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Saleh Mohammadi, 19enne lottatore iraniano (bronzo al Saytiev/Saitiev International Cup in Russia nel 2024, membro della nazionale junior), è stato impiccato questa mattina in carcere a Qom, insieme ad altri due giovani, Mehdi Ghasemi e Saeed Davoudi.
Era stato arrestato per partecipazione alle proteste di gennaio 2026 e accusato dell'omicidio premeditato di due agenti di sicurezza durante scontri l'8 gennaio a Qom. La condanna a morte è stata emessa a febbraio 2026 dal tribunale di Qom, nonostante le denunce di tortura per estorcere confessioni, e l'alibi fornito dalla famiglia. Non sono stati ascoltati testimoni.
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Repost from Israele Senza Filtri 🇮🇹🔺🇮🇱
⭕️Nota del Direttore: l’isteria degli estremisti imbecilli
C’è una linea sottile tra difendere Israele e danneggiarlo. Il comunicato di Herut Italia, inviatoci oggi da alcuni lettori, la oltrepassa con disinvoltura, scivolando nell’isteria politica e nella semplificazione più rozza.
La presidente UCEI, Livia Ottolenghi, non ha fatto altro che ribadire un principio elementare, codificato e riconosciuto a livello internazionale: criticare Israele non equivale automaticamente ad antisemitismo. Punto. È una distinzione necessaria, non opzionale.
Infatti la definizione IHRA è chiara: l’antisemitismo emerge quando la critica diventa demonizzazione, doppio standard o negazione del diritto all’esistenza dello Stato ebraico. Non quando si esprime dissenso politico verso un governo o una strategia militare.
Negare questa distinzione non rafforza Israele. Lo indebolisce.
Perché significa confondere il nemico reale con chi esercita un diritto democratico. Significa svuotare il concetto di antisemitismo fino a renderlo inutile. Significa, in ultima analisi, fare un favore proprio a chi quell’antisemitismo lo pratica davvero.
Israele è una democrazia in guerra. E proprio per questo non può permettersi di adottare categorie mentali da regime: dove ogni critica è tradimento e ogni dissenso è complicità col nemico.
Ottolenghi ha fatto una cosa semplice ma essenziale: ha difeso un criterio. Ha tenuto il confine. Dall’altra parte, invece, c’è chi quel confine lo cancella per convenienza ideologica o per incapacità analitica.
E quando tutto diventa antisemitismo, niente lo è più.
Ed è qui che questa impostazione si trasforma in un boomerang strategico.
Primo: delegittima lo strumento stesso che si pretende di difendere. Se ogni critica è marchiata come antisemitismo, anche le accuse più fondate verranno percepite come propaganda. Il risultato è una perdita di credibilità sistemica, proprio nel momento in cui servirebbe massima precisione.
Secondo: isola Israele nel dibattito internazionale. Le democrazie occidentali funzionano sul pluralismo e sulla critica interna. Pretendere un’immunità totale significa porsi fuori da quel perimetro culturale e politico, offrendo ai detrattori l’argomento perfetto: “Israele non accetta critiche perché non è una vera democrazia”. È falso — ma diventa credibile se lo si alimenta dall’interno.
Terzo: rompe il fronte interno. Equiparare dissenso e ostilità crea fratture inutili dentro il mondo ebraico e tra gli alleati di Israele. Chi dovrebbe essere interlocutore viene trasformato in nemico. È un errore classico: restringere il campo fino a restare soli.
Quarto: banalizza l’antisemitismo reale. Quello che colpisce sinagoghe, università, intere comunità. Quello che si traveste da umanitarismo e pacifismo radicale per negare agli ebrei il diritto all’autodeterminazione. Se tutto viene messo sullo stesso piano, anche questo perde urgenza e riconoscibilità.
E soprattutto: l’antisionismo non si combatte con i comunicati. Si combatte con la presenza.
