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Oggi mercoledì 17 il Parlamento Europeo vota sui nuovi organismi geneticamente modificati OGM in agricoltura. Vota in via definitiva il nuovo regolamento sulle Nuove Tecniche Genomiche (NGT), dopo che la Commissione Ambiente ha respinto in blocco gli oltre trenta emendamenti presentati per rafforzare tracciabilità e tutele (56 voti a favore del testo originario, 32 contrari, un’astensione).
Si tratta del passaggio legislativo che chiude un percorso negoziale aperto dal 2023, già approvato dal Consiglio UE il 21 aprile con il voto masochisticamente favorevole dell’Italia.
Cosa cambia
Il regolamento distingue due categorie di piante geneticamente modificate con le nuove tecniche. Quelle di “categoria 1” che secondo le stime delle associazioni di settore ammontano a circa il 94% del totale e vengono considerate “equivalenti” alle piante convenzionali.
Per queste piante, e per gli alimenti che ne derivano, non sarà più obbligatoria né la valutazione del rischio ambientale e sanitario, né la tracciabilità lungo la filiera, né l’etichettatura per il consumatore finale.
Resta solo l’obbligo di etichettare le sementi che serve a molto poco.
Le piante di “categoria 2”, con modifiche più estese, restano invece sottoposte alle attuali regole sugli OGM.
Senza valutazione del rischio obbligatoria e senza etichettatura, il consumatore perde lo strumento principale per fare una scelta informata su cosa porta in tavola (ci viene impedito di difenderci scartando questo tipo di prodotti ovvero ci viene impedito di sapere quali prodotti conterranno questi organismi geneticamente modificati) e le autorità sanitarie perdono la possibilità di tracciare un prodotto a ritroso in caso di reazioni allergiche o problemi imprevisti legati a una nuova varietà.
È un cambiamento di paradigma completo e negativo rispetto al principio di precauzione che ha guidato la normativa UE sugli OGM dal 2001.
Le implicazioni per l’agroalimentare italiano, per il nostro Paese che fonda buona parte del proprio valore agricolo su filiere certificate come DOP, IGP, STG, DOCG, sono gravi. Senza tracciabilità obbligatoria, diventa difficile, se non impossibile, garantire che varietà autoctone non vengano contaminate da impollinazione incrociata con piante NGT coltivate nei campi vicini. Il settore biologico, che per regolamento continua a vietare l’uso di queste tecniche, rischia di trovarsi senza strumenti concreti per certificare l’assenza di contaminazione nella propria filiera libera da organismi geneticamente modificati, proprio perché a monte manca l’obbligo di rintracciabilità.
C’è infine la questione dei brevetti sui caratteri vegetali, che il nuovo quadro normativo non esclude: un rischio di ancora maggiore dipendenza dei nostri agricoltori dalle grandi aziende biotech internazionali per l’accesso alle sementi.
In pratica un’accoglienza a braccia aperta nei confronti del Mercosur.
L’Europa aveva avuto come guida e per legge il Principio di Precauzione (significativamente violato nell’epoca dell’emergenza pandemica con l’accettazione europea delle nuove biotecnologie come i vaccini mRNA ecc.), secondo cui un prodotto o una sostanza chimica non può essere immessa sul mercato finché non è totalmente dimostrato che sia sicura per l’uomo e per l’ambiente.
Al contrario oggi l’Europa accoglie il modello americano che applica il triviale principio del rischio, in base al quale un prodotto si vende liberamente finché qualcuno non dimostra in tribunale, spesso dopo anni di danni e controversie, la sua nocività.
Un’Unione Europea sempre più contro la salute dei cittadini e l’agricoltura di qualità che produce prodotti sani. Un’Unione Europea a favore dei profitti delle grandi multinazionali che intendono costringerci a consumare i loro prodotti geneticamente modificati ossia contro natura distruggendo progressivamente ogni specificità italiana.
Francesco Cappello 
| 2 | Nelle regioni alpine come il Trentino-Alto Adige e la Valle D’Aosta, la trincea non è il fotovoltaico, ma la gestione delle grandi concessioni idroelettriche e delle acque pubbliche. Nonostante gli Statuti riconoscano a queste province e regioni la competenza primaria sulle opere idrauliche, lo Stato centrale vara ripetutamente decreti di semplificazione e leggi sulla concorrenza per imporre regole uniformi e centralizzate sulla gestione delle grandi dighe. I costituzionalisti locali denunciano la medesima dinamica: la transizione ecologica e gli obblighi europei vengono usati come scudo retorico per scavalcare i severi vincoli di tutela ambientale alpini.
