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LA FRATELLANZA MUSULMANA IN USA (3/7) — La dimensione della rete: come funzionava l’organizzazione sul territorio americano
La presenza del ramo egiziano dei Fratelli Musulmani negli Stati Uniti non si traduceva solo in strutture centrali o organismi nazionali. Dai documenti interni emersi come Government Exhibit nel processo federale United States v. Holy Land Foundation e dalle testimonianze di ex membri emerge un’organizzazione radicata territorialmente, con livelli gerarchici definiti e una chiara articolazione regionale.
Gli Stati Uniti risultavano suddivisi in quattro macro-regioni organizzative — Est, Sud, Midwest e Ovest — ciascuna con una propria leadership. All’interno di ogni regione operavano cellule locali chiamate usra (“famiglia”), unità di base composte da piccoli gruppi che si riunivano con regolarità, spesso settimanalmente. Ogni usra era guidata da un responsabile (naqib), che fungeva da collegamento tra il livello locale e quello superiore.
Parallelamente alla dimensione pubblica — conferenze, associazioni, attività comunitarie — i documenti distinguono tra partecipazione alle organizzazioni visibili e appartenenza formale alla struttura interna. L’ingresso nella rete prevedeva un percorso graduale, con selezione e formazione ideologica. Le usra non erano semplici gruppi di studio, ma il primo livello di un sistema gerarchico che collegava il singolo membro ai responsabili regionali e, attraverso questi, agli organi nazionali.
Negli atti processuali compare inoltre un elenco articolato di organizzazioni operanti in Nord America — tra cui ISNA, MSA, North American Islamic Trust, Islamic Circle of North America e altre sigle — che evidenzia l’ampiezza della rete associativa collegata a questo ambiente. La pluralità delle entità non indica frammentazione, ma una distribuzione funzionale dei ruoli: educazione, finanza, pubblicazioni, attività giovanili, coordinamento territoriale.
I membri delle diverse regioni partecipavano periodicamente a incontri più ampi, spesso organizzati sotto forma di campi o conferenze. Secondo testimonianze raccolte negli atti processuali, alcuni di questi raduni arrivavano a coinvolgere fino a 2.500 partecipanti, includendo non solo membri effettivi ma anche familiari. Non si trattava di semplici momenti conviviali: gli incontri prevedevano sessioni formative, discussioni organizzative e coordinamento strategico.
Parallelamente, le organizzazioni pubbliche nate nell’orbita di questo ambiente organizzavano conferenze nazionali che svolgevano una duplice funzione: visibile verso l’esterno, come eventi comunitari; interna, come occasione di consolidamento dei legami e verifica della coesione tra livelli territoriali.
La combinazione di cellule di base, articolazione regionale e grandi raduni periodici indica una rete strutturata, capace di mantenere continuità organizzativa nel tempo. Non una sommatoria di iniziative locali isolate, ma un sistema con meccanismi di coordinamento, percorsi di formazione interna e una dimensione intergenerazionale.
Fonti: The Egyptian Branch of the Muslim Brotherhood in America: Yesterday and Today
foto: Elenco di organizzazioni nordamericane riportato in un documento acquisito negli atti del processo federale United States v. Holy Land Foundation.
Tra le sigle compaiono ISNA, MSA e altre entità attive negli Stati Uniti.
da investigative project .org/documents/misc/20.pdf
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LA FRATELLANZA MUSULMANA IN USA (2/7) La struttura interna: organizzazione formale, comitati e piani
La rete dei Fratelli Musulmani stabilitasi negli Stati Uniti sviluppa, già negli anni Ottanta, una struttura organizzativa articolata che supera l’idea di un gruppo informale o spontaneo. Vengono costituite almeno 20 entità collegiali tra comitati e organi direttivi, coordinati da un Consiglio della Shura che funge da organo consultivo strategico. Parallelamente esiste un ufficio esecutivo incaricato di redigere programmi annuali, in coerenza con piani di lungo periodo. Questi documenti includono obiettivi, strategie e attività, pianificate su periodi pluriennali.