Presenza nei luoghi dove si forma l’opinione pubblica: università, media, dibattito culturale. Presenza argomentativa, non sloganistica. Perché l’antisionismo moderno non è solo odio esplicito: è narrazione, è linguaggio, è costruzione di senso. E si smonta solo entrando nel merito, non gridando al tradimento.
Chi si limita alla maldicenza interna e alla delegittimazione personale dimostra, in realtà, una resa. Perché è più facile attaccare un interlocutore vicino che confrontarsi con un ambiente ostile. Ma così si abdica a confrontarsi sul terreno di scontro decisivo.
Il risultato è paradossale: si alza il volume, ma si perde spazio. E nel vuoto lasciato da una difesa seria, strutturata e presente, l’antisionismo continua a espandersi indisturbato.
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A confermare l’intento della Lega Araba di cancellare gli ebrei dalla regione sull’esempio del Terzo Reich, insistono le parole del Segretario Generale della Lega Araba, Abd al-Rahman Azzam che nel 1946 aveva annunciato una “guerra di sterminio e di massacro monumentale”. Insomma, parole che non sembrano scelte a caso e che ben si adattano a quanto era accaduto a sei milioni di ebrei in Europa.
Fatti confermati anche dallo storico tedesco Matthias Küntzel, che si è occupato del rapporto tra nazismo e antisemitismo nel mondo arabo. Secondo lo studioso, la guerra del 1948 fu “preannunciata” da anni di propaganda nazista in arabo, basti pensare ai sei anni di trasmissioni di Radio Zeesen, ai suoi milioni di ascoltatori dal Marocco all’Iraq, allo stesso vocabolario dello sterminio nazista adattato alla cultura islamica, trasformando un obiettivo politico in un dovere religioso.
A novembre del 1944, questa guerra santa contro gli ebrei in Palestina venne esacerbata dal Terzo Reich al suo crepuscolo.
L’operazione Barbarossa aveva fallito e l’Armata Rossa avanzava da est. Gli Alleati, dopo lo sbarco in Sicilia e poi di quello in Normandia, stringevano ormai la Germania un una morsa letale.
Consci del fatto che, nel giro di pochi mesi, la guerra sarebbe stata perduta, i vertici nazisti avevano iniziato a ragionare sul dopo: cosa fare, dove andare, come scampare a una giustizia che, quasi di sicuro, si sarebbe mossa contro di loro?
Soprattutto, fu per loro imprescindibile trovare il modo per tenere in vita l’ideologia del Reich millenario e i suoi intenti - non ultimo, portare a termine la soluzione finale della questione ebraica.
Per i “compiti futuri”, così come furono definiti, fu individuato un erede perfetto: il nazionalismo arabo. Il suo tramite, ancora una volta, fu il Gran Muftì di Gerusalemme, Hajj Amin al-Husseini.
Il passaggio di consegna fu stabilito nei minimi dettagli. Armi, aerei militari, personale per istruire le truppe e non solo. Lo stesso Walter Schellenberg, uno dei massimi dirigenti dell’intelligence nazista, scelto personalmente per gestire l’operazione, dichiarò a Norimberga di aver consegnato al Muftì mezzo quintale d’oro e 50.000 dollari; una collaborazione sottoscritta nero su bianco dal Ministero degli Esteri del Reich, che si sarebbe impegnato a continuare i pagamenti anche dopo la caduta di Hitler.
Il trasferimento di armi era però già cominciato un mese prima, quando il 6 ottobre 1944 cinque paracadutisti erano partiti da Atene in direzione della valle del Giordano. Erano tre tedeschi e due arabi. Uno di questi fu Hassan Salameh, di cui abbiamo parlato nel post di ieri. Atterrati nella regione, individuarono i primi depositi dove nascondere le armi per i “compiti futuri”, furono però catturati quasi subito dai britannici e, per il momento, il piano di accumulamento di armamenti fu rimandato.
