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Francesco Cappello - Seminare domande

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ïżŒLa gestione della congiuntura geopolitica non sarebbe un dramma sociale fatto di bollette insostenibili e stangate fiscali sulla micro-economia, ma verrebbe affrontata redistribuendo direttamente i benefici della produzione nazionale, dimostrando come la proprietĂ  pubblica dei settori strategici costituisca la piĂč efficace forma di protezione sociale e di stabilitĂ  economica per un Paese. Francesco Cappello

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un titolare di partita IVA deve fare i conti con una pressione fiscale effettiva che sfiora il cinquanta per cento tra IRPEF, IRES, IRAP e contributi previdenziali, costretto persino a versare gli acconti su guadagni futuri non ancora incassati. Per il tessuto della micro-economia reale non esistono sconti o giustificazioni: chi sbaglia o ritarda un versamento viene immediatamente sanzionato dal Fisco. Comprendere questo quadro rende evidente il motivo per cui l'attuale provvedimento del Decreto Legge 153/2026 appare cosÏ rinunciatario e iniquo. Lo Stato, essendosi spogliato della proprietà dei propri beni strategici negli anni Novanta, oggi si ritrova debole e ricattabile. Invece di redistribuire la rendita speculativa accumulata sulle spalle del Paese per tagliare le tasse a chi lavora e produce, la politica preferisce proteggere i profitti dei mercati finanziari, confermando la presenza di un Fisco inflessibile con i deboli e con le piccole imprese, ma estremamente accomodante e timido nei confronti dei giganti dell'energia. Per completare questa analisi storico-economica, occorre chiedersi come cambierebbe lo scenario odierno se l'Italia non avesse smantellato il proprio sistema di partecipazioni statali negli anni Novanta e avesse conservato il controllo pubblico integrale sulle proprie imprese pubbliche. Se l'ENI, l'ENEL e le grandi reti fossero rimaste aziende pubbliche al cento per cento, concepite quindi come strumenti di servizio pubblico e di politica industriale anziché come macchine da dividendo per i mercati finanziari, la gestione dell'attuale crisi energetica e geopolitica sarebbe radicalmente diversa. In primo luogo, uno Stato proprietario non avrebbe avuto alcun bisogno di rincorrere gli extraprofitti a posteriori con decreti fiscali complessi o implorando timidi anticipi di cassa come pietosamente fa oggi. Di fronte all'impennata dei prezzi internazionali del gas e del petrolio, un'impresa pubblica integrata avrebbe potuto applicare direttamente una politica di prezzi amministrati al costo di produzione, assorbendo le oscillazioni speculative dei mercati internazionali. Anziché scaricare sui bilanci delle famiglie e delle imprese private i rincari, l'azienda pubblica avrebbe operato come uno scudo sociale, calmierando i prezzi alla fonte per mantenere la competitività dell'intero sistema Paese. In secondo luogo, la totalità dei margini operativi generati dal settore energetico sarebbe rimasta nelle casse dello Stato o riutilizzata all'interno del bilancio pubblico. Invece di vedere il 70% dei dividendi prendere la strada dei fondi d'investimento esteri e dei grandi azionisti privati, quelle risorse sterminate, nell'ordine di decine di miliardi di euro negli anni di crisi, avrebbero costituito una solida entrata extra per l'erario. È proprio questo l'aspetto cruciale che cambierebbe l'equazione fiscale per tutti gli altri contribuenti. Disponendo dei proventi diretti della rendita energetica nazionale, lo Stato non avrebbe la necessità strutturale di spremere il tessuto produttivo della piccola e media impresa, degli artigiani e dei liberi professionisti con aliquote effettive che sfiorano il 50%, acconti soffocanti e balzelli burocratici. Le entrate pubbliche derivanti dalla gestione diretta dell'energia avrebbero consentito un vero e profondo taglio del cuneo fiscale sull'IRPEF per i redditi da lavoro e da pensione, restituendo potere d'acquisto reale ai cittadini senza tagliare i servizi essenziali. La transizione energetica sarebbe stata pianificata direttamente dallo Stato nell'interesse strategico del Paese, senza dover garantire rendimenti finanziari minimi al capitale speculativo privato estero, a spese delle componenti tariffarie in bolletta, del territorio e del paesaggio italiano. In definitiva, il mantenimento delle imprese pubbliche avrebbe garantito all'Italia una vera sovranità energetica ed economica. Per essa si erano battuti uomini come Enrico Mattei e Aldo Moro.
