Scienza in rete
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Scienza in rete è un giornale di attualità e cultura scientifica. È un progetto editoriale dell'Agenzia Zadig condiviso con il Gruppo 2003 per la ricerca, un'associazione di ricercatori italiani highly cited nata per promuovere la cultura
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Conoscere il finale di una vicenda cambia il modo in cui si guarda a ciò che l'ha preceduta. Il DNA antico lo ha mostrato per le società del passato: dietro la stessa parola, collasso, ci sono casi in cui la popolazione viene rimpiazzata, casi in cui le persone restano e cambia la cultura, e casi in cui il collasso attribuito per anni a una società viene messo in discussione dai nuovi dati.
La stessa domanda vale per le organizzazioni: quanto si può dedurre di un processo conoscendone soltanto l'esito? Due reparti possono registrare lo stesso aumento delle assenze senza trovarsi nella stessa condizione. Due organizzazioni possono ricevere poche segnalazioni perché gli episodi sono pochi, oppure perché le persone hanno smesso di segnalare.
La ricerca sulla sicurezza se ne occupa da tempo. Nel 2004 Nancy Leveson osservava che i modelli basati prevalentemente su catene di eventi e guasti non bastano a capire gli incidenti prodotti dalle interazioni di sistemi sociotecnici complessi. Sidney Dekker sostiene che per capire il contributo umano a un incidente bisogna riportare giudizi e decisioni nel flusso degli eventi, e chiedersi perché potessero apparire ragionevoli in quel momento, a chi non sapeva ancora come sarebbe finita. Nel modello di Jens Rasmussen le attività tendono a migrare verso i confini della prestazione accettabile. Nel 2005 Richard Cook e Rasmussen hanno usato in ambito sanitario l'espressione going solid per le condizioni in cui le capacità normalmente disponibili si saturano e anche perturbazioni prima gestibili possono produrre effetti molto più rilevanti.
Cambia così anche il significato dei segnali: un aumento degli errori o del ricambio del personale non dice quale problema arriverà, ma può indicare che qualcosa nel funzionamento del sistema sta cambiando. Un'analisi organizzativa può chiedersi allora come il sistema sia arrivato nella condizione in cui quell'evento ha avuto proprio quelle conseguenze: che cosa era cambiato, quali capacità erano ancora disponibili, quali alternative erano davvero visibili in quel momento.
https://www.scienzainrete.it/articoli/quando-esito-spiega-storia/
Due piccole modifiche chimiche accelerano di circa quindici volte la reazione catalizzata da un RNA. L'effetto era già noto, ma finora il meccanismo non era stato compreso nel dettaglio.
MTR1 è un ribozima artificiale: una molecola di RNA che catalizza una reazione chimica, come fanno gli enzimi, trasferendo un gruppo metile a una base chiamata adenosina. Le due modifiche sono due gruppi 2'-O-metile aggiunti sui nucleotidi che delimitano il sito attivo, la regione in cui avviene la reazione.
Simulazioni di dinamica molecolare mostrano che i due gruppi non intervengono direttamente nella reazione. Rendono più rigido il sito attivo: gli atomi coinvolti mantengono più facilmente la disposizione necessaria e si abbassa la barriera energetica del passaggio più lento. La struttura cristallografica del ribozima modificato ha confermato le interazioni previste dai calcoli.
Per progettare ribozimi più efficienti, quindi, non conta soltanto modificare i gruppi chimici direttamente coinvolti nella reazione: può essere altrettanto importante controllare la flessibilità della molecola. In prospettiva il principio potrebbe favorire strumenti di editing dell'RNA.
MTR1 è il primo ribozima in cui una modificazione dell'RNA presente anche in natura, introdotta nel sito attivo, aumenta significativamente l'attività catalitica. Non permette di ricostruire i primi sistemi biologici, ma mostra un possibile meccanismo con cui modifiche relativamente semplici possono aver contribuito a potenziare la catalisi dell'RNA.
Lo studio, su Nature Communications, è del CNR-Istituto Officina dei Materiali con il gruppo di Claudia Höbartner dell'Università di Würzburg.
https://www.scienzainrete.it/articolo/come-piccole-modifiche-possono-potenziare-lrna/alessandra-magistrato-francesca-zavino/2026
Restare sotto 1,5 °C non è più possibile. L'Emissions Gap Report 2026 dell'UNEP lo scrive senza giri di parole: la possibilità di limitare il riscaldamento globale a 1,5 °C con un superamento nullo o limitato, cioè entro 0,1 °C, è andata perduta. Resta da ridurre l'entità e la durata dello sforamento, per riportare la temperatura media globale a 1,5 °C entro il 2100.
Nello scenario più ottimista il riscaldamento tocca un picco tra 1,7 e 1,8 °C verso metà secolo. Per poi rientrare, le emissioni di gas serra vanno tagliate rispetto al 2025 del 18 per cento al 2030, del 45 per cento al 2035 e del 69 per cento al 2040, fino allo zero netto al 2050. Ogni cinque anni di emissioni ai livelli attuali il picco sale di circa 0,1 °C. Nel corso del secolo andrebbero inoltre rimosse dall'atmosfera circa 320 miliardi di tonnellate di CO2.