I finanziamenti in denaro forniti dal Reich, invece, vennero messi al sicuro in Svizzera e in Iraq dal Gran Muftì e utilizzati dopo il conflitto mondiale per continuare a equipaggiare lo schieramento arabo, fino alla scoppio della guerra del 1948.
Gli intenti di sterminio delle due ideologie, trovarono ancora una volta un terreno comune. L’eliminazione degli ebrei, che dal punto di vista tedesco era decisamente fallita e non era stata portata a termine, si rivelò un capitolo ancora aperto: contribuire all’eliminazione di Israele poteva essere una buona ripresa del progetto. Non stupisce, quindi, che molti gerarchi fuggiti in Medio Oriente, come Von Leers, continuarono a spargere propaganda contro gli ebrei, sebbene ora in chiave anti-israeliana.
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Otto ore dopo la nascita di Israele, la Lega Araba dichiarò guerra al neonato stato.
Lo fece, ci dice la storiografia, come reazione all’espropriazione illegittima di terra che gli arabi reputavano gli appartenesse.
Le cose, in realtà, stanno in modo molto diverso.
La guerra del ‘48 fu anche il punto di arrivo degli sforzi compiuti, invano, per eliminare gli ebrei dalla Palestina, cominciati con il Gran Muftì di Gerusalemme trent’anni prima, fin dall’epoca della Dichiarazione di Balfour del 1917 e che aveva assunto da subito i connotati una di guerra santa. Nel ‘48, la lotta armata messa in atto da al-Husseini con la sua Rivolta, divenne una guerra tra nazioni e tra eserciti su cui esercitò la propria influenza anche quel che rimaneva della Germania nazista.
L’obiettivo, sempre lo stesso: lo sterminio degli ebrei.
(CONTINUA 👇🏻)
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Otto ore dopo la nascita di Israele, la Lega Araba dichiarò guerra al neonato stato.
Lo fece, ci dice la storiografia, come reazione all’espropriazione illegittima di terra che gli arabi reputavano gli appartenesse.
Le cose, in realtà, stanno in modo molto diverso.
La guerra del ‘48 fu anche il punto di arrivo degli sforzi compiuti, invano, per eliminare gli ebrei dalla Palestina, cominciati con il Gran Muftì di Gerusalemme trent’anni prima, fin dall’epoca della Dichiarazione di Balfour del 1917 e che aveva assunto da subito i connotati una di guerra santa. Nel ‘48, la lotta armata messa in atto da al-Husseini con la sua Rivolta, divenne una guerra tra nazioni e tra eserciti su cui esercitò la propria influenza anche quel che rimaneva della Germania nazista.
L’obiettivo, sempre lo stesso: lo sterminio degli ebrei.
(CONTINUA 👇🏻)
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A confermare l’intento della Lega Araba di cancellare gli ebrei dalla regione sull’esempio del Terzo Reich, insistono le parole del Segretario Generale della Lega Araba, Abd al-Rahman Azzam che nel 1946 aveva annunciato una “guerra di sterminio e di massacro monumentale”. Insomma, parole che non sembrano scelte a caso e che ben si adattano a quanto era accaduto a sei milioni di ebrei in Europa.
Fatti confermati anche dallo storico tedesco Matthias Küntzel, che si è occupato del rapporto tra nazismo e antisemitismo nel mondo arabo. Secondo lo studioso, la guerra del 1948 fu “preannunciata” da anni di propaganda nazista in arabo, basti pensare ai sei anni di trasmissioni di Radio Zeesen, ai suoi milioni di ascoltatori dal Marocco all’Iraq, allo stesso vocabolario dello sterminio nazista adattato alla cultura islamica, trasformando un obiettivo politico in un dovere religioso.
A novembre del 1944, questa guerra santa contro gli ebrei in Palestina venne esacerbata dal Terzo Reich al suo crepuscolo.
L’operazione Barbarossa aveva fallito e l’Armata Rossa avanzava da est. Gli Alleati, dopo lo sbarco in Sicilia e poi di quello in Normandia, stringevano ormai la Germania un una morsa letale.
