Non Una Di Meno - Pisa
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📌Martedì 9 aprile, dalle ore 18.30 alla Mala Servanen Jin, saremo lietə di presentarvi “La trama alternativa
Sogni e pratiche di giustizia trasformativa contro la violenza di genere”, il libro di Giusi Palomba. Un libro denso di “sogni e pratiche”, il cui senso si può cogliere iniziando a chiederci cosa è per noi “giustizia” e cosa intendiamo realmente con “trasformativa".
🟣 A seguire restate con noi per l'aperitivo, in cui potremmo conoscerci e chiacchierare insieme.
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La lettura di questo libro, oltre che un rifiuto dell'intervento statale con la sua violenza, è un invito ad interrogarsi, collettivamente, per decostruire i ruoli di vittima e di mostro che la narrazione ufficiale impone, suscitando pietismo e paternalismo da un lato e giudizio e vendetta dall'altro. Ma pone anche la responsabilità di assumersi un cambiamento radicale a partire da noi e dalle relazioni con cui ci rapportiamo, creando un immaginario inedito che ci proietti verso infinite impreviste possibilità.
⚠️ Torna la nostra assemblea settimanale, dopo qualche giorno di pausa!
📌Ci troveremo come sempre alla Mala Servanen Jin in via Garibaldi 192, mercoledì 3 aprile ore 18.00.
Non mancate, per continuare a tramare insieme contro il patriarcato!
📌Avvisiamo che domani, mercoledì 27 marzo, non ci sarà assemblea.
Riprendiamo regolarmente con le nostre assemblee settimanali mercoledì 3 aprile, sempre alle ore 18.00 alla Mala Servanen Jin, in via Garibaldi 192
Vi aspettiamo! 💜
ASSEMBLEA APERTA MERCOLEDI 13 MARZO ORE 18
Dopo la potentissima giornata di venerdì 8 marzo e la grande partecipazione allo sciopero globale transfenminista, siamo nuovamente prontə ad incontrarci per la nostra assemblea settimanale, per continuare a costruire le nostre lotte contro il patriarcato.
Come ogni settimana ci ritroveremo in assemblea, alla Mala Servanen Jin, in via Garibaldi 192, alle ore 18. L'assemblea si terrà al piano terra, dove sono presenti poltrone e divani per stare comodə.
Se hai bisogno di maggiori informazioni, scrivici in dm.
Incontriamoci per:
-condividere insieme le riflessioni comuni sulla giornata dell'8 marzo;
- continuare a costruire e le nostre lotte NELLE UNIVERSITÀ, NELLE SCUOLE, NEI LUOGHI DI LAVORO, NELLA NOSTRA CITTÀ. PER LA LIBERTÀ DEL POPOLO PALESTINESE, CONTRO LA VIOLENZA DI GENERE, PER RIPRENDERCI TUTTO CIÒ CHE CI VIENE TOLTO e tramare INSIEME contro il patriarcato".
🔥Adesso comincia la nostra festa in piazza dei Cavalieri 🔮
Ci sono birrette e vino e dei meravigliosi gadget transfemministi.💖
Meravigliosa giornata di sciopero e di manifestazione. Grazie a chi ha partecipato alla marea insieme a noi.
14. POLIZIA - TRIBUNALI
Disciplina, ordine, silenzio. Questo è quello che vorrebbero da noi: a scuola, quando decidono di sospenderci per un’occupazione, agli esami in università, quando ci fanno sentire solamente inadeguate e impotenti. È quello che vogliono nei tribunali, quando colpevolizzano e sminuiscono chi è riuscita a dire basta, uscendo dal suo posto di molestata, sfruttata, umiliata. È quello che hanno provato a fare esattamente due settimane fa, in questa via, quando ci hanno manganellato e caricato mentre eravamo in corteo per dire stop al genocidio e Palestina libera.
Anche questa volta hanno provato a dire che, in fondo, era colpa nostra. Che se quella mattina fossimo andat a scuola e all'università come tutti i giorni, non sarebbe successo. È questa la loro strategia, è questa la loro manipolazione. Come quando denunciamo il nostro stupratore hanno il coraggio di dirci che se non avessimo messo quella gonna magari non sarebbe successo.