Le emissioni intanto sono praticamente ferme. Nel 2025 hanno toccato 58,4 miliardi di tonnellate di CO2 equivalente, appena 0,1 in meno del 2024. Gli Stati Uniti hanno registrato l'aumento più consistente, 133 milioni di tonnellate in più, mentre India, Russia e Unione europea le hanno ridotte. Il G20 genera ancora il 76 per cento delle emissioni globali.
Con le politiche attuali il riscaldamento arriverebbe a 2,8 °C. Con la piena attuazione degli impegni nazionali (NDC) si scenderebbe a 2,6 °C, un risultato peggiore di quello dell'anno scorso per l'uscita degli Stati Uniti dall'Accordo di Parigi.
I segnali positivi ci sono. Nel 2025, per la prima volta, le rinnovabili hanno superato il carbone nel mix elettrico mondiale, con il 33,8 per cento contro il 33,0. Gli investimenti in energia pulita del 2026 sono stimati quasi al doppio di quelli fossili. I sussidi ai combustibili fossili però continuano a crescere, fino a 920 miliardi di dollari nel 2024.
Il rapporto indica come appuntamenti decisivi la COP31 di Antalya, a novembre, e il secondo Global Stocktake del 2028.
https://www.scienzainrete.it/articolo/emissioni-stallo-impossibile-restare-sotto-15c-dice-lunep/jacopo-mengarelli/2026-10-22
Definisci malattia
Stabilire dove finisce la salute e dove comincia la patologia non è mai stato semplice, e la risposta cambia con le conoscenze mediche, con la società e con le tecnologie.
Nel 2012 un sondaggio pubblicato su BMJ Open ha individuato 60 modelli di malattia e ha posto due domande a 6.000 persone: se ciascuno fosse una malattia e se andasse trattato con fondi pubblici. Un accordo non è emerso.
Di solito la diagnosi funziona così, spiega l'epidemiologo Geoffrey Rose: per ogni ipotesi il medico deve dare «un giudizio semplice: sì o no». Con l'ipertensione essenziale questa logica non funziona: il medico inglese George Pickering la descriveva come una malattia in cui il difetto è «di tipo quantitativo, non qualitativo». Lo stesso vale per il cancro, che progredisce dalle anomalie cellulari minori alla displasia, al tumore in situ e infine alle metastasi.
Le definizioni intanto si riscrivono. L'European Heart Journal ha pubblicato la quinta definizione di infarto, sviluppata da European Society of Cardiology, American College of Cardiology, American Heart Association e World Heart Federation: i cinque tipi lasciano il posto a tre categorie, infarto primario, secondario e correlato a procedura. Lo studio REACT, pubblicato sul NEJM, ha esaminato quasi 17.000 persone tra 18 e 70 anni e ha individuato un'aterosclerosi silente nel 57,1 per cento dei partecipanti.
Poi c'è la sovradiagnosi, che identifica anomalie che non avrebbero mai causato danni, che progrediscono troppo lentamente per dare sintomi durante la vita di una persona o che si risolvono da sole. Un esempio è l'uso crescente dell'angio-TC per individuare piccole embolie polmonari subsegmentali che potrebbero non richiedere trattamento. Nel 2017 un editoriale di BMJ Evidence Based Medicine la definiva «uno dei problemi più dannosi e costosi dell’assistenza sanitaria moderna».
Il cardiologo Marco Bobbio, nel Malato immaginato, ricorda che le risposte degli esami «non rientrano nei termini dicotomici acceso/spento, sano/malato, ma vanno valutate nel contesto del singolo paziente».
C'è anche l'intelligenza artificiale: tra il 2000 e il 2022 sono usciti 397.967 articoli scientifici sull'IA nelle scienze della vita, secondo uno studio di Nature Communications del 2024. Patrick Darling, musicista di Bristol a cui è stata diagnosticata la SLA a 29 anni, con l'IA ha ricreato la sua voce parlata e una voce cantata con cui compone nuovi pezzi.
https://www.scienzainrete.it/articolo/definisci-malattia/stefano-cagliano/2026-10-21
Il Piano nazionale di ripristino della natura dà attuazione al regolamento europeo approvato nel 2024, la Nature Restoration Law: misure su almeno il 20 per cento delle superfici terrestri e il 20 per cento di quelle marine dell'Unione entro il 2030, estese entro il 2050 a tutti gli ecosistemi che ne hanno bisogno. La bozza italiana è stata trasmessa alla Commissione Europea il 25 settembre.
Nell'elenco allegato ci sono 2.078 schede di misura: interventi locali, disposizioni di tutela, programmi nazionali, attività di ricerca. Non sono 2.078 cantieri nuovi né 2.078 risultati ecologici verificati. Il Piano parte dalle misure disponibili e non mostra quale degrado va ripristinato, dove, e se le azioni bastano entro le scadenze. Nel capitolo 3 sono vuoti i campi di sintesi sulle superfici terrestri e marine da interessare con misure entro il 2030, e circa il 33 per cento delle misure è ancora privo di una stima di spesa. Spesso manca anche la garanzia che gli interventi siano aggiuntivi rispetto a quanto già previsto da programmi esistenti, dal PNRR alla Politica agricola comune.
