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Oggi i lavori sono fermi, ma non bisogna illudersi che questo sia il frutto di un ripensamento etico della politica o di un sussulto di dignità delle istituzioni. Se le ruspe non stanno ancora sventrando la Maviglia è solo per un motivo grottesco: questi miliardari svizzeri non si sono degnati di pagare nemmeno le prime rate degli oneri di urbanizzazione dovuti al Comune. Pretendono di ridisegnare la geografia di Maruggio, di privatizzare il nostro paesaggio e di sfruttare le nostre risorse, ma non rispettano nemmeno le scadenze finanziarie basilari nei confronti della comunità che li ospita.
Questa sospensione temporanea non è una vittoria, è un campanello d'allarme che dimostra la fragilità e la spregiudicatezza di chi gestisce l'operazione e l’inesistente opposizione degli enti locali.
Non si può abbassare la guardia; bisogna pretendere la revoca definitiva dell'autorizzazione e riprenderci il diritto di decidere, insieme, il destino della nostra terra.
Francesco Cappello
| 2 | Non solo Ostuni. Il sacco di Maruggio. La truffa sotto le mentite spoglie del progresso
Quello che si sta consumando a Maruggio non è un progetto di sviluppo turistico, ma un vero e proprio assalto coloniale all’identità territoriale e all’ecosistema ambientale e culturale pugliese.
Il mega-resort extra-lusso "La Maviglia" comporta un investimento da circa 200 milioni di euro promosso dalla società immobiliare svizzera Ultimate Collection ltd.
Sono duecentodue gli ettari di terra vergine, un’estensione monumentale che supera quella dell’intero centro abitato di Maruggio, pronti a essere recintati, privatizzati e trasformati in un’enclave dorata ed inaccessibile per milionari stranieri.
La Masseria Maviglia, che per secoli ha testimoniato la storia e la cultura rurale di questo angolo di Puglia in provincia di Taranto, rischia di diventare la facciata di un mega-resort estraneo alla comunità locale, un corpo separato, una zecca bubbone piantata sulla pelle del territorio pugliese, fatta di trentacinque ville extralusso, campi da golf a diciotto buche e colate di cemento che cancelleranno per sempre la macchia mediterranea, gli ulivi secolari e i muretti a secco che i nostri padri hanno costruito, custodito e protetto per generazioni.
La narrazione che viene propinata è la solita, vecchia favola dei posti di lavoro e dell'indotto economico, ma la realtà che i comitati locali denunciano da mesi è ben diversa. Ci troviamo di fronte a un modello di turismo predatore che consuma risorse idriche inestimabili in una regione storicamente arida, solo per mantenere artificialmente verdi i prati di un campo da golf a uso e consumo di pochi privilegiati. Questo progetto non crea ricchezza per Maruggio, ma impoverisce il territorio, sottraendo suolo agricolo, alterando l'equilibrio idrogeologico e sollevando un muro invisibile tra i residenti e le bellezze naturali che da sempre appartengono a tutti.
Non esiste turismo sostenibile laddove si cancella la natura per ricostruirla artificialmente a beneficio del grande capitale.
Il cavallo di Troia della ZES: speculazione con i soldi dei cittadini
L’altro aspetto dello scandalo di tutta questa operazione si chiama ZES Unica, la Zona Economica Speciale che si è rivelata il perfetto cavallo di Troia per i grandi speculatori. Dietro la maschera delle semplificazioni burocratiche e dell'attrazione di investimenti, la ZES rischia di esautorare completamente il territorio. Con un'autorizzazione calata direttamente da Roma in appena due mesi, sono stati scavalcati i piani urbanistici comunali, i vincoli della Regione Puglia e i pareri della Soprintendenza. La pianificazione del futuro del territorio viene scippata dalle mani dei cittadini e dei tecnici locali per essere in gran parte centralizzata a Roma.
La beffa ulteriore è che questo meccanismo non si limita a deregolamentare, ma permette a queste multinazionali di accedere a imponenti sgravi fiscali e incentivi che pesano direttamente sulle tasche dei contribuenti. Stiamo assistendo all'assurdo paradosso di uno Stato che utilizza il denaro pubblico per finanziare il degrado e la frammentazione del proprio patrimonio paesaggistico. È un copione tragico che in Puglia conosciamo fin troppo bene, una ferita aperta che ricorda da vicino lo scempio che rischia Ostuni e altri territori del Sud che rischiano di essere svenduti e ceduti a speculatori.