Ma noi, anche oggi, vogliamo dire che questa narrazione non la accettiamo, e la vogliamo ribaltare. Non ci sono proteste giuste e proteste sbagliate. Che sia un presidio, un intervento a lezione, un corteo o un’occupazione, saremo ovunque. Saremo in ogni spazio che ci vogliamo prendere, quando lo vogliamo e come lo vogliamo. Ci ribelleremo, usciremo dagli schemi predefiniti in cui vorrebbero inserire anche il nostro dissenso: in ogni occasione saremo imprevisto e saremo disordine. È questa la nostra autodifesa, ed è questa la nostra libertà.
E allora se la sicurezza che loro ci prospettano è fatta di ordine, disciplina, cariche della polizia sull student, tribunali violenti che colpevolizzano noi invece dei nostri assassini, noi rispondiamo che la vera sicurezza ce la possiamo costruire solo insieme. Insieme quando ci riprendiamo le strade, quando troviamo il coraggio di ribellarci al professore molesto o al marito violento, insieme quando ribaltiamo la violenza di quei luoghi che ci fanno sentire sempre inadeguate, mai abbastanza, come la Scuola Normale Superiore alla quale siamo davanti.
L’abbiamo dimostrato quel venerdì mattina, il venerdì sera, e il sabato successivo: non possono fermare la marea che ha deciso di non voler più assistere alla complicità macchiata di sangue di ogni nostra istituzione nel genocidio che lo stato di Israele sta portando avanti contro il popolo palestinese. Per ogni manganello noi saremo dieci, venti volte di più. Perché se loro vogliono punire il dissenso, noi costruiremo marea!
Si svolta in via San Frediano, per finire il corteo in piazza dei cavalieri ❤️
13. RETTORATO
In questo corteo dell’8 marzo passiamo anche davanti al rettorato.
Alcunə dellə compagnə metteranno due panuelos alle finestre del rettorato, luogo simbolo non solo dell’università, ma di tutta la città. Questi due panuelos rappresentano le due facce violente di questa istituzione. Il primo riguarda la sua complicità nel genocidio che sta avvenendo in Palestina. La nostra università parla tanto di pace, organizza incontri e si vanta della presenza del corso di laurea di Scienze per la Pace, quando in realtà continua a intrattenere ancora decine di accordi con aziende belliche ed ecocide e con le università israeliane. Da mesi studentə si stanno mobilitando per l’interruzione di questi accordi e per una presa di posizione dell’università rispetto al genocidio in atto e al regime di apartheid perpetrato da più di 70 anni dallo Stato sionista di Israele. Siamo scesə in piazza e continueremo a farlo, perché non accettiamo più un silenzio complice, non accettiamo più che i nostri saperi vengano utilizzati per scopi di guerra, vogliamo mobilitarci anche nei luoghi di formazione e nelle nostre stesse aule per fermare il genocidio del popolo palestinese.
Il secondo panuelo riguarda la violenza di genere perpetrata all’interno dell’università. Siamo qui per dire che vogliamo un’università sicura, libera da violenza e molestie. Unipi: un richiamo in caso di molestia da parte di un professore non basta, non accettiamo di dover andare a lezioni o in ufficio di professori che ci hanno molestato. Ricordiamo che la molestia è solo l’apice della violenza che ogni giorno subiamo all’interno delle aule, insieme all’umiliazione e allo svilimento che viviamo. Un professore che ride mentre sto avendo un attacco di panico durante l’esame, anche questa è violenza. Un professore che a lezione dice “le donne non sanno programmare”, anche questa è violenza. Il disagio che provo per come un professore mi guarda, anche questa è violenza;
Violenti sono anche i continui tagli al diritto allo studio che vediamo nella scarsità di borse di studio, nella mancanza di posti in residenza, nei rincari dei prezzi delle mense. E allora se Unipi ci offre una formazione violenta, che promuove solo competizione e prevaricazione, noi vogliamo costruire un’educazione al consenso, all’affettività, alla cura, un’educazione transfemminista.
Noi, queste violenze, non le accettiamo e siamo qui per dire che continueremo a denunciare e a protestare. Siamo qui per mostrare la nostra presenza nelle università e siamo qui per dire allə studentə che non siete solə!