Consci del fatto che, nel giro di pochi mesi, la guerra sarebbe stata perduta, i vertici nazisti avevano iniziato a ragionare sul dopo: cosa fare, dove andare, come scampare a una giustizia che, quasi di sicuro, si sarebbe mossa contro di loro?
Soprattutto, fu per loro imprescindibile trovare il modo per tenere in vita l’ideologia del Reich millenario e i suoi intenti - non ultimo, portare a termine la soluzione finale della questione ebraica.
Per i “compiti futuri”, così come furono definiti, fu individuato un erede perfetto: il nazionalismo arabo. Il suo tramite, ancora una volta, fu il Gran Muftì di Gerusalemme, Hajj Amin al-Husseini.
Il passaggio di consegna fu stabilito nei minimi dettagli. Armi, aerei militari, personale per istruire le truppe e non solo. Lo stesso Walter Schellenberg, uno dei massimi dirigenti dell’intelligence nazista, scelto personalmente per gestire l’operazione, dichiarò a Norimberga di aver consegnato al Muftì mezzo quintale d’oro e 50.000 dollari; una collaborazione sottoscritta nero su bianco dal Ministero degli Esteri del Reich, che si sarebbe impegnato a continuare i pagamenti anche dopo la caduta di Hitler.
Il trasferimento di armi era però già cominciato un mese prima, quando il 6 ottobre 1944 cinque paracadutisti erano partiti da Atene in direzione della valle del Giordano. Erano tre tedeschi e due arabi. Uno di questi fu Hassan Salameh, di cui abbiamo parlato nel post di ieri. Atterrati nella regione, individuarono i primi depositi dove nascondere le armi per i “compiti futuri”, furono però catturati quasi subito dai britannici e, per il momento, il piano di accumulamento di armamenti fu rimandato.
I finanziamenti in denaro forniti dal Reich, invece, vennero messi al sicuro in Svizzera e in Iraq dal Gran Muftì e utilizzati dopo il conflitto mondiale per continuare a equipaggiare lo schieramento arabo, fino alla scoppio della guerra del 1948.
Gli intenti di sterminio delle due ideologie, trovarono ancora una volta un terreno comune. L’eliminazione degli ebrei, che dal punto di vista tedesco era decisamente fallita e non era stata portata a termine, si rivelò un capitolo ancora aperto: contribuire all’eliminazione di Israele poteva essere una buona ripresa del progetto. Non stupisce, quindi, che molti gerarchi fuggiti in Medio Oriente, come Von Leers, continuarono a spargere propaganda contro gli ebrei, sebbene ora in chiave anti-israeliana.
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Otto ore dopo la nascita di Israele, la Lega Araba dichiarò guerra al neonato stato.
Lo fece, ci dice la storiografia, come reazione all’espropriazione illegittima di terra che gli arabi reputavano gli appartenesse.
Le cose, in realtà, stanno in modo molto diverso.
La guerra del ‘48 fu anche il punto di arrivo degli sforzi compiuti, invano, per eliminare gli ebrei dalla Palestina, cominciati con il Gran Muftì di Gerusalemme trent’anni prima, fin dall’epoca della Dichiarazione di Balfour del 1917 e che aveva assunto da subito i connotati una di guerra santa. Nel ‘48, la lotta armata messa in atto da al-Husseini con la sua Rivolta, divenne una guerra tra nazioni e tra eserciti su cui esercitò la propria influenza anche quel che rimaneva della Germania nazista.
L’obiettivo, sempre lo stesso: lo sterminio degli ebrei.
A confermare l’intento della Lega Araba di cancellare gli ebrei dalla regione sull’esempio del Terzo Reich, insistono le parole del Segretario Generale della Lega Araba, Abd al-Rahman Azzam che nel 1946 aveva annunciato una “guerra di sterminio e di massacro monumentale”. Insomma, parole che non sembrano scelte a caso e che ben si adattano a quanto era accaduto a sei milioni di ebrei in Europa.