Una sovranità violata e il paradosso del blocco attuale
La mancanza di trasparenza in questa vicenda ha raggiunto livelli inaccettabili. Quando i comitati e le associazioni ambientaliste hanno chiesto legittimamente di visionare le carte, di analizzare gli studi di impatto ambientale e le valutazioni idrogeologiche, la società svizzera dietro il progetto, ha risposto alzando un muro, opponendosi all'accesso agli atti e trincerandosi dietro il segreto commerciale. Viene da chiedersi cosa ci sia da nascondere così strenuamente se il progetto è davvero così ecocompatibile e vantaggioso per la collettività come vorrebbero far credere. | 94 |
| 3 | Ora tocca ai giudici amministrativi decidere se la vera ricchezza di un pezzo di paesaggio pugliese vale più di un investimento distruttivo da 100 milioni di euro, e la sentenza potrebbe (dovrebbe diciamo noi) fare scuola su come si usa la Zes per i grandi progetti turistico-immobiliari lungo tutte le nostre coste.
Francesco Cappello | 193 |
| 4 | Ostuni. Ci riprovano con la Zes
A Mogale, sulla meravigliosa costa di Ostuni, un osceno resort extralusso per ricchissimi, da più di 100 milioni di euro rischia di cementificare 8,8 ettari di uno degli ultimi tratti liberi e ancora allo stato originario tra città e mare. Il marchio è Four Seasons (oltre 135 strutture in 47 paesi, altre 50 in pipeline spesso in aree costiere o paesaggisticamente sensibili) tra i cui azionisti di maggioranza figura Bill Gates; dietro l’operazione ci sono la società Merletto Srl e il gruppo Omnam, fondato dall’imprenditore israeliano David Zisser.
Il progetto prevede 49 fabbricati tra corpo centrale, suite, spa e piscine, su un’area che ricade interamente nell’Oasi di protezione faunistica “Villanova-Punta Penna Grossa” ed è sottoposta al vincolo paesaggistico della costa ostunese e alle tutele del Piano Paesaggistico Territoriale Regionale.
La Soprintendenza di Brindisi e Lecce aveva bocciato il progetto per ben due volte, parlando di alterazione irreversibile del sistema rurale costiero, e anche la Regione Puglia aveva espresso parere negativo per l’incompatibilità con l’oasi faunistica. Il Geos ha inoltre documentato la presenza di cavità ipogee con possibili insediamenti neolitici che gli scavi cancellerebbero per sempre.
E gli italiani, e i pugliesi? Secondo queste menti luminose dovremmo essere contenti e ringraziare perché avremmo qualche posto di cameriere ai piani e poche altre briciole ma anche a questo proposito ricordiamo che al Danieli di Venezia, appena rilevato da Four Seasons, la nuova gestione di pezzenti ha annunciato l’esternalizzazione di 29 lavoratori (guardarobieri, camerieri ai piani, facchini, governanti) verso una società esterna, scelta contestata dai sindacati (Filcams Cgil, Fisascat Cisl) come rischio per stabilità e diritti occupazionali. Le recensioni dei dipendenti su piattaforme come Indeed segnalano turni fino a 14 ore, organizzazione carente e indecente gestione del personale.
Lo strumento con cui ora il progetto ha ottenuto il via libera è il cavallo di troia della Zes Unica, la Zona Economica Speciale che dal 2024 unifica in un’unica procedura semplificata le autorizzazioni per gli investimenti nel Mezzogiorno. Ma la ZES era nata per accelerare l’insediamento di attività produttive e industriali con ricadute occupazionali dirette, misurabili, e per questo dotata di un iter più snello che riduce il peso dei pareri di enti come Soprintendenza e Regione e ora viene qui applicata a un’operazione immobiliare e turistico-ricettiva di lusso, che con la produzione industriale non ha niente a che fare e che comporta tra l’altro anche una variante urbanistica, materia che dovrebbe restare di competenza comunale e regionale.
In pratica, uno strumento pensato per attrarre fabbriche e occupazione stabile viene usato per superare pareri negativi già espressi su vincoli paesaggistici e faunistici, spostando di fatto la decisione finale fuori dal perimetro delle tutele ordinarie e delle competenze territoriali che normalmente avrebbero voce in capitolo su un progetto di questa portata…
La vicenda si intreccia anche con una crisi politica locale: nell’estate 2025 tre assessori sono stati revocati dal sindaco per essersi opposti, guarda caso, all’approvazione della variante prima della conclusione della Valutazione di Impatto Ambientale, e nel ricorso si denuncia un possibile conflitto di interessi dello stesso sindaco, socio fino a fine 2024 dello studio tecnico che ha progettato l’intervento.