RICERCATRICI UNIPI
Giuls:
Cara accademia,
oggi ti siamo di fronte perché non possiamo più starti dentro.
Siamo state dottorandə, assegnistə, ricercatorə, docenti a contratto. Per te abbiamo esaminato decine di studentə, tenuto seminari, organizzato conferenze. In cambio, la promessa di pochi soldi in un futuro imprecisato, il richiamo alla sacra gavetta e alla passione bruciante. Ci hai imposto di popolare compulsivamente i nostri curricula con i soggiorni all’estero, la didattica non pagata, le pubblicazioni: tutto questo con la tagliola dei contratti brevi, dell’incertezza e dei continui controlli sulla produzione. Oggi siamo qui, al di fuori delle tue aule e corridoi, perché ora sappiamo che siamo molto più di tutto questo.
Abbiamo lottato al tuo interno per portarti a riconoscere le discriminazioni che ti rafforzano ma tu hai svalutato i nostri saperi e le nostre pratiche politiche: femministe, queer, post e decoloniali. Cara accademia, a volte è proprio in quanto transfemministe che ci hai lasciate fuori, escluse dai tuoi corridoi, così difficili da percorrere per chi non è maschio, bianco, ricco e abile.
Oggi ti vediamo stanziare fondi in nome di un femminismo neoliberista da “quota rosa”, appropriarti delle nostre parole per svuotarle della potenza ribelle. Siamo qui di fronte e contro di te per ricordarti, cara accademia, che il transfemminismo è prima di tutto teoria rivoluzionaria, è pratica politica. Da precarie ed ex ricercatrici transfemministe oggi ci dichiariamo in agitazione contro chi usa le nostre parole per renderle inoffensive, continuando nel frattempo a discriminare, a foraggiare le guerre e a riproporre le dinamiche gerarchiche e maciste. ll sapere femminista è di chi lotta per realizzarlo, non dell’arrivismo accademico e della competizione neoliberista. Per questo vogliamo smascherarti, qui oggi, ma anche ieri e domani e dopodomani, quindi, cara accademia anche se tu ci butti fuori, da sotto le tue finestre noi continueremo a denunciarti e a gridare con forza: giù le mani dai nostri saperi!
Marta:
Sentiamo di voler stare oltre il binarismo eccellenza-mediocrità di cui ti nutri. Non crediamo più al tuo distinguerci in meritevoli e non, al tuo uso discriminatorio del termine ‘intelligenza’.
Stiamo qui davanti a te perché sopravvissute ad atti di mobbing, al carosello dei posti spartiti sempre coi soliti criteri, alle molestie, al precariato. Siamo sopravvissute, consapevoli che questo non era previsto. Come tante prima di noi avremmo potuto finire la nostra vita in uno dei tuoi bagni, avremmo potuto maledirti in un’ultima lettera. Questa invece non è l’ultima lettera che ti scriviamo. Stare nelle piazze transfemministe ci ha insegnato che possiamo ritrovare noi stesse altrove. Sappiamo che il tuo richiamo al merito è menzognero, utile solo a nascondere le profonde discriminazioni di cui sei intessuta e grazie a cui ti rafforzi. Crediamo che la cultura che emancipa non possa proliferare dentro un’istituzione che si nutre di diseguaglianze. I saperi che liberano li costruiamo nel tuo fuori e, se necessario, anche contro di te.
Sappiamo che tratterai queste parole con indifferenza, come hai fatto con le ultime lettere delle nostre sorelle, quelle che non sono qui perché le hai uccise, le hai private della speranza, le hai finite bollandole come mediocri. Sappi che questa marea ti travolgerà, a un certo punto. Ci restituirà il pensiero vivace e in movimento che ci hai promesso e sempre negato. Cara accademia, che la marea transfemminista possa sradicare i tuoi portoni, e che possa scorrerti sempre contro.
11. violenza-femminicidi (ponte solferino)
Lo scorso 25 novembre come Non Una di Meno abbiamo portato in piazza 500mila persone, le strade di Roma scoppiavano, attraversate da una marea che dopo l'ennesimo femminicidio, quello di Giulia Cecchettin, ha fatto sentire la propria rabbia contro la violenza maschile sulle donne e la violenza di genere.