In Friuli-Venezia Giulia, il cortocircuito si riproduce attraverso le ZLS (Zone Logistiche Semplificate) e i corridoi infrastrutturali. I decreti statali per le opere considerate "strategiche" dai ministeri romani, como i rigassificatori o le grandi reti di trasmissione energetica, permettono di bypassare le pianificazioni paesaggistiche regionali, riducendo le comunità locali a spettatrici impotenti di decisioni calate dall'alto.
L'ombra dei clan nell'opacità delle catene societarie
In questo contesto di deregolamentazione, centralizzazione e straordinaria complessità societaria, si inserisce un ulteriore elemento patologico. Un settore economico che combina miliardi di euro di incentivi pubblici blindati, rendite garantite dallo Stato, necessità di acquisire vaste aree di terreno e assoluta opacità nelle catene di controllo, diventa l'ecosistema ideale per la criminalità organizzata.
Come evidenziato da decine di inchieste antimafia, organizzazioni come Cosa Nostra non hanno bisogno di gestire direttamente i fondi d'investimento di Wall Street. La mafia contemporanea agisce piazzandosi nei punti di passaggio obbligati, riscuotendo un vero e proprio "pedaggio" sulla transizione. Intercettando la vendita dei terreni, offrendo intermediazioni professionali, controllando la catena dei subappalti locali o muovendosi nella zona grigia delle amministrazioni locali per facilitare l'avanzamento delle pratiche. La proliferazione di società veicolo, scatole cinesi e holding estere rende quasi impossibile tracciare i reali beneficiari economici finali, offrendo uno schermo perfetto per il riciclaggio di capitali sporchi all'interno della filiera della legalità apparente.
La parabola delle rinnovabili selvagge e delle varianti ZES dimostra che la vera sfida del XXI secolo non è semplicemente produrre energia pulita, ma stabilire chi eserciterà il controllo economico e democratico sulle infrastrutture strategiche.
Se le Regioni a Statuto Speciale continueranno a rifugiarsi nei tecnicismi dei ricorsi al TAR anziché impugnare con fermezza costituzionale le leggi centraliste dello Stato, la loro autonomia cesserà di esistere. Il sole, il vento, l'acqua e il paesaggio italiano non possono essere ridotti a pixel sulla dashboard di un fondo speculativo transnazionale o dentro i server di un software di cyber-sicurezza militare straniero. Fermare lo scippo urbanistico e pretendere la trasparenza totale sulle catene societarie non è una battaglia locale o nostalgica: è l'unico modo rimasto per impedire che i beni comuni vengano interamente messi all’asta.
Francesco Cappello | 277 |
| 3 | Si tratta dell'applicazione commerciale di un modello di accaparramento delle risorse (resource grabbing) e di recinzione tecnologica ampiamente collaudato nei contesti coloniali del Medio Oriente, oggi esportato come format economico e applicato direttamente sulle campagne e sulle comunità d'Europa.
Lo scippo urbanistico: la ZES Unica come grimaldello democratico
Fino a poco tempo fa, l'ultimo baluardo a difesa dei territori era rappresentato dalla pianificazione urbanistica locale e regionale. Ma lo Stato centrale ha fabbricato lo strumento perfetto per scardinare questa difesa: la ZES Unica (zona economica speciale) per il Mezzogiorno.
Il cuore dello scandalo politico risiede nell'articolo 15 (comma 5) del Decreto-legge n. 124/2023 (convertito nella Legge 162/2023). Questa norma stabilisce che l’Autorizzazione Unica rilasciata da una struttura di missione centralizzata a Roma costituisce, ove necessario, variante automatica allo strumento urbanistico.
Si tratta di una vera e propria bomba istituzionale. Per progetti considerati d'interesse strategico, come il controverso insediamento turistico di lusso di Cala Finanza in Sardegna davanti a Tavolara o le mega stalle industriali a Sardara, un ufficio romano può ridisegnare il piano regolatore di un comune scavalcando gli enti locali!
Lo Stato usa la formula magica della ZES come un grimaldello amministrativo per imporre decisioni calate dall'alto, espropriando i cittadini della sovranità sul proprio suolo.
