La Guardia Rossa
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革命不是请客吃饭,不是做文章,不是绘画绣花,不能那样雅致,那样从容不迫,文质彬彬,那样温良恭儉让。革命是暴动,是一个阶级推翻一个阶级的暴烈的行动。
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Scandali, defezioni, lobbisti: la Cop 28 di Dubai parte male
ARABIA ESAUDITA. Pesano l’assenza a sorpresa di Biden e la defezione annunciata di Xi, il presidente Al Jaber a capo delle compagnia petrolifera emiratina. I paesi conservatori non vogliono che nella risoluzione finale si menzionino i combustibili fossili. Tra i nodi caldi il loss&damage, per risarcire i Paesi più colpiti dalla crisi climatica. Al posto del papa, influenzato, andrà il segretario di stato Parolin, ma non è la stessa cosa
Defezioni, scandali, boicottaggi. La Cop28 di Dubai, che ha inizio in queste ore, sta diventando un problema di credibilità per l’intero processo negoziale sul contrasto al riscaldamento globale a guida Nazioni Unite. E si configura sempre più come la Cop della reazione fossile.
Le Cop (acronimo di Conference of Parties), sono incontri annuali promossi dall’Unfccc, la Convenzione delle Nazioni unite sui cambiamenti climatici cui hanno aderito tutti i paesi del Pianeta. Si tengono ogni anno in una location diversa, e la nazione ospitante ottiene automaticamente anche la presidenza di turno.
LA VENTOTTESIMA edizione che ha inizio oggi a Dubai dovrà affrontare diversi temi chiave. Molto del negoziato si giocherà sulle parole usate: il blocco dei paesi più conservatori non vuole che si menzionino i combustibili fossili nella risoluzione finale.
Alla Cop26 di Glasgow, nel 2021, si nominò per la prima volta il carbone, ma i paesi che ne sono più dipendenti – soprattutto Cina e India – ottennero che si parlasse di riduzione dell’uso, non di eliminazione, e soprattutto che ci si riferisse ai soli impianti unabated, cioè non accompagnati da sistemi di cattura e stoccaggio della Co2. Sulla presenza o meno della locuzione «combustibili fossili» nel documento finale, e sulla differenza tra riduzione ed eliminazione, si aspettano duri scontri.
LA SECONDA QUESTIONE sul tavolo è quella del loss&damage. Si tratta del principale lascito dell’edizione precedente, la Cop27 di Sharm el-Sheik, e di un tema relativamente recente nei negoziati. Da tempo i paesi del cosiddetto sud globale – Africa, America Latina, Sud-Est asiatico – chiedono che siano le nazioni più industrializzate a pagare per i danni che già oggi la crisi climatica sta causando.
L’anno scorso si raggiunse a sorpresa un accordo di massima, grazie soprattutto al peso negoziale della Cina, grande sponsor dell’iniziativa. Ma su chi debba mettere i soldi, a quanti paesi vadano, chi gestisca questi flussi di denaro, non c’è ancora chiarezza.
I negoziati intermedi hanno visto contrapporsi da un lato le nazioni a basso reddito, che chiedono di ampliare la platea dei riceventi e di affidare i fondi ad una istituzione ad hoc.
Dall’altro i paesi occidentali, su tutti gli Stati Uniti, che vorrebbero far gestire il processo alla Banca Mondiale e concedere l’accesso al minor numero possibile di nazioni. Dubai potrebbe essere il luogo adatto a trovare un compromesso.
I PUNTI SUL TAVOLO sono insomma molti. Ma Cop28 sembra aprirsi già stanca, travolta dalle polemiche e disertata da alcuni leader chiave. Di certo non ha aiutato la presidenza in mano agli Emirati Arabi Uniti, una nazione che ha fondato la sua ricchezza sul petrolio.
Il presidente designato, Sultan Al Jaber, è anche ceo dell’Abu Dhabi National Oil Company, la compagnia estrattiva di stato emiratina, e di Masdar, società specializzata in energie rinnovabili. Un petroliere a capo dei negoziati sul clima, una prima volta inquietante. Specie dopo che la Bbc ha rivelato, in uno scoop di pochi giorni fa, che Al Jaber avrebbe usato gli incontri preparatori della Conferenza per trattare nuovi accordi relativi ai combustibili fossili per conto della sua azienda. L’interessato nega e parla di accuse «false, scorrette e imprecise», ma lo scandalo ormai è scoppiato.
