Pensiero Verticale
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Armare le parole. Costruire il pensiero. Alimentare consapevolezza.
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Le curve italiane sono state il primo laboratorio della repressione moderna: Daspo, tessere, divieti, trasferte vietate, controlli preventivi. Non solo calcio, ma controllo sociale. Prima l’ultras, poi il militante. Prima lo stadio, poi la piazza. Il paradosso? Molte strette sono arrivate proprio da governi di centrodestra: quelli che parlano di popolo, identità e nazione, ma poi colpiscono le comunità reali quando diventano scomode. La curva resta uno degli ultimi spazi popolari non addomesticati: appartenenza, territorio, fratellanza, città, memoria. Non folklore da vendere in TV, non pubblico da schedare: popolo vivo. Senza comunità non c’è nazione. Senza libertà non c’è ordine vero.
Un appuntamento storico, quello tenutosi lo scorso 14 giugno presso il centro sportivo di Trezzano sul Naviglio, alle porte di Milano, dove si è svolta la diciannovesima edizione di “Un Goal per l’infanzia”, torneo benefico di calcio organizzato dalle associazioni Una Voce nel Silenzio e Bran.Co ETS.
Una giornata all’insegna del comunitarismo e del solidarismo, con una vera e propria ciliegina sulla torta: la presenza di una squadra composta da bambini provenienti dalle enclave serbe del Kosovo.
Per loro è stata una settimana in Italia fatta di gioco, amicizia e serenità: un’occasione per ritrovare quel sorriso che, nella loro terra, viene troppo spesso soffocato dall’isolamento, dall’insicurezza e dalle discriminazioni di carattere etnico e religioso subite dalle comunità serbe e cristiane.
Il soggiorno in carcere, durato più di un anno, non ha certo scalfito l’ex sindaco di Roma Gianni Alemanno che, all’uscita da Rebibbia, si è mostrato come un fiume in piena.
Dall’annuncio del ritorno in politica al fianco di Vannacci al duro j’accuse contro il sistema penitenziario italiano, Alemanno ha rivolto critiche soprattutto a Giorgia Meloni e al ministro Nordio, accusati di immobilismo di fronte alla grave situazione delle carceri italiane.
Dopo aver ricordato che in alcuni istituti il sovraffollamento raggiunge il 140 per cento, Alemanno, in un crescendo rossiniano, ha concluso con una frase che dovrebbe rimanere impressa nella mente di tutti:
«Per garantire la sicurezza dei cittadini, serve un carcere che riabiliti e riduca la recidiva».
In un calcio sempre più schiavo dei tempi che corrono, dominato dagli sponsor, dalle fasce da capitano arcobaleno e da avidi fondi d’investimento della più varia provenienza, nel quale il tifoso e la sua passione vengono progressivamente sostituiti da anonimi clienti, esiste ancora un microcosmo che affonda le proprie radici nel Medioevo e che, ogni anno, infiamma Firenze: il calcio storico fiorentino.
Ogni giugno, i Bianchi di Santo Spirito, i Rossi di Santa Maria Novella, i Verdi di San Giovanni e gli Azzurri di Santa Croce si affrontano in un trionfo di sangue e di scontri, ma soprattutto di passione autentica, appartenenza, comunità, tradizione e identità.
Perché è vero che senza memoria non può esistere identità, ma è altrettanto vero che senza identità non può esistere futuro.
Dopo la revoca dei servizi sociali, Alemanno era entrato a Rebibbia il 31 dicembre 2024. Terminerà di scontare la pena il 24 giugno 2026, con 39 giorni di riduzione riconosciuti dal Tribunale di Sorveglianza per le condizioni degradanti e il sovraffollamento subiti durante la detenzione.
Dal carcere, attraverso il suo avvocato, ha tenuto una sorta di diario-denuncia sulla situazione di Rebibbia.
Quello delle carceri italiane è un problema noto da anni.
Il carcere dovrebbe anche preparare il detenuto a tornare nella società, evitando che il sovraffollamento, l’abbandono e la mancanza di prospettive rendano ancora più difficile ogni possibilità di recupero.
Il risultato è un sistema sempre più vicino al collasso, pericoloso sia per i detenuti sia per gli agenti e per tutto il personale penitenziario.
Alemanno ha definito il carcere una trincea. Può sembrare un’immagine forte, ma non è così lontana dalla realtà. La trincea è un luogo duro, faticoso e pericoloso, dove ogni giorno si resiste e si combatte.