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PRIMA IL POPOLO ITALIANO ERA PROPRIETARIO DELLE GRANDI IMPRESE PUBBLICHE A COMINCIARE DA QUELLE DELL’ENERGIA. NEGLI ANNI 90 HA SVENDUTO IL PATRIMONIO PUBBLICO A FAVORE DELL’ECONOMIA FINANZIARIA, ED OGGI DEI GRANDI FONDI DI INVESTIMENTO ESTERI. ED ECCO LE CONSEGUENZE : SUPERTASSE PER TUTTI MENO CHE PER LE GRANDI MULTINAZIONALI DELL’ENERGIA CHE FANNO SUPER GUADAGNI GRAZIE ALLA CONGIUNTURA GEOPOLITICA CHE ADEGUATAMENTE MANOVRANO PER MASSIMIZZARE I PROPRI PROFITTI La scelta con cui il Governo, attraverso il Decreto Legge 153/2026, ha deciso di affrontare la questione dei profitti record del settore energetico dice molto sulla storia degli ultimi quarant’anni di politica economica italiana. Di fronte a bilanci societari miliardari e a una crisi che ha svuotato i portafogli delle famiglie, l'esecutivo non ha imposto una tassa sugli extraprofitti nĂ© ha chiesto un vero contributo di solidarietĂ  ai giganti dell'energia. Si Ăš limitato, con estrema timidezza, a chiedere un semplice anticipo di cassa a quelle poche multinazionali con fatturati superiori ai venti miliardi di euro, come Eni ed Enel. In sostanza, lo Stato chiede timidamente in prestito un acconto sulle imposte dovute, promettendo di restituirlo interamente sotto forma di crediti d'imposta entro pochi mesi. Questa apparente rinuncia a tutelare cittadini, lavoratori dipendenti, lavoratori autonomi, piccole e medie imprese, rispetto ai super-profitti delle grandi aziende si spiega chiaramente soltanto ripercorrendo la storia delle privatizzazioni delle imprese pubbliche (cioĂš di proprietĂ  del popolo italiano) degli anni Novanta. È in quel decennio che l'Italia, sotto la spinta delle teorie neoliberiste e con la scusa di dover abbattere il debito pubblico lievitato, peraltro a causa dell’applicazione delle teorie neoliberiste, ha smantellato e svenduto il proprio patrimonio industriale di Stato. Enti pubblici di primario interesse come l'IRI, l'ENI e l'ENEL sono stati trasformati in societĂ  per azioni e collocati sul mercato finanziario. Quella che venne presentata come una modernizzazione per favorire la concorrenza si Ăš rivelata una disastrosa perdita di beni comuni. AnzichĂ© creare un mercato aperto, si sono formati oligopoli privati o semiprivati che hanno consegnato i settori strategici del Paese ai grandi fondi d'investimento esteri, spostando la ricchezza collettiva verso la rendita finanziaria di pochi azionisti. Le conseguenze negative di quella stagione di svendita sono esattamente la causa dei problemi che affrontiamo oggi. Trasformate le ex aziende di Stato in multinazionali quotate in Borsa, la loro prioritĂ  assoluta Ăš diventata la massimizzazione dei profitti e dei dividendi per il mercato finanziario. CosĂŹ, quando la congiuntura geopolitica internazionale, tra guerre e speculazioni sui mercati del gas e del petrolio, ha fatto schizzare alle stelle i prezzi delle materie prime, per i colossi energetici si Ăš aperta una vera e propria miniera d'oro. I loro guadagni straordinari non derivano da innovazione o da merito industriale, ma da puri extraprofitti dovuti alle emergenze belliche opportunamente manovrate. Mentre cittadini e imprese vedono raddoppiare bollette e prezzi dei carburanti, ed innesco dei processi inflazionistici, i profitti delle aziende volano a livelli mai visti. E a incassare la quota maggioritaria di questi dividendi sono i grandi fondi speculativi internazionali che ne detengono la maggioranza azionaria, mentre lo Stato, che conserva solo quote di minoranza attorno al trenta per cento, si ritrova incapace di intervenire per calmierare opportunamente i prezzi e tassare i super profitti delle multinazionali. Il contrasto con il resto della societĂ  risulta a questo punto impietoso. Un lavoratore dipendente o un pensionato subisce la trattenuta IRPEF automatica con aliquote reali che sfiorano il quaranta per cento. Un piccolo imprenditore, un artigiano o
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⁣Da Loretta Bolgan DIFTERITE E VACCINAZIONE ANTIDIFTERICA - che cosa sappiamo, che cosa possiamo concludere e quali dati sono ancora necessari Il tragico decesso per difterite della piccola Anna Rosa ha comprensibilmente suscitato grande attenzione e molte domande, alcune delle quali mi sono state rivolte direttamente. Ritengo che la morte per difterite di una bambina, oggi, rappresenti un evento di estrema gravitĂ  che merita di essere compreso con il massimo rigore possibile. Proprio per questo credo sia necessario evitare conclusioni premature, indipendentemente dalla posizione che si assume sulla vaccinazione. Le informazioni finora a disposizione sul caso sono ancora incomplete e, su vari aspetti, discordanti. Alla vicenda si sono sovrapposte interpretazioni contrapposte, spesso presentate con un grado di certezza che i dati pubblicamente disponibili non consentono, almeno per ora, di verificare. Non entrerĂČ quindi nella ricostruzione delle diverse versioni riportate dalla stampa e sui social. SarĂ  necessario attendere ulteriori elementi e, soprattutto, poter disporre della documentazione necessaria per comprendere che cosa sia effettivamente accaduto. Le domande che intendo affrontare sono piĂč circoscritte: che cosa sappiamo oggi della difterite e della vaccinazione antidifterica? Che cosa mostrano i dati epidemiologici disponibili? Che cosa misurano effettivamente i test utilizzati per valutare la risposta antitossica e il vaccino? Quali informazioni microbiologiche, analitiche e cliniche sono necessarie per comprendere un caso individuale? Gli studi epidemiologici costituiscono necessariamente una parte di questo quadro. Ne riporterĂČ i risultati per quanto documentato dalle fonti consultate, senza entrare nella valutazione specialistica dei loro metodi epidemiologici e statistici, che richiede competenze specifiche. Mi soffermerĂČ invece sugli aspetti biologici e analitici pertinenti alle domande poste, in particolare sui test effettuati, su ciĂČ che essi misurano e sui limiti entro i quali i risultati possono essere interpretati. È inoltre fondamentale mantenere distinti il dato di popolazione e il caso individuale. Anche una misura di efficacia dimostrata a livello epidemiologico esprime una riduzione del rischio nella popolazione studiata e non consente, da sola, di stabilire quale sarebbe stato l'esito in un determinato individuo. Per comprendere un singolo caso occorrono informazioni specifiche sul paziente, sull'agente infettivo e sul decorso clinico. Il mio obiettivo in questo documento non Ăš quindi dimostrare una tesi a favore o contro la vaccinazione, nĂ© attribuire responsabilitĂ  sulla base delle informazioni oggi disponibili. È cercare di capire che cosa sappiamo, che cosa non sappiamo ancora e, soprattutto, quali dati siano necessari per rispondere alle domande rimaste aperte. Sono domande che ritengo imprescindibili proprio per la gravitĂ  di quanto Ăš accaduto. Chiedere che vengano messi a disposizione i dati necessari per rispondere non significa formulare un'accusa: significa chiedere conoscenza, trasparenza e informazione. Il documento completo Ăš disponibile gratuitamente in 📄 https://drive.google.com/file/d/1PDSwWjMgMaFTpICKlWDUb_oFAGN8V12k/view Dott.ssa Loretta Bolgan RICERCATRICE INDIPENDENTE 📄 PDF 📄 - https://drive.google.com/file/d/1PDSwWjMgMaFTpICKlWDUb_oFAGN8V12k/view DOC. SFOGLIABILE - https://heyzine.com/flip-book/67ea18953a.html RACCOLTA ARTICOLI - https://www.studiesalute.org/biblioteca-internazionale ❀ SEGUI la RICERCA INDIPENDENTE ❀ - https://t.me/biblioteca_internazionale_Bolgan