Per i fiumi il Piano prevede 41 chilometri netti aggiuntivi a scorrimento libero entro il 2030, rispetto al 2020. Il traguardo europeo è di almeno 25.000 chilometri, e anche rispetto alla scala nazionale l'ambizione appare modesta.
Nelle città le garanzie si sono indebolite. La scelta della superficie su cui misurare verde urbano e copertura arborea è lasciata per ora ai Comuni. Il Piano usa ora l'esclusione dagli obblighi per le zone che superano insieme il 45 per cento di verde e il 10 per cento di copertura arborea, che nella prima bozza l'Italia non intendeva usare. La bozza del 15 maggio prevedeva l'adeguamento degli strumenti urbanistici e compensazioni preventive con equivalenza ecologica; il testo attuale non ripropone quell'impianto con la stessa precisione.
Ci sono anche schede ben costruite: la rimozione di tre sbarramenti sull'alto corso del Mingardo, nel Parco nazionale del Cilento, Vallo di Diano e Alburni; in Lombardia almeno dieci alberi habitat e 25 metri cubi di legno morto per ettaro nei boschi a uso commerciale; davanti a Porto Cesareo cinque campi boe, con la sosta consentita solo agli ormeggi autorizzati.
Il capitolo sul monitoraggio è tra le parti più promettenti: dati iniziali, indicatori, verifiche prima, durante e dopo gli interventi, e la possibilità di correggere o sostituire le misure inefficaci. Per diventare una strategia verificabile, il Piano deve rendere pubblico per ogni obiettivo il collegamento tra bisogno ecologico, luoghi prioritari, azioni finanziate e ripristino atteso, e assicurare la gestione dopo il cantiere.
https://www.scienzainrete.it/articolo/ripristinare-natura-allitalia-non-basta-elenco-di-misure/giorgio-vacchiano/2026-10-19
Nel giugno del 1863 Samuel Butler, allevatore di pecore di ventisette anni emigrato dal Regno Unito in Nuova Zelanda, pubblicò sotto pseudonimo sul giornale The Press di Christchurch una lettera intitolata «Darwin among the Machines». Erano passati quattro anni dall'Origin of Species e Butler estendeva la teoria di Darwin alle macchine: le considerava quasi un regno a sé, in rapidissima trasformazione, e riteneva che gli uomini ne fossero già diventati gli organi riproduttivi. Nel 1872, in Erewhon, aggiunse un avvertimento: il servo si espande, il padrone si abitua a dipenderne e a un certo punto i ruoli possono essersi scambiati senza che nessuno lo abbia deciso.
Sulla parte darwiniana Butler aveva probabilmente torto. Perché un sistema evolva nel senso di Darwin servono variazione, ereditarietà e selezione, con un criterio di successo che derivi dalle condizioni di esistenza e di riproduzione del sistema stesso. Gli algoritmi genetici, la programmazione genetica e i sistemi che generano e valutano varianti di codice praticano una selezione artificiale: il criterio per premiare una variante lo stabilisce il programmatore o il sistema di progettazione. Nei sistemi di intelligenza artificiale di oggi il criterio per cui una configurazione viene conservata o eliminata viene da fuori: una funzione di perdita, una ricompensa, un benchmark, le preferenze umane. Negli organismi procurarsi energia, evitare danni e riprodursi non sono obiettivi assegnati da un progettista: coincidono con la loro persistenza.
Anche le Tre Leggi di Asimov poggiavano su premesse che l'IA generativa non rispetta più: un agente singolo e identificabile, con un corpo, governato da regole esplicite installate dal costruttore prima del funzionamento. Il comportamento dei grandi modelli dipende in larga misura da parametri appresi durante l'addestramento.
Gli agenti artificiali potranno causare danni gravi, e non occorre attribuire loro una dinamica darwiniana né desideri maligni. Saranno usati da persone e organizzazioni per scopi dannosi. E un sistema ottimizzato per non lasciare mai un problema irrisolto, se ha capacità sufficienti e opera in ambienti aperti, può essere pericoloso proprio nella misura in cui è efficace.
Sull'altra metà Butler aveva ragione. Lo scambio fra servo e padrone non richiede che la macchina sia viva o che abbia intenzioni: basta che riorganizziamo pratiche, istituzioni e decisioni in modo da non poter più fare a meno dei sistemi che abbiamo costruito. La domanda da porsi è se stiamo trasferendo alle macchine una parte crescente delle condizioni che rendono possibile la nostra autonomia.
https://www.scienzainrete.it/articolo/darwin-e-le-macchine/gilberto-corbellini/2026-10-19
Dal 19 al 30 ottobre a Yerevan, in Armenia, la COP17 della Convenzione ONU sulla diversità biologica fa la prima revisione globale del Quadro di Kunming-Montreal: i 23 obiettivi per arrestare e invertire la perdita di biodiversità entro il 2030, concordati nel 2022 da 196 Paesi.
I Paesi hanno avviato azioni su tutti i 23 obiettivi, ma meno della metà dei target nazionali risulta in traiettoria. Nella classificazione a semaforo è verde solo il Target 8, sugli impatti del cambiamento climatico. L'obiettivo clima e resilienza degli ecosistemi compare nei piani di oltre l'80 per cento dei Paesi, ma le misure sono state attuate pienamente solo nel 2 per cento dei casi.
