune e non accettava nessun recinto.
Dopo che era stato ferito da alcuni leoni, gli venne costruito un recinto molto sicuro. Stoffel riuscì ad aprire il lucchetto usando un bastoncino. Furono aggiunte reti e altri sistemi di chiusura, ma ogni volta trovava un nuovo modo per uscire.
Quando arrivò una femmina, chiamata Hammy, gli operatori speravano che la compagnia lo rendesse più tranquillo. Accadde l'esatto contrario: Stoffel le insegnò tutti i suoi "trucchi" e ben presto iniziarono a fuggire insieme.
Gli venne costruito un recinto ancora più resistente, soprannominato "Alcatraz dei tassi del miele". Stoffel usava rami come scale, impilava pietre per raggiungere il muro e sfruttava qualsiasi oggetto disponibile come appoggio per superare gli ostacoli.
Con il tempo non si limitò più a scappare. Cominciò persino a introdursi di notte nella casa dei custodi.
Brian Jones raccontò che vivere con Stoffel era come stare dentro un cartone animato in cui l'animale trova sempre un modo per vincere. Ancora oggi Stoffel vive nel centro di Moholoholo e continua a dimostrare che, almeno per lui, le regole sembrano non esistere.
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Rosso come un rubino immerso nel sangue...
Rosso come il ferro incandescente pronto ad essere forgiato...
Rosso ardente di fuoco 🔥🔥
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Quanto costava produrre un episodio di un anime Toei negli anni ’70?
@everyone #mariojohnsanimeblog
Quando oggi si parla dei grandi classici come Mazinga Z, Il Grande Mazinga, Jeeg Robot d’Acciaio, UFO Robot Goldrake o Capitan Harlock, è facile dimenticare che dietro ogni episodio c’era un lavoro immenso, svolto interamente a mano. Negli anni Settanta non esisteva lavoro al computer, software di animazione o colorazione digitale. Ogni fotogramma veniva prima disegnato su carta, quindi riportato sui celebri fogli di celluloide (cel), colorato a mano sul retro e infine fotografato uno a uno con una cinepresa verticale. Bastavano pochi frammenti di animazione per richiedere centinaia di disegni e giorni di lavoro da parte di decine di artisti.
Tra il 1970 e il 1973 la Toei Dōga (oggi Toei Animation) attraversò una delle peggiori crisi economiche della sua storia. L’aumento dei costi di produzione, unito alla crescente richiesta di serie televisive, provocò pesanti perdite di bilancio. Studi storici giapponesi riportano che la società passò rapidamente dagli utili alle perdite, tanto da avviare una profonda ristrutturazione che portò anche alla riduzione del personale. Fu proprio in quel periodo che nacquero alcune delle serie più amate dagli appassionati italiani. Per contenere i costi, la Toei iniziò a ricorrere sempre più spesso a tecniche oggi considerate classiche dell’animazione giapponese: riutilizzo delle sequenze di trasformazione, attacchi speciali ripetuti, cicli di corsa e scene d’archivio inserite in episodi diversi. Queste soluzioni non erano una scelta artistica ma rappresentavano un modo concreto per risparmiare migliaia di disegni e decine di ore di lavoro.
A differenza delle produzioni cinematografiche della stessa Toei, le serie televisive dovevano infatti rispettare ritmi serratissimi: un episodio di circa 25 minuti veniva consegnato praticamente ogni settimana. È difficile stabilire con precisione quanto costasse un episodio negli anni Settanta, poiché gli studi giapponesi non rendevano pubblici i propri bilanci di produzione.
Un’indagine del Media Development Research Institute pubblicata nel 2010 stimava il costo medio di un episodio televisivo di 25 minuti in circa 11 milioni di yen (circa 90.000 euro di oggi), suddivisi tra sceneggiatura, regia, animazione, colorazione, fondali, fotografia, sonoro, montaggio e stampa. Gli stessi esperti sottolineavano inoltre che la paga per gli intercalatori era rimasta praticamente invariata per oltre trent’anni, a dimostrazione di quanto il settore fosse sempre stato caratterizzato da margini economici ridotti.
Ma come riuscivano gli studi a sostenere costi così elevati? La risposta non era soltanto negli ascolti televisivi. Secondo la documentazione ufficiale di Toei Animation, già negli anni Settanta il modello economico delle serie animate si basava su un sistema che coinvolgeva emittenti televisive, sponsor e soprattutto il merchandising. Per titoli come Mazinga Z, Jeeg Robot d’Acciaio e UFO Robot Goldrake, la vendita dei celebri giocattoli, insieme alle licenze commerciali, rappresentava una fonte di ricavi fondamentale. La stessa Toei Animation ricorda che il successo dei giocattoli di Mazinger Z, lanciato nel 1972, contribuì in modo decisivo alla crescita del business delle licenze dell’azienda, dimostrando che il vero ritorno economico non derivava tanto dalla trasmissione del singolo episodio, quanto dall’intero universo commerciale costruito attorno alla serie: giocattoli, colonne sonore, libri illustrati, prodotti su licenza e, negli anni successivi, anche le vendite internazionali.
Osservando oggi Jeeg Robot d’Acciaio, Mazinga Z, Il Grande Mazinga o Goldrake, quelle trasformazioni ripetute e gli attacchi identici episodio dopo episodio non rappresentano quindi una mancanza di fantasia. Erano il risultato di un delicato equilibrio tra creatività, tempi di consegna e sostenibilità economica.
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Assieme, per colorare la vita
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Il 29 dicembre è stata confermata la morte, all'età di 94 anni, di Cecilia Giménez, residente a Borja, a Saragozza, in Spagna, che è entrata nella storia dell'arte popolare dopo essere intervenuta nel 2012 sul murale Ecce Homo. La sua scomparsa ha riacceso il ricordo dell'episodio che la portò a una fama mondiale inaspettata, quando, spinta dall'intenzione di preservare l'opera del pittore Elías García Martínez, realizzò un restauro senza formazione tecnica che divenne virale in tutto il mondo. Sebbene inizialmente fosse oggetto di scherno, critiche e un profondo disagio personale, il fenomeno ha subito una svolta nel tempo: l'immagine si è trasformata in uno dei meme più riconosciuti su internet, ha incrementato il turismo a Borja e ha reso l'opera un'icona culturale. Oggi, a più di un decennio di distanza, l' Ecce Homo restaurato è motivo di orgoglio locale e attira migliaia di visitatori ogni anno, consolidando l'eredità involontaria di Cecilia Giménez.