Tale architettura è descritta come interna alla comunità e non sempre visibile all’esterno, ma indica un livello di organizzazione ben definito: non solo gruppi di studio o predicazione, ma una governance che prevede divisione di ruoli, articolazione territoriale e meccanismi di coordinamento. Il riferimento a piani quinquennali e programmi annuali segnala anche un pensiero strategico che va oltre la gestione quotidiana, proiettando l’attività su più anni con obiettivi prestabiliti.
Questa struttura non è mera formalità: è uno strumento operativo che ha sostenuto, negli Stati Uniti, l’evoluzione di reti giovanili e comunitarie verso organismi di più ampia portata. Non riguarda solo sedi locali o singole moschee, ma una serie di comitati dedicati a educazione, comunicazione, relazioni esterne e attività sociali, con ruoli assegnati e processi deliberativi tipici di organizzazioni con un progetto condiviso.
In questo modello organizzativo ripreso dalla tradizione del movimento, si legge la volontà di coordinare attività su scala nazionale, mantenendo coerenza ideologica e continuità strategica, pur con gradi diversi di visibilità pubblica.
Fonti: The Egyptian Branch of the Muslim Brotherhood in America: Yesterday and Today
Nella foto lo schema organizzativo della Fratellanza Musulmana (1935).
La struttura gerarchica illustrata — Guida Generale, Ufficio di Orientamento, Consiglio Consultivo e comitati funzionali — rappresenta il modello originario cui si sono ispirate le successive articolazioni del movimento, anche fuori dall’Egitto.
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LA FRATELLANZA MUSULMANA IN USA
(1/7)
Le origini: come nasce la rete negli Stati Uniti
L’arrivo dei primi membri del ramo egiziano dei Fratelli Musulmani negli Stati Uniti risale alla fine degli anni Cinquanta, dopo la messa al bando dell’organizzazione da parte di Gamal Abdel Nasser nel 1954 e la repressione che ne seguì.
Tra le figure centrali delle origini vi è Mahmoud Abu Saud (1911–1993), economista egiziano e tra i primi seguaci di Hassan al-Banna. Arrestato più volte durante le repressioni nasseriane, si stabilì stabilmente negli Stati Uniti, contribuendo alla costruzione delle prime infrastrutture organizzative della Fratellanza in America.
Abu Saud è considerato uno dei pionieri della moderna banca islamica, teorico di modelli finanziari conformi alla sharia e consulente per governi arabi.
Fu inoltre parte di reti familiari influenti: sua figlia sposò Ahmed Elkadi, che diventerà in seguito uno dei leader della Fratellanza negli Stati Uniti.
Accanto a lui emerge la figura di Said Ramadan (1926–1995), genero di al-Banna e uno dei principali leader internazionali del movimento negli anni Cinquanta e Sessanta.
Dopo la messa al bando del 1954, Ramadan si stabilì a Ginevra, dove fondò nel 1960 il Centro Islamico di Ginevra, trasformandolo in un hub europeo per l’espansione della Fratellanza. È documentato anche un incontro alla Casa Bianca nel 1953 con il presidente Eisenhower.
Ramadan è inoltre il padre di Tariq Ramadan, intellettuale islamico contemporaneo noto in Europa e negli Stati Uniti.
Negli Stati Uniti, la svolta organizzativa avviene nel 1963 con la fondazione della Muslim Students Association (MSA) all’Università dell’Illinois (Urbana-Champaign), primo organismo musulmano studentesco nazionale.
MSA non era formalmente un’entità della Fratellanza, ma membri egiziani del movimento ne occuparono fin dall’inizio posizioni chiave, utilizzandola come piattaforma di reclutamento e diffusione ideologica.
Molti testi di riferimento erano quelli di Hassan al-Banna e Sayyid Qutb.