Poi è chiaro che si va verso un disimpegno di Stellantis dall’Italia, ce n’eravamo accorti già prima di essere chiusi dalla sera alla mattina con una mail, ora se ne stanno rendendo conto in tanti. Siamo stati la punta dell’iceberg, di un macrofenomeno che da un capo all’altro di questo paese sta impoverendo i territori e facendo deserto industriale. E’ a questo che resistiamo, non solo per non essere cancellati nel nome di una probabile speculazione immobiliare. Per questo continuiamo a batterci per una fabbrica socialmente integrata, a disposizione del territorio che l’ha difesa e della riconversione ecologica, simbolo che ‘noi’ possiamo e che ‘loro’ non vincono sempre”.
https://ilmanifesto.it/salvetti-ex-gkn-intervento-pubblico-per-reindustrializzare-e-non-licenziare
Salvetti (ex Gkn): “Intervento pubblico per reindustrializzare e non licenziare”
INTERVISTA. Ad un mese dalla chiusura della fabbrica di Campi Bisenzio con il (ri)licenziamento di 180 lavoratori, il delegato sindacale chiama le istituzioni, a tutti i livelli, ad intervenire per non cancellare l'ennesima realtà industriale. A partire da questo fine settimana e per tutto dicembre nuove iniziative a sostegno della resistenza operaia.
Dopo due anni e mezzo di lotte, la vertenza Gkn è a un passo da un nuovo, potenziale epilogo negativo. Il primo gennaio 2024 la fabbrica di Campi Bisenzio cesserà di esistere e i 180 lavoratori rimasti saranno (ri)licenziati. Esiste un piano di riconversione industriale, elaborato dagli operai, per produrre pannelli fotovoltaici e cargobike. Ma ha bisogno di un intervento pubblico, a tutti i livelli, che invece manca.
– Dario Salvetti, il governo Meloni anche di voi non si occupa. Ma gli enti locali, a partire dalla Regione Toscana, che stanno facendo? Eppure a parole sono stati tutti al vostro fianco.
“Continueremo a spingere il piano industriale fino all’ultimo giorno e il più possibile. Ma senza un intervento pubblico, sia per quel che riguarda lo stop ai licenziamenti che per rilevare lo stabilimento, tutto diventa più difficile. Perché senza intervento pubblico non c’è reindustrializzazione, e senza reindustrializzazione non si fermano i licenziamenti”.
– Che fine farà la fabbrica?
“Sullo stabilimento ci sono due possibilità: o è già stato venduto, cosa di cui non siamo a conoscenza e che avremmo il diritto di sapere, oppure si cerca un acquirente. In questo caso i licenziamenti servono a facilitare, e massimizzare, una operazione immobiliare”.
– C’è un’alternativa ai licenziamenti?
“Noi abbiamo avuto una cassa integrazione in deroga senza causale, e questo ci lascia la possibilità di avere una normale cassa integrazione, se ci fosse davvero la volontà politica di reindustrializzare. Se invece questa volontà non c’è, allora siamo di fronte al completamento della delocalizzazione avviata il 7 luglio 2021. Con oltre al danno la beffa, visto che si cerca di avviare una speculazione immobiliare in un territorio sconvolto da un’alluvione provocata non soltanto dagli stravolgimenti climatici ma anche dalla cementificazione. Un doppio crimine sociale”.
– State organizzando tante iniziative, da venerdì e domenica ci sarà l’evento ‘Saremo Coro’ e un’assemblea nazionale, poi un nuovo ‘Insorgiamo Tour ‘ fra Padova, Torino, Bologna, Roma, Milano, Bilbao e Barcellona (info su www.insorgiamo.org).
“Nella convergenza con tante realtà operaie che si trovano nella nostra situazione, abbiamo saputo che in Francia c’è stata una iniziativa del genere, con cori arrivati da tutta Europa. Allora abbiamo deciso di replicare con questo evento fortemente partigiano, popolare e resistente, chiamando ad ‘essere coro’ così come in fondo è questa lotta. Poi andremo avanti con altre iniziative insieme a tutte e tutti quelli che hanno difeso Gkn dal 7 luglio 2021, a partire dalle tante realtà solidali di questo territorio. Lo faremo fino alla notte del 31 dicembre, quando saremo licenziati per la seconda volta, invitando chiunque voglia a stare insieme a noi. Così daremo anche una risposta al problema, generale, di dove passare la sera di san Silvestro…”.
– Ormai è appurato, lo avevate denunciato e anche una recente inchiesta di Irpimedia lo conferma, che c’era un piano predefinito di Melrose-Gkn per smantellare la fabbrica, nonostante non fosse in crisi e con una produzione, quella di semiassi, di cui ci sarà sempre bisogno. Possibile che in una situazione del genere il pubblico non aiuti la ripresa di processi produttivi?