Il sistema culturale dominante non chiede soltanto il rispetto delle leggi: pretende una pubblica sottomissione come dichiarazione di conformità.
È una logica antica e sempre uguale. Un tempo chiedeva una professione religiosa o ideologica; oggi usa forme più rassicuranti: patentini antifascisti, manifesti etici, dichiarazioni obbligatorie contro ogni discriminazione e adesione a un linguaggio prestabilito. Cambiano le formule, non il meccanismo: chi si adegua viene accettato, chi rifiuta viene indicato come colpevole.
Il Pride Month ne è il rito più evidente. Aziende, banche, istituzioni e media si colorano tutti allo stesso modo, ripetono le stesse parole e mostrano gli stessi simboli. Chi non partecipa diventa sospetto.
La stessa pressione entra nelle scuole, dove identità, sessualità e famiglia vengono spesso presentate ai bambini secondo un’unica visione, senza vero pluralismo e riducendo il ruolo delle famiglie.
Chi dissente viene etichettato e isolato.
È un’imposizione culturale forzata.
Starmer ha annunciato le sue dimissioni da Primo Ministro e leader del Labour. Dopo due anni al governo, lascia tra difficoltà economiche, tensioni interne e pressioni crescenti.
Si apre ora la corsa alla successione, con Andy Burnham tra i favoriti. Il Paese però vira sempre più a destra, con Reform UK e Restore Britain in forte ascesa.
A pesare ulteriormente sono stati i problemi etnici legati all’immigrazione, come la tentata decapitazione in strada a Belfast perpetrata da un immigrato ai danni di un cittadino inglese, l'uccisione di Henry Nowak e gli scandali delle grooming gangs: reti di sfruttamento sessuale di migliaia di ragazze bianche da parte di pakistani, con autorità che hanno insabbiato i fatti per timore di essere etichettati come razzisti.
Una manifestazione contro criminalità e degrado si è svolta ieri in città su iniziativa di Lealtà Azione. Durante il presidio, i partecipanti hanno espresso preoccupazione per le condizioni di sicurezza urbana, chiedendo interventi concreti per contrastare episodi di violenza e situazioni di disagio che, a loro avviso, stanno interessando il territorio.
Nel corso dell'iniziativa, il movimento ha ribadito la volontà di schierarsi al fianco di residenti, commercianti e famiglie, sostenendo il diritto dei cittadini a vivere e frequentare la città senza timori. «Lodi merita strade sicure e rispetto», hanno affermato gli organizzatori, lanciando un appello contro l'indifferenza verso il problema del degrado urbano.
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Dalla politica estera ai nuovi equilibri internazionali, passando per sicurezza, immigrazione, energia e tecnologia: una panoramica dei principali temi al centro del dibattito politico globale. Italia, Europa e Stati Uniti si confrontano con sfide sempre più decisive per sovranità, confini e interessi strategici.
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L'Italia non implora
Il Presidente Trump ha affermato che Giorgia Meloni lo avrebbe “implorato” per una foto, specificando pure che gli aveva fatto pena. Un commento sgradevole e arrogante, tipico di chi confonde alleanza con sottomissione.
La risposta della Premier è stata netta e dignitosa: «Io e l’Italia non imploriamo mai». Parole che pesano, perché ricordano a tutti che l’Italia non è un Paese di cortigiani. Abbiamo una storia troppo grande per dover mendicare attenzione o fotografie da chicchessia.
La diplomazia tra alleati dovrebbe basarsi su rispetto reciproco, non su questo tono da superiorità malriposta. L’Italia cammina a testa alta da secoli. Non ha bisogno di implorare nessuno, tantomeno chi sembra dimenticare con chi sta parlando.
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L’Unione Europea ha trasformato la migrazione di massa in un dogma sacro.
Non si discute.
Non si critica.
Non si tocca.
Anni di porti spalancati, quote imposte dall’alto, salvataggi trasformati in una linea continua verso l’Europa e confini ridotti a semplici righe su una mappa hanno prodotto il risultato che tutti vedono e che pochi hanno il coraggio di dire: quartieri stravolti, tensioni sociali, welfare sotto assedio, criminalità che ingrassa sulle rotte e un cambiamento demografico e culturale imposto senza consenso.
Nel frattempo, chi ricorda l’ovvio — che uno Stato esiste per difendere confini, cittadini, sicurezza e identità — viene bollato come estremista pericoloso.
Apriamo gli occhi: da quando proteggere casa propria è diventato un crimine?