Da MSA si sviluppano reti più ampie che porteranno alla nascita di organizzazioni come la Islamic Society of North America (ISNA), segnando il passaggio da una presenza studentesca a una infrastruttura comunitaria permanente.
Fin dalle origini negli Stati Uniti vengono replicate le dinamiche tipiche della Fratellanza: cellule di base (usra), selettività nell’adesione, pianificazione strategica e creazione di strutture pubbliche formalmente autonome ma ideologicamente allineate. È in questa fase che si consolida una presenza organizzata e duratura sul territorio americano.
Nella foto: un poster di Hassan al-Banna, il fondatore dei Fratelli Musulmani in una manifestazione palestinese.
Fonti: The Egyptian Branch of the Muslim Brotherhood in America: Yesterday and Today
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📣IMPORTANTE COMUNICAZIONE.
La nota del Direttore in risposta alla recensione di Stefano Piazza del libro di Ciro Principe verrà pubblicata questa sera da l’Informale, la testata d’area su cui la recensione da noi aspramente criticata e contestata è stata pubblicata.
Apprezziamo la decisione del Direttore de l’Informale Niram Ferretti di aver voluto prender atto del fastidio procurato a una larga fetta del campo sionista da quella recensione, da noi considerata inappropriata e inopportuna in particolare in questa fase storica, mentre l’Italia affronta una emergenza antisemitismo che non vivevamo dalla fine della seconda guerra mondiale.
Nelle famiglie numerose ed eterogenee è normale discutere, litigare, scontrarsi anche duramente e poi fare pace.
Abbiamo deciso di far prevalere il buon senso e di fare pace: la pubblicazione della nostra risposta alla recensione di Piazza è un gesto di pace. Speriamo sia la prima e l’ultima volta di doverci scontrare a causa delle infelici scelte editoriali di una testata che ci è in realtà fraternamente amica.
Pertanto, abbiamo invitato Niram Ferretti a partecipare come relatore alla diretta in cui Ciro Principe presenterà al nostro pubblico il suo libro, sabato 14 febbraio alle ore 19.00
Parteciperanno:
Israele Senza Filtri, Niram Ferretti per “l’Informale”, Free4Future, il dissidente iraniano Ashkan Rostami, Ciro Principe.
Tutta brava gente sionista.
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⭕️📣Nota del Direttore: rispondiamo nell’unica maniera possibile agli ignavi. Amplificando il lavoro di Ciro Principe.
Sabato 14 febbraio ore 19.00 italiana, con noi in diretta Ciro Principe: parleremo del suo libro “Come sono diventato Pro-Israele”.
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A volte capita che un giornale pur di chiudere un'edizione pubblichi la qualunque.
Un errore capita anche ai migliori.
Ma sarebbe bene non si ripetesse.
@InformaleEu
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(Riprende dal post precedente)
A un pubblico che non legge saggi geopolitici. A ragazzi che non hanno mai letto un libro.A cittadini che si informano tra un turno di lavoro e uno scroll sul telefono.
Cioè: alla maggioranza reale.
E tradurre un tema complesso in un linguaggio accessibile non è un impoverimento.
È un’operazione politica nel senso più alto del termine.
C’è un’abitudine molto italiana - di quella parte d’Italia assai snob - a confondere la complessità con la complessità linguistica.
Come se la profondità dovesse per forza essere difficile. Come se il pensiero, per essere serio, dovesse risultare respingente.
Ma la storia della divulgazione dimostra il contrario. Chi riesce a rendere chiaro un tema difficile non sta banalizzando:
sta facendo uno sforzo in più.
Sta togliendo barriere. Sta allargando il campo.
Ed è precisamente questo che Principe fa.
🔺Da qui, una decisone naturale: chi lo desideri, continui a leggere Principe. Noi, dal canto nostro, smetteremo di leggere “l’Informale” dopo questa porcata che ha pubblicato ai danni di un giovane uomo che dalla sua difesa d’Israele ha avuto ad oggi solo guai, danni, minacce. Dovreste vergognarvi.