“Se il pubblico non è in grado di affrontare e risolvere problemi come le delocalizzazioni e le reindustrializzazioni, allora smetta di convocare tavoli. Cosa che del resto ha fatto questo governo che pure si dichiara retoricamente nazionalista e sovranista, dimensioni peraltro molto lontane da noi, ma che alla resa dei conti non è in grado di far fronte a problemi del genere.
Anche in quella circostanza non fu facile chiarire la dinamica di un incidente avvenuto su una linea ferroviaria solo in parte elettrificata.
A Catanzaro è stato proclamato per oggi il lutto cittadino in onore della capotreno Maria Pansini, una donna stimata da tutti, sul posto di lavoro e in città. Lei e lo sfortunato camionista sono le ultime due vittime del lavoro, le ennesime che la Calabria piange.
https://ilmanifesto.it/a-130-allora-contro-lautocisterna-rimasta-in-trappola
A 130 all’ora contro l’autocisterna rimasta in trappola
L'INCIDENTE. Morti l'autista del camion e la capotreno. Oggi a Catanzaro lutto cittadino
Sono le sette di sera di martedì. C’è un camion che attraversa la Sibaritide, uno dei tanti mezzi che a quest’ora viaggiano in questo spicchio di Calabria, ravvivato da intensa luce nelle ore diurne, eppure tenebroso appena irrompe il tramonto. Di notte sembra di vagare in un’immensa spianata priva di riferimenti, al di fuori delle luci lontane dei centri urbani e della temibile Strada statale 106, dove gli incidenti automobilistici mortali accadono da sempre, con frequenza inquietante. Il bagliore della luna piena che è sorta da pochi minuti non aiuta la visibilità, si riflette sulla foschia, confonde l’orientamento.
Un camionista infila una rampa che s’inarca verso la ferrovia jonica, in provincia di Cosenza. Appena varcata la barriera, essa si chiude alle sue spalle, come l’altra che si trova di fronte a lui, formando una trappola meccanica. Il giovane conducente si accorge che qualcosa va storto, prova a liberare i binari, ma non ci riesce. Nel tentativo di liberare il camion incastrato, esegue una disperata manovra che abbatte un muro di contenimento. Potrebbe fuggire, cercare scampo, lasciando l’autocisterna lì dov’è. Invece rimane al suo posto. Sa che da un momento all’altro potrebbe arrivare un treno, ma forse neanche si accorge delle quattro carrozze in arrivo, sulla linea tra Sibari e Catanzaro.
IL TRENO È IN FASE di accelerazione, perché ha lasciato la stazione di partenza da pochi minuti. Arriva a 130 km orari da nord e travolge l’autocisterna. Muoiono l’autista del camion, il 24enne di origini marocchine Said Hannanaoi, e la capotreno, Maria Pansini, dipendente di Trenitalia, 60enne di Catanzaro, che lascia una figlia. Il deragliamento è solo parziale, le carrozze sbandano ma rimangono in asse. Illeso il macchinista che viaggia nel locomotore. Lievi ferite riportano otto passeggeri, medicati in ospedale e dimessi nel giro di poche ore.
VENTIQUATTRO ORE dopo, la puzza di bruciato si mescola all’aroma di salsedine. Si sente ancora l’odore della morte. In un riverente silenzio, riverbera il frastuono dei mezzi speciali al lavoro, impegnati a rimuovere i rottami. La linea ferroviaria è interrotta. Ancora da chiarire la dinamica precisa dell’incidente. Indaga la procura della Repubblica di Castrovillari.
NELL’UNICO CAPANNELLO umano, ogni tanto sferzato da un venticello gelido, i tecnici specializzati confermano che stando alle prime ricostruzioni il camion guidato dal conducente di nazionalità marocchina sarebbe rimasto incastrato nel passaggio a livello. L’autista avrebbe attraversato la prima barriera quando era ancora sollevata, ma un ostacolo ancora imprecisato, forse un guasto tecnico, gli avrebbe impedito di completare il transito. Resta da capire perché non si sia attivato il segnale d’allarme.
Lo scontro ha provocato un grosso incendio. Trascinata dal treno per una cinquantina di metri, l’autocisterna ha preso fuoco.
L’incidente è avvenuto a Thurio, nel comune di Corigliano-Rossano. Duemilacinquecento anni fa questo era l’approdo più frequentato del Mediterraneo. Il porto dell’antica Sibari è sotto gli aranceti che circondano l’area del disastro. Nel corso del tempo, gli scavi archeologici hanno portato alla luce soltanto una minima parte della città magnogreca. In mezzo a tanta bellezza paesaggistica e a luoghi di straordinario interesse archeologico e culturale, oggi è anche terra di attraversamenti, passaggi di braccianti, caporali a caccia di forza lavoro da sfruttare, scontri armati tra le ‘ndrine locali.