Fatti confermati anche dallo storico tedesco Matthias Küntzel, che si è occupato del rapporto tra nazismo e antisemitismo nel mondo arabo. Secondo lo studioso, la guerra del 1948 fu “preannunciata” da anni di propaganda nazista in arabo, basti pensare ai sei anni di trasmissioni di Radio Zeesen, ai suoi milioni di ascoltatori dal Marocco all’Iraq, allo stesso vocabolario dello sterminio nazista adattato alla cultura islamica, trasformando un obiettivo politico in un dovere religioso.
A novembre del 1944, questa guerra santa contro gli ebrei in Palestina venne esacerbata dal Terzo Reich al suo crepuscolo.
L’operazione Barbarossa aveva fallito e l’Armata Rossa avanzava da est. Gli Alleati, dopo lo sbarco in Sicilia e poi di quello in Normandia, stringevano ormai la Germania un una morsa letale.
Consci del fatto che, nel giro di pochi mesi, la guerra sarebbe stata perduta, i vertici nazisti avevano iniziato a ragionare sul dopo: cosa fare, dove andare, come scampare a una giustizia che, quasi di sicuro, si sarebbe mossa contro di loro?
Soprattutto, fu per loro imprescindibile trovare il modo per tenere in vita l’ideologia del Reich millenario e i suoi intenti - non ultimo, portare a termine la soluzione finale della questione ebraica.
Per i “compiti futuri”, così come furono definiti, fu individuato un erede perfetto: il nazionalismo arabo. Il suo tramite, ancora una volta, fu il Gran Muftì di Gerusalemme, Hajj Amin al-Husseini.
Il passaggio di consegna fu stabilito nei minimi dettagli. Armi, aerei militari, personale per istruire le truppe e non solo. Lo stesso Walter Schellenberg, uno dei massimi dirigenti dell’intelligence nazista, scelto personalmente per gestire l’operazione, dichiarò a Norimberga di aver consegnato al Muftì mezzo quintale d’oro e 50.000 dollari; una collaborazione sottoscritta nero su bianco dal Ministero degli Esteri del Reich, che si sarebbe impegnato a continuare i pagamenti anche dopo la caduta di Hitler.
Il trasferimento di armi era però già cominciato un mese prima, quando il 6 ottobre 1944 cinque paracadutisti erano partiti da Atene in direzione della valle del Giordano. Erano tre tedeschi e due arabi. Uno di questi fu Hassan Salameh, di cui abbiamo parlato nel post di ieri. Atterrati nella regione, individuarono i primi depositi dove nascondere le armi per i “compiti futuri”, furono però catturati quasi subito dai britannici e, per il momento, il piano di accumulamento di armamenti fu rimandato.
I finanziamenti in denaro forniti dal Reich, invece, vennero messi al sicuro in Svizzera e in Iraq dal Gran Muftì e utilizzati dopo il conflitto mondiale per continuare a equipaggiare lo schieramento arabo, fino alla scoppio della guerra del 1948.
Gli intenti di sterminio delle due ideologie, trovarono ancora una volta un terreno comune. L’eliminazione degli ebrei, che dal punto di vista
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Da oggi, l'Albania dichiara l'Iran uno stato che promuove il terrorismo.
Inoltre, dichiara i Pasdaran iraniani ed Hezbollah organizzazioni terroististe.
Non vediamo errori, avanti così.
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Adesso sono tutti in fissa con Bibi strippato, analisti con la terza media impiegati come baristi dell'autogrill che spendono ore e ore di elucubrazioni per dimostrare che il video dove si vede vivo è fatto con l'AI
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Israele porta avanti un importante accordo con la Grecia del valore di decine di milioni di euro per quattro sistemi di difesa israeliani, la maggior parte dei quali incentrati sulla difesa aerea. L'approvazione del programma "Scudo Achille" procede mentre la Grecia si prepara potenzialmente a un confronto con la Turchia e risponde ai lanci iraniani verso Cipro.