Nel 2023 il nostro Osservatorio nazionale ha contato 120 femminicidi accertati; di questi, più della metà sono stati compiuti da partner attuali o ex compagni delle donne uccise. Questo dato allarmante ci ricorda, per l'ennesima volta, che, nella maggiora parte dei casi, il nostro femminicida ha le chiavi di casa e che “l’assassino non è malato ma è il figlio sano del patriarcato”, è il nostro compagno, nostro marito, nostro padre, uomini normali che vivono attorno a noi, accanto a noi, che dicono di amarci e invece sono pronti a farci fuori appena scegliamo di autodeterminarci e vivere liberamente la nostra vita.
Oggi, 8 marzo, come ogni 8 del mese, i dati dell'Osservatorio vengono aggiornati: quest'anno, a poco più di due mesi dall'inizio del 2024, sono già 20 i femminicidi + 5 in corso di accertamento. La più giovane donna uccisa da un femminicida aveva solo 19 anni.
Oggi vogliamo ricordare i loro nomi, e accendere una fiamma per ognuna di loro. Vogliamo ricordare ogni sorella uccisa per mano della violenza patriarcale e vogliamo che la nostra rabbia bruci e attraversi tutta la città in ogni suo angolo, fino a farla tremare.
Rosa 71 - Giulia 23 - Delia 58 - Maria 57 - Teresa 81 - Ester 38 - Elisa 65 - Fauzia 17 - Annalisa 43 - Silvana 84 - Santina 78 - Ewa 48 - Antonella 40 - Renée 19 - Nicoletta 46 - Alessandra 35 - Maria 77 - Maria 52 - Sara 41 - Liliana 89
Questi sono i nomi delle donne che non ci sono più, perché ammazzate da uomini che le hanno considerate loro oggetto, proprietà, territorio di potere.
Questo 8 marzo è anche per loro e per tutte le sorelle che non hanno più voce. Oggi scioperiamo dalla violenza patriarcale sistemica che continua a ucciderci, annientarci e vuole farci vivere quotidianamente nella paura. Ma insieme vogliamo bruciarla questa paura.
Stringiamoci, sorelle. Prendiamoci cura di noi. Difendiamoci. Perché per noi non lo farà lo stato, non lo farà la polizia, non lo farà nessuno. Difendiamoci per non essere le prossime. Difendiamoci perché non abbiamo altra scelta. Difendiamoci sorelle, manifestiamo, infuriamoci: che la lotta sia con tutta la nostra rabbia. Difendiamoci sorelle, aspettiamoci l’un l’altra, accogliamoci: che la lotta sia con tutto il nostro amore.
(Vogliamo cantare tutt insieme in un’unica voce la canzone Cancion sin miedo/Canzone senza paura, una canzone di lotta e resistenza contro tutti i femminicidi, lesbicidi, transcidi)
9. Lavoro sociale
Oggi scioperiamo in primo luogo contro il lavoro produttivo e riproduttivo, ma scioperiamo anche contro la violenza e l’ingiustizia economica e sociale, che si traducono innanzitutto in una sempre più marcata aziendalizzazione del settore sociale: basta guardarci intorno per vedere che anche qui a Pisa la tendenza all’interno dell’università di Pisa e delle scuole d’eccellenza pisane, cosi come all’interno dei primi gradi della formazione, è quella all’esternalizzazione dei servizi essenziali (fare riferimento a numeri?)
Esternalizzazione significa precarizzazione, sfruttamento, invisibilità, contratti part-time, stipendi bassi, ricattabilita: significa non avere mai garanzia di reddito, di luoghi e di orari di lavoro. Quelle appena nominate non sono altro che le più evidenti conseguenze di un sistema che crea condizioni di lavoro misere, che ci rende incatenate a ritmi e orari di lavoro sfiancanti, e di un governo che fa dello smantellamento dei diritti di chi lavora il suo tratto distintivo, gli infortuni e le morti sul lavoro sono la punta dell’iceberg
In Italia sono quasi 1 milione l lavorator delle cooperative sociali, eppure il contratto di queste cooperative che è appena stato rinnovato prevede ancora notti passive, banche ore e miseri aumenti salariali che non recuperano neanche l'inflazione, e la maggioranza di queste lavorator sono donne.