NON È LA PRIMA volta che questa linea ferroviaria è interessata da gravissimi incidenti. Nel novembre 2012, non molto distante da qui, in località Foresta a Rossano morirono sei braccianti rumeni, due donne e quattro uomini, che tornavano da una giornata di lavoro nei campi. La Fiat Multipla su cui viaggiavano fu investita dal locomotore del treno regionale 3753.
«BENE CHE CI SIANO delle voci all’interno della stessa maggioranza che chiedono una proroga, ma se fanno sul serio votino gli emendamenti presentati dal partito democratico nella nostra manovra alternativa» ha detto Elly Schlein, segretaria del Pd. Proposta astuta che presumibilmente non avrà seguito. Il fronte delle opposizioni, unito sul salario minimo, si è però rotto sull’energia. Carlo Calenda (Azione) ha criticato Schlein («una liceale del centro storico») e Conte (5 Stelle). Per Riccardo Magi (+Europa) sono «demagogici» perché «il 75% è già nel mercato libero. Chi oggi non opta per un gestore, comunque resterà per tre anni con una tariffa amministrata». Come se il problema non fosse anche l’aumento dei prezzi che paga di più chi è più povero.
IL PD, CON CINQUE STELLE Verdi e Sinistra Italiana, ha chiesto un’informativa urgente al ministro dell’ambiente Gilberto Pichetto Fratin. Quest’ultimo ha chiesto «gradualità» nel passaggio di mercato. Ma il 10 gennaio si partirà con il gas. Quanto all’energia elettrica la speranza del ministro è stata affidata al ministro delegato al Pnrr, Raffaele Fitto: «Confido- ha detto – nella trattativa con l’Ue». Fitto, che non ha visto arrivare il problema e si è lamentato del «paradosso» in cui si trovano le opposizioni. In un paradosso si trova anche lui da quando il Consiglio dei ministri ha approvato ciò che ora si vorrebbe rinviare.
https://ilmanifesto.it/gas-e-luce-balletto-ipocrita-sul-mercato-libero-si-punta-alla-proroga-di-un-anno
Gas e luce, balletto ipocrita sul mercato libero: si punta alla proroga di un anno
LA POLEMICA. Cinque milioni di famiglie rischiano il caro-bollette con la fine del "mercato tutelato" decisa dal governo su impulso di una norma contenuta nel Pnrr, le forze politiche si rinfacciano le responsabilità: le opposizioni le hanno condivise quando erano al governo con Conte e Draghi, le destre dopo che hanno capito il problema. In mezzo c'è il Pnrr e la sua idea di economia e società. Sotto chi ne pagherà le conseguenze
Il balletto ipocrita in cui sono impegnate le forze di maggioranza che non vogliono assumersi le responsabilità della fine del mercato tutelato del gas e dell’elettricità e il passaggio brutale a quello «libero» tra gennaio e aprile 2024 decisa dal Consiglio dei ministri ieri ha conosciuto un’altra giravolta.
DOPO LA LEGA con Salvini anche il partito della presidente del consiglio Giorgia Meloni, Fratelli d’Italia (Fdi) si è accorta di avere combinato un guaio per 5 milioni di famiglie, questa è la stima, che rischiano di pagare di più le conseguenze di una decisione, dettata dal Pnrr e sottoscritta già al tempo dei governi Conte II e Draghi, che aumenterà i profitti delle aziende del settore mentre la crisi del potere d’acquisto prosegue a causa dell’inflazione.
«SE TECNICAMENTE è possibile, oggi, fare una proroga di un anno, sicuramente il governo la farà” ha detto ieri Tommaso Foti, il capogruppo FdI alla Camera – Ma ci vuole un’autorizzazione europea, perché è l’Italia che si è impegnata. Questa volta – sottolinea ancora – non si può dire che la colpa è dell’Europa. È colpa della maggioranza che governava allora e che ha voluto mettere questo negli obiettivi del Pnrr per la terza rata». «Bisogna trattare con la Commissione europea per ottenere la proroga» ha confermato Riccardo Molinari, capogruppo della Lega alla Camera.
È UN MODO di posporre il problema. Va cambiato un «punto», così è stato definito, del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr). Lo stesso «punto sfuggito a tutti, fino all’altro ieri. Per questo non è rientrato nelle dettagliate trattative con la Commissione Ue, durate 10 mesi, che hanno modificato il Pnrr. Bisognerà aspettare. Sapendo che a Bruxelles, di solito, non transigono sulla «concorrenza». Basti pensare all’altro problema che ha l’attuale maggioranza: le concessioni dei balneari.