Legambiente, il Libero Comitato per la salvaguardia dell’habitat costiero, Italia Nostra e il Geos hanno presentato ricorso al Tar di Lecce chiedendo la sospensione cautelare degli atti autorizzativi. Nel frattempo Goletta Verde è scesa in piazza con lo striscione “Giù le mani dalla costa”. | 197 |
| 5 | Accelerazione spianando ostacoli, verso enormi distese di silicio, gigantesche pale e praterie di blocchi container accumulatori al litio
Luglio 10, 2026 di FRANCESCO CAPPELLO
Le Zone di Accelerazione che cancellano i vincoli e riducono i paesaggi italiani a pixel per i grandi investitori, sacrificando la sovranità delle comunità locali sull’altare dell’emergenza energetica. Decreti di semplificazione e commissari straordinari azzerano la democrazia territoriale, trasformando l’ambiente da bene comune da proteggere a spazio industriale da occupare
La pianificazione energetica della Regione Autonoma della Sardegna prevede il “Piano Regionale di Individuazione delle Zone di Accelerazione Terrestri per gli impianti a fonti rinnovabili“.
Dietro l’espressione apparentemente virtuosa di “zona di accelerazione” si cela…
https://www.francescocappello.com/2026/07/10/accelerazione-spianando-ostacoli-verso-enormi-distese-di-silicio-gigantesche-pale-e-praterie-di-blocchi-container-accumulatori-al-litio/ | 405 |
| 6 | https://www.francescocappello.com/2026/07/08/co2-molecola-della-vita-o-inquinante-seconda-parte/ | 286 |
| 7 | https://rumble.com/v7c757k-sardegna-sierazione-bovina-i-criminali-vaccinari-scappano.html?e9s=src_v1_sa%2Csrc_v5_sa_o%2Csrc_v1_upp_a | 676 |
| 8 | Invece di ristabilire normali rapporti con la Russia: petrolio/gas, commercio, cultura e politica, smettendo di rivolgerci agli Stati Uniti che prima o poi ci ricatteranno anche su questo fronte;
invece di acquisire coscienza del fatto che la presenza di basi usa/nato sul nostro territorio ci espongono al coinvolgimento bellico fin dentro casa piuttosto che proteggerci esattamente come è accaduto ai paesi del Golfo e chiedere quindi lo sloggiamento di quei siti militari che infestano il nostro territorio;
invece di smettere di comprare armi statunitensi, ecco che al recente vertice NATO di Ankara si delinea uno scenario di radicale accelerazione sul fronte del riarmo globale, con i leader dell'Alleanza pronti a investire complessivamente ben 90 miliardi di dollari sulle guerre.
Questo imponente pacchetto finanziario si divide tra oltre 50 miliardi destinati a nuovi contratti di armamenti, tra cui spiccano i velivoli di sorveglianza Saab GlobalEye da 450 milioni di dollari l'uno, i droni statunitensi Triton e la produzione di missili Atacms in Germania, e ulteriori 40 miliardi interamente dedicati allo sviluppo di tecnologie anti-drone nei prossimi cinque anni. A questo quadro macroscopico si aggiungono 140 miliardi di dollari in due anni per il sostegno militare all'Ucraina, per alimentare una vera e propria "rivoluzione industriale della difesa" come immaginata dal segretario generale Mark Rutte.
L'Italia assume impegni finanziari pesantissimi sia nel breve che nel lungo periodo. Il ministro della Difesa Guido Crosetto ha annunciato che, sebbene quest'anno la spesa rimarrà al 2,8% del PIL, nella prossima legge di bilancio triennale verranno stanziati 19 miliardi di euro aggiuntivi per la Difesa, ripartiti in un aumento di 6,5 miliardi nel 2027 e di ben 13 miliardi nel 2028. L'obiettivo politico dichiarato dal ministro è quello di blindare la spesa, lasciando il "lavoro già fatto" e vincolato per qualsiasi esecutivo futuro.
Le implicazioni a lungo termine sono però ancora più imponenti: l'accordo NATO prevede infatti il progressivo passaggio della spesa militare italiana dall'attuale 2% del PIL (pari a circa 45 miliardi di euro nel 2025) a un clamoroso 5% entro il 2035. Ciò significa che l'esborso complessivo a regime toccherà i 145 miliardi di euro, con un incremento netto di 100 miliardi rispetto ai livelli attuali.
Le conseguenze di questa svolta sono profonde ed esplosive, sia a livello geopolitico che sul fronte interno. Sul piano internazionale, il presidente statunitense Donald Trump continua a esercitare forti pressioni e a manifestare insoddisfazione verso alleati come l'Italia, rimproverandoli duramente di non aver offerto supporto militare nel conflitto in Iran (i più di 500 voli militari dichiarati da Rutte e confermati da Crosseto sono evidentemente del tutto trascurabili) e pretendendo assoluta lealtà a fronte degli investimenti americani.