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Chi è Gholamreza Soleimani
Il boia dei Basij: l’uomo che teneva il regime in piedi dall’interno
Gholamreza Soleimani è stato ucciso stanotte in un attacco israeliano nel cuore di Teheran.
Con lui sono morti il suo vice Qasim Qureshi e altri ufficiali. L'Iran non ha confermato. Israele sì: "Guidata da informazioni precise dei servizi militari, l'aeronautica ha eliminato Soleimani, comandante dei Basij negli ultimi sei anni."
Nato nel 1963 a Farsan, provincia rurale di Chaharmahal e Bakhtiari, senza retroterra familiare di rilievo, aveva iniziato come volontario nei Basij durante la guerra Iran-Iraq nel 1984.
Fedeltà assoluta e brutalità efficiente: il profilo perfetto per diventare il capo della macchina di repressione interna del regime.
Non un politico, non un religioso — un militare di provincia che aveva fatto del controllo sociale la sua vocazione.
Dal 2019 comandava i Basij, la forza paramilitare dell'IRGC fondata dopo la rivoluzione del 1979 con il mandato di tenere il paese sotto controllo.
Centinaia di migliaia di membre, cellule capillari in ogni città, un solo compito: schiacciare il dissenso.
Sotto il suo comando i Basij hanno guidato la repressione delle proteste del novembre 2019, usando forza letale contro civili disarmati in decine di città.
Migliaia di morti.
L'UE lo ha sanzionato nel 2021, seguita da USA, Canada e Regno Unito, per violazioni dei diritti umani.
A gennaio 2026, durante le grandi proteste antigovernative, i Basij di Soleimani hanno ucciso migliaia di persone.
Era l'uomo che teneva il regime in piedi dall'interno — più pericoloso di molti generali, perché agiva sui propri cittadini.
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Larijani eliminato da un attacco israeliano: chi era l'uomo forte di Teheran?
Ali Larijani è stato ucciso stanotte in un attacco aereo israeliano su Teheran.
L'Iran non ha confermato ufficialmente.
Sul suo profilo X è comparso un messaggio manoscritto datato ai giorni scorsi: non smentisce nulla.
Qualche tempo fa il New York Times aveva ricostruito, attraverso interviste con funzionari e diplomatici iraniani, come Larijani fosse diventato il vero perno del regime: era lui il garante che un sistema di comando sopravvivesse a un nuovo attacco, lui in cima alla lista dei sostituti civili di Khamenei.
Chi era quest'uomo?
Nel 2009 Time lo aveva definito, con i suoi fratelli, uno dei "Kennedy dell'Iran": una dinastia nata a Najaf, città santa dello sciismo, dove Ali nacque nel 1958 da un grande ayatollah.
Il fratello Sadeq ha guidato per un decennio la magistratura ed è oggi capo del Consiglio di Discernimento, che supervisiona la nomina della nuova Guida Suprema.
Ali aveva percorso ogni gradino del potere: ministro della Cultura, direttore della tv di Stato, capo negoziatore sul nucleare, presidente del Parlamento per dodici anni. Dottorato su Kant, sapeva trattare con l'Europa e comandare i Pasdaran.
Tra il 2021 e il 2024 era stato emarginato.
Poi la morte di Raisi e la guerra disastrosa del 2025 avevano rimescolato tutto: Khamenei lo aveva richiamato.
Con la Guida Suprema uccisa il 28 febbraio, era diventato l'uomo forte de facto.
Venerdì era ancora in piazza al Quds Day. Tre giorni dopo è stato eliminato.
Con lui scompare l’ultimo grande tessitore della Repubblica islamica: l’uomo che aveva conosciuto Kant e Suleimani, che aveva negoziato con l’Europa e comandato le Guardie, che era sopravvissuto a trent’anni di epurazioni e ritorni.