Sul 30×30, conservare almeno il 30 per cento delle terre e dei mari entro il 2030, oggi siamo intorno al 20 per cento sulla terraferma e al 10 per cento negli oceani. Anche mantenendo tutti gli impegni presi si arriverebbe a circa il 27 e il 12 per cento. Meno di venti Paesi hanno piani dettagliati con costi, tempi e finanziamenti.
Poi ci sono i soldi. L'UNEP stima 2.400 miliardi di dollari l'anno in sussidi pubblici dannosi per l'ambiente, contro 220 miliardi per le soluzioni basate sulla natura: per ogni dollaro che ripara gli ecosistemi, quasi undici ne alimentano il danno. Il Target 18 chiede di ridurre gli incentivi dannosi di almeno 500 miliardi l'anno entro il 2030, ma la prima tappa, identificarli entro il 2025, non è stata raggiunta.
Il Cali Fund, che dovrebbe raccogliere contributi dalle grandi imprese che traggono profitto dall'informazione digitale sulle sequenze genetiche, secondo Reuters il 14 ottobre aveva ricevuto appena 6.000 dollari.
Sul tavolo c'è la proposta di Yerevan Pathway, che non è ancora una decisione concordata. Il suo valore dipenderà dalle responsabilità, dalle scadenze e dai mezzi che i governi accetteranno di assumere; anche in Italia se ne potranno cercare gli effetti nei bilanci e nelle decisioni di gestione.
https://www.scienzainrete.it/articolo/cop17-di-yerevan-sulla-biodiversit%C3%A0-alla-prova-dei-risultati/giorgio-vacchiano/2026-10-18
Una bomba sganciata oggi ha conseguenze immediate, e continua ad averne a medio e lungo termine. Guerra e clima. L'ecocidio che distrugge la Terra (Il Saggiatore), il nuovo libro della giornalista scientifica Stefania Divertito, è un'inchiesta sui danni ambientali dei conflitti e su come gli atti di guerra continuino ad affamare, a far ammalare e a uccidere anche dopo la fine delle ostilità.
Il libro comincia da Verdun, in Francia, da un campo di battaglia della Prima guerra mondiale il cui suolo mostra conseguenze ancora visibili. Poi il napalm in Vietnam e l'uranio impoverito nei Balcani, con le malattie che ne sono seguite. Lo stesso vale per la distruzione delle foreste, gli sversamenti in mare, la demolizione degli edifici, l'avvelenamento del suolo, la distruzione di centrali e pozzi petroliferi.
Sugli ecocidi in Ucraina e nella Striscia di Gaza ci sono molti dati: incompleti, perché sono difficili da calcolare e perché le guerre sono in corso, ma validi. Una sezione di 30 pagine affronta come si calcola il danno ambientale di un conflitto, oggi e per il futuro, a partire dal lavoro di Anna Berti Suman, Doug Weir e Lennard De Klerk. C'è anche un'intervista esclusiva a Borys Indichenko, capo della Procura specializzata per l'ambiente in Ucraina.
Contare questi danni non è irrispettoso verso le vittime. Alla COP 30 di Belém, nel 2025, è stato il viceministro ucraino Pavlo Kartashov a portare i dati sul peso dell'aggressione russa sull'ambiente del suo paese: «Un Paese aggredito, che avrebbe potuto fermarsi alle proprie vittime, decideva di contare anche il suolo, l'acqua, gli animali, ciò che la guerra distrugge senza che nessuno ne raccolga la voce, e allargava la definizione stessa del crimine che subiva».
Da questo filone di studi sta nascendo un diritto dedicato agli impatti ambientali della guerra. Resta però un doppio standard: le emissioni dei reparti della difesa di tutto il mondo non sono conteggiate nei report ufficiali.
https://www.scienzainrete.it/articolo/guerra-e-clima-lecocidio-resta-nel-tempo/enrico-bergianti/2026-10-16
Il 23 settembre Anthropic, che sviluppa Claude, ha annunciato un proprio laboratorio di biologia molecolare e ha pubblicato un preprint non ancora sottoposto a revisione paritaria.
Circa 950 agenti di Claude hanno esplorato per 21 ore un enorme archivio di DNA. Hanno raccolto oltre 200.000 trascrittasi inverse, gli enzimi che copiano l'RNA in DNA, e selezionato i venti sistemi più promettenti. In uno di questi, in un virus batterico, un agente ha notato accanto al gene una breve sequenza ripetuta molte volte a intervalli regolari. Ripetizioni così sono la firma di CRISPR, il sistema di difesa dei batteri da cui sono nate le forbici molecolari che modificano il DNA.
Il sistema, battezzato ART, comprende la trascrittasi inversa, la fila di ripetizioni e un terzo gene che codifica una proteina di funzione sconosciuta. I primi esperimenti mostrano che, come in CRISPR, le ripetizioni vengono trascritte in tanti piccoli RNA distinti. Le analogie però finiscono qui: secondo Nature ci sono pochi indizi che ART abbia una funzione simile a quella di CRISPR, e lo stesso preprint rivendica come novità solo le ripetizioni e la proteina associata.
Gli esperti hanno definito il risultato interessante ma preliminare: non dimostra alcun editing genetico né chiarisce il meccanismo. Eugene Koonin, del National Center for Biotechnology Information, ha notato che ripetizioni di questo tipo erano già state individuate con altri metodi, e che il contributo dei modelli linguistici sta nella scala: banche dati di petabyte non si esplorano in modo efficiente con gli strumenti tradizionali.