Ovviamente il riarmo verrà fatto indebitandoci ulteriormente mentre già paghiamo 90 miliardi di interessi l’anno sul debito pubblico.
La conseguenza più allarmante per riguarda direttamente l'impatto socio-economico, poiché per sostenere un riarmo di tali proporzioni il rischio concreto è quello di blocco degli investimenti pubblici e una pesante ulteriore stangata fiscale accompagnata da tagli drastici e inevitabili allo stato sociale e quindi ai servizi pubblici, che colpiranno direttamente settori vitali come la sanità pubblica, l'istruzione, le pensioni ecc.
Francesco Cappello | 517 |
| 9 | Esiste una narrazione edulcorata, quasi mitologica, che per secoli ha dipinto l'ascesa dell'Occidente come una marcia trionfale di civiltà, progresso e democrazia. Ma dietro la facciata splendente dei resoconti ufficiali si nasconde una realtà fatta di volontà di dominio, profondamente inquietante, un'ombra storica densa di violenza sistemica, sopraffazione e spietata logica di profitto. Il documento L'altra faccia della storia - Come per secoli l’Occidente ha dominato il mondo (Capitolo 1) (disponibile su https://youtu.be/nKTYWLM2laU) squarcia questo velo di ipocrisia, offrendo un'indagine rigorosa e sconvolgente che chiunque senta il dovere morale di comprendere le radici del presente dovrebbe assolutamente guardare.
Questa straordinaria e dettagliata ricostruzione storica viaggia attraverso le tappe più oscure della colonizzazione del Nord America e dell'espansione imperialista. Ci trascina nei dettagli agghiaccianti dello sterminio delle popolazioni native, pianificato non solo con le armi ma persino con forme primordiali di guerra biologica, come la distribuzione deliberata di coperte infette da vaiolo, e prosegue con l'annientamento sistematico dei bisonti operato per privare i popoli indigeni della loro fondamentale risorsa vitale. Il video documenta senza sconti l'orrore del commercio triangolare e della tratta degli schiavi africani, ammassati come mera mercanzia nei ponti delle navi negriere secondo la logica spietata dell'imballaggio stipato, le cui esistenze venivano poi spezzate nelle piantagioni o cancellate dai linciaggi della folla, un dramma sistemico svelato dalle prime inchieste coraggiose di giornaliste investigative come Ida B. Wells. Ma l'indagine si spinge ancora più a fondo, svelando lo strazio dei collegi federali dove migliaia di bambini nativi venivano strappati alle famiglie con il mandato istituzionale di "uccidere l'indiano" custodito in loro, subendo abusi indicibili conclusi spesso in fosse anonime.
È proprio questo intreccio perverso tra l'uso spregiudicato della forza militare e la nascita dei grandi trust industriali e finanziari di fine Ottocento (i colossi monopolistici di Rockefeller e Morgan) a tracciare la rotta dell'imperialismo moderno. Dalla guerra di aggressione contro il Messico, privato con la forza di oltre la metà del suo territorio nazionale, fino alle spietate "guerre della banana" in America Latina condotte per proteggere gli interessi geopolitici e commerciali della famigerata United Fruit Company, il documentario mostra come la ricerca del profitto privato abbia sistematicamente calpestato la sovranità dei popoli. Una logica predatoria che è culminata in spaventosi massacri di lavoratori in sciopero, come quello del 1928 in Colombia, impresso per sempre nella memoria collettiva dai versi taglienti di Pablo Neruda.
Questo video documento non è semplicemente un freddo resoconto del passato, ma un invito urgente alla consapevolezza critica, rivolto in prima istanza a tutti gli insegnanti ed educatori. Portare questa visione nelle aule scolastiche significa offrire agli studenti una formidabile lezione di ecologia politica, di analisi economica e di geopolitica storica. Significa stimolare le giovani menti a rifiutare le verità prefabbricate, a decostruire la retorica tossica del "destino manifesto" e a comprendere le dinamiche strutturali delle disuguaglianze e dei conflitti globali che oggi insanguinano il pianeta. Valorizzare questo documento all'interno dei programmi didattici è un atto di profonda onestà intellettuale, uno strumento indispensabile per formare cittadini vigili, capaci di guardare il mondo con occhi disincantati e di sviluppare un pensiero autenticamente critico ed autonomo di fronte alle storture del dominio economico e militare globale.
Francesco Cappello | 549 |
| 10 | Vorrebbero riuscire a usare nuovamente l’Europa contro la Russia.
Ovviamente mirano, illusoriamente, ad un cambio di regime, perché sanno bene che sconfiggere la superpotenza nucleare russa sul piano militare, non è possibile.
Come fanno però a pensare che i russi possano attendere pacificamente il riarmo europeo continuando a tenere il conflitto confinato all’interno dell’Ucraina?
Nel momento in cui i russi dovessero decidere, come sta diventando sempre più probabile, data l’insistenza europea, di annientare tutti i luoghi di produzione industriale militare europei e tutti i suoi siti energetici e le relative infrastrutture per la distribuzione dell’energia, presso aziende, campagne e città, potranno farlo e lo faranno in pochissimo tempo, senza che l’Europa sarà in grado di ostacolarli minimamente, mettendo in ginocchio e al buio i paesi europei in un lampo.
Che tipo di guerra immaginano gli europei? Non credo ne abbiano la più pallida idea.
Quel che è certo è che i paesi europei in recessione economica, colpiti dall’inflazione, si stanno armando a debito gonfiando la bolla finanziaria bellica ma sono in disarmo rispetto a innovazione tecnologica e a capacità manifatturiere e in più non si fa la guerra senza energia né materie prime né truppe né strategia militare. Si va solo incontro, eterodiretti, alla distruzione suicidaria.
Francesco Cappello | 538 |
| 11 | Ci sono poi i "rentier" puri, gli investitori che preferiscono evitare i rischi burocratici e muoversi su asset già sicuri, come fa Ellomay Capital. Questo operatore acquista impianti che hanno già tutte le carte in regola o che sono già in funzione. È come un proprietario immobiliare che compra appartamenti già affittati per garantirsi una rendita mensile sicura e senza sforzi. In Italia, questa rendita è spesso drogata e garantita dagli incentivi statali pagati dai consumatori, il che significa che il capitale estero estrae valore economico sicuro dal nostro Paese per portarlo all'estero, senza creare reale occupazione o sviluppo locale strutturale.
Infine, sullo sfondo si muovono attori come Shikun & Binui Energy, che applicano una logica puramente infrastrutturale e attendista. Loro non rischiano nella fase iniziale e non si sporcano le mani con i cantieri; osservano il mercato italiano, studiano le mosse degli altri player e aspettano il momento in cui le piattaforme create da Sunprime o da altri intermediari siano abbastanza mature per essere comprate in blocco. È la finanza speculativa al quadrato: comprare non l'energia, e nemmeno il singolo impianto, ma la società finanziaria che possiede i pacchetti di impianti, mercificando completamente la transizione energetica.
Se uniamo i puntili di questa mappa, emerge una strategia geopolitica ed economica chiarissima che si sviluppa su tre direttrici. La prima è la concentrazione di mega-impianti nel Sud Italia, un'area storicamente considerata come una colonia da cui estrarre risorse (in questo caso sole e terra) a basso costo. La seconda è l'uso di batterie industriali per dominare i mercati della flessibilità elettrica, decidendo quando e a che prezzo vendere l'energia alla rete nazionale. La terza è lo sfruttamento delle competenze e delle connessioni dei soggetti locali per superare i vincoli autorizzativi. Sunprime è la sintesi perfetta di questo modello: il luogo in cui i flussi finanziari internazionali si materializzano sul suolo italiano sotto forma di distese di silicio e cemento, sottraendo di fatto all'Italia e alle comunità locali il controllo sulla propria sovranità energetica e territoriale, in nome di un profitto privato travestito da ecologismo che peraltro finisce, in larghissima misura, all’estero.
Francesco Cappello | 347 |
| 12 | Transizione ecologica speculativa con capitali israeliani sul territorio nazionale (prima parte)
Il panorama della transizione energetica in Italia è raccontato come un percorso virtuoso verso la sostenibilità, ma la realtà è ben diversa. Si tratta di un vero e proprio terreno di conquista e di speculazione per i grandi capitali finanziari internazionali.
Ci limitiamo qui all’esame di come il capitale israeliano stia penetrando nel tessuto economico italiano attraverso strategie diversificate, che vanno dalla presenza industriale diretta all'acquisizione di progetti già pronti, fino alle alleanze con operatori locali.
Questa presenza non è mossa da intenti filantropici ambientali, ma dalla ricerca di profitti elevati estratti direttamente dal nostro territorio, dal nostro sole e dalle bollette dei cittadini italiani.