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https://www.francescocappello.com/2026/08/25/si-sta-abbandonando-il-principio-fondamentale-secondo-cui-una-guerra-nucleare-non-puo-essere-vinta-perche-tutti-risulterebbero-perdenti-e-quindi-non-dovrebbe-mai-essere-combattuta/
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Questi dati trovano riscontro formale nei comunicati societari e nelle note stampa ufficiali diffuse dalla casa madre danese European Energy A/S e dalla controllata italiana Sun Project S.r.l. A integrazione degli aspetti logistici e di cantiere, i lanci dell'agenzia ANSA (in particolare della sezione ANSA2030) forniscono i dettagli sulla localizzazione esatta in località Villaggio Callari, sulle specifiche tecniche dei moduli sollevati a 1,3 metri, sul coinvolgimento della diplomazia danese e sulle stime relative al pascolo ovino e alle emissioni di anidride carbonica evitate. Il contesto regolatorio e gli strumenti di de-risking finanziario si basano sulla documentazione ufficiale e sui decreti attuativi del Ministero dell'Ambiente e della Sicurezza Energetica e del Gestore dei Servizi Energetici (GSE) relativi al meccanismo d'asta FerX e alla regolamentazione dei Contratti per Differenza (CfD). Sul piano della legittimità normativa e costituzionale della tutela del suolo agricolo, il punto di riferimento giurisprudenziale ù la sentenza n. 127 del 16 luglio 2026 pronunciata dalla Corte Costituzionale. Le critiche di carattere agronomico, sociale e paesaggistico nascono dai dossier d'analisi e dalle comunicazioni ufficiali diffuse da storiche associazioni ambientaliste e di tutela del patrimonio, tra cui il Gruppo d’Intervento Giuridico (GrIG) e Italia Nostra. Tali obiezioni sono affiancate dalle inchieste d'approfondimento sul fenomeno del land grabbing e sulla trasformazione delle campagne siciliane pubblicate da testate d'inchiesta come L'Espresso, unitamente ai comunicati dei comitati territoriali del Calatino e alle valutazioni critiche espresse da studiosi indipendenti di agronomia e scienze ambientali. F.C.
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Si articola cosĂŹ un modello in cui i costi infrastrutturali per il potenziamento della rete e la gestione dell'intermittenza vengono socializzati tra i contribuenti italiani sotto forma di oneri di sistema, mentre i dividendi vengono interamente privatizzati e convogliati nei santuari della finanza internazionale. Sotto il profilo ecologico ed agronomico, la narrazione patinata dell'agrivoltaico avanzato si rivela essere una sapiente operazione di greenwashing e una foglia di fico linguistica. I promotori pubblicizzano l'integrazione con l'agricoltura mediante l'installazione dei moduli a 1,3 metri da terra per consentire il pascolo di un gregge di circa 820 ovini e l'attuazione di piani di riforestazione. Mettere qualche centinaio di pecore a pascolare sotto una distesa industriale di pannelli in acciaio e silicio estesa su centinaia di ettari non cancella la natura industriale dell'intervento. Gli agronomi mettono in guardia contro l'effetto gronda, che concentra il dilavamento delle piogge lungo i bordi delle strutture accelerando l'erosione dei suoli collinari. Inoltre, le imponenti recinzioni perimetrali frammentano irreversibilmente gli habitat della fauna selvatica, spezzando i corridoi ecologici territoriali. Questa colonizzazione energetica colpisce al cuore la sovranitĂ  alimentare e l'identitĂ  paesaggistica del territorio. Vizzini e il Calatino rappresentano il nucleo storico del paesaggio rurale siciliano, reso celebre dalle pagine verghiane di Mastro-don Gesualdo e Cavalleria Rusticana. La trasformazione di ampie porzioni di campagna in impianti fotovoltaici comporta una speculazione fondiaria aggressiva e forme striscianti di land grabbing, dove gli sviluppatori offrono canoni di affitto o prezzi d'acquisto fuori mercato ai proprietari terrieri, spingendoli ad abbandonare la produzione agricola attiva a favore della rendita finanziaria. Neppure la recente sentenza numero 127 del 2026 della Corte Costituzionale, che ha riaffermato la legittimitĂ  dei divieti d'installazione del fotovoltaico a terra sui suoli agricoli per tutelare la produzione alimentare e il paesaggio, riesce a fermare questa deriva. Gli investitori utilizzano infatti le sottili cavillature dell'agrivoltaico avanzato come un espediente legale per scavalcare i vincoli e le tutele di legge, dimostrando come le norme nate per proteggere il suolo vengano regolarmente raggirate per garantire le corsie preferenziali del capitale finanziario. L'operazione di Vizzini rivela l'insanabile contraddizione di una transizione ecologica calata dall'alto e guidata dalla sola logica del profitto. I territori e gli abitanti della Sicilia subiscono la devastazione del proprio paesaggio e la perdita della propria vocazione agricola in cambio di briciole temporanee nella fase di cantiere, senza nemmeno ottenere una riduzione dei costi dell'energia in bolletta, dato che l'elettricitĂ  prodotta viene immessa nella rete ad alta tensione per soddisfare la fame energetica dei poli industriali e dei grandi data center diffusi altrove. Una reale e radicale conversione ecologica non puĂČ basarsi sul consumo indiscriminato di suolo nĂ© sul sacrificio della sovranitĂ  territoriale in favore delle banche e dei fondi speculativi. Una vera transizione deve partire dal riuso delle superfici giĂ  urbanizzate e degradate, dalla drastica riduzione dei consumi e da una gestione pubblica, democratica e comunitaria dell'energia, restituendo alle popolazioni locali la proprietĂ  delle infrastrutture e il diritto inalienabile di decidere sul futuro dei propri luoghi. Francesco Cappello FONTI Per la ricostruzione della struttura finanziaria, dei dettagli del project financing da 234,1 milioni di euro e dei ruoli coperti dagli advisor e dal pool bancario composto da CrĂ©dit Agricole CIB, Intesa Sanpaolo, NORD/LB e SociĂ©tĂ© GĂ©nĂ©rale, la fonte giornalistica di riferimento Ăš l'articolo d'inchiesta del quotidiano economico Il Sole 24 Ore a firma di Raoul de Forcade.