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⭕️Nota del Direttore — A margine di una critica che somiglia troppo al suo bersaglio: giù le mani da Ciro Principe.
La recensione di Stefano Piazza al libro di Ciro Principe solleva una questione legittima.
Davvero legittima.
È giusto domandarsi se la notorietà social coincida con autorevolezza. È giusto interrogarsi sul rischio di scambiare visibilità per pensiero. È giusto pretendere complessità quando si parla di Israele, di politica, di guerra, di identità.
Fin qui, nulla da eccepire.
Il problema nasce quando, invece di verificare se questa complessità manchi davvero nel testo, si sceglie un’altra strada: interpretare l’autore.
E qui la critica smette di essere analisi e diventa lettura psicologica.
Perché l’articolo non confuta quasi mai ciò che Principe sostiene. Non entra nel merito delle sue tesi. Non mostra errori fattuali, lacune storiche, contraddizioni logiche.
Lavora su altro.
Sulla postura. Sull’“io”. Sulla provenienza social. Sul tono emotivo. Sulla presunta fragilità interiore che spiegherebbe certe scelte narrative.
Ma queste non sono argomentazioni.Sono ipotesi sulle intenzioni.
E le intenzioni, per definizione, non si dimostrano. Si attribuiscono.
Dire che un libro è “troppo autobiografico” non significa averne mostrato la debolezza.
Significa aver espresso una preferenza di genere.
Dire che “somiglia a un feed” non significa averlo confutato.
Significa non gradirne la forma.
Dire che parla soprattutto ai già convinti non è una prova di inefficacia. È la descrizione di qualunque testo militante o testimoniale, da sempre.
Molti libri politici nascono per rafforzare una comunità, non per convertire gli avversari.
Pretendere il contrario significa chiedere neutralità, non profondità.
E la neutralità, nella storia delle idee, raramente ha prodotto pensiero vivo.
C’è poi un paradosso curioso, che nell’articolo resta sullo sfondo ma meriterebbe di essere esplicitato.
Piazza rimprovera a Principe di parlare a una platea già orientata, di muoversi dentro una dinamica identitaria, di rivolgersi a un pubblico che cerca conferme.
Ma la recensione stessa compare su un giornale d’area, letto prevalentemente da persone già collocate culturalmente e politicamente.
Insomma: critica la bolla… da dentro un’altra bolla.
Che non è una colpa — ogni spazio editoriale ha il suo pubblico naturale — ma rende la contestazione meno definitiva di quanto sembri.
Perché il problema, allora, non è “parlare a una comunità”.
Lo fanno tutti.
Il problema sembra piuttosto chi riesce a farlo con più efficacia.
Il punto più fragile della recensione resta proprio questo slittamento continuo dal testo all’autore.
Quando si parla di “bisogno di legittimazione”, di “fragilità”, di “predicazione”, non si sta più analizzando un libro.
Si sta costruendo un profilo psicologico. È una tecnica retorica antica: se non smonti le idee, spieghi l’uomo.
Ma spiegare l’uomo non confuta le idee. Le aggira.
Si può discutere Ciro Principe.
Si può trovarlo eccessivo, emotivo, militante.
Ma nessuna di queste cose equivale automaticamente a superficialità. Anzi: spesso l’esposizione personale e la testimonianza diretta sono proprio ciò che rende un testo politicamente vivo.
La freddezza accademica non è l’unica forma possibile di pensiero. A volte è solo un modo più elegante di non esporsi.
Alla fine resta una sensazione semplice. La recensione non dimostra che il libro sia debole.
Dimostra che il suo linguaggio, il suo pubblico, la sua visibilità danno fastidio.
E il fastidio, nel dibattito pubblico, è quasi sempre il segno di una presenza che pesa. Che incide. Che occupa spazio. Non necessariamente che sbaglia.