Il caso più emblematico di questa penetrazione finanziaria è rappresentato da Sunprime, che agisce come il braccio operativo in Italia di colossi come Noy Fund e Nofar Energy. Sunprime non si limita a finanziare, ma gestisce l'intera filiera: progetta, costruisce e controlla i mega-impianti, spesso integrando il fotovoltaico con sistemi di accumulo energetico (le cosiddette batterie industriali). È come un grande investitore estero che non si limita a comprare quote di un'autostrada, ma decide di progettarla, espropriare i terreni, costruirla e poi incassare direttamente i pedaggi per i prossimi trent'anni, lasciando al territorio solo l'impatto ambientale dell'infrastruttura.
L'obiettivo di questi grandi fondi è quello di fare soldi sfruttando i continui sbalzi e i momenti di difficoltà della rete elettrica nazionale. La rete ha bisogno di un equilibrio perfetto e costante tra l'energia che viene prodotta e quella che viene consumata. Siccome il fotovoltaico produce energia solo quando c'è il sole, si creano inevitabilmente dei momenti della giornata (come il primo pomeriggio) in cui c'è troppa energia in circolo e il suo prezzo crolla quasi a zero, e altri momenti (come la sera) in cui l'energia scarseggia e il prezzo schizza alle stelle.
Chi investe in modo speculativo usa i mega-impianti dotati di enormi batterie industriali per fare un'operazione puramente commerciale: accumulano l'energia quando c'è il sole e non vale quasi nulla, per poi rivenderla alla rete nel momento di massimo bisogno, quando possono imporre il prezzo più alto possibile. Questo meccanismo di compensazione è quello che i tecnici chiamano "mercato della flessibilità".
Questo vuol dire che la transizione ecologica perde completamente il suo valore ideale di salvaguardia del pianeta e viene snaturata. Non si guadagna più sul beneficio ambientale di produrre energia pulita, ma si gioca d'azzardo sulle oscillazioni dei prezzi. La rete elettrica viene usata come se fosse una borsa valori o un casinò privato, dove questi fondi esteri scommettono quotidianamente per portarsi a casa profitti altissimi e sicuri, mentre i costi per mantenere stabile il sistema energetico continuano a pesare sulle bollette dei cittadini italiani.
Un'altra strategia inquietante è quella dello sviluppo "greenfield" praticata da operatori come Kenlov Renewables. In termini semplici, "greenfield" significa partire da zero, ovvero individuare terreni agricoli o aree naturali non ancora compromesse e avviare le lunghe e complesse pratiche burocratiche per ottenere le autorizzazioni a costruire mega-impianti. Per fare questo, il capitale estero ha bisogno di complici sul territorio: gli sviluppatori locali. Questi ultimi agiscono come veri e propri "scout" o cacciatori di teste che conoscono la burocrazia italiana e i territori; ottengono i permessi e poi, non avendo i capitali per costruire, si alleano con il gigante finanziario israeliano che mette i soldi e si prende il controllo del progetto. Questo meccanismo accelera il fenomeno del consumo di suolo e dell'agrivoltaico speculativo, dove l'agricoltura diventa solo un paravento per giustificare la colonizzazione energetica delle campagne. | 345 |
| 13 | Come siamo arrivati al colonialismo finanziario energetico e alla mutazione della terra da bene comune ad asset finanziario liquido
Luglio 4, 2026 di FRANCESCO CAPPELLO
Il colonialismo finanziario energetico ha trasformato la terra da bene comune e risorsa agroalimentare ad asset finanziario liquido, negoziabile a Wall Street tramite lo schermo giuridico delle società veicolo (S.r.l. di scopo). Questa smaterializzazione del territorio non è figlia del caso, ma il risultato di una precisa e stratificata architettura legislativa che, nell’arco di un ventennio, ha progressivamente smantellato i poteri regolatori degli enti locali, piegato il diritto di proprietà privata all’interesse dei grandi fondi speculativi e istituzionalizzato il trasferimento di ricchezza pubblica verso paradisi fiscali o consigli di amministrazione transnazionali…
https://www.francescocappello.com/2026/07/04/come-siamo-arrivati-al-colonialismo-finanziario-energetico-e-alla-mutazione-della-terra-da-bene-comune-ad-asset-finanziario-liquido/ | 578 |
| 14 | https://youtu.be/gdHRR7JiJl8?is=Ik0tUJW0MsEPBozN | 658 |
| 15 | Nel frattempo, i grandi attori della finanza intercettano questa liquidità garantita prima ancora che si sia tradotta in un solo mezzo operativo o in una sola innovazione tecnologica concreta.