Questo accentramento non avviene nel vuoto, ma si salda perfettamente con gli accordi diplomatici bilaterali e le cooperazioni strategiche siglate tra il governo italiano e quello israeliano nei settori della sicurezza, dell'energia e dell'innovazione. Roma utilizza la decretazione d'urgenza e lo smantellamento delle tutele locali come moneta di scambio geopolitico, offrendo la terra e le risorse del Mezzogiorno come asset "veloci" e privatizzati per blindare patti transnazionali, sacrificando sull'altare delle alleanze estere la pianificazione democratica delle comunità e i loro territori.
Il cortocircuito costituzionale delle Autonomie Speciali
Questo meccanismo produce oltretutto un gravissimo vulnus costituzionale, in particolare per la Sardegna e la Sicilia. Trattandosi di Regioni a Statuto Speciale, le loro prerogative sono protette da leggi di rango costituzionale. L’articolo 3 (lettera f) dello Statuto Sardo e l’articolo 14 (lettera f) dello Statuto Siciliano attribuiscono alle rispettive Regioni la competenza legislativa esclusiva e primaria in materia di edilizia e urbanistica.
Il principio giuridico è netto: una legge ordinaria dello Stato (como il Decreto ZES) non dovrebbe assolutamente poter cancellare o aggirare una competenza garantita dalla Costituzione! Permettere a un funzionario romano di trasformarsi nel commissario dell'urbanistica delle isole significa declassare gli Statuti Speciali a carta straccia.
Di fronte a questa reiterata aggressione, l'atteggiamento dei governi regionali di Cagliari e Palermo si rivela un mesto teatrino di facciata. Le Giunte si lamentano sui media, firmano note di biasimo e inseguono i tribunali amministrativi (TAR) sui singoli dettagli burocratici o sui singoli cantieri. Scegliendo deliberatamente di sbagliare bersaglio per ignoranza o calcolo politico, evitano di sollevare la questione centrale davanti alla Corte Costituzionale. Chi assiste in silenzio al furto delle proprie prerogative statutarie ne diventa, inevitabilmente, complice politico.
Un attacco sistemico dal sole del Sud all'idroelettrico del Nord
Se la ZES Unica rappresenta il braccio armato del centralismo nel Mezzogiorno, l'attacco alle autonomie speciali non si ferma ai confini del Sud. Lo Stato centrale sta applicando la stessa identica strategia di espropriazione amministrativa nel resto del Paese, utilizzando le norme di accelerazione del PNRR, la decretazione d'urgenza sull'energia e il principio dell'attrazione in sussidiarietà per motivi di "interesse nazionale". | 226 |
| 4 | Quando i comitati cittadini o i sindaci cercano un interlocutore per contestare un danno paesaggistico o un esproprio, non possono prendersela con i manager di Wall Street, ma solo con amministratori di facciata di uffici di rappresentanza milanesi, amplificando le difficoltà di colpire giudiziariamente i mandanti a monte frustrando e ogni pretesa di democrazia partecipativa.
Questo sistema sta trasformando il Sud Italia e non solo in un vero e proprio laboratorio di sfruttamento. Esempi emblematici si ritrovano nei progetti siciliani di Francofonte e Lercara Friddi. Qui, lo sviluppo iniziale compiuto da piattaforme specializzate (come la bolognese GreenGo) è stato ceduto al fondo BNZ, controllato da Nuveen Infrastructure. Dietro Nuveen si trova la TIAA, la colossale cassa previdenziale che gestisce il risparmio pensionistico di milioni di professori e ricercatori statunitensi.
Non è facile tenere il conto degli impianti sardi e dei tanti sparsi su tutto il territorio italiano.
La trasformazione irreversibile del paesaggio agrario siciliano o sardo, il sole e il vento del Mezzogiorno servono quindi a garantire pensioni e consumi alla classe intellettuale americana in età di pensionamento, drenando il valore aggiunto e lasciando sul territorio solo i vincoli fisici e un impatto devastante sulla biodiversità ambientale e culturale.
A blindare i profitti intervengono i contratti per Differenza (CfD). Questi strumenti finanziari garantiscono i profitti ai produttori tramite un prezzo fissato per l'energia che produrranno per vent'anni. Se il mercato dovesse crollare sarà lo Stato (e quindi le bollette di noi cittadini) a pagare la differenza. Il rischio d'impresa viene così totalmente socializzato e azzerato dall'intervento pubblico, trasformando l'impianto rinnovabile in un'obbligazione finanziaria priva di rischio commerciale. È proprio questa totale sterilizzazione del rischio che ha attirato colossi come BlackRock, il più grande gestore patrimoniale del mondo, entrato prepotentemente nelle infrastrutture energetiche globali attraverso l'acquisizione di Global Infrastructure Partners (GIP).
Il "Greenwashing" della War Economy: la penetrazione tecno-militare israeliana
Ma il colonialismo energetico del Mezzogiorno e del resto d’Italia non parla solo la lingua dei fondi anglo-americani. Accanto al capitale finanziario dematerializzato, si sta facendo largo un blocco societario e statale con connotati politici e strategici ben precisi: quello delle multinazionali israeliane delle rinnovabili, guidato da player del calibro di Nofar Energy, Econergy, Enlight o JW Energy. In questo caso, l’occupazione del suolo agricolo italiano supera i confini della pura speculazione per sconfinare nel greenwashing di una vera e propria war economy.
I profitti estratti dal sole del Sud Italia non servono più solo a staccare cedole pensionistiche oltreoceano, ma vanno a rimpinguare un ecosistema industriale strettamente integrato con l'apparato economico di uno Stato strutturalmente impegnato in un'economia di guerra genocidiaria e perciò sotto fortissimo scrutinio internazionale.
La penetrazione di questi attori introduce nei territori una silenziosa e inquietante militarizzazione tecnologica. Queste aziende non esportano semplicemente capitali, ma pacchetti tecnologici proprietari e blindati ovvero sistemi di cyber-sicurezza, gestione algoritmica di micro-reti, droni di sorveglianza e infrastrutture agro-tech avanzate, spesso sviluppati originariamente in contesti di intelligence o per scopi bellici (tecnologia dual-use civile/militare).
Trasformando i campi in mega-centrali gestite da software stranieri, si attua una doppia espropriazione: quella fisica della terra e quella cibernetica del controllo dei dati territoriali e dei flussi energetici. | 208 |
| 5 | Sembrava un arcipelago, fatto di isole coinvolgenti i territori italiani a partire da quelli insulari, ed invece emerge sempre più chiaramente un continente sottostante che unisce campi agricoli e coste, comprese aree di altissimo pregio ambientale e siti archeologici non più protette ma esposte alla voracità delle società del Green e dei loro padrini finanziari, e così per le dighe alpine del Trentino prese di mira dall’avidità dei grattacieli di specchi di Manhattan fino ai centri di comando tecnologico di Tel Aviv in una gigantesca operazione di centralizzazione e finanziarizzazione che, sotto il paravento della transizione ecologica e della semplificazione amministrativa, sta trasformando i territori italiani in linee di rendimento per i grandi fondi d'investimento globali, svuotando al contempo la sovranità delle Regioni a Statuto Speciale.
L'illusione di una transizione ecologica partecipata e democratica si scontra con una realtà ben più cinica e violenta: un neocentralismo normativo che scavalca i territori e mette all'asta i beni comuni.
L'oro immateriale della transizione: il mercato delle autorizzazioni
Per comprendere questo fenomeno bisogna anzitutto smontare un equivoco macroscopico. Nel grande affare delle energie rinnovabili su larga scala, il bene più prezioso non è il pannello solare, né la turbina eolica, e nemmeno la terra agricola. Dal punto di vista della speculazione finanziaria, il vero tesoro è l’AUTORIZZAZIONE.
Un terreno rurale, da solo, ha un valore economico modesto. Ma un progetto che ottiene un contratto di disponibilità del suolo, la connessione alla rete elettrica, i via libera ambientali e l'accesso agli incentivi statali, vede moltiplicare il proprio valore di decine di volte. In regioni come la Sicilia e la Sardegna e altrove si è così sviluppato un mercato iper-speculativo dove non si vendono impianti industriali, ma il diritto intangibile a costruirli.
In questo spazio si muove una figura centrale di questa filiera estrattiva che è lo SVILUPPATORE, società specializzate compiono il lavoro sul campo, superano le barriere culturali e burocratiche locali, bloccano i terreni promettendo affitti a lungo termine ad agricoltori impoveriti (briciole rispetto ai guadagni futuri) o procedono all’esproprio quando il proprietario ha molte buone ragioni per non cedere al loro ricatto e non avendo alcuna intenzione di vendere. Essi portano così il progetto allo stato di Ready-to-Build (Pronto per la Costruzione). Una volta ottenuta l’autorizzazione lo sviluppatore ne monetizza immediatamente il plusvalore, uscendo di scena e vendendo il pacchetto ai colossi transnazionali.
La transizione energetica viene così dematerializzata. I giganti della finanza non acquistano fisicamente i campi o i pannelli, ma le quote di micro-società ad hoc opportunamente a responsabilità limitata costituite: le SOCIETÀ VEICOLO (SPV - Special Purpose Vehicles). Ogni grande “parco” fotovoltaico o eolico fa capo a uno di questi fantasmi giuridici, che assolvono a tre funzioni strategiche.
Primo. La compartimentazione del rischio (ring-fencing), ovvero se l'impianto fallisce, subisce sanzioni ambientali o crea disastri nel territorio, il patrimonio della multinazionale a Londra o New York resta intatto, non ne subisce alcuna conseguenza. Il territorio si ritrova così a interagire con un guscio vuoto privo di capitali, su cui ricadranno i costi sociali del mancato ripristino del suolo.
Secondo. La liquefazione finanziaria del paesaggio. Le quote delle società veicolo possono infatti essere scambiate tra fondi d'investimento con un semplice clic da un bilancio all'altro, trasformando la terra in una merce liquida e anonima.
Terzo. L'ammortizzatore politico. Le SPV schermano i veri proprietari. | 203 |
| 6 | 👆 Sabato scorso, davanti alle istituzioni che spingono per un’Europa armata e suicida che vuole prepararsi ad affrontare la superpotenza nucleare russa, oltre 800 organizzazioni della società civile, sindacati e movimenti sociali da tutta Europa si sono riuniti sotto un solo slogan, welfare, non guerra, non warfare.
Il corteo è partito dalla stazione di Bruxelles Nord ed è arrivato fino al quartiere Schuman, sotto le finestre della Commissione europea.
Ogni euro dirottato sul piano ReArm Europe, 800 miliardi per la guerra, è un euro tolto a sanità, scuola, investimenti produttivi civili, e diritti sociali ecc. Riarmo e smantellamento dei servizi pubblici e dello stato sociale non sono due fenomeni separati: sono la stessa scelta politica, fatta sulla pelle delle persone che leva ai cittadini per dare ai signori della guerra.
La mobilitazione arriva a pochi giorni dal Consiglio Europeo del 18-19 giugno, dove si negozierà il prossimo bilancio settennale UE 2028-2034. È lì che si decide se le risorse pubbliche andranno alla cura delle persone o alle multinazionali delle armi.
Per tutto giugno ci saranno mobilitazioni gemelle in Belgio, Paesi Bassi, Austria, Spagna, Finlandia, Germania e si spera anche in Italia e altri paesi nel tentativo di mettere in piedi una rete diffusa e continuativa, non un evento isolato.
Una società sicura non si costruisce con i cannoni, ma con ospedali funzionanti, scuole, lavoro dignitoso, cura del territorio ecc. . I veri nemici non non stanno in Russia. Abitano a Bruxelles. Sono tutti quei politici guerrafondai che fanno gli interessi dei lobbisti della guerra. Troviamo il modo di liberarcene prima che sia troppo tardi.
Francesco Cappello | 218 |
| 7 | No text... | 333 |
| 8 | Il sole della Sicilia brilla a Wall Street
Giugno 13, 2026 di FRANCESCO CAPPELLO
Come i fondi pensione americani e i giganti della finanza stanno trasformando l’entroterra siciliano nella nuova frontiera dell’estrattivismo verde
C’è un filo invisibile, ma d’acciaio, che collega un campo graziato dal sole nell’entroterra siracusano ai grattacieli di specchi di Manhattan. Quando la luce del Mediterraneo batte sui nuovi impianti fotovoltaici di Francofonte o Lercara Friddi, a migliaia di chilometri di distanza un algoritmo calcola il rendimento futuro per i fondi pensione degli insegnanti americani o per i giganti come BlackRock. A prima vista, la massiccia ondata di investimenti in energie rinnovabili che sta investendo la Sicilia sembra una storia lineare di redenzione ecologica e transizione energetica. Ma sollevando il velo della narrazione green emerge una realtà molto più complessa: un’imponente operazione di ingegneria finanziaria dove il bene più prezioso non è il pannello solare, né l’energia prodotta, ma il “pezzo di carta” dell’autorizzazione burocratica. L’isola si è trasformata in un laboratorio europeo di finanziarizzazione del territorio, dove le risorse naturali vengono smaterializzate in asset liquidi, lasciando alle comunità locali i vincoli fisici e i costi ambientali, mentre la rendita geopolitica del XXI secolo vola oltreoceano.
Negli ultimi anni la Sicilia – insieme alla Sardegna …
https://www.francescocappello.com/2026/06/13/il-sole-della-sicilia-brilla-a-wall-street/ | 647 |
| 9 | “I Contratti per Differenza (CfD) nel settore delle rinnovabili rappresentano lo strumento finanziario e regolatorio cardine che rende possibile l'intera architettura estrattiva della finanza globale sul territorio. Si tratta di contratti a lungo termine che garantiscono al produttore di energia un prezzo fisso e prestabilito per l'elettricità immessa in rete: se il prezzo di mercato scende sotto quella soglia, una controparte (spesso pubblica, come il GSE in Italia) versa la differenza al produttore; se il prezzo sale al di sopra, è il produttore a restituire l'eccedenza.
I CfD costituiscono l'anello di congiunzione che trasforma la transizione ecologica in una rendita finanziaria pura e priva di rischio commerciale. Di fatto, questo meccanismo elimina la volatilità intrinseca del mercato energetico, convertendo un impianto fotovoltaico o eolico in un prodotto assimilabile a un'obbligazione con flussi di cassa garantiti per vent'anni. È esattamente questa totale sterilizzazione del rischio che permette agli sviluppatori di vendere i progetti a operatori internazionali, e a quest'ultimi di attrarre i capitali dei grandi fondi pensione come TIAA, strutturalmente affamati di cedole stabili e prevedibili.
Il paradosso sistemico dei CfD risiede nella distribuzione profondamente asimmetrica dei rischi e dei benefici. Mentre il profitto finanziario viene blindato e drenato verso l'alto lungo la catena societaria transnazionale, il rischio economico viene socializzato. Quando questi contratti sono regolati da schemi statali, i costi di compensazione nei periodi di mercato debole gravano direttamente sulle bollette dei consumatori o sulla fiscalità generale. Le comunità locali si trovano così in una posizione di totale subalternità: subiscono l'impatto fisico e la trasformazione del proprio paesaggio rurale, ma non beneficiano in alcun modo di un abbassamento locale del costo dell'energia, poiché il valore del sole e del vento è già stato interamente cartolarizzato, prezzato e blindato nei bilanci di Wall Street.”
Da un mio articolo in corso di stesura
Francesco Cappello | 305 |
| 10 | Se un titolo di Stato americano paga il 4,5% di interesse, ma il dollaro (la valuta in cui è espresso) perde il 15% del suo valore, l'investitore internazionale sta di fatto perdendo denaro (il rendimento reale è negativo). Questo spinge i grandi fondi globali a sbarazzarsi in massa dei titoli americani.
La combinazione peggiore per un'economia è avere i tassi d'interesse dei bond che salgono mentre il valore della moneta (dollaro) scende . Questo annulla completamente la funzione del dollaro come "bene rifugio" sicuro con tutte le conseguenze del caso.
Si aggiunga che la banca centrale cinese ha acquistato altre 320.000 once d'oro nell'ultimo mese, segnando il 19° mese consecutivo di acquisti senza sosta.
A livello globale, nelle riserve delle banche centrali, l'oro ha ufficialmente sorpassato i titoli di Stato americani. Questo non accade perché l'oro sia diventato improvvisamente più utile, ma perché i titoli di Stato e la moneta americana sono considerati sempre meno affidabili come riserva di valore a lungo termine.
L'unico modo per costringere gli investitori a comprare bond governativi (abbassando i tassi sul debito pubblico) sarebbe quello di provocare una dura recessione. Solo distruggendo il valore delle azioni la borsa crollerà, spingendo le persone a rifugiarsi nei bond come porto sicuro…
Francesco Cappello | 703 |
| 11 | La trappola energetica
Le riserve strategiche di greggio degli USA sono scese al livello pericoloso di 1,57 miliardi di barili. Se gli USA dovessero smettere di esportare per ricostruire le proprie scorte, l'offerta mondiale di petrolio crollerebbe facendo schizzare i prezzi del carburante e alimentando l'inflazione globale…
Francesco Cappello | 533 |
| 12 | Le agevolazioni consistono in enormi sconti sulle tasse (come crediti d'imposta e riduzioni fiscali), esenzioni dai dazi doganali e, soprattutto, in una drastica semplificazione burocratica, con autorizzazioni ultra-rapide che spesso consentono ai grandi capitali di superare agilmente i normali e rigorosi controlli amministrativi e urbanistici a cui sono sottoposti i comuni mortali. | 236 |
| 13 | Qui non siamo di fronte a un singolo mega-albergo, ma a un'acquisizione sistematica e a tappeto di antiche masserie, uliveti e mandorleti da parte di fondi di investimento britannici, francesi e holding private collegate a miliardari stranieri. Questo fenomeno di gentrificazione radicale delle campagne sta espellendo i produttori locali a favore della finanza transnazionale. Le terre cambiano proprietà, le strade vicinali vengono sbarrate da cancelli automatici e i sentieri storici che portavano al mare vengono recintati. Si crea così un'economia di enclave, una bolla d'oro dove la popolazione siciliana viene declassata a manovalanza di servizio, camerieri, giardinieri, custodi, perdendo ogni controllo sulla pianificazione e sul futuro della propria terra.
Se in Puglia lo strumento di penetrazione sono state le ZES, in Sicilia i grandi investitori stranieri trovano un alleato ancora più potente: lo Statuto di Autonomia Speciale della Regione Siciliana. La competenza esclusiva della Regione in materia di territorio, ambiente e beni culturali, che storicamente avrebbe dovuto difendere l'identità dell'isola, è stata progressivamente ribaltata e trasformata in uno scudo normativo per aggirare le leggi di tutela nazionali.
Attraverso lo strumento dei "Piani di Miglioramento Agricolo" o l'approvazione di varianti urbanistiche d'urgenza da parte degli uffici palermitani, la burocrazia regionale può scavalcare i Piani Regolatori dei singoli Comuni. Questo significa che se una comunità locale o un consiglio comunale si oppongono a un insediamento turistico invasivo, il grande investitore può bypassare la resistenza locale ottenendo decreti diretti dall'alto. È la fine della sovranità territoriale: le decisioni sulla forma da dare alle coste siciliane non appartengono più a chi quelle coste le abita e le vive, ma vengono decise in stanze blindate dove i lobbisti di grandi società private straniere spesso controllate da fondi offshore dettano le linee guida dello sviluppo regionale.
Il filo che unisce Sazan, Valona, Ostuni e le coste della Sicilia è drammaticamente lo stesso. La retorica dello "sviluppo turistico", della transizione energetica (di cui tornerò a parlare in un post successivo) e della relativa "creazione di posti di lavoro" è la maschera moderna sotto cui si nasconde un processo di sottomissione geopolitica ed economica. Attori finanziari immensamente potenti, spesso legati a doppio filo con i complessi industriali e politici delle potenze occidentali, stanno acquistando materialmente i punti d'accesso al mare e i nodi strategici del Mediterraneo.
In Sicilia, la penetrazione avviene in modo più felpato, travestita da restauro filologico di antiche tonnare o da resort eco-compatibili che promettono di non tagliare nemmeno un albero. Ma il risultato finale non cambia: la terra cambia padrone. E quando un popolo perde la proprietà materiale dei propri luoghi simbolici e delle proprie risorse naturali, perde la capacità di decidere del proprio destino. L'allarme è lanciato, le recinzioni avanzano: se non apriamo gli occhi adesso, l'unica cosa che resterà ai siciliani sarà il diritto di guardare da dietro un filo spinato il mare che un tempo era di tutti.
Francesco Cappello
Nota
Le Zone Economiche Speciali (ZES), attive in Puglia, Sardegna, Sicilia e altrove, sono aree in cui il governo decide di alleggerire o sospendere le normali regole fiscali e burocratiche per renderle fortemente attrattive. Destinate principalmente a imprese, multinazionali e grandi gruppi di investitori, sia nazionali che esteri, disposti a insediare attività o realizzare infrastrutture in territori ritenuti strategici o da rilanciare, queste zone offrono corsie preferenziali straordinarie. | 262 |
| 14 | La Sicilia, per la sua posizione geografica e militare al centro del Mediterraneo, non poteva rimanere immune alla geometria predatoria del grande capitale transnazionale. Se in Albania l’attacco si concentra sull’alleanza tra potere politico e dinastie finanziarie statunitensi, e in Puglia si muove all'ombra delle ZES (vedi nota) con fondi israelo-olandesi, in Sicilia il fenomeno assume una forma assai pervasiva. L'isola sta sperimentando una colonizzazione silenziosa che non risparmia nulla: dalle antiche tonnare borboniche alle riserve naturali protette, fino alle isole minori, importanti porzioni di territorio vengono sottratte al demanio pubblico e alla memoria collettiva per essere recintate e convertite in riserve esclusive ad uso e consumo dell’un per cento della popolazione globale.
Il meccanismo estrattivo che abbiamo visto in Albania, in Sardegna ed in Puglia si riproduce in terra siciliana con sconvolgente esattezza, sfruttando la debolezza economica locale e la complicità di una burocrazia regionale che sventola il miraggio del turismo d'élite come l’unica via di salvezza possibile.
Il caso più clamoroso si trova nell'estremo vertice sud-orientale della Sicilia: a Portopalo di Capo Passero. Qui, un imponente progetto di speculazione immobiliare ha messo nel mirino un intero complesso monumentale e naturalistico di valore inestimabile: l’antica Tonnara di Capo Passero e il castello seicentesco, uniti all'isola antistante che sorge nel cuore di una zona di protezione speciale marina.
L'operazione, guidata da gruppi immobiliari con ramificazioni internazionali e veicoli societari ad hoc, tra cui spiccano gli interessi della società Mantagua, prevede la trasformazione della storica tonnara in un resort a cinque stelle di lusso, con suite ricavate negli antichi magazzini dei pescatori e la privatizzazione di fatto degli accessi al mare.
Lo schema autorizzativo ricalca perfettamente il "modello albanese": delibere regionali concesse in deroga ai normali vincoli paesaggistici, conferenze dei servizi blindate e una totale esclusione della cittadinanza dai processi decisionali. Nonostante le durissime battaglie legali ingaggiate da Legambiente e dai comitati civici locali, che hanno denunciato l'illegittimità delle concessioni e il rischio di distruzione di un ecosistema costiero fragilissimo, i grandi investitori continuano a spingere per il completamento del cantiere, forti di coperture politiche che vedono nella privatizzazione del patrimonio storico l'unico destino per il Mezzogiorno.
Spostandosi sulla costa agrigentina, il conflitto tra conservazione ambientale e finanza immobiliare si fa ancora più aspro. A Torre Salsa, una delle riserve naturali più selvagge d'Europa, gestita dal WWF per proteggere la nidificazione delle tartarughe marine, il cemento d'alto bordo è riuscito a penetrare fin dentro i confini dell'area di rispetto. È qui che il colosso del turismo di lusso nordeuropeo Adler ha edificato un mega-resort ecologico d'élite.
Sebbene la struttura venga presentata al pubblico internazionale con la narrazione della sostenibilità, del "green" e dell'integrazione nel paesaggio, l'impatto materiale delle cubature, delle piscine artificiali e delle vie di accesso private ha alterato per sempre l'equilibrio idrogeologico e visivo di una costa che era rimasta relativamente incontaminata. Lo scandalo risiede nel fatto che, mentre a un cittadino locale o a un piccolo agricoltore viene vietato persino il rifacimento di un muretto a secco in nome dei vincoli ambientali, ai grandi gruppi internazionali viene concesso di sbancare colline a ridosso del mare, dimostrando che la tutela della natura cede il passo quando il capitale sul tavolo è abbastanza pesante.
Tornando a Est, nel siracusano, la pressione si fa diffusa e assume i tratti di un vero e proprio Land Grab rurale nella campagna di Noto, a ridosso della riserva di Vendicari. | 214 |
| 15 | https://www.youtube.com/live/W0rQPdIHcz0?is=OYJNV6JOgNUDSQzu | 550 |
| 16 | https://youtu.be/8MWmjJ1uSNI?is=Z-PJDh0T1zapBLWL | 1 |
| 17 | https://www.youtube.com/live/W0rQPdIHcz0?is=koYvxpyztSkOzQuz | 1 |
| 18 | https://www.youtube.com/live/W0rQPdIHcz0?is=sV2nSq48TO3mt6PD | 1 |
| 19 | https://www.youtube.com/live/W0rQPdIHcz0?is=sV2nSq48TO3mt6PD | 1 |
| 20 | Siamo di fronte a un paradosso intollerabile: la transizione ecologica è stata trasformata nello strumento legale con cui i cittadini vengono costretti a finanziare, tramite la propria bolletta, l'espropriazione e la devastazione dei loro stessi territori a beneficio della speculazione finanziaria occidentale.
Francesco Cappello | 316 |
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