E tra un autore che prova a stare dentro il conflitto, con tutti i suoi limiti, e una critica che preferisce ridurlo a fenomeno sociologico, la scelta su quale dei due contribuisca davvero al dibattito non è poi così difficile
Ciro Principe non sta scrivendo per addetti ai lavori. Non sta parlando a un seminario universitario.Non sta dialogando con un’élite di specialisti. Sta parlando a persone comuni.
(Continua)
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(Riprende dal post precedente)
A un pubblico che non legge saggi geopolitici. A ragazzi che non hanno mai letto un libro.A cittadini che si informano tra un turno di lavoro e uno scroll sul telefono.
Cioè: alla maggioranza reale.
E tradurre un tema complesso in un linguaggio accessibile non è un impoverimento.
È un’operazione politica nel senso più alto del termine.
C’è un’abitudine molto italiana - di quella parte d’Italia assai snob - a confondere la complessità con la complessità linguistica.
Come se la profondità dovesse per forza essere difficile. Come se il pensiero, per essere serio, dovesse risultare respingente.
Ma la storia della divulgazione dimostra il contrario. Chi riesce a rendere chiaro un tema difficile non sta banalizzando:
sta facendo uno sforzo in più.
Sta togliendo barriere. Sta allargando il campo.
Ed è precisamente questo che Principe fa.
🔺Da qui, una decisone naturale: chi lo desideri, continui a leggere Principe. Noi, dal canto nostro, smetteremo di leggere “l’Informale” dopo questa porcata che ha pubblicato ai danni di un giovane uomo che dalla sua difesa d’Israele ha avuto ad oggi solo guai, danni, minacce. Dovreste vergognarvi.
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Fratelli Musulmani negli Stati Uniti: il rapporto che svela la rete egiziana
Il ramo egiziano dei Fratelli Musulmani è presente negli Stati Uniti da oltre sessant’anni e ha costruito nel tempo una rete capace di adattarsi al contesto americano, preservando i legami ideologici con il movimento madre.
È quanto emerge dal rapporto “The Egyptian Branch of the Muslim Brotherhood in America: Yesterday and Today”, pubblicato nel gennaio 2026 dal Program on Extremism della George Washington University. https://extremism.gwu.edu/egyptian-branch-muslim-brotherhood-america-yesterday-and-today
Il documento ricostruisce l’arrivo dei primi membri alla fine degli anni Cinquanta, dopo la repressione di Nasser, e descrive come negli Usa venga replicato il modello organizzativo originario: struttura gerarchica, cellule di base, pianificazione pluriennale e creazione di organizzazioni pubbliche formalmente autonome.
Dalla Muslim Students Association (MSA), nata nei campus negli anni Sessanta, alla Islamic Society of North America (ISNA), fino alla Muslim American Society (MAS), fondata nel 1992, il rapporto individua un ecosistema evolutosi nel tempo che conserva continuità ideologica e reti personali transnazionali.
Elementi emersi da un’indagine dell’Agenzia delle Entrate canadese sulla Muslim Association of Canada – considerata organizzazione “sorella” di MAS – suggeriscono che l’appartenenza alla Fratellanza possa essere trasferita da un Paese all’altro attraverso queste strutture.
Il tema assume particolare rilievo politico alla luce dell’Executive Order firmato dalla Casa Bianca nel novembre 2025, che ha avviato la procedura per valutare la designazione di alcune branche dei Fratelli Musulmani come organizzazioni terroristiche straniere.
Il rapporto affronta anche il caso di HASM, gruppo armato designato come terroristico da Regno Unito e Stati Uniti: le autorità americane hanno indicato che alcuni suoi leader erano precedentemente associati alla Fratellanza Musulmana egiziana, elemento che alimenta il dibattito sulle possibili continuità tra militanza politica e radicalizzazione violenta.
Ne emerge il ritratto di una presenza priva di una struttura formale unitaria, configurata come rete resiliente capace di operare tra religione, società civile e politica, con un rapporto costante con il centro egiziano del movimento.