Dall’emergenza pandemica a quella bellica
Un caso di scuola emblematico di questa migrazione opportunistica dei capitali da un'emergenza all'altra, riguarda la parabola societaria di Genenta Science. Nata nel contesto dell'emergenza pandemica e della ricerca biotecnologica avanzata, Genenta si era quotata al Nasdaq di New York come l'unica società italiana del settore, focalizzata sullo sviluppo di terapie geniche contro tumori aggressivi come il glioblastoma. Finanziata originariamente anche da Cassa Depositi e Prestiti Cdp Venture Capital, che investe risorse provenienti dal risparmio dei cittadini italiani, la startup si promuoveva come un'eccellenza della ricerca scientifica civile.
Tuttavia, il mutamento dei venti geopolitici e l'apertura dei rubinetti della spesa militare hanno innescato una magica, quanto radicale, metamorfosi.
Il vertice societario guidato da Pierluigi Paracchi ha promosso una vera e propria "trasformazione strategica" per modificare l'oggetto sociale dell'azienda, mutandone il nome in Saentra Forge e convertendola in una holding dell'aerospazio e della produzione di armi. Il primo passo concreto di questa conversione è stato l'acquisto della brianzola Atc (Armi tattiche custom), un'azienda specializzata in fucili di precisione e carabine sportive destinate anche alle forze militari speciali.
Questa operazione svela i meccanismi della finanziarizzazione. Non si tratta di un'evoluzione industriale organica, ma della decisione di abbandonare un settore complesso e a lungo termine come la ricerca medica per intercettare i fondi pubblici, immediati e garantiti, del nuovo ciclo del riarmo inserito nel perimetro del "golden power" istituzionale.
Per blindare questa transizione e superare l'opposizione interna dei soci storici e degli scienziati (che si vedono esclusi dal nuovo corso), guidati dal professor Luigi Naldini, esperto di terapie geniche che aveva investito per curare i tumori e non per produrre armamenti, il management ha fatto ricorso a complessi espedienti di governance finanziaria, come il meccanismo del voto maggiorato per moltiplicare i propri diritti di voto in assemblea.
A dimostrazione di come la finanza speculativa necessiti di sponde istituzionali per legittimare l'intercettazione dei fondi della difesa, l'operazione è stata accompagnata dalla costituzione della fondazione Praexidia. Questo organismo, nato con l'obiettivo formale di rafforzare la consapevolezza sulle industrie strategiche, vede nel proprio comitato nomine figure di primissimo piano del mondo politico e industriale italiano, tra cui, niente di meno che Gianni Letta, l'ex amministratore delegato di Finmeccanica Giuseppe Orsi e due ex capi di Stato maggiore dell'Aeronautica.
Proprio come le pale eoliche installate dove non c'è vento, l'importante per questa tipologia di capitalismo di convergenza non è il valore d'uso del prodotto finale (che si tratti di una terapia oncologica o di un fucile di precisione) ma la capacità di riposizionare rapidamente gli asset societari laddove le lobby che orientano le politiche statali hanno dirottato e concentrato la spesa pubblica emergenziale. Quando i riflettori della crisi geopolitica inevitabilmente si sposteranno, gli Stati si ritroveranno con un debito pubblico appesantito e strutture industriali artificialmente gonfiate, mentre i capitali speculativi avranno già incassato i propri dividendi e saranno migrati verso la prossima redditizia emergenza.
Francesco Cappello | 351 |
| 16 | Il riarmo a debito (pubblico). Dalla terapia oncologica ai fucili di precisione, il passo è breve. L’emergenza bellica alimenta la speculazione finanziaria. Noi ci indebitiamo, loro si arricchiscono
Nel mondo dell'alta finanza esiste una regola non scritta: non c’è acceleratore di profitti più potente di un'emergenza. Se la transizione energetica genera il fenomeno delle pale eoliche installate in fretta e furia in valli prive di vento, al solo scopo di incassare incentivi statali e dividendi ancor prima di verificare la reale utilità dell'impianto, l'attuale clima di emergenza bellica produce una dinamica speculativa del tutto simile, su scala globale e con enormi risorse pubbliche.
È il fenomeno della finanziarizzazione del settore della difesa, un processo in cui l'obiettivo primario non è la tanto declamata sicurezza strategica dei territori, ma l'intercettazione sistematica di fiumi di denaro pubblico per generare inflazione finanziaria e dividendi a beneficio degli investitori.
Negli ultimi anni i mercati azionari hanno assistito a un’autentica proliferazione di strumenti finanziari complessi, come gli ETF tematici dedicati all'aerospazio e alla difesa. Capitali privati colossali si sono riversati sui titoli delle principali aziende del settore, spingendo le quotazioni a livelli record. Questa crescita non è legata al fatto che le industrie abbiano improvvisamente moltiplicato la loro capacità reale di consegnare sistemi d'arma complessi dall’oggi al domani, ma riflette unicamente la promessa formale dei governi occidentali di spendere centinaia di miliardi di euro nel prossimo decennio.
Nella logica della finanza speculativa, la certezza di una spesa pubblica futura è già di per sé un asset da monetizzare immediatamente attraverso la borsa.
Ed è precisamente in questo snodo che la recente dichiarazione della European Defence Agency scardina la narrazione ufficiale sull'efficienza di questi investimenti. L’EDA ha ammesso che “tale accelerazione è sempre più limitata dalla capacità delle forze armate di assorbire e destinare i fondi, a causa delle tempistiche industriali, della prontezza amministrativa e delle risorse umane, nonché delle previsioni legate alla sostenibilità a lungo termine”.
Questa dichiarazione non rappresenta un semplice appunto burocratico, bensì la certificazione ufficiale dell’esistenza di una bolla speculativa alimentata dallo Stato. L'Agenzia stessa riconosce che l’economia reale, fatta di catene di approvvigionamento sature, tempi fisici di produzione e carenza di personale qualificato sia amministrativo che militare, non è in grado di muoversi alla velocità del denaro che le viene gettato addosso. Quando una massa gigantesca di capitale pubblico si scontra con una capacità produttiva rigida e strutturalmente limitata, l'effetto matematico immediato è l'inflazione dei prezzi delle forniture e il surriscaldamento del valore dei titoli azionari. In termini pratici, i contribuenti pagano molto di più per ottenere la stessa quantità di asset militari, mentre i margini di profitto dell'industria bellica e dei fondi d'investimento si espandono a dismisura.
È un modello di riarmo strutturato sul debito pubblico e su fondi straordinari che sottraggono risorse strutturali ad altri comparti dello Stato. Si configura in questo modo una colossale estrazione di valore a danno della collettività.
Per finanziare la rincorsa ai parametri richiesti dalle alleanze internazionali, si ricorre a prestiti dedicati e a flessibilità sui patti di stabilità che sottraggono inevitabilmente risorse strutturali ad altri comparti dello Stato.
Si configura in questo modo una colossale estrazione di valore a danno della collettività. Il cittadino si trova a pagare due volte: la prima attraverso il debito pubblico che graverà sui bilanci futuri per finanziare queste commesse, e la seconda subendo la compressione della spesa sociale necessaria a rientrare da quegli stessi prestiti. | 315 |
| 17 | https://www.francescocappello.com/2026/06/29/prosciugamento-della-liquidita-globale-e-rallentamento-delleconomia-reale-trascinano-giu-bitcoin-e-azioni/ | 374 |
| 18 | https://youtu.be/PJ0R0o_HK9Y?is=i5WdeSb_HlGuvIWW | 373 |
| 19 | https://youtu.be/kLXNAnn3IaE?is=30I785abXPN8oeL7 | 430 |
| 20 | In quel filmato, ancora disponibile sulla rete, Arestovyč affermava con assoluta lucidità che l'obiettivo primario dell'Ucraina era l'ingresso nella NATO e che tale traguardo geopolitico sarebbe stato impossibile da conseguire senza scatenare preventivamente una grande guerra su larga scala contro la Federazione Russa prima del 2022. Secondo la sua esplicita e cinica pianificazione strategica, l'Ucraina doveva scientemente provocare l'attacco russo per poter interpretare il ruolo di vittima aggredita agli occhi del mondo, dimostrare alla NATO la propria totale capacità di combattere e sconfiggere militarmente i russi, ottenendo così il sostegno collettivo e l'integrazione strutturale nell'Alleanza Atlantica. Divenuto successivamente il principale consigliere strategico e la voce ufficiale del governo di Kiev durante le prime fasi dell'operazione russa, Arestovyč si è trovato storicamente nella posizione di commentare quotidianamente l'attuazione pratica dello scenario distruttivo da lui stesso auspicato e descritto nei dettagli tre anni prima. Paré conclude la propria disamina facendo notare il radicale voltafaccia recente dello stesso Arestovyč, il quale, di fronte al fallimento evidente dei piani iniziali e alla tardiva constatazione che la NATO non accetterà mai l'Ucraina tra i propri membri, sostiene adesso pubblicamente la necessità assoluta di abbandonare le illusioni occidentali e di ricucire urgentemente i rapporti diplomatici e strategici con la Federazione Russa.
a cura di Francesco Cappello | 400 |