Poi è arrivata una questione di paternità. Mario Rodríguez Mestre, biologo dell'Università di Copenaghen, dice di aver trovato queste trascrittasi inverse nel 2022. Il suo gruppo le chiama jumbotron, e lui sostiene che sono gli stessi sistemi che Anthropic ha chiamato ART. I risultati non sono pubblicati, ma da tre anni il gruppo usa Claude, e Rodríguez Mestre ha condiviso con il modello la bozza della sua tesi di dottorato e un manoscritto sui jumbotron. Anthropic risponde che Claude non è stato addestrato sulle conversazioni degli utenti e che il suo team di biologia non vi ha accesso. Rodríguez Mestre non accusa l'azienda di aver preso deliberatamente il suo lavoro: ritiene più plausibile che dietro la ricerca ci fossero molte più conoscenze pregresse e molta più direzione umana di quanto lasci intendere l'idea di una scoperta autonoma. Quattro dei sei autori del preprint sono biologi molecolari esperti.
Per chi fa ricerca la questione riguarda i propri dati. I dati di laboratorio, ha spiegato a Nature Marinka Zitnik della Harvard Medical School, sono preziosi per le aziende di IA proprio perché i modelli non li hanno mai visti. Rendere pubblici prompt e registri di lavoro degli agenti, per quanto utopico, sarebbe il modo più diretto per fare chiarezza.
https://www.scienzainrete.it/articolo/cosa-succede-se-claude-mette-camice-ed-entra-laboratorio/elena-panariello/2026-10-16
Il 14 ottobre, a Torino, l'Università di Torino e l'Università del Piemonte Orientale hanno conferito congiuntamente a Giorgio Parisi la laurea honoris causa in Fisica dei sistemi complessi. Parisi è professore emerito della Sapienza di Roma e premio Nobel per la fisica nel 2021.
Quando viene data una laurea honoris causa c'è sempre chi la attribuisce più a una scelta pubblicitaria che al merito. Questa volta la laurea è in Fisica dei sistemi complessi, il campo in cui Parisi ha dato i contributi che il proponente, il professor Michele Caselle, definisce «più spettacolari».
I sistemi complessi sono quelli che, pur essendo formati da moltissimi elementi, non si comportano come la semplice somma delle parti: per esempio i fluidi, le proteine, i mercati finanziari, il cervello umano. Nella lectio magistralis, intitolata «Complessità: dall'acqua che bolle all'intelligenza artificiale», Parisi ha spiegato che «complesso non vuol dire complicato: un aereo è complicato, ma fa una cosa sola: volare».
Gli studi più famosi di Parisi in questo campo sono quelli degli anni Ottanta sui vetri di spin, che contano non solo per le scoperte ma per il metodo, che ha trovato applicazione in tantissimi campi diversi. Nel 2021, oltre al Nobel, Parisi ha vinto anche il premio Wolf per la fisica. Per lui l'applicazione più importante dei vetri di spin è quella sui neuroni: cervelli in biologia, reti neurali in informatica.
Sull'intelligenza artificiale, intervistato da noi, ha detto che è «un'opportunità, però le opportunità devono essere colte. Se lasciamo tutto alla sola mano invisibile del mercato le cose non possono andare nella direzione giusta». Per Parisi è fondamentale che i poteri pubblici e lo Stato la regolino: «Immaginiamoci le automobili senza codice della strada», e poi: «Uno ha un oggetto nuovo? Deve essere regolato. Se non viene fatto, cosa che è la posizione dell'attuale Presidente degli Stati Uniti, le cose poi vanno male».
Il corso di laurea in Fisica dei sistemi complessi è nato a Torino nel 2009, il primo in Italia. Parisi lo considera «qualcosa di assolutamente interessante e promettente per il futuro e per il presente».
https://www.scienzainrete.it/articolo/laurea-honoris-causa-molto-sensata-volta/lorenzo-manunza/2026-10-15
Il 16 ottobre, con un primo incontro alla Fondazione Basso di Roma, nasce il Laboratorio per le Politiche della Conoscenza, LabPolK. Vuole essere uno spazio permanente di elaborazione e confronto in cui mondo scientifico, formazione, cultura, società e istituzioni discutono insieme del ruolo della conoscenza nel futuro del paese, non l'ennesimo luogo in cui gli addetti ai lavori parlano solo dei problemi dell'università e della ricerca.
Il punto di partenza è una contraddizione. Intelligenza artificiale, biotecnologie, neuroscienze, robotica, tecnologie quantistiche e transizione energetica stanno cambiando lavoro, medicina, educazione e relazioni sociali, ma la politica raramente è sembrata così poco attrezzata a comprenderne la portata e ad anticiparne le conseguenze.
La stessa tecnologia può produrre opportunità o creare disuguaglianze. Un algoritmo può aiutare a individuare precocemente una patologia, ma può anche riprodurre le discriminazioni presenti nei dati con cui è stato addestrato. Un sistema di riconoscimento facciale può facilitare l'identificazione di una persona scomparsa o diventare uno strumento di sorveglianza sistematica. La scienza può dire che cosa è tecnicamente possibile e quali rischi si possono stimare; non può stabilire da sola quali obiettivi una società debba perseguire né come distribuire costi e benefici. Quelle sono scelte politiche.
Per questo le politiche della conoscenza non coincidono con quelle della ricerca e della formazione. Comprendono i finanziamenti, il reclutamento e l'università, ma anche la scuola, la formazione permanente, la comunicazione scientifica, l'accesso ai dati e la capacità delle amministrazioni pubbliche di usare conoscenza qualificata. Riguardano chi possiede la conoscenza, chi controlla i dati necessari a produrla, chi stabilisce gli obiettivi dell'innovazione e chi ne sostiene rischi e costi.
Non si tratta di affidare le decisioni agli scienziati. La scienza deve conservare autonomia nel produrre conoscenza, la politica la responsabilità di definire gli obiettivi collettivi. Quello che manca è un'interfaccia stabile tra i due mondi, ed è questa che il LabPolK si propone di contribuire a ricostruire.
https://www.scienzainrete.it/articolo/labpolk-conoscenza-orientare-futuro-del-paese/rino-falcone/2026-10-14
La guerra in Ucraina ha avuto effetti economici in tutta Europa, ma non uniformi. Secondo uno studio pubblicato su Networks and Spatial Economics, la distanza geografica dal conflitto ha avuto un ruolo centrale nel determinare l'intensità dell'impatto sui diversi paesi europei.
Il punto di partenza è il modello gravitazionale, che gli economisti usano da decenni per spiegare i flussi commerciali: economie grandi e vicine tendono a commerciare di più, mentre la distanza aumenta i costi e riduce gli scambi. Lo studio introduce il conflitto come una «massa negativa» che destabilizza il mercato europeo, con effetti che tendono a ridursi man mano che ci si allontana dall'epicentro.
I ricercatori hanno analizzato i dati di 42 paesi europei tra il 2018 e il 2022, confrontando crescita del prodotto interno lordo, inflazione e distanza dall'Ucraina. Nel 2022 i paesi più vicini hanno registrato un rallentamento economico significativamente più forte di quelli più lontani, e aumenti dei prezzi mediamente più elevati. Per l'inflazione la spiegazione principale è l'energia: l'interruzione delle relazioni economiche con la Russia, le tensioni sulle forniture di gas e petrolio e l'aumento dei costi logistici hanno colpito in modo particolarmente intenso l'Europa centro-orientale.
Per capire se la relazione dipendesse dalla guerra e non dalla pandemia, i ricercatori hanno guardato anche agli anni precedenti: tra il 2018 e il 2020 la distanza dall'Ucraina non mostrava alcuna relazione significativa con la crescita. La correlazione emerge chiaramente solo nel 2022, dopo l'invasione russa.
Due risultati riguardano le alleanze. I paesi della NATO sembrano aver mostrato una maggiore capacità di resistenza economica rispetto ai non membri, cosa che secondo i ricercatori potrebbe dipendere dalla stabilità geopolitica percepita dagli investitori e dal coordinamento politico e strategico garantito dall'alleanza. La semplice appartenenza all'Unione europea, invece, non sembra aver prodotto effetti statisticamente significativi nel mitigare l'impatto del conflitto.
L'articolo è firmato dagli autori dello studio, Luigi Capoani e Piergiorgio Martini, con l'European Youth Think Tank.
https://www.scienzainrete.it/articolo/guerra-colpisce-di-pi%C3%B9-chi-vicino/european-youth-think-tank-luigi-capoani-piergiorgio
Il 31 dicembre 2026 scade il termine per applicare negli enti pubblici di ricerca le procedure di stabilizzazione previste dalla legge Madia (articolo 20, commi 1 e 2, del decreto legislativo 75 del 2017). Le precarie e i precari di otto enti, CNR, INAF, INFN, INGV, CREA, ISPRA, Stazione Zoologica Anton Dohrn e OGS, hanno scritto un comunicato congiunto che denuncia l'inerzia del governo davanti a questa scadenza. Lo abbiamo pubblicato.
Il rischio che indicano è questo: una parte consistente del personale precario, pur avendo i requisiti, può restare esclusa da qualunque percorso di stabilizzazione solo perché mancano un intervento normativo e risorse economiche adeguate. Si parla di migliaia di lavoratrici e lavoratori, molti impegnati da anni in attività di ricerca.
Le richieste al governo sono tre.
La prima è la proroga della norma, estendendo sia il termine per maturare i requisiti sia quello per svolgere le procedure concorsuali, così che tutti gli enti possano completare i percorsi già avviati e avviarne di nuovi.
La seconda riguarda le risorse per applicare pienamente il comma 1, cioè la stabilizzazione diretta di chi ha i requisiti. Servono perché il personale idoneo ma non ancora stabilizzato, già selezionato e formato dentro gli enti, non resti fuori per stanziamenti insufficienti.
La terza riguarda le risorse per pubblicare subito i bandi delle procedure concorsuali riservate previste dal comma 2, che a oggi sono bloccati o rallentati in diversi enti.
Il comunicato riconduce il precariato negli enti di ricerca ad anni di sottofinanziamento cronico del sistema, che scarica l'incertezza su ricercatrici, ricercatori, tecnologhe, tecnologi, personale tecnico e amministrativo.
Se il governo non darà seguito alle richieste in tempi rapidi, le precarie e i precari degli otto enti intendono portare avanti una mobilitazione unitaria con iniziative pubbliche e presidi. Auspicano anche che attorno a queste richieste si costruisca una piena unità sindacale.
https://www.scienzainrete.it/articolo/precariato-della-ricerca-pubblica-italiana-non-pu%C3%B2-aspettare/2026-10-13
Il congedo di maternità si chiama obbligatorio perché l'obbligo è del datore di lavoro. La legge gli impone il «divieto di adibire alla mansione» per i 5 mesi di astensione, da suddividere tra i mesi a cavallo del parto, e prevede una sanzione in caso di mancata applicazione. Per la madre l'astensione dal lavoro è un diritto. L'obbligo è stato messo in capo alla parte datoriale perché storicamente, senza divieto e senza sanzione, i datori di lavoro tendevano a imporre alle donne di continuare a lavorare.
In un'intervista alla Stampa la ministra per la Famiglia, la natalità e le pari opportunità Eugenia Roccella ha preso posizione contro l'ipotesi di rendere obbligatorio il congedo paritario: «Non amo gli obblighi, specie quelli che entrano nelle relazioni». Estendere ai padri il congedo di 5 mesi vorrebbe dire però condividere un diritto.
Lo mostra il cosiddetto congedo obbligatorio per i padri, che dura 10 giorni e non prevede alcun divieto in capo al datore di lavoro. Nel 2024 ne hanno usufruito 181.777 padri lavoratori dipendenti, poco più del 64 per cento degli aventi diritto, e solo un quarto dei padri lo utilizza per l'intera durata. Il 59 per cento dei beneficiari vive al Nord e l'utilizzo è più frequente tra chi ha un contratto stabile e un impiego a tempo pieno.
Per le donne lo svantaggio lavorativo dopo la nascita di un figlio resta concreto. Nel 2025 il tasso di occupazione delle donne tra 25 e 49 anni con almeno un figlio in età prescolare era del 58,1 per cento, contro il 77,4 per cento delle coetanee senza figli. Secondo i dati raccolti da Save the Children il 20 per cento delle donne smette di lavorare dopo essere diventata madre.
Nel libro Invisibili la giornalista Caroline Criado Perez parte dal caso della Svezia: il reddito futuro di una madre aumenta in media del 7 per cento per ogni mese di congedo obbligatorio di cui usufruisce il padre. I padri, inoltre, utilizzano il congedo solo quando la legge prevede quote obbligatorie specifiche per loro, separate da quelle delle madri.
La proposta di legge delle opposizioni bocciata alla Camera puntava a un modello paritario: 5 mesi di congedo obbligatorio e non trasferibile per ciascun genitore, retribuiti al 100 per cento dello stipendio.
https://www.scienzainrete.it/articolo/congedi-paritari-dove-sbaglia-ministra-roccella/barbara-piccininni/2026-10-12
Il 9 ottobre 2026 il premio Nobel per la pace è stato assegnato a Navanethem «Navi» Pillay, giurista sudafricana, per il suo impegno «per promuovere la pace e il diritto internazionale». Il Comitato per il Nobel ha sottolineato che «il diritto internazionale non è più soltanto un complemento alla pace e alla sicurezza: è una necessità assoluta».
Nata nel 1941 a Durban, Pillay è cresciuta sotto il regime di apartheid ed è stata la prima donna non bianca ad aprire uno studio legale nella sua provincia. Nel 1995 è stata eletta giudice del Tribunale penale internazionale per il Ruanda, il primo tribunale internazionale a pronunciare una condanna per il crimine di genocidio. In quella veste ha stabilito che lo stupro e la violenza sessuale, quando commessi con l'intenzione di distruggere in tutto o in parte un gruppo protetto, possono essere considerati atti costitutivi di genocidio.
Dal 2003 al 2008 è stata giudice della Corte penale internazionale, dal 2008 al 2014 Alta commissaria delle Nazioni Unite per i diritti umani. Ha poi presieduto fino al 2025 la Commissione d'inchiesta dell'ONU sui Territori palestinesi occupati, che nel settembre 2025 ha concluso, per la prima volta formalmente in sede ONU, che Israele ha commesso atti di genocidio contro la popolazione palestinese a Gaza. Oggi, a 85 anni, è giudice ad hoc della Corte internazionale di giustizia nel processo contro il Myanmar per genocidio contro la minoranza Rohingya.
Non sono mancate reazioni ostili. Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha accusato la giurista di aver «costruito un falso caso contro Israele». Poche ore dopo l'annuncio il segretario di stato USA Marco Rubio ha annunciato nuove sanzioni contro la Corte penale internazionale: il provvedimento, destinato a entrare pienamente in vigore tra sei mesi, vieterà alle persone fisiche e giuridiche statunitensi la gran parte delle transazioni con la Corte. Rubio ha dichiarato che «gli Stati Uniti proseguiranno la loro campagna per smantellare la CPI mattone dopo mattone».
Le misure statunitensi si inseriscono in un contesto più ampio di critiche. Diversi stati membri dell'Unione Africana hanno accusato la Corte di esercitare la giurisdizione in modo selettivo: dei circa quaranta individui incriminati nei primi quindici anni di attività, pressoché tutti erano cittadini di stati africani. Diversi stati che aderiscono allo Statuto, inoltre, si rifiutano di eseguire i mandati di arresto contro leader politici in carica: nel settembre 2024 la Mongolia ha accolto Vladimir Putin in visita ufficiale, nell'aprile 2025 Netanyahu è stato accolto in Ungheria con onori militari.
Il Comitato per il Nobel ha scritto che «un sistema giuridico internazionale in cui i criminali di guerra sono chiamati a rispondere e le vittime degli abusi vedono giustizia resa è precondizione di un mondo in pace».
https://www.scienzainrete.it/articolo/navi-pillay-non-c%C3%A8-pace-senza-giustizia/sofia-carra/2026-10-11
Il Nobel per la chimica 2026 è stato assegnato a Henri B. Kagan e Kenso Soai per le loro scoperte sugli effetti non lineari e sull'autocatalisi nella sintesi organica asimmetrica. I due hanno dimostrato che un piccolissimo squilibrio tra due forme speculari di una molecola può essere amplificato durante una reazione chimica, fino a far prevalere quasi completamente una delle due.
Le molecole che esistono in due forme speculari ma non sovrapponibili sono dette chirali, e le due forme si chiamano enantiomeri. Hanno gli stessi atomi e la stessa formula, ma possono comportarsi in modo molto diverso. Louis Pasteur osservò queste proprietà nel XIX secolo studiando i cristalli di acido tartarico: una forma deviava la luce polarizzata verso destra, l'altra verso sinistra.
In natura molte molecole essenziali, come gli amminoacidi e gli zuccheri, sono presenti prevalentemente in una sola forma chirale: è l'omochiralità. Nei farmaci una forma può avere l'effetto terapeutico desiderato, mentre l'altra può essere inattiva o persino tossica, come ha mostrato il caso della talidomide.
Per molto tempo, nelle reazioni capaci di generare due enantiomeri, il risultato più comune era una miscela 50:50, detta racemica. Per ottenere selettivamente una sola forma serviva di solito un elemento chirale già presente, come un catalizzatore o un ausiliario enantiomericamente puro.
Kagan mostrò che una piccola prevalenza iniziale di un enantiomero nel catalizzatore poteva produrre un eccesso molto maggiore dello stesso enantiomero nel prodotto finale. Il rapporto tra la chiralità del catalizzatore e quella del prodotto seguiva un andamento curvo, e non lineare come ci si sarebbe potuti aspettare: la chiralità poteva essere amplificata.
Soai cercò una reazione in cui fosse il prodotto stesso a funzionare da catalizzatore. Dopo molti tentativi ottenne una reazione in cui il prodotto chirale favorisce la formazione di altro prodotto con la stessa configurazione. È la reazione di Soai, descritta in una pubblicazione del 1995: un piccolo eccesso casuale di uno dei due enantiomeri può essere rinforzato dal meccanismo autocatalitico fino a ottenere, in alcuni casi, un materiale quasi enantiomericamente puro.
Oggi lo studio degli effetti non lineari aiuta a progettare sintesi più selettive per farmaci, composti biochimici e nuovi materiali.
https://www.scienzainrete.it/articolo/nobel-chimica-2026-allasimmetria-delle-molecole/chiara-derrico/2026-10-09
Paper mills: la firma su un articolo scientifico si compra
Su Facebook esiste un gruppo pubblico, «Scopus, WOS, publication», con più di dodicimila membri. Vi compaiono annunci di «servizi di pubblicazione e scrittura» che garantiscono prezzi convenienti, testo originale al 100 per cento e pubblicazione fra i cinque e i sette giorni. Per saperne di più si scrive su WhatsApp.
Lo abbiamo fatto, fingendoci clienti interessati alla fisica dell'informazione quantistica. Un «agente personale» che non ha rivelato il suo nome ci ha mandato una lista di articoli nei quali potevamo comparire come autori. Uno, sull'entanglement quantistico in presenza di rumore, a suo dire era già in fase di pubblicazione su Physics Letters A, rivista di Elsevier. La firma da primo autore costava 1.050 dollari, il secondo posto 730, il terzo 550, il quinto 390. Il quarto non era disponibile. Non abbiamo comprato niente e abbiamo avvisato Physics Letters A e le altre riviste della lista, chiedendo controlli sugli articoli in vendita.
Una fabbrica di articoli, o paper mill, vende la paternità di articoli già scritti e di cui è garantita la pubblicazione. Il prezzo dipende dalla posizione fra gli autori e dal prestigio della rivista. Alcune fabbriche plagiano articoli esistenti, altre comprano posti da coautore da ricercatori che li mettono in vendita, altre ancora scrivono da zero articoli di bassa qualità con l'intelligenza artificiale e dati sanitari pubblici. I clienti sono persone che hanno urgente bisogno di pubblicare e non hanno il tempo di scrivere: nel 2020 il municipio di Pechino ha decretato che per diventare medico primario servissero almeno tre pubblicazioni da primo autore.
Secondo Nature nel solo 2022 sono stati pubblicati circa 70.000 articoli di fabbrica, il 2 per cento di tutti quelli usciti quell'anno; la quota sale al 3 per cento in medicina e biologia. