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Ci sono quelli che "festeggiano" la Resistenza una volta l'anno e quelli che la fanno ogni giorno. Il 23 aprile, noi saremo con loro, a Bologna, in Piazza Galvani, alle 18:00
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Repost from Israele Senza Filtri 🇮🇹🔺🇮🇱
⭕️ Nota del Direttore - 25 aprile: memoria, legittimità e rappresentanza. Perché non saremo nelle piazze e alle iniziative dell’ANPI e invitiamo tutti a disertarle, boicottarle, delegittimare a difesa della Memoria storica e della Resistenza.
Il 25 aprile non è una data neutra. È il primo fondamento simbolico della Repubblica italiana, il momento in cui si celebra la fine del nazifascismo e la riconquista della sovranità nazionale. Dentro quella storia c’è anche il contributo diretto e documentato della Brigata Ebraica, che combatté sul fronte italiano sotto insegne proprie, partecipando alla liberazione del Paese.
Ed è proprio su questo punto che oggi si apre una frattura.
Negli ultimi anni, una parte della dirigenza dell’ANPI ha progressivamente trasformato una struttura nata per custodire la memoria storica in un soggetto politico attivo, con posizionamenti ideologici contemporanei spesso estranei — se non opposti — allo spirito originario della Resistenza.
Questo slittamento ha prodotto tre conseguenze evidenti:
Primo: la perdita di rappresentatività storica. Per ragioni anagrafiche, l’ANPI non è più composta in modo significativo da protagonisti diretti della lotta di Liberazione. La legittimità morale, quindi, dovrebbe derivare dalla capacità di custodire quella memoria con rigore — non di reinterpretarla in chiave militante.
Secondo: l’ambiguità nei confronti dell’antisemitismo contemporaneo. In più occasioni, nelle piazze del 25 aprile, si sono tollerate presenze e simboli apertamente ostili a Israele, quando non esplicitamente antisemiti, generando un cortocircuito storico: chi si richiama alla lotta contro il nazifascismo finisce per legittimare soggetti che ne recuperano linguaggi e logiche di esclusione.
Terzo: l’erosione del ruolo della Brigata Ebraica nelle commemorazioni. Non si tratta di un dettaglio simbolico, ma di una rimozione sostanziale di un pezzo della storia della Liberazione italiana. Quando chi ha combattuto viene marginalizzato o contestato, il problema non è solo di ordine pubblico: è di verità storica.
In questo contesto, la scelta di non partecipare alle manifestazioni promosse dall’ANPI non è un solo un gesto di necessaria e irrimediabile rottura, ma è una presa di posizione sulla legittimità delle sedi commemorative, profanate e vilipese da chi nel nome dei nostri martiri va vergognosamente nelle piazze a braccetto con gli eredi morali delle SS musulmane capitanate dal Amin al-Husseini e i loro sodali, vale a dire i sodali di Hamas e i loro amici collaborazionisti italiani.
Non si tratta pertanto di abbandonare il 25 aprile, ma di sottrarlo a una narrazione che lo ha pervertito fino a renderlo la sfilata di una coorte dei miracoli dove l’antisemitismo è tollerato e dove l’intento genocidario nei confronti dei cittadini dello Stato ebraico è chiamato senza alcun pudore “Resistenza”.
Mai con questa ANPI equivale a dire, per ciò che ci riguarda, mai con Hitler.
Per questo, l’indicazione alla Comunità di Israele Senza Filtri è di convergere all’unica iniziativa alternativa che restituisce centralità alla memoria storica e al contributo di tutti i combattenti della Liberazione, senza ambiguità, e recupera senza distorcerli i valori più autentici della Resistenza applicandoli al nostro travagliato presente.
Stiamo parlando, ovviamente, della piazza organizzata da Free4Future a Bologna, l’unica che allo stato attuale rappresenta uno spazio coerente con questi principi e che vedrà la partecipazione attiva dell’associazione che rappresenta la memoria storica della Brigata.
Ora e sempre Resistenza. Viva la Brigata Ebraica. Onore e Gloria ai Partigiani.
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Resistere per Esistere: a Bologna, il 23 aprile, alle 18. Italiani, iraniani, ucraini, venezuelani. Tutti insieme perché Resistenza è adesso.
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Resistere per esistere: a Bologna, il 23 aprile, alle 18. Italiani, iraniani, ucraini, venezuelani. Tutti insieme perché Resistenza è adesso.
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Federica Iaria per la manifestazione a Bologna "Resistere per Esistere", giovedì 23 aprile, ore 18:00 in Piazza Galvani
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https://hakol.ilriformista.it/resistere-per-esistere-ottantanni-dopo-la-stessa-domanda-da-che-parte-stai/ perché partecipare all'evento di Bologna il 23 aprile.
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Dal 5 novembre 1944 al 15 aprile 1945, la Brigata Ebraica combatté sul fronte italiano dell'Ottava Armata britannica. Quarantaquattro giorni di combattimenti effettivi, preceduti da cinque mesi di trasferimento e addestramento. Questo post ricostruisce l'intero arco della campagna: lo sbarco, l'attesa a Fiuggi, i due cicli di operazioni sul Senio e l'offensiva finale che portò alla liberazione di Cuffiano e del Monte Ghebbio.
Lo sbarco e il viaggio verso nord
Il 31 ottobre 1944 la Brigata Ebraica salpò dal porto di Alessandria d'Egitto e sbarcò a Taranto il 5 novembre. Il colonnello Jack Levy, che guidò la colonna verso nord, descrisse così l'attraversamento di Cassino, pochi mesi dopo la sua distruzione: «Anche lì tutto era in rovina, con la popolazione magra e scalza che cercava di tornare alle proprie case, alle vigne e alle tombe dei propri cari. La fame regnava sovrana nel sud Italia.» Il convoglio risalì la penisola attraverso Avellino, Caserta, Capua e Frosinone, per raggiungere Fiuggi, stazione termale a ottanta chilometri a sud-est di Roma, dove il War Office aveva deciso di stabilire il quartier generale della Brigata.
Oltre ai soldati della Brigata Ebraica, erano già operativi in Italia numerosi volontari ebrei palestinesi inquadrati nelle compagnie dei Royal Army Service Corps e dei Royal Engineers, per un totale di circa cinquemila uomini. L'intero contingente di volontari ebrei provenienti dalla Palestina mandataria ammontava, nel novembre del 1944, a circa diecimila individui.
L'addestramento a Fiuggi
La Brigata rimase a Fiuggi quattro mesi, dall'inizio di novembre 1944 fino alla fine di febbraio 1945. Il quartier generale fu allestito nello stabilimento dell'acqua di Fiuggi; il brigadiere Ernest Frank Benjamin, comandante dell'unità, e il suo stato maggiore presero alloggio al Grand Hôtel Palazzo della Fonte. L'addestramento completò la preparazione tattica che era rimasta incompleta in Egitto: tra le lacune da colmare, il fatto che nessun uomo della Brigata sapesse guidare il Bren carrier, il veicolo corazzato leggero destinato al trasporto di fanteria. Il freddo inatteso, a oltre settecento metri di altitudine, causò non poche sofferenze a soldati abituati al clima palestinese.
La composizione della Brigata rifletteva la storia dispersa del popolo ebraico nel Novecento. Il brigadiere Benjamin la descrisse così in un comunicato destinato alla stampa della Palestina mandataria: «La Brigata era composta da uomini provenienti da tutta Europa. Vi erano rifugiati dalla Germania, Austria, Cecoslovacchia, Ungheria, Romania, Russia e Polonia, ma anche Falascià etiopi, ebrei dello Yemen e molti altri. In tutto, credo fossero rappresentati più di cinquanta paesi.» Solo la metà dei soldati parlava inglese. Molti erano laureati. La maggior parte, come avrebbe ricordato il rabbino Bernard Casper, cappellano della Brigata, «non erano tipi da sinagoga.»
Il primo ciclo di operazioni: Alfonsine e la Giorgetta
Il 28 febbraio 1945 la Brigata entrò a Rimini, semidistrutta dai bombardamenti, e proseguì verso Cervia, centro di raccolta alle porte del fronte. Ai primi di marzo i tre battaglioni raggiunsero gli scozzesi del I Battaglione Argyll and Sutherland Highlanders dell'VIII Divisione Indiana presso Alfonsine, vicino Ravenna.
Il compito assegnato era limitato: disturbare il nemico, migliorare le posizioni in vista dell'offensiva di primavera, prendere prigionieri. Di fronte c'erano gli uomini della 42a divisione Jäger, fanteria leggera austriaca con esperienza di combattimento in Iugoslavia, il cui morale era giudicato basso dal comando dell'Ottava Armata. La loro fede nel nazismo era definita dagli stessi comandi alleati «questionable», ovvero dubbia. La guerra fu, fin dall'inizio, una guerra di pattuglie notturne, agguati, campi minati, duelli di artiglieria.
(continua)
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Guardate queste foto e segnatevi questi nomi.
Sono Ahoura Safaeirad, 16 anni,
Kamelia Nazari, 18 anni,
Mohammadreza Dayanati, 17 anni,
Danial Niazi, 18 anni.
Quattro ragazzi iraniani arrestati a gennaio 2026.
Da allora sono tenuti in totale isolamento, senza contatti con i genitori, senza avvocati, senza notizie.
Li hanno torturati per estorcere confessioni forzate.
Li tengono in isolamento psicologico per spezzarli.
Rischiano la pena di morte con processi-farsa nei tribunali rivoluzionari.
Ahoura l’hanno portato via da Gorgan.
Kamelia è rinchiusa nel carcere di Adelabad a Shiraz.
Mohammadreza è stato strappato da casa a Zarrinshahr.
Danial è stato arrestato di notte con violenza a Shirvan e torturato nelle prime 24 ore.
Sono solo ragazzi.
Dovrebbero studiare, vivere, sognare.
Invece il regime degli ayatollah li tratta come nemici da eliminare. Non possiamo restare in silenzio mentre un regime criminale tortura e uccide i suoi figli.
Fermiamo i boia iraniani, con ogni mezzo.
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Guardate questa foto e segnatevi i loro nomi.
Sono Bita Hemmati e suo marito Mohammadreza Majidi-Asl.
Una coppia normale di Teheran arrestata insieme durante le proteste di gennaio 2026. Hanno urlato slogan contro i mullah e lanciato pietre contro le forze del regime. Per questo il Tribunale Rivoluzionario di Teheran (sezione 26) li ha condannati a morte. Bita sarebbe la prima donna giustiziata in relazione a queste proteste. Le loro “confessioni” sono state estorte con la tortura, il processo è stato una farsa senza garanzie. Insieme a loro, due vicini di casa (i fratelli Behrouz e Kourosh Zamaninejad) hanno ricevuto la stessa sentenza. Il regime iraniano continua a mantenere il potere impiccando intere famiglie. Fermiamo i boia iraniani, con ogni mezzo.
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Oltre la Linea Gotica
Tra il 9 e il 12 aprile 1945 la Brigata Ebraica combatté la sua battaglia più impegnativa sul fronte italiano, l’azione conclusiva della campagna d’Italia. Nel contesto dell’offensiva finale alleata lungo la Linea Gotica, il 9 aprile la XV Armata lanciò un attacco combinato. Alla Brigata fu affidato un compito diversivo: attraversare il Senio a Cuffiano, creare una testa di ponte e impedire ai tedeschi di concentrarsi contro il Gruppo Friuli e i polacchi diretti verso Imola.
Nella notte tra il 9 e il 10 aprile gli uomini guadarono il Senio in silenzio, puntando sul mulino Fantaguzzi. All’1.45 la compagnia D occupò l’obiettivo senza perdite. I genieri bonificarono i campi minati e prepararono un ponte.
Alle 4.30 l’artiglieria alleata aprì il fuoco e il Gruppo Friuli attaccò Riolo, ma fu respinto. Gli uomini al mulino, isolati a nord del fiume, subirono contrattacchi tedeschi per tutta la notte. Trincerati tra le rovine, resistettero sotto mortai e mitragliatrici; in un momento critico un ufficiale guidò una carica alla baionetta, costringendo alla resa una postazione nemica. Solo all’alba, con i rinforzi, la situazione si stabilizzò. L’11 aprile i tedeschi si ritirarono: Cuffiano fu liberata, primo villaggio conquistato dalla Brigata.