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Una cittadina tedesca di religione musulmana, che si era unita allo Stato Islamico, è stata condannata a 14 anni di carcere da un tribunale di Monaco per aver incatenato una bambina yazida di cinque anni, lasciandola morire di sete sotto il sole.
La donna e il marito, combattente dell’ISIS, avevano acquistato la bambina e sua madre in un mercato controllato dallo Stato Islamico, dove donne curde e yazide venivano vendute come schiave perché non musulmane. Secondo l’accusa, la coppia ha sottoposto le due prigioniere a gravi abusi sistematici.
I pubblici ministeri hanno inoltre riferito che, dopo la morte della bambina, la donna avrebbe puntato una pistola alla testa della madre, minacciandola di ucciderla per costringerla a smettere di piangere.
Tedeschi che vanno nei paesi musulmani/arabi a perseguitare minoranze.
14 anni di galera per aver torturato fino alla morte una bambina di 5 anni?
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Chi sono i gruppi jihadisti che operano nel Sahel
Quando si parla di massacri, rapimenti e villaggi rasi al suolo nel Sahel e nelle regioni limitrofe, non si tratta di criminalità generica. Si tratta di una guerra jihadista organizzata, ideologica e transnazionale. Ed è una guerra che, fuori dall’Africa, continua a essere raccontata pochissimo.
Nel Sahel – la fascia dell’Africa che attraversa Mali, Burkina Faso, Niger e arriva fino ai confini con Nigeria e Benin - la violenza jihadista nella regione è dominata da due grandi reti organizzate, entrambe islamiste e terroristiche, legate ai due poli storici del jihad globale: Al Qaeda e lo Stato Islamico (ISIS).
Il fronte legato ad Al Qaeda
Il principale attore è Jama’at Nusrat al-Islam wal-Muslimin, noto come JNIM. È una coalizione nata nel 2017 dall’unione di diversi gruppi jihadisti già attivi in Mali e nel Sahel, sotto l’ombrello di Al Qaeda. Il suo leader storico è Iyad Ag Ghaly, un jihadista tuareg.
JNIM punta a imporre una versione rigorista della sharia e a cacciare governi locali, eserciti occidentali e rivali jihadisti. Controlla vaste aree rurali in Mali, Burkina Faso e Niger e si muove con una strategia “lenta ma profonda”: radicamento locale, alleanze forzate con le comunità, guerriglia costante contro eserciti e convogli. È meno spettacolare nelle stragi di massa rispetto al rivale, ma molto più stabile e in continua espansione verso sud.
Dietro JNIM c’è Al Qaeda in the Islamic Maghreb (AQIM), il gruppo storico di Al Qaeda nel Nord Africa, che oggi opera soprattutto attraverso questa coalizione.
Il fronte legato allo Stato Islamico
Sul versante opposto c’è Islamic State – Sahel Province, spesso indicato come IS Sahel o ISSP. È la branca regionale dello Stato Islamico, nata da una scissione di gruppi legati ad Al Qaeda e formalmente riconosciuta come “provincia” dell’ISIS.
Questo gruppo è molto più violento e indiscriminato: punta a creare un califfato locale e utilizza massacri etnici e religiosi, raid contro villaggi, infrastrutture, miniere e aeroporti. È stato il primo nel Sahel a usare droni armati in modo sistematico. Opera soprattutto nell’area di confine tra Mali, Burkina Faso e Niger, ma negli ultimi mesi si è spinto verso il Golfo di Guinea e il nord della Nigeria.
Perché conta capirlo
Questi due gruppi non solo combattono gli Stati africani: combattono anche tra loro, contendendosi territori, popolazioni e risorse. È questa competizione a spingere l’espansione della violenza verso nuove aree, come il centro-ovest della Nigeria.
Immagine: mappa degli attacchi jihadisti nel Sahel (Al Qaeda / ISIS). Fonte: ACLED, 2024–2025.
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Avete mai notato chi sono i riders? Stranieri, sfruttati e sottopagati, a quanto pare. Che ci sia pioggia torrenziale o 40° all'ombra, loro sono sempre disponibili a portarti il cibo a casa. Adesso, attendiamo un commento indignato dal fandom sinistrorso dei migranti, ma non nutriamo grandi speranze
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Silenzio stampa sui massacri jihadisti in Nigeria
Mentre l’informazione italiana non informa la Nigeria è attraversata da una nuova e gravissima ondata di violenza jihadista.
Tra fine gennaio e i primi di febbraio 2026, due attacchi distinti mostrano con chiarezza l’espansione dell’insurrezione e il suo carattere apertamente di conquista territoriale.
30 gennaio: Sabon Gari, imboscata jihadista.
3–4 febbraio: Stato di Kwara, villaggi di Woro e Nuku rasi al suolo, centinaia di vittime.
A Sabon Gari, nello Stato di Borno, nord-est del Paese, miliziani jihadisti hanno teso un’imboscata contro un cantiere civile, uccidendo almeno 25 lavoratori impegnati in progetti infrastrutturali.
In parallelo, sono state colpite basi militari della zona con attacchi coordinati: assalti diretti, uso di droni esplosivi, violazione dei perimetri di sicurezza e fuoco prolungato.
L’azione è dell' ISWAP, la fazione affiliata allo Stato Islamico attiva nel bacino del Lago Ciad.
Colpire civili e infrastrutture è parte di una strategia precisa: bloccare lo sviluppo economico e logorare le forze armate in un’area che dal 2009 conta oltre 40.000 morti.
Ancora più devastante l’attacco avvenuto tra il 3 e il 4 febbraio nello Stato di Kwara, nel centro-ovest della Nigeria.
Nei villaggi agricoli di Woro e Nuku, centinaia di miliziani armati, arrivati su motociclette e in uniformi militari, hanno assaltato le abitazioni per ore. (vi ricorda qualcosa?)
Gli abitanti sono stati radunati, legati, giustiziati; case, negozi e infrastrutture incendiati.
Il bilancio ufficiale parla di almeno 162 morti, ma le stime locali superano i 170;
decine i feriti e almeno 38 i rapiti, soprattutto donne e bambini.
Le vittime erano in gran parte musulmani locali, puniti per aver rifiutato di sottomettersi all’imposizione della sharia e all'Islam estremista.
Due attacchi, due aree diverse, un’unica realtà: il jihadismo avanza in Nigeria. Nel silenzio quasi totale della stampa.
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Doron, il 7 ottobre del 2023, stava lavorando al Nova Festival. Era uno chef e nel momento in cui Hamas ha attaccato il rave, si è affrettato a chiudere lo stand, un food truck un amico gli aveva prestato. Lo ha agganciato alla macchina ma non è partito subito, si è speso per aiutare a soccorrere i feriti. Quando, alla fine, si è messo in marcia, nei pressi del kibbutz Be’eri è stato intercettato dai terroristi di Hamas, che hanno cercato di trascinarlo a Gaza. Si pensava fosse un ostaggio e invece il suo corpo senza vita è stato trovato al confine con Gaza, trucidato da uno scontro a fuoco. È stato seppellito l’11 ottobre. Aveva 34 anni.
Ricordare non è un gesto politico, è un dovere morale.
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Non c’è pace senza verità.
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Ayaan Hirsi Ali è un’attivista somala. Nel suo paese d'origine è stata infibulata. Le mutilazioni genitali femminili (MGF) sono un flagello che colpisce molte donne in altrettanti paesi, soprattutto dell’Africa e dell’Asia, a maggioranza islamica. La cosa preoccupante è che l'infibulazione viene praticata anche nell'occidentalissima America – e non solo.
In Alabama, in particolar modo, oltre 600.000 donne sono state sottoposte a questa pratica oscurantista, nonostante sia considerata un reato federale.
È l'ennesima violenza contro le donne che lascia le piazze del mondo vuote e un silenzio assordante. Lo stesso silenzio di cui sono vittime le afgane, le curde o le iraniane.