«È UNA SITUAZIONE poco seria» ha commentato il segretario della Cgil Maurizio Landini, Definiamola anche una confusione politica trasversale. Perché la norma in sé, ispirata da una delle «riforme» chieste in cambio dei dobloni del Pnrr, è stata accettata anche da chi oggi è all’opposizione, e fino ad un anno fa era nei governi Draghi – e prima Conte II – che hanno accettato la «riforma» in questione. Non è sufficiente dire, come dicono tra le opposizioni, che la norma era diversa ed è stata adottata in un’altra situazione economica, prima delle guerre in corso e dell’inflazione. L’impoverimento era diffuso già dai tempi del Covid tra chi potrebbe essere colpito ora sull’energia Quei governi hanno pensato di risolvere il problema con i bonus a tempo. La povertà sarebbe scomparsa. Al resto avrebbe pensato il Pnrr di cui si attendono i prodigi.
IL PROBLEMA DEL MERCATO «libero» dell’energia rinvia al disegno generale del Pnrr, un’idea decisionista, neo-liberale e tecnocratica che rischia di approfondire le diseguaglianze. Su questa contraddizione le destre ieri hanno continuato ad attaccare Pd e Cinque Stelle, rimuovendo le proprie responsabilità. In entrambi i casi, maggioranza e opposizioni, sono lontane dall’analizzare i limiti della concezione del Sacro Graal dell’economia, il Pnrr, seguendo alcune tracce che sono emerse in questi mesi da ricerche come quella di Gianfranco Viesti (Riuscirà il Pnrr a rilanciare l’Italia? Donzelli).
Eppure, nonostante l’Agenzia nazionale per la sicurezza ferroviaria (Ansfisa) abbia evidenziato il numero di incidenti e di vittime, i passaggi a livello sono ancora migliaia, in un continuo rimpallo di responsabilità decisionali ed economiche e c’è addirittura chi progetta la privatizzazione delle Fs, ma intanto lavoratrici e lavoratori muoiono».
I SINDACATI CAT, CUB, SGB E USB hanno invece subito optato per una protesta più forte: 24 ore per denunciare «il ritardo della messa in sicurezza dei passaggi a livello, per richiedere investimenti urgenti in sicurezza; per cessare lo spargimento di sangue sui binari attraverso una politica di prevenzione di esercizio e lavorazione».
L’INEFFABILE COMMISSIONE di garanzia sul diritto di sciopero nei servizi pubblici essenziali – «pur riconoscendo pienamente le ragioni e il valore dell’azione di protesta» – ha subito invitato questi sindacati «a contenere l’astensione a 8 ore, dalle 9 in poi».
La risposta di Cat, Cub, Sgb e Usb è stata immediata: lo sciopero rimane di 24 ore: «La questione sicurezza è troppo grave».
https://ilmanifesto.it/risparmi-ferroviari-bastavano-49mila-euro-per-evitare-lincidente
Risparmi ferroviari: bastavano 49mila euro per evitare l’incidente
PASSAGGI MORTALI. È il costo del dispositivo Pailp che Rfi monta solo in alcuni tratti: bloccherebbe i treni se qualcosa fosse incastrato tra le sbarre. Tutti i sindacati: oggi sciopero in Fs Il Garante tenta di bloccare i Cobas: fate 8 ore, non 24
Lungo i 16.800 chilometri di binari del paese – Alta velocità esclusa – ci sono ancora «oltre 4 mila passaggi a livello». Lo certifica Rfi che sottolinea come «la quasi totalità degli incidenti sia dipesa da infrazioni del Codice della strada». Traduzione: la colpa è tutta degli automobilisti, in gran parte camionisti che non rispettano il rosso e rimangono incastrati fra le sbarre con la paura di non rompere le sbarre per evitare di rovinare i mezzi della ditta per cui lavorano.
NEGLI ANNI ’90 PARTÌ il Piano per l’eliminazione progressiva dei passaggi a livello. Ma i tempi per la sua realizzazione sono lentissimi. Fonti sindacali quantificano in 74 quelli chiusi nel 2020 e in 137 nel 2019. Le difficoltà sono finanziarie così come burocratiche nel mettere d’accordo enti territoriali e chi deve costruire strade che aggirino i passaggi a livello.