Il 12 aprile il X Corpo britannico assegnò nuovi obiettivi, tra cui il Monte Ghebbio. I battaglioni avanzarono tra fuoco di mortai, mine e resistenza crescente. Il terzo battaglione puntò direttamente al monte, dove i tedeschi, ben trincerati, rallentarono l’attacco. L’avanzata fu lenta e costosa.
Nel pomeriggio il Monte Ghebbio cadde: tre morti e una ventina di feriti. Le avanguardie raggiunsero Serra e si ricongiunsero con i polacchi. L’avanzata proseguì mentre i tedeschi ripiegavano, ancora capaci di colpire.
Il 14 aprile, alle porte di Imola, il contatto col nemico cessò. Il giorno stesso i polacchi entrarono in città. Il 15 aprile la Brigata si radunò a Brisighella. Tre settimane dopo la guerra in Europa era finita.
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Guardate questa foto e segnatevi questo nome.
È Niloufar Esfahani.
Ha solo 18 anni, viene da Qazvin, in Iran.
A gennaio 2026 è stata arrestata insieme a sua madre durante le proteste nazionali contro il regime islamico.
Il suo unico “crimine” è aver chiesto libertà e dignità.
Pochi giorni dopo, il tribunale rivoluzionario l’ha condannata a morte per impiccagione.
Ma prima di ucciderla, secondo le denunce degli attivisti e le testimonianze storiche provenienti dalle prigioni iraniane, intendono stuprarla.
Perché? Perché Niloufar è vergine.
Secondo una credenza religiosa distorta e barbara, una ragazza vergine giustiziata andrebbe direttamente in paradiso.
Per questo, in passato e ancora oggi, le prigioniere vergini vengono sistematicamente violentate prima dell’esecuzione: per “mandarle all’inferno” invece che in paradiso.
È una pratica documentata da decenni, confermata anche da ex funzionari del regime stesso.
Oggi Niloufar è sola. Quasi nessuno segue il suo caso, tranne sua madre.
È una ragazza come tante altre, con tutta la vita davanti, che sta per essere schiacciata dalla macchina della morte degli ayatollah.
Non possiamo restare in silenzio di fronte a questa barbarie.
Fermiamo i boia iraniani, con qualunque mezzo.
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Resistere per esistere
Presidio civico — Bologna, Piazza Galvani — 23 aprile 2025, ore 18
La resistenza è una scelta che donne e uomini compiono oggi, in Ucraina sotto i missili, in Iran nelle strade, in Venezuela contro chi ha trasformato uno stato in una prigione. È la stessa scelta che fecero i partigiani italiani ottant'anni fa. Attraversa le epoche, attraversa i confini, attraversa le lingue.
Tutti insieme, in piazza a Bologna il 23 aprile, per un presidio civico costruito intorno alle testimonianze. Storie vere. Storie famigliari tramandate da chi ha vissuto la Resistenza italiana, e storie di chi quella resistenza la pratica adesso, in prima persona, lontano da casa o ancora dentro la propria.
I relatori vengono da esperienze e paesi diversi. Portano con sé memorie, nomi, volti. Portano la prova concreta che resistere — a un'occupazione, a una dittatura, a chi cancella identità e libertà — è una necessità umana senza confini geografici e senza epoche.
L'appuntamento è aperto a tutti. Invitiamo associazioni, partiti di ogni orientamento, istituzioni civili e militari — Prefetto, Sindaco, Presidente della Regione, Questore, Comandante dei Carabinieri, Comandante della Polizia — ad aderire e partecipare. La difesa della libertà non ha colore politico, appartiene a chiunque voglia stare dalla parte giusta della storia.
Ora e sempre, resistenza. Qui e ovunque.
Promosso da: Free4Future, Associazione Italo-Ucraina NaRyna, Comunità Iraniana di Parma, Institute for the Middle East, Comunità Venezuelana
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Gli ebrei sono arrivati
19 marzo 1945. La Brigata Ebraica combatteva da due settimane sul primo tratto del fronte, nei pressi di Alfonsine, a nord-ovest di Ravenna. Il compito assegnato era limitato: disturbare il nemico, prendere prigionieri, prepararsi all'offensiva di primavera.
Di fronte c'erano gli uomini della 42a divisione Jäger, fanteria leggera austriaca abituata ai colpi di mano, il cui morale era giudicato basso dal comando dell'Ottava Armata. Una guerra di pattuglie notturne, agguati, mine, colpi di mortaio. I tedeschi erano così vicini che durante le perlustrazioni li si poteva sentire cantare Lili Marleen.
Gli Jäger avevano stabilito un avamposto oltre il Senio, su una piccola altura chiamata la Giorgetta. Vi avevano piazzato un pezzo di artiglieria che minacciava direttamente le posizioni della Brigata. Arrivò l'ordine di eliminarlo.
Il tenente Tony Van Gelder e il capitano Yochanan Peltz guidarono gli uomini della compagnia B del terzo battaglione verso l'obiettivo. Avanzarono strisciando, avvicinandosi il più possibile alla collina. A un certo punto i tedeschi li videro e aprirono il fuoco. Gli uomini si trovarono esposti, impossibilitati a retrocedere senza subire perdite gravissime. Rimanere fermi significava essere colpiti uno a uno. Rimase una sola opzione: alzarsi e correre verso il nemico. Attaccarono alla baionetta, in pieno giorno, in un'azione che ricordava la Prima Guerra Mondiale più che la seconda. Così Peltz descrisse il momento in cui abbandonò il fosso: «È una sensazione fantastica. Si perde qualsiasi paura. È una sorta di follia collettiva. È come se qualcosa ti afferrasse e non ti permettesse di fermarti. Non avevo mai provato niente di simile in vita mia.»
In pochi istanti gli uomini raggiunsero la collina. Il soldato Hanoch Bartov — che avrebbe poi descritto quella giornata nel suo romanzo autobiografico The Brigade, pubblicato in Israele nel 1965 — aveva il caricatore del Thompson ancora pieno, pronto al corpo a corpo. Non ce ne fu bisogno. I tedeschi gettarono le armi e alzarono le braccia.
Nel bunker dormivano quattordici soldati tedeschi. Quello che non sapevano era di essere stati catturati da soldati ebrei. Van Gelder e Peltz li fecero mettere in fila. I soldati della Brigata — molti dei quali parlavano un tedesco fluente — li informarono subito di chi fossero i loro catturatori, godendosi lo spettacolo delle loro facce.
Un caporale di nome Levy aveva intimato ai nemici di uscire dal bunker gridando in tedesco: «Herraus ihr Schweinen, die Juden sind da» — fuori, maiali, gli ebrei sono arrivati.
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L’Algeria si sta radicalizzando di nuovo.
Gli attentati di ieri a Blida, compiuti proprio nel primo giorno della visita di Papa Leone XIV, non sono un episodio isolato: sono la prova concreta che il jihadismo sta tornando a colpire nel nord del Paese.
Due attentatori suicidi hanno agito a pochi chilometri da Algeri: uno contro il quartier generale della sicurezza, l’altro vicino a un impianto industriale.
Il messaggio è chiaro e inquietante: non vogliamo simboli cristiani qui.
Non è un caso che abbiano scelto proprio quel giorno.
Mentre il Papa parla di dialogo, pace e convivenza, qualcuno risponde con cinture esplosive.
È un segnale deliberato contro la visita pontificia e contro ogni tentativo di apertura verso l’Occidente.
Dopo anni in cui si pensava che il terrorismo fosse stato sconfitto (dopo la sanguinosa guerra civile degli anni ’90), oggi emergono segnali preoccupanti: cellule jihadiste ancora attive, soprattutto nelle zone montuose e centrali, e la capacità di colpire obiettivi sensibili vicino alla capitale.
Al momento non ci sono rivendicazioni ufficiali, ma il timing è troppo preciso per essere casuale.
L’Algeria sta mandando un messaggio forte: il radicalismo islamista non è morto, si sta riorganizzando e non accetta la presenza di un Papa sul suo territorio.
Questa è la realtà scomoda che molti preferiscono ignorare
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Mano nella mano con i boia iraniani.
Senza pudore.
Mentre l’Iran continua a impiccare dissidenti, manifestanti e oppositori uno dopo l’altro — 14 esecuzioni solo nelle ultime settimane, tra cui un ragazzo di 18 anni torturato — la Spagna ha deciso di riaprire l’ambasciata a Teheran con sorrisi e discorsi sdolcinati sulla “pace”.
L’ambasciatore spagnolo posa fiero, il team brinda al “ritorno”, e nel frattempo le forche del regime dei mullah continuano a funzionare a pieno regime.
Pedro Sánchez e il suo ministro degli Esteri hanno scelto chiaramente da che parte stare:
non con gli iraniani che rischiano la vita per la libertà, ma con i boia che li ammazzano.
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Il sergente che fece fiorire il deserto
Walter Schwarz nacque a Metz nel 1904, in una famiglia di mercanti ebrei tedeschi della Lorena, una provincia che nel corso della sua vita cambiò tre volte bandiera. Studiò botanica all'Università Tecnica di Darmstadt, dove conseguì il dottorato nel 1927. Divenne rapidamente uno dei ricercatori più stimati della sua generazione: si occupava di fisiologia vegetale, di germinazione dei semi, di come le piante sopravvivono in condizioni estreme. Era un uomo di laboratorio e di campo, abituato al rigore del metodo scientifico e alla lentezza paziente della ricerca.
Il 1° aprile 1933, due mesi dopo che Hitler era salito al potere, come Hans Jonas, di cui abbiamo parlato la settimana scorsa, lasciò la Germania. Si stabilì a Gerusalemme, dove ottenne una cattedra all'Università Ebraica. Cambiò il proprio nome in Michael Evenari, perché suonasse più ebraico. Continuò a lavorare e a pubblicare. Con un finanziamento della Fondazione Rockefeller avviò una ricerca destinata a diventare la sua opera maggiore: lo studio dei sistemi di agricoltura dei Nabatei nel deserto del Negev, una civiltà che duemila anni prima aveva saputo far fiorire le zone aride raccogliendo e canalizzando le poche piogge stagionali. Evenari ricostruì quei sistemi antichi e dimostrò che funzionavano ancora. Il suo lavoro contribuì in modo determinante allo sviluppo dell'agricoltura israeliana nelle zone desertiche.
Nel 1944, a quarant'anni, si arruolò nella Brigata Ebraica. Fu assegnato al reggimento di artiglieria e promosso sergente maggiore. Nel maggio del 1945, a guerra finita, tornò a Gerusalemme, dove riprese la cattedra e continuò le ricerche nel Negev. Dal 1952 al 1957 fu preside della facoltà di scienze dell'Università Ebraica e poi vicepresidente dell'ateneo. Nel 1988 ricevette il Premio Balzan, il più alto riconoscimento internazionale per le scienze naturali. Scrisse un'autobiografia, The Awakening Desert — il deserto che si risveglia — in cui dedicò un intero capitolo alla sua esperienza con la Brigata Ebraica in Italia.
Morì a Gerusalemme il 15 aprile 1989, all'età di ottantaquattro anni.
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L’hanno costretta a tornare. E adesso la perseguitano.
Zahra Ghanbari, capitana della nazionale femminile di calcio dell’Iran, aveva chiesto asilo in Australia durante l’Asian Cup insieme ad altre compagne, dopo che molte non avevano cantato l’inno nazionale.
Sotto pesanti minacce rivolte alla sua famiglia (inclusa la madre), è stata persuasa a ritirare la richiesta e a rientrare in Iran.
Oggi, nonostante sia tornata, il regime l’ha inserita nella lista dei “sostenitori del nemico” insieme a giornalisti e altri oppositori: le hanno sequestrato tutti i beni.
Prima la ricattano con la famiglia per farla tornare, poi la puniscono lo stesso.
Questo è il regime iraniano: non ti lascia scappare, e non ti perdona nemmeno se obbedisci.