L’Iran si trova ora davanti a un vuoto di potere senza precedenti nella sua storia.
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E grazie al lavoro di Free4Future anche questa NON è passata inosservata.
Grazie a tutti voi che ci seguite e ci sostenete!
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Breaking news: Ali Larijani, esponente importante della famiglia, che si contende da decenni il potere con i Khamenei, pare sia stato eliminato. Attendiamo conferme.
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Dopo essere stato ferito in Iraq durante il colpo di stato filo nazista orchestrato da Rashid Alì nel 1941, al-Qawuqji era stato tratto in salvo dai nazisti e trasferito a Berlino. Qui, trascorse i successivi sette anni collaborando con lo Special Staff F, la struttura della Wehrmacht dedicata alle operazioni in Medio Oriente e producendo rapporti sulle tattiche e la topografia mediorientale. Aveva lasciato la Germania per tornare in Medio Oriente nel 1946.
Al comando di Fawzi al-Qawuqji combatterono sia ex soldati degli AfriKa Korps di Rommel sia, come confermato anche da un articolo di Der Spiegel del marzo 1946, membri della ex Wehrmacht.
A questi, si aggiunsero circa mille uomini provenienti dalla ex Jugoslavia e che avevano servito nelle divisioni SS musulmane reclutate nei Balcani. Non potendo rimanere in Jugoslavia, con il rischio di essere catturati e giustiziati da Tito, questi si erano dapprima trasferiti in Italia come apolidi e poi erano andati a Beirut, dove si erano arruolati nelle forze arabe.
La guerra del ‘48 fu quindi uno scontro tra ebrei, arabi e nazisti. Solo che, adesso, le cose erano cambiate: quegli ebrei ora si chiamavano israeliani e non erano più uomini e donne disarmati, deportati su carri bestiame verso i forni crematori. Erano riuniti in uno stato, con un esercito ufficiale nato alla fine di maggio del 1948 e nessuna intenzione di farsi sterminare una seconda volta.
Una volontà che prevalse, facendo loro vincere quella guerra.
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Stessi nemici la seconda volta
La guerra del 1948 contro lo stato di Israele coincise con l'inizio del conflitto arabo israeliano. È il primo capitolo di una storia che arriva fino agli anni ‘70, quando si evolvette nel conflitto israelo palestinese, attivo ancora oggi. Allo stesso tempo, però, la guerra del 1948 non va percepita solo come un fatto inedito perché, al contrario, rappresentò una diversa diramazione della Seconda Guerra Mondiale, parallela alla Guerra Fredda. Soprattutto, costituì un rinnovato tentativo di sterminare gli ebrei, momentaneamente arrestatosi con la caduta del Reich.
Occorre fare un passo indietro.
Nel maggio 1945, i campi di sterminio erano stati liberati e migliaia di sopravvissuti, cui fu del tutto impossibile tornare nelle proprie case e rientrare in possesso dei propri averi, furono costretti a entrare nei Displaced Persons camps, allestiti nelle zone di occupazione americana in Germania, Austria e Italia. Il sogno di molti di loro era quello di raggiungere la Palestina, l'ultimo posto rimasto che potesse accoglierli e dove poter ricominciare a vivere. Ma i britannici, che ancora detenevano il potere nel Mandato, bloccavano le navi che tentavano di raggiungere Haifa o Tel Aviv e internavano i profughi negli svariati campi di concentramento costruiti sull'isola di Cipro.
Nel novembre 1947, con la risoluzione 181, l’ONU stabilì, sulla base del resoconto di una commissione speciale riunita a tal proposito, la fattibilità di una spartizione dell’area mandataria a ovest del fiume Giordano in due stati, uno arabo e uno ebraico. Nei DP camps la notizia venne accolta come una svolta: forse, in breve tempo, ci sarebbe stato un luogo sicuro dove tornare a vivere. Di fronte a tale possibilità, i dirigenti dell’Yishuv cercarono di mettersi subito a vento, consapevoli che la fondazione di uno stato ebraico non sarebbe stata accolta passivamente dagli arabi: ecco perché l’Haganah, l'organizzazione militare ebraica che evolverà nelle Forze di Difesa Israeliane, iniziò a reclutare soldati nei campi. Molti altri, invece, si arruolarono non appena arrivarono nell’Yishuv.