Da quando chi difende il proprio popolo viene trattato da barbaro, mentre consegnare tutto al caos e alla svendita viene spacciato per nobiltà d’animo e solidarietà?
E tu, da che parte stai?
Queste sono le parole di un veterano di guerra inglese. Uno sguardo disincantato e rassegnato sul mondo odierno e la sua folle degenerazione.
Due studenti vengono puniti per aver esposto uno striscione con scritto «L'Italia agli italiani». Un episodio che solleva una domanda semplice: quando è diventato scandaloso affermare la propria appartenenza nazionale?
Per questo, alla Costituente di Futuro Nazionale, lo stesso striscione è stato esposto in segno di solidarietà. Un gesto politico verso chi è stato colpito non per un insulto o un atto di violenza, ma per aver espresso una visione patriottica.
Colpisce il cortocircuito della sinistra: quella che celebra Che Guevara sulle magliette e nei cortei, dimenticando che uno dei suoi slogan più celebri fu «Patria o muerte». Quando la parola "patria" viene pronunciata da rivoluzionari stranieri diventa poesia; quando viene pronunciata da giovani italiani diventa un problema.
Nessun popolo può costruire il proprio futuro senza identità, memoria e appartenenza.
Da Cesena a Roma, il messaggio è chiaro: amare la propria nazione non è un reato, né una vergogna.
Ieri sera alcuni militanti di Lealtà Azione hanno srotolato uno striscione all'Arco della Pace in segno di solidarietà verso Belfast, città nordirlandese tornata al centro delle cronache per le tensioni e gli scontri che si stanno verificando in questi giorni.
L'azione simbolica richiama l'attenzione sugli eventi in corso nella capitale dell'Ulster e sul tema dell'immigrazione che risulta essere l'elemento alla base delle recenti proteste. Come Pensiero Verticale avevamo già affrontato l'argomento nei giorni scorsi, analizzando le cause e le conseguenze delle tensioni che stanno interessando Belfast.
L'iniziativa milanese si inserisce nel dibattito politico e identitario che, dall'Irlanda del Nord al resto d'Europa, continua ad accompagnare il tema dei flussi migratori e della sicurezza urbana.
Un uomo europeo viene quasi decapitato a coltellate a Belfast.
L’arrestato è un richiedente asilo sudanese.
E già si sente il rumore di fondo.
Non bisogna strumentalizzare.
Non bisogna generalizzare.
Non bisogna dire troppo da dove viene.
Non bisogna chiedersi chi lo ha fatto entrare, chi lo ha gestito, chi ha deciso che tutto questo fosse normale.
Sempre la stessa storia: prima succede il fatto, poi arriva il cordone sanitario attorno alla verità.
Per anni chi parlava di frontiere fuori controllo è stato trattato come un pazzo,
E improvvisamente il problema non è più quello che è successo, ma chi osa parlarne senza chiedere permesso.
Il Campo dei santi lo hanno liquidato per decenni come una fantasia malata, buona solo per essere censurata o derisa.
Forse perché certe pagine facevano meno paura finché sembravano letteratura.
Oggi invece l’Europa paga anni di rimozione, moralismo e confini trasformati in colpa.
Prima vengono i cittadini.
Prima viene la sicurezza.
Prima viene la Nazione.
Tre nomi, tre vite spezzate, tre ferite che non possono essere archiviate come semplici fatti di cronaca: Henry Nowak, Iryna Zarutska e Quentin Deranque diventano il simbolo di un’Europa smarrita, attraversata dalla paura e troppo spesso incapace di guardare in faccia il dolore dei suoi figli. Questa riflessione nasce dal bisogno di non dimenticare, di dare un nome ai morti e voce a chi resta. Perché il silenzio, davanti alla violenza, non è prudenza: è resa.
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Le principali notizie degli ultimi giorni: dalle celebrazioni per gli ottant’anni della Repubblica italiana alla crisi demografica certificata dai dati Istat, fino alle tensioni internazionali tra Medio Oriente e Ucraina. Spazio anche al caso Henry Nowak, al tema della tutela dei risparmi con il BTP Italia Sì e alla crescente disuguaglianza patrimoniale fotografata da Bankitalia. Un quadro sintetico di un’Europa chiamata a fare i conti con memoria, futuro, sicurezza economica e fragilità sociali.
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Ma le nostre radici sono troppo profonde per essere estirpate. Dalle cattedrali gotiche alle grandi scoperte, ogni angolo di questo continente trasuda potenza e civiltà. Non siamo la fine di una storia, siamo il fuoco che attende solo di essere riacceso.
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