Scioperiamo perchè vogliamo in questi processi vengano prese seriamente in considerazione le voci e le esigenze di chi lavora e perché a tutti i sindacati venga garantito di partecipare ai tavoli di negoziazione.
Scendiamo in piazza oggi perché questa violenza economica e lavorativa colpisce in primo luogo le donne: perché il lavoro di cura e femminilizzato non ha riconoscimento e perché la nostra professionalità, invece di essere riconosciuta come tale, viene considerata un’inclinazione naturale.
Ma oggi scioperiamo anche contro il lavoro domestico e non retribuito, che in un paese in cui i tagli ai servizi sociali impattano sulla vita di milioni di persone grava principalmente proprio sulle donne. ( )
Scioperiamo perché il lavoro di cura permea tutte le attività e le relazioni necessarie a produrre e socializzare la nostra vita quotidiana.
Perché la segregazione del lavoro di cura e riproduttivo ha le sue radici in un sistema patriarcale di organizzazione del lavoro. Perché è importante dire oggi che non riconoscere l'importanza del lavoro di cura è violenza patriarcale.
È questo a cui dobbiamo pensare quando gridiamo che se ci fermiamo noi si ferma il mondo: a chi lavora senza essere visto o sentito, a chi non può scioperare perché è precettatx per garantire servizi essenziali, perché vive un ricatto troppo forte, perché ha un contratto che non prevede il diritto di sciopero, a tutt l lavorator che svolgono servizi invisibili ma senza i quali le nostre vite non potrebbero svolgersi allo stesso modo, a tutte le donne che ogno giorno svolgono gratuitamente lavoro di cura.
Siamo su ponte di mezzo.
Nessuna guerra, nessuna firma di imperialismo e colonialismo. Siamo al fianco della Palestina 🔥
8. Palestina
Come femministe e transfemministe alziamo le nostre voci al fianco delle nostre sorelle in Palestina. Al fianco delle nostre sorelle che ogni giorno da più di 75 anni resistono e lottano contro un’occupazione coloniale sionista, che vede loro negate la terra, l’identità e ogni diritto. Non solo a Gaza, ma in ogni singolo territorio Palestinese occupato da Israele.
In questo momento a Gaza centinaia di migliaia delle nostre sorelle rischiano la vita, a causa delle bombe o della fame che Israele utilizza come arma genocida;
Sorelle che cercano di sopravvivere sotto i bombardamenti e che si ritrovano senza acqua, cibo, elettricità e servizi igienici. Sorelle che, in caso di sopravvivenza, partoriranno in ospedali bombardati e saturi di pazienti. Sorelle a cui il diritto alla salute e alla vita è negato dall'occupazione sionista. Non da pochi mesi, ma da 75 anni.
Con orrore continuiamo a leggere le testimonianze delle centinaia di donne che da ottobre sono state rapite dall'esercito coloniale israeliano, torturate, violentate. Molte sorelle non hanno fatto ritorno. I coloni israeliani portano avanti le loro campagne mediatiche vantandosi della biancheria rubata ai corpi delle donne palestinesi, stuprate e uccise.
Questo é quello che fa quella che viene chiamata “l’unica democrazia del medio oriente”.
Rifiutiamo le narrazioni occidentali che vedono le donne palestinesi come donne da salvare, sottomesse ad una cultura considerata retrograda e primitiva.
Rifiutiamo le narrazioni islamofobe e razziste, che strumentalizzano i nostri corpi, gli stupri e i femminicidi per costruire una propaganda volta a giustificare il genocidio del popolo palestinese.
Da oltre 76 anni il movimento di liberazione palestinese contro l'occupazione coloniale è stato animato dalle donne. Non è un caso che la repressione e la violenza coloniale continui a scatenarsi tanto ferocemente contro le nostre compagne: anche fuori Gaza, le campagne di arresti di massa - che periodicamente Israele utilizza per reprimere il popolo palestinese- colpiscono sistematicamente le donne, studentesse e attiviste. Il femminismo palestinese viene criminalizzato ed equiparato al terrorismo, perchè si radica e dà vita alla causa di liberazione della Palestina.
La nostra responsabilità come femministe e transfemministe é quella di schierarci al fianco del processo di liberazione delle donne palestinesi, senza se e senza ma.
Questa è la responsabilità che in questo momento ognuno e ognuna di noi ha.
In ogni parte del mondo ogni persona sta facendo una scelta di fronte ad un genocidio. Se continuare a fare finta di niente, rendendosi complice della violenza coloniale e genocida di Israele, o se trovare la possibilità di prendere posizione.
Ognun di noi deve chiedersi cosa è disposta a fare in questo momento per fermare il genocidio, e non fermarsi solo ad un cessate il fuoco. Dobbiamo chiederci cosa possiamo fare per contribuire alla lotta di liberazione della Palestina, non solo dalle bombe ma dal regime di apartheid, dalla colonizzazione.
Oggi siamo scese in piazza perché ci vogliamo vive e libere, ma dobbiamo avere chiara una cosa: non saremo libere finché la Palestina non sarà libera.
E sappiamo bene che non sarà qualcun altro a liberarci, non saranno i governi, i tribunali, le istituzioni. lo dobbiamo fare noi, lo devono fare le donne e le soggettività, e lo dobbiamo fare al fianco delle nostre sorelle palestinesi, prendendo ogni spazio per bloccare le complicità con Israele.
6. Guerra e militarizzazione
Come movimento transfemminista lo abbiamo detto chiaro tante volte: la guerra è la più alta espressione della violenza patriarcale. Qualunque guerra si combatte in primis sui corpi delle donne e delle soggettività non conformi, che sono sempre le prime vittime in termini di violenza e di irrigidimento dei ruoli sistemici e di controllo sulle nostre vite e sui nostri corpi.
Da anni è sempre più evidente come sia in atto un processo di escalation bellica, una tendenza dei nostri governi di qualunque colore, alla guerra. Lo stato italiano è coinvolto, è complice, è responsabile di questo processo di escalation, e noi oggi vogliamo puntare chiaramente il dito contro le sue responsabilità.
Lo stato italiano, anche in questo stesso momento, sta conducendo operazioni militari, che al di là di ogni mistificazione e tentativo di farle passare sotto silenzio hanno un nome ben preciso: operazioni di guerra. Chi paga i costi di queste operazioni? Chi paga l’escalation in atto? Sempre e solo le popolazioni che si ritrovano sotto le bombe, sempre e solo chi si vede tagliati diritti, sanità, welfare, possibilità di vita, per sostenere le operazioni militari.
Ma non ci sono solo quelle che potremmo definire “operazioni militari esplicite”. C’è anche un livello più subdolo, più nascosto, che viene portato avanti dai nostri governi. Le guerre non scoppiano da un giorno all’altro, le guerre hanno bisogno di una lunga preparazione, e questa preparazione parte in primis dai nostri territori, e dal tentativo di militarizzare ogni ambito delle nostre vite. Perché le loro guerre, per scoppiare, hanno bisogno di una popolazione che è predisposta a sostenerle e a combatterle.
E questa preparazione la vediamo quando ci chiedono di fare figli per adempiere al nostro presunto dovere verso la nazione. Lo vediamo nel mondo della formazione, dove sempre di più è in atto un tentativo di irrigidimento e di disciplinamento delle persone giovani. Nelle scuole viene fatto passare come “normale” andare in gita alla caserma della folgore o a Camp Darby. Nelle università viene fatto passare come “normale” fare progetti di ricerca apparentemente in ambito civile, quando invece quelle stesse ricerche, i nostri saperi, vengono utilizzati per produrre armi.
Ma l’escalation la vediamo anche quando tentano di costruire una base militare, l’ennesima, sul territorio pisano.
Come Non Una Di Meno Pisa siamo parte del Movimento No Base, e lo abbiamo detto tante volte, ma lo ribadiamo anche oggi: contro la vostra base saremo marea, contro la vostra base saremo rivolta!
Oggi urliamo Strike the war, scioperiamo dalla guerra, da tutti quelle funzioni e quei ruoli sistemici che la riproducono e la sostengono, da tutte quelle attività che in questo momento stanno finanziando il genocidio in atto in Palestina.
Perché se è vero che le guerre partono dai nostri territori, allora è proprio qui che abbiamo l’occasione, che abbiamo la possibilità di contare, di fermarle, di bloccare i loro meccanismi di morte, distruzione e devastazione dei territori e delle vite di chi li abita!