Uno di loro fu Shalom Tepper.
Era nato a Radom, in Polonia ed era stato deportato dapprima ad Auschwitz e poi a Majdanek. Dopo la liberazione del campo, avvenuta nel luglio del 1944 da parte dell’Armata Rossa, si unì ai partigiani polacchi per combattere i nazisti. Arrivato in Palestina nel 1948, si arruolò subito e cadde combattendo nella Guerra d'Indipendenza contro la Lega Araba.
Il suo nome è inciso nel “Memoriale degli ultimi della stirpe” presso lo Yad Vashem, l’ente nazionale israeliano per la Memoria della Shoah, a Gerusalemme; un monumento dedicato ai sopravvissuti alla Shoah che morirono combattendo nel '48 senza avere più nessun familiare che ne tramandasse la memoria - dal momento che erano tutti morti in Europa.
Contro chi si trovarono a combattere gli ebrei? Contro le forze della Lega Araba, i cui vertici di comando furono spesso ricoperti da ex collaborazionisti del Terzo Reich.
Uno dei più noti fu Hassan Salameh. Nell'ottobre 1944 era stato paracadutato nella valle del Giordano come maggiore della Wehrmacht, con una missione specifica: nascondere depositi di armi per "i compiti futuri", nient’altro che il trasferimento degli obiettivi, compreso lo sterminio degli ebrei, e dell’ideologia nazista in Medio Oriente.
Allo scoppio della guerra contro Israele nel 1948, Salameh figurava come uno dei principali comandanti dell'Esercito della Jihad, la forza armata del Gran Muftì di Gerusalemme Hajj Amin al-Husseini.
Un altro nome noto è quello del libanese Fawzi al-Qawuqji, comandante dell'Esercito di Liberazione Arabo, la seconda grande forza combattente sul fronte arabo. Anche Qawuqji, come Salameh, aveva un passato di stretta collaborazione col nazismo.
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Dopo essere stato ferito in Iraq durante il colpo di stato filo nazista orchestrato da Rashid Alì nel 1941, al-Qawuqji era stato tratto in salvo dai nazisti e trasferito a Berlino. Qui, trascorse i successivi sette anni collaborando con lo Special Staff F, la struttura della Wehrmacht dedicata alle operazioni in Medio Oriente e producendo rapporti sulle tattiche e la topografia mediorientale. Aveva lasciato la Germania per tornare in Medio Oriente nel 1946.
Al comando di Fawzi al-Qawuqji combatterono sia ex soldati degli AfriKa Korps di Rommel sia, come confermato anche da un articolo di Der Spiegel del marzo 1946, membri della ex Wehrmacht.
A questi, si aggiunsero circa mille uomini provenienti dalla ex Jugoslavia e che avevano servito nelle divisioni SS musulmane reclutate nei Balcani. Non potendo rimanere in Jugoslavia, con il rischio di essere catturati e giustiziati da Tito, questi si erano dapprima trasferiti in Italia come apolidi e poi erano andati a Beirut, dove si erano arruolati nelle forze arabe.
La guerra del ‘48 fu quindi uno scontro tra ebrei, arabi e nazisti. Solo che, adesso, le cose erano cambiate: quegli ebrei ora si chiamavano israeliani e non erano più uomini e donne disarmati, deportati su carri bestiame verso i forni crematori. Erano riuniti in uno stato, con un esercito ufficiale nato alla fine di maggio del 1948 e nessuna intenzione di farsi sterminare una seconda volta.
Una volontà che prevalse, facendo loro vincere quella guerra.