I sindacati però hanno sempre denunciato «i troppi incidenti», come quello di Cisternino in provincia di Brindisi nel 2012 dove morì il macchinista Giuseppe Campanella e come quello del maggio del 2018 a Arè di Caluso (Aosta) dove morirono il macchinista Roberto Madau e Stefan Aureliana, componente della scorta del trasporto eccezionale, che rimase incastrato per più di mezz’ora, senza dimenticare i 26 feriti. A febbraio di quest’anno a Caluso si è rischiato un incidente identico nello stesso punto: un treno ha attraversava il passaggio a livello con le semibarriere abbattute.
PERFINO IERI MATTINA UN TIR è rimasto intrappolato a Castegnato, sulla linea Brescia-Iseo-Edolo. Per fortuna senza conseguenze.
I sindacati sostengono che incidenti di questo tipo ne capitano spessissimo. E soprattutto che «servirebbe poco per evitarli». Il sistema di sicurezza ha un nome: si chiama Pepl e «risolve il problema dell’indebita apertura di un passaggio a livello, gestendola in sicurezza». In pratica se le sbarre sono abbassate e qualcosa è in mezzo ai binari, il sistema lo comunica alla linea mantenendo il segnale semaforico al rosso e dunque bloccando il treno o – se il Sistema controllo marcia treno (Scmt) non ci fosse – consentendo al macchinista di frenare.
NEL TRATTO SIBARI-ROSSANO ce sono quattro su dieci passaggi a livello, purtroppo non al chilometro 128,123 della tragedia di martedì sera.
Rfi ne ha installati molti e li definisce «Sistemi di protezione automatica integrativa per passaggi a livello (Paipl). Nel Tariffario dei prezzi per Apparati integrativi e complementari agli impianti di Sicurezza e Segnalamento del 2022 di Rfi «la Forniture in opera di Sistemi Paipl ha un importo di 49.297,23 euro. Per passaggi a livello di dimensione e complessità superiore (con Sottosistema di acquisizione video, ad esempio) si può arrivare al massimo a circa 150 mila euro. Cifre risibili rispetto ai costi dei tanti incidenti accaduti e all’incalcolabile costo di vite umane.
«IL MINISTRO SALVINI si è espresso sui morti in Calabria con parole vuote – attacca la rivista dei macchinisti «Ancora in marcia» – ha trovato miliardi per il ponte sullo Stretto, noi chiediamo di costruirlo dopo che ne avremo spesi molto meno per mettere in sicurezza tutti i passaggi a livello e tutti i binari italiani».
Non sapendo quanti passaggi a livello hanno il sistema, la cifra complessiva per dotarne tutti i 4 mila passaggi a livello rimasti varia di 197 a 600 milioni. Cifre che fanno impallidire i 12 miliardi che serviranno per il ponte sullo stretto di Messina.
Già ieri mattina i sindacati hanno indetto per oggi uno sciopero in tutto il gruppo Fs. Se Filt Cgil, Fit Cisl, Uilt, Orsa e Fast hanno optato per 8 ore di sciopero dalle 9 alle 17 perché «da anni denunciamo la pericolosità dei passaggi a livello.
Repost from Radio Onda D'Urto
BOLLETTE: DAL 2024 LA FINE DEL MERCATO TUTELATO DI LUCE E GAS
Il governo Meloni non ha prorogato il regime di mercato tutelato sulle utenze. Come dispongono le normative dell’Unione Europea, quindi, tra gennaio (gas) e aprile (energia elettrica) quasi 10 milioni di persone saranno così gettate in pasto al cosiddetto libero mercato, con aumenti monstre delle bollette: solo calcolando…
Repost from Jacobin Italia
La resistibile ascesa di Wilders
https://jacobinitalia.it/la-resistibile-ascesa-di-wilders/
Mentre si difendono le concessioni balneari si rischia di mandare in rovina milioni di famiglie impoverite dall’inflazione. È l’immagine più realistica di questo governo.
https://ilmanifesto.it/gas-e-luce-la-rapina-sociale-del-mercato-libero
Gas e luce, la «rapina sociale» del mercato libero
IL CASO. È caos nel governo che ha deciso la fine di quello «tutelato», Salvini: «È un errore, bisogna rimediare». Bonelli: «Ma dov'era Salvini? A fare l'aperitivo?». Schlein: «Ecco la tassa Meloni», Fratonianni: «Patrimoniale sui poveri» Le destre: «Pd-5S, l’avete voluta voi»
Un nido di serpi, questo sembrava ieri il governo Meloni. Prima ha varato l’uscita dal mercato tutelato del gas e dell’elettricità a partire dai prossimi 10 gennaio e 1 aprile nel «decreto energia». Ieri, il vicepremier e ministro dei trasporti Matteo Salvini gli ha teso un’imboscata e ha parlato di un «errore» fatto dal suo stesso governo. Non è chiaro dove fosse lui, il ministro «precetto laqualunque», quando veniva discussa la misura.
L’ESECUTIVO tradisce, un’altra volta ancora, un’approssimazione rivelatrice che può assumere un certo retrogusto elettorale. Per Meloni & Co. è un problema inaspettato che rischia di oscurare le celebrazioni a reti unificate della «competenza» mostrata dal governo sul Pnrr. Per ora è un caos. Ma si cerca una soluzione «last minute».
LE OPPOSIZIONI hanno preso la palla al balzo e fatto una schiacciata nel campo avverso. «È una tassa Meloni sulle bollette – ha detto ieri Elly Schlein – Tocca la carne viva di 5 milioni di famiglie e 10 milioni di utenze. Forse fanno più attenzione agli interessi economici delle grandi società energetiche che a quelli di 5 milioni di famiglie che rischiano di pagare bollette più alte». «Dopo i tagli alle pensioni ora il governo scaglia sulle famiglie il macigno delle bollette, che si aggiunge al carovita e al caro mutui esistente» ha aggiunto Giuseppe Conte (Cinque Stelle). «Ma come funzionano i Consigli dei Ministri del governo Meloni? Fanno l’aperitivo? Questo è un governo sconsiderato che ha deciso di dare ascolto più alle lobby energetiche che agli interessi degli italiani». «La verità è che questa rapina sociale il governo fa una patrimoniale, solo che la fa su milioni e milioni di italiani e italiane, i più fragili e i più deboli» ha detto Nicola Fratoianni (Sinistra Italiana).
NELLA MAGGIORANZA, in realtà, erano emersi i dubbi. Tuttavia ieri, dopo l’uscita a gamba tesa di Salvini, bisognava trovare una risposta all’altezza. Allora è stato trovato un argomento non banale, anche se del tutto fuorviante. L’intesa sulla liberalizzazione del mercato tutelato è stata sottoscritta dal governo Conte II e confermata dall’esecutivo Draghi nell’ambito dell’imperscrutabile Pnrr. Fabio Rampelli (Fratelli d’Italia) ha detto di trovare «ridicole» le accuse. È «un punto del Pnrr votato anche dal Pd e negoziato dall’ex sottosegretario Vincenzo Amendola» ha rincarato Claudio Borghi (Lega). Il problema è la subalternità, anche delle opposizioni, alla cultura neoliberale del Pnrr. Resta però un problema: perché l’attuale governo, nei 10 mesi di trattative con Bruxelles, non lo ha cambiato?
RAFFAELE FITTO, ministro delegato al Pnrr, non lo sa. Critica le polemiche di chi «non si è accorto di quanto veniva fatto nel 2022» ma non è riuscito a spiegare perché non se ne è accorto lui. «Degli effetti non condivisibili ci si poteva accorgere quando sono stati approvati questi provvedimenti» ha detto. Qualche secolo di economia buttato al vento. Per Massimiliano Dona (Unc) ha dato un’altra spiegazione: il Pnrr di Draghi «non prevedeva una chiusura dell’impegno entro il gennaio 2024, ma solo di iniziare un percorso». Meloni lo avrebbe fatto precipitare.
NEL SETTEMBRE SCORSO Pino Gesmundo e Marco Falcinelli (Cgil) hanno sostenuto: «L’attuale segmento del mercato a maggior tutela assorbe solo l’8,7% dei volumi dell’intero mercato elettrico. Non si capisce né la necessità né l’urgenza del provvedimento. Altrove si è favorito un processo spontaneo dove è il cliente scegliere. Un cambiamento repentino basato sulle aste scelte dal governo, può creare incertezze e può avere ripercussioni sui lavoratori del settore. Così si tutelano gli oligopoli e si penalizzano i più deboli».
Alla risposta: «Modificando i parametri» e cioé il limite di 1,5 volte l’assegno sociale per l’accesso alla pensione di vecchiaia a 67 anni con almeno 20 anni di contributi (ma viene alzato a tre per accedere alla pensione anticipata a 64 anni e 20 anni di contributi). A quel punto Landini è sbottato sottolineando come «quelle modifiche non favoriscono i giovani: serve la pensione contributiva di garanzia che voi non volete».
I GIUDIZI ALL’USCITA da palazzo Chigi hanno riproposto la divisione fra i confederali: Cisl che ha apprezzato il «metodo e merito» – le promesse «senza soluzione finale», dunque – mentre Cgil e Uil hanno confermato le critiche all’intera manovra e l’ultima delle cinque giornate di mobilitazione che venerdì prevede lo sciopero generale di otto ore nelle regioni del sud con manifestazione a Napoli.
«Al di là del confronto, il governo a ora non ha cambiato nulla della manovra che resta sbagliata», ha commentato Landini. Stesso giudizio dalla Uil: «Il governo conferma la sua insensibilità alla richiesta delle piazze di queste settimane», chiosa Bombardieri.
https://ilmanifesto.it/pensioni-il-governo-promette-modifiche-cgil-e-uil-non-basta
Pensioni, il governo promette modifiche. Cgil e Uil: non basta
LEGGE DI BILANCIO. «Tuteleremo gli assegni di vecchiaia». Ma i medici dovranno restare sei anni in servizio. Battibecco Meloni-Landini sui giovani. Sull’articolo 33 che taglia gli assegni a 732 mila lavoratori la Cisl «apprezza metodo e merito»
«Con molta fatica cerchiamo di intervenire salvaguardando le pensioni di vecchiaia per tutti i dipendenti pubblici mentre per le pensioni anticipate stiamo costruendo un percorso di phasing out» (eliminazione graduale) a partire dai soli medici. Questo il linguaggio usato dal ministro Giancarlo Giorgetti per spiegare come il governo Meloni pensa di rimediare con il mitico «maxiemendamento» al taglio delle pensiono future di ben 723 mila lavoratori pubblici che produrrà un risparmio strutturale di 2,27 miliardi al 2043, come prevedono le stesse tabelle della legge di Bilancio.
Si tratta dunque di una promessa politica accompagnata dalla formula «a saldi invariati» che conferma il dogma dell’austerità soprattutto previdenziale che piace a Bruxelles. Il tutto senza che nelle tre ore di tavolo con i sindacati – non solo Cgil, Cisl e Uil ma anche le sigle poco rappresentative e più vicine al governo Ugl e Cisal – la proposta di modifica sia mai stata illustrata, tanto che Luigi Sbarra ha dovuto ammettere che non c’è «la soluzione finale e la richiesta cancellazione dell’intera norma» e dunque per la Cisl «giudizio sospeso».
LA SOLUZIONE su come modificare l’articolo 33 della manovra doveva essere il punto centrale dell’incontro. In verità Giorgia Meloni nella sua mezz’ora di introduzione non lo ha nemmeno menzionato, al pari dell’intero capitolo «pensioni». La presidente del Consiglio ha invece «rivendicato» l’intera manovra e le modifiche al Pnrr. Solo nella sua replica, Meloni ha spiegato che «l’intento dell’articolo 33 di sanare le disparità tra lavoratori rimane intatto» e che «le correzioni» vanno in tre direzioni: «pensioni di vecchiaia, salvaguardia di chi andrà in pensione entro il 2023 e più nello specifico i medici».
SE SUL 2024 serve trovare solo 11,5 milioni, le cose si complicano molto sul lungo periodo, lasciando presagire che il risparmio rimarrà in campo previdenziale: l’unico che garantisce effetti strutturali e sempre più allargati con il passere degli anni.
Effetti che ci saranno in gran parte anche sulle carriere lavorative dei medici, la categoria che il governo invece vuole tutelare di più.
«TUTELANDO LE SOLE PENSIONI di vecchiaia si rischia di tenere i medici al lavoro almeno per altri sei anni», denuncia il responsabile previdenza della Cgil Ezio Cigna». Il perché è presto detto: «Quasi tutti i medici riscattano la laurea e quindi hanno contributi fin dai 19 anni. Per questo molti di loro oggi possono andare in pensione anticipata, ex di anzianità, raggiungendo facilmente i 42 anni e 10 mesi ora previsti, spesso a soli 61 anni. Se verranno salvaguardate solo le pensioni di vecchiaia, questi lavoratori dovranno attendere di compiere 67 anni e quindi altri sei anni andando in pensione con ben 49 anni di contributi: una cifra mostruosa: altro che Quota 41 promessa dalla Lega», spiega Cigna.
VA COMUNQUE RICORDATO che i medici coinvolti dal taglio sono solo 55.600 mila – versano i contributi alla Cassa pensioni sanitari (Cps) – mentre sono più di dieci volte tanti, pari a ben 664 mila, i lavoratori degli enti locali – che versano al Cpdel – senza dimenticare i 10.300 insegnanti degli asili e delle scuole paritarie (Cpi) e i 2.200 ufficiali giudiziari (Cpug).
Nel dialogo con i sindacati, la cosa che ha fatto più arrabbiare Maurizio Landini è il passaggio in cui Giorgia Meloni ha sostenuto di dover comunque intervenire «sulle disparità del sistema previdenziale per tutelare le pensioni dei giovani». Qui c’è stato un vero momento di tensione. Il segretario della Cgil ha interrotto la premier chiedendo: «E come?».