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IL GRANDE INGANNO DELL'AGRIVOLTAICO: COME LA FINANZA GLOBALE STA COLONIZZANDO LA SICILIA DIETRO IL MAXI-IMPIANTO DA 225 MW DI VIZZINI NON C'È LA TUTELA DEL TERRITORIO, MA UN'ARCHITETTURA DI DE-RISKING E PROFITTI GARANTITI PER UN POOL BANCARIO INTERNAZIONALE. UN'ANALISI SU COME IL CAPITALE SPECULATIVO PER LE RENDITE DEI FONDI DI INVESTIMENTO USA LA RETORICA VERDE PER PRIVATIZZARE I PROFITTI E SOCIALIZZARE I COSTI Il progetto del parco agrivoltaico di Vizzini, situato in località Villaggio Callari nel Catanese, viene comunemente presentato dalla retorica istituzionale come un fiore all'occhiello della transizione ecologica. Sviluppato da Sun Project S.r.l., controllata italiana del colosso danese European Energy, l'impianto prevede un investimento complessivo di circa 250 milioni di euro per una capacità installata di 225 megawatt e una produzione stimata di 405 gigawattora all'anno, teoricamente pari al fabbisogno energetico dell'intera città di Catania o di oltre 135.000 famiglie. Dietro queste cifre imponenti e la promessa di evitare l'emissione di oltre 162.000 tonnellate di anidride carbonica all'anno, si nasconde tuttavia l'architettura classica dell'assalto finanziario speculativo ai danni dei territori. L'opera, la cui entrata in esercizio Ú fissata per il 2028, non nasce da una pianificazione pubblica e partecipata destinata alle comunità locali, ma si inserisce in una logica estrattiva in cui le campagne della Sicilia vengono trasformate in asset ad alto rendimento per il capitale transnazionale. L'intera struttura finanziaria dell'operazione di Vizzini svela come la cosiddetta conversione ecologica sia ormai diventata terreno di conquista per grandi fondi d'investimento e istituti bancari. Il financial closing da 234,1 milioni di euro in project financing Ú stato garantito da un pool di quattro giganti del credito europeo: la francese Crédit Agricole CIB, l'italiana Intesa Sanpaolo con la sua divisione IMI CIB, la tedesca NORD/LB e la francese Société Générale. A questa rete si affiancano boutique finanziarie, legali e tecniche come Valecap, Green Horse Legal Advisory, EOS, Legance e Fichtner Italia, ingaggiate per blindare l'operazione sotto ogni profilo normativo e corporativo. Questa imponente concentrazione di capitale, che vede la stessa European Energy partecipata dal colosso giapponese Mitsubishi Corporation, riflette perfettamente quanto accade su scala nazionale con le scorribande finanziarie di soggetti come Copenhagen Infrastructure Partners e la sua controllata Elgin, pronte a scaricare 460 milioni di euro tra Umbria, Molise, Puglia, Lombardia e Sicilia. Non si tratta di aziende energetiche votate al bene comune, ma di gestori di fondi privati, banche d'affari e investitori istituzionali a caccia di profitti blindati. Il vero motore di questa corsa all'oro verde Ú rappresentato dai complessi dispositivi di de-risking statale, architettati dalle autorità pubbliche per azzerare il rischio d'impresa degli investitori privati e trasferirlo direttamente sulle spalle dei cittadini. Il progetto di Vizzini si Ú infatti aggiudicato un Contratto per Differenza della durata di vent'anni nell'ambito dell'asta governativa FerX. Attraverso questo meccanismo, lo Stato garantisce al fondo un prezzo fisso per la vendita dell'energia per due decenni: se il prezzo sul mercato elettrico scende al di sotto della soglia concordata, la differenza viene integrata dai consumatori mediante la bolletta energetica, eliminando alla radice qualsiasi rischio di mercato e assicurando all'investitore flussi di cassa assolutamente prevedibili. A questo scudo si sommano le risorse dei piani straordinari, la priorità di dispacciamento sulla rete e i mercati della capacità che remunerano i grandi sistemi di stoccaggio a batterie anche per il solo fatto di rimanere a disposizione.
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https://www.telecolor.net/2026/08/armi-al-fosforo-bianco-israele-con-armi-vietate-dalla-convenzione-di-ginevra-cappello-ne-sp
https://www.telecolor.net/2026/08/armi-al-fosforo-bianco-israele-con-armi-vietate-dalla-convenzione-di-ginevra-cappello-ne-spiega-gli-effetti/
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«Sono favorevole all’occupazione dei territori di Gaza, soprattutto dopo il 7 ottobre.» «Incoraggiare la migrazione volontaria e conquistare territori Ăš la cosa piĂč importante in questo momento.» 2025 2 marzo 2025, dopo la sospensione degli aiuti umanitari: «È ora di aprire le porte dell’inferno, chiudere elettricitĂ  e acqua, tornare alla guerra.» «Tutti gli ostaggi immediatamente, oppure l’inferno si scatenerĂ  su Gaza.» 3 marzo 2025, precisando la sua posizione sull’assedio: «Dobbiamo far morire di fame i terroristi di Hamas prima di tornare a combattere.» E aggiunse che, in caso di minaccia agli ostaggi: «DovrĂ  esserci l’esecuzione dei terroristi.» 17 aprile 2025: «Niente accordo, niente cessate il fuoco, niente aiuti; solo continuare a combattere fino alla sconfitta dei nazisti a Gaza.» «Aumentare la pressione, esercitare tutta la forza e tutta la potenza.» 30 maggio 2025, dopo il fallimento di una proposta di cessate il fuoco: «È ora di entrare con tutta la forza necessaria, senza battere ciglio, per distruggere e uccidere completamente Hamas nella Striscia di Gaza.» 3 luglio 2025, mentre erano in corso negoziati per un cessate il fuoco: «Non dobbiamo fermarci neppure per un momento.» «Dobbiamo ottenere la vittoria completa, occupare tutta Gaza, fermare gli aiuti umanitari e incoraggiare la migrazione, non accordi parziali.» 25 luglio 2025, sulla crisi alimentare a Gaza: «Non c’ù una vera fame a Gaza.» «Sostengo che Hamas venga fatto morire di fame a Gaza.» 27 luglio 2025, quando Netanyahu decise di aumentare gli aiuti: «L’unico modo per vincere la guerra e riportare a casa gli ostaggi Ăš fermare completamente gli aiuti “umanitari”, occupare l’intera Striscia e incoraggiare la migrazione volontaria.» E presentĂČ il proprio piano in quattro punti: «Uno: fermare gli aiuti. Se gli ostaggi non mangiano, neanche loro mangeranno. Due: eliminare i membri di Hamas. [
] Tre: conquistare l’intera Striscia di Gaza. Devono pagare con la terra. Quattro: incoraggiare la migrazione volontaria.» 25 ottobre 2025 Durante una discussione nel gabinetto di sicurezza sulla linea di demarcazione istituita dall’accordo di cessate il fuoco, Ben-Gvir contestĂČ le istruzioni dell’esercito secondo cui i soldati avrebbero dovuto fermarsi davanti a bambini e asini. Secondo le ricostruzioni della riunione, chiese perchĂ© non si dovesse: «Sparare a un bambino che cavalca un asino.» E sostenne: «Dobbiamo smettere di essere misericordiosi.» Le fonti riportano che la discussione riguardava proprio la possibilitĂ  di sparare a bambini palestinesi che si avvicinassero alla «yellow line». Il 25 marzo 2026, alla vigilia dell’approvazione della pena di morte ai palestinesi, dichiarĂČ: «La legge sulla pena di morte per i terroristi Ăš la legge piĂč importante che la Knesset abbia approvato negli ultimi anni.» «È destinata a proteggere i nostri figli.» «Con l’aiuto di Dio, applicheremo pienamente questa legge e uccideremo i nostri nemici.» 19 luglio 2026, durante la marcia dei coloni verso il confine con Gaza, la dichiarazione Ăš giĂ  ancora piĂč esplicita: «Ci sarĂ  un insediamento ebraico in tutta Gaza.» «Incoraggiare l’immigrazione volontaria [dei palestinesi], mandare quelli che devono essere mandati nei loro Paesi.» «E noi torniamo a casa. Gaza Ăš nostra.» Francesco Cappello
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AVETE PRESENTE L’UMANOIDE IMPUNITO SENZA UN BARLUME DI COSCIENZA UMANA, IL FORCAIOLO, CRIMINALE DI GUERRA, BEN GVIR? Recentemente, agosto 2026, nel podcast con l’ex ostaggio Rom Braslavski, Ben-Gvir, criticando “la diminuzione” delle operazioni israeliane a Gaza ha dichiarato: «Penso che dovremmo effettuare omicidi mirati a Gaza, eliminando 30-40 [persone] ogni notte.» «Non solo coloro che rappresentano una minaccia immediata.» «Ci sono persone lĂŹ che non meritano di vivere.» «Non dovrebbero vivere.» «Non sono nemmeno persone.» «Vedo tutta Gaza come nostra.» «Insediamenti non solo a Gush Katif, ma in tutta Gaza.» «Incoraggiare quanta piĂč emigrazione possibile, mandandoli nei loro Paesi.» «Per i terroristi, niente emigrazione, niente: semplicemente ucciderli uno per uno.» Ma vediamo alcune delle precedenti dichiarazioni di questo psiconano: 12 novembre 2023, un mese dopo l’attacco del 7 ottobre, Ben-Gvir dichiarĂČ di non escludere il ritorno degli insediamenti israeliani nella Striscia: «Quando dicono che Hamas deve essere eliminato, significa anche quelli che cantano, quelli che sostengono e quelli che distribuiscono caramelle: tutti questi sono terroristi.» «Dovrebbero essere tutti eliminati.» È una delle dichiarazioni piĂč importanti perchĂ© «Non ho paura di rinnovare gli insediamenti a Gush Katif.» E aggiunse: «Dobbiamo avere il pieno controllo [di Gaza].» 11 dicembre 2023, riferendosi ai lavoratori palestinesi della Cisgiordania, affermĂČ: «L’AutoritĂ  [Palestinese] Ăš un nemico, e anche i suoi cittadini sono nemici.» «FinchĂ© Hamas non libererĂ  gli ostaggi, l’unica cosa che dovrebbe entrare a Gaza sono centinaia di tonnellate di esplosivi dell’aeronautica, non un grammo di aiuti umanitari.» 2024 1 gennaio 2024, alla riunione del suo partito, Ben-Gvir definĂŹ la guerra un’occasione per favorire l’emigrazione dei palestinesi da Gaza: «La guerra ci offre l’opportunitĂ  di concentrarci sull’incoraggiamento alla migrazione degli abitanti di Gaza.» E definĂŹ questa politica: «Una soluzione corretta, giusta, morale e umana.» 28 gennaio 2024, alla conferenza organizzata per promuovere il reinsediamento israeliano di Gaza: «Se non vogliamo un altro 7 ottobre, dobbiamo tornare a casa e controllare [Gaza].» «Dobbiamo trovare un modo legale per far emigrare volontariamente [i palestinesi].» «Non possiamo ritirarci da nessun territorio in cui ci troviamo nella Striscia di Gaza.» Nello stesso intervento collegĂČ la questione alla pena di morte: «È tempo di prendere decisioni coraggiose.» 6 febbraio 2024, mentre infuriava il dibattito sugli aiuti umanitari: «Da 123 giorni mi oppongo all’introduzione di qualsiasi aiuto umanitario agli assassini di Gaza.» 14 maggio 2024, durante una manifestazione a favore del ritorno degli insediamenti israeliani a Gaza: «È tempo di tornare a Gaza! Tornare a casa! Tornare nella nostra terra santa!» «E secondo: incoraggiare l’emigrazione. Incoraggiare la partenza volontaria degli abitanti di Gaza.» «È etico! È razionale! È giusto! È la veritĂ ! È la Torah ed Ăš l’unica strada! Ed Ăš sĂŹ, umanitario.» «Gerusalemme Ăš nostra. La Porta di Damasco Ăš nostra. Il Monte del Tempio Ăš nostro.» «Con l’aiuto di Dio, la vittoria totale sarĂ  nostra.» 16 agosto 2024, a proposito degli israeliani che raccoglievano aiuti per Gaza: «Coloro che forniscono aiuti umanitari a Gaza dovrebbero essere privati della cittadinanza.» E riferendosi ad alcuni cittadini beduini israeliani: «Ci sono anche quelli la cui lealtĂ  Ăš prima di tutto verso Gaza, e devono essere espulsi dallo Stato di Israele.» 21 ottobre 2024, durante una nuova manifestazione per il reinsediamento israeliano a Gaza: «Possiamo tornare a casa a Gaza.» «Possiamo fare un’altra cosa: incoraggiare l’emigrazione palestinese da Gaza.» «La terra d’Israele Ăš nostra.» 1 dicembre 2024, in un’intervista radiofonica: «Sto seriamente considerando di trasferirmi con la mia famiglia nella Striscia di Gaza.» «È decisamente una possibilitĂ  all’ordine del giorno.»
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DOPO AVER TAPPEZZATO, PER PIÙ DI VENT'ANNI, IL TERRITORIO ITALIANO DI PANNELLI E PALE SPENDENDO 200 MILIARDI DI EURO PRELEVATI DALLE BOLLETTE DEGLI ITALIANI, IL CONTRIBUTO ATTUALE AI CONSUMI ENERGETICI COMPLESSIVI DEL PAESE È UN MISERO, PROBLEMATICO, 5% Sono in tanti ad essere convinti che pannelli, pale e batterie risolvano la questione energetica e che basterĂ  insistere a ricoprire il territorio di pale, pannelli e di enormi container batteria, per liberarci (come la propaganda ha fatto credere) dei famigerati combustibili fossili. Per capire come stanno le cose nella realtĂ , il primo dato fondamentale da considerare Ăš la struttura dei consumi energetici del nostro Paese. Attualmente il consumo di energia elettrica rappresenta poco piĂč del 22% dei consumi complessivi del Paese. Circa il 78% del fabbisogno energetico nazionale dell'Italia non Ăš infatti nella forma dell’energia elettrica, ma viene consumato direttamente e necessariamente bruciando carburanti per i trasporti, gas per il riscaldamento ed energia in forma non elettrica per i processi industriali. Si consideri ora che il 56% di quel 22% di energia elettrica Ăš prodotto utilizzando le fonti fossili (garantito per circa il 45% dal gas naturale e per il restante 11% da carbone e oli combustibili). Attualmente quindi, solo il restante 44% dell'energia elettrica Ăš coperto da fonti rinnovabili, ma con un'altra distinzione cruciale: il 15% di quel 44% non viene da pale e pannelli ma dall'idroelettrico, mentre l'insieme di pannelli fotovoltaici e pale eoliche ne copre circa il 21%. Il rimanente 8% si divide tra bioenergie (6%) e geotermia (2%). Incrociando la quota di eolico e fotovoltaico sull'elettricitĂ  con il peso dell'elettricitĂ  sui consumi totali di energia (21%x22%≈4,6%), si ottiene cosĂŹ il primo dato fondamentale: oggi il contributo reale di pannelli, pale eoliche e impianti di accumulo al fabbisogno energetico nazionale complessivo si attesta a meno di un misero 5%. SĂŹ, avete capito bene! Tutti i pannelli e le pale che sono stati istallati dall'inizio del secolo (con una spesa di 200 mld di euro) occupando terreni agricoli e crinali collinari contribuiscono al fabbisogno energetico nazionale per meno del 5% dei consumi energetici del Paese. Se pensiamo ora agli obiettivi green della transizione energetica dell'Unione Europea (Strategia italiana di lungo termine sulla riduzione delle emissioni dei gas a effetto serra, al 2050) che impongono l’orizzonte della neutralitĂ  climatica da raggiungere entro il 2050, di cui il Piano Nazionale Integrato per l'Energia e il Clima (PNIEC) Ăš solamente la tappa intermedia al 2030, ci si potrĂ  rendere conto della follia europea in atto alla quale ci siamo stupidamente accodati. Per inciso la follia della neutralitĂ  climatica significa raggiungere emissioni nette di gas serra pari a zero: le emissioni prodotte devono essere compensate da una quantitĂ  equivalente di gas serra rimossi dall’atmosfera
 Per "decarbonizzare" la societĂ  non basterĂ  sostituire il gas, il carbone e gli oli combustibili attualmente utilizzati nella produzione elettrica, ma bisognerĂ  elettrificare gran parte dei consumi che oggi usano direttamente idrocarburi, come i trasporti e i riscaldamenti. Ne parleremo Francesco Cappello
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No! Gli impianti fotovoltaici non prendono fuoco! https://www.versiliatoday.it/2026/08/16/a-fuoco-un-impianto-fotovoltaico-le-fiamme-si-estendono-al-bosco/
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Grazie a Fabio F. e a BorderNightsOfficial https://youtu.be/5ibv25U6OE0?is=mSxDr6uNUHMRxYvM Per chi fosse interessato ad approfondire ecco gli articoli di riferimento https://www.francescocappello.com/2026/08/12/terra-bruciata-per-far-spazio-ai-gigawatt-della-speculazione-energetica/ https://www.francescocappello.com/2026/07/30/incendi-prevenzione-e-speculazione-gli-incendi-si-possono-fermare-perche-continuiamo-ad-arrivare-troppo-tardi/ https://www.francescocappello.com/2026/07/14/chi-ha-interesse-agli-incendi-distruttivi-nelle-aree-boschive-il-sistema-di-prevenzione-bsds-aveva-un-difetto-funzionava-troppo-bene/
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I codici identificativi impressi sui metalli (inclusi i codici CAGE del governo statunitense) tracciano la fabbricazione dei proiettili usati sul campo direttamente negli impianti dell'esercito e dei fornitori degli Stati Uniti. F.C.
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Il fosforo bianco Ăš un composto chimico solido e ceroso che si incendia spontaneamente non appena entra in contatto con l'ossigeno dell'aria, raggiungendo temperature superiori a 800 °C e liberando un denso fumo bianco. Rientra nella categoria delle armi incendiarie. Il Protocollo III della Convenzione sulle armi convenzionali del 1980 ne vieta tassativamente l'utilizzo contro le popolazioni civili e contro obiettivi militari situati all'interno di aree abitate. L'impiego di questa sostanza nei centri urbani viola inoltre il principio fondamentale del Diritto Internazionale Umanitario, che impone la netta distinzione tra combattenti e civili, rendendo il suo uso indiscriminato un crimine di guerra. Gli effetti sul corpo umano sono tra i piĂč devastanti in ambito bellico. La sostanza aderisce alla pelle e ai tessuti, bruciando per reazione termica e chimica fino a raggiungere le ossa che vengono anch’esse consumate dal fuoco bianco. I frammenti rimasti incombusti nelle ferite possono riattivarsi e riprendere a bruciare appena vengono riesposti all'aria durante le medicazioni. L'assorbimento attraverso la cute provoca anche una grave tossicitĂ  organica che porta al cedimento progressivo di fegato, reni e cuore, mentre l'inalazione dei fumi acri causa lesioni polmonari, ustioni alle vie respiratorie e danni oculari permanenti. Sofferenze inimmaginabili. Le immagini degli esseri umani colpiti suscitano incommensurabile orrore e pietĂ . Su animali ed ecosistemi le conseguenze sono repentine e prolungate. Gli animali subiscono le medesime ustioni mortali degli esseri umani e rischiano l'avvelenamento acuto ingerendo residui contaminati tramite acqua o pascolo. Le particelle incandescenti innescano incendi boschivi e agricoli difficilmente domabili, devastando interi habitat. Nei terreni o nei sedimenti acquatici privi di ossigeno, la sostanza puĂČ rimanere inalterata per anni, conservando la propria tossicitĂ  e la capacitĂ  di incendiarsi nuovamente non appena il suolo viene smosso ed esposto all'aria. Israele ne ha fatto impunemente uso a danno dei palestinesi ed ora ripetutamente su villaggi e cittĂ  nel sud del Libano. Francesco Cappello P.S. Israele non produce in autonomia i proiettili d'artiglieria al fosforo bianco finiti impiegati dal proprio esercito, ma occupa una posizione di rilievo nella fase iniziale della filiera industriale. La multinazionale israeliana ICL Group (ex Israel Chemicals Ltd) estrae fosfati nel deserto del Negev ed Ăš uno dei principali fornitori globali di derivati del fosforo. Attraverso le sue filiali, ICL ha storicamente fornito il fosforo chimico grezzo alla catena di approvvigionamento del Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti. I proiettili d'artiglieria al fosforo bianco utilizzati dalle forze di difesa israeliane (IDF), in particolare i modelli da 155 mm denominati M825 e M825A1, vengono fabbricati, assemblati e caricati negli Stati Uniti. La struttura dei proiettili metallici Ăš realizzata da aziende della difesa americane come General Dynamics, mentre il caricamento chimico del fosforo bianco all'interno degli ordigni avviene presso il Pine Bluff Arsenal, un'installazione militare dell'esercito statunitense situata in Arkansas, che rappresenta il principale centro dell'emisfero settentrionale specializzato nel riempimento di munizioni al fosforo. La catena di approvvigionamento si sviluppa quindi attraverso una collaborazione bilaterale: la materia prima chimica viene fornita dall'industria mineraria israeliana agli Stati Uniti, dove i complessi militari assemblano gli ordigni finiti. Successivamente, le munizioni vengono trasferite a Israele tramite i programmi americani di aiuti militari e le vendite estere della difesa (Foreign Military Sales). Le verifiche condotte sul campo da organizzazioni di ricerca e diritti umani, tra cui Amnesty International e Human Rights Watch, hanno confermato questa catena analizzando i detriti e i contenitori dei proiettili rinvenuti nei teatri di conflitto.
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Tuttavia, l'efficacia di questa tutela si scontra con la fragilità della catena amministrativa. Per applicare i divieti, i Comuni devono catalogare e aggiornare tempestivamente il "Catasto degli Incendi". I cronici ritardi, le lacune mappali e la scarsità di risorse di molti enti locali creano ampie zone grigie legislative. All'interno di questi vuoti burocratici, le società speculative riescono ad avviare e far approvare le procedure autorizzative per i mega-impianti energetici prima che il vincolo sul terreno bruciato venga formalizzato e digitalmente registrato. Il lavoro di Pearson si intreccia così con gli studi sull'estrattivismo verde e con i rapporti periodici di realtà come associazioni ambientaliste e la Direzione Investigativa Antimafia. Il quadro che ne emerge mostra come la transizione energetica, gestita senza la necessaria rigorosa pianificazione pubblica e il controllo del territorio, viene parassitata dalle logiche criminali da un lato e da quelle finanziarie speculative dall’altro. La mafia non ha bisogno di trasformarsi in un produttore diretto di energia; le basta operare come custode e mediatore dell'accesso alla risorsa primaria, cioù la terra. Attraverso l'uso strategico del fuoco, la criminalità organizzata svaluta il territorio, ne scaccia la presenza umana tradizionale e lo consegna al capitale speculativo, completando una vera e propria colonizzazione energetica dell'isola condotta all'ombra della sostenibilità ambientale. Francesco Cappello FONTI La fonte accademica fondamentale su cui si struttura l'analisi ù lo studio condotto da Lauren R. Pearson, ricercatrice presso il Dipartimento di Geografia della University of California, Berkeley. Il suo articolo, intitolato "Land on fire: The spatial production of the mafia", ù stato pubblicato nel 2024 sulla rivista scientifica Criminology & Criminal Justice (SAGE Publications, identificativo DOI: 10.1177/17488958241286117) all'interno del numero speciale New Geographies of Organised Crime. L'indagine offre una disamina etno-geografica incentrata sulle devastanti stagioni degli incendi in Sicilia del 2021 e 2023, analizzando l'uso tattico del fuoco come strumento di controllo socio-spaziale. Sul versante investigativo e istituzionale, la ricostruzione si avvale dei resoconti della Commissione Regionale Antimafia dell'Assemblea Regionale Siciliana, che ha documentato l'operato di intermediari legati alla speculazione sul fotovoltaico a terra e sull'eolico nelle aree colpite dai roghi nell'entroterra dell'isola. A questi contributi si sommano le relazioni semestrali presentate al Parlamento italiano dalla Direzione Investigativa Antimafia, focalizzate sui tentativi di infiltrazione della criminalità organizzata nella filiera della transizione ecologica e nei fondi europei del PNRR, unitamente ai Rapporti Ecomafia pubblicati annualmente da Legambiente per monitorare i crimini contro il patrimonio boschivo e i fenomeni di accaparramento fondiario. Il quadro teorico e normativo si completa infine attraverso il pensiero del filosofo e sociologo francese Henri Lefebvre, la cui opera La production de l'espace del 1974 fornisce la lente interpretativa per comprendere la riprogrammazione criminale del territorio. Il caposaldo legislativo di riferimento ù l'articolo 10 della Legge 21 novembre 2000, n. 353 (Legge quadro sugli incendi boschivi), che impone rigidi vincoli di inedificabilità e di stasi nella destinazione d'uso per i terreni percorsi dal fuoco, integrato dalla letteratura scientifica sull'ecologia politica, sull'estrattivismo verde e sul fenomeno del green grabbing nel bacino del Mediterraneo. F.C.
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TERRA BRUCIATA PER FAR SPAZIO AI GIGAWATT DELLA SPECULAZIONE ENERGETICA ïżŒ Quando la Sicilia brucia durante i mesi estivi, il racconto mediatico e istituzionale tende spesso a confinare la tragedia nell'alveo della fatalitĂ  climatica, dell'incuria o dell'opera isolata di piromani instabili. La ricerca accademica condotta da Lauren R. Pearson dell'UniversitĂ  di California, Berkeley, insieme agli studi di ecologia politica e ai dossier investigativi sulle ecomafie, ribalta radicalmente questa narrazione, svelando un meccanismo sistemico e lucidamente pianificato. Pearson dimostra che lo spazio geografico non Ăš un semplice fondale inerte su cui accadono eventi casuali, ma un prodotto sociale ed economico plasmato dai rapporti di potere. Negli anni del dopoguerra, la mafia siciliana ha ridefinito il tessuto urbano attraverso il cosiddetto "Sacco di Palermo", trasformando il verde agricolo in colate di cemento per la speculazione edilizia. Oggi, nell'era della crisi energetica/climatica, lo stesso fenomeno si riproduce in chiave rurale ed ecologica: il territorio viene sistematicamente distrutto per essere riprogrammato e asservito ai grandi interessi della speculazione energetico/finanziaria. In questa dinamica, il fuoco cessa di essere un elemento naturale e diventa un'arma vera e propria. Pearson evidenzia come le organizzazioni criminali mettano a sistema le condizioni meteorologiche estreme, sfruttando le forti siccitĂ , le temperature record e i venti di scirocco come un "moltiplicatore di forza". Innescare un incendio in queste specifiche condizioni meteorologiche permette da un lato di massimizzare la devastazione con il minimo sforzo operativo, e dall'altro di mimetizzare l'azione criminale dietro la facciata del cambiamento climatico incontrollabile. Il fuoco viene cosĂŹ impiegato come strumento di rimodellamento territoriale per azzerare il valore socio-economico esistente su un determinato appezzamento di terra. Il nodo centrale di questa strategia risiede nel legame diretto tra l'incendio doloso e la successiva valorizzazione finanziaria dei suoli devastati, spinta dai capitali della transizione energetica e dai fondi europei come quelli del PNRR. Il meccanismo operativo si sviluppa secondo una sequenza precisa. In prima battuta, il rogo distrugge le colture, i pascoli e le infrastrutture agricole, piegando la resistenza economica dei proprietari terrieri e dei piccoli agricoltori giĂ  indebitati. Un terreno agricolo giĂ  poco produttivo, se costantemente minacciato dalle fiamme perde ulteriormente valore di mercato, trasformandosi in un peso economico insostenibile per chi lo possiede. È in questa fase di forte vulnerabilitĂ  che si inserisce la speculazione energetica. Grandi gruppi finanziari, intermediari e societĂ  dello sviluppo rinnovabile sono alla costante ricerca di enormi superfici di suolo per l'installazione di impianti fotovoltaici a terra e parchi eolici. L'incendio funge da acceleratore di questo processo di "green grabbing", ovvero l'accaparramento verde delle terre. Come documentato dalle inchieste e dai report delle commissioni antimafia, laddove un proprietario rifiuta di cedere o affittare i propri terreni per far posto ai pannelli solari, l'incendio doloso interviene come atto ritorsivo e intimidatorio. Viceversa, una volta che la terra Ăš stata ridotta in cenere, gli stessi intermediari si ripresentano offrendo contratti di locazione o d'acquisto a prezzi d'occasione. La devastazione ambientale diventa cosĂŹ la premessa necessaria per giustificare la riconversione industriale del suolo, trasformando un paesaggio agricolo o naturale in una centrale elettrica a cielo aperto. A favorire questa catena speculativa contribuisce una profonda debolezza istituzionale e normativa. Sulla carta, la legislazione italiana, in particolare la Legge 353 del 2000, stabilisce vincoli severissimi sulle aree percorse dal fuoco, vietando per diversi anni il cambio di destinazione d'uso, la caccia, il pascolo e la realizzazione di nuove strutture.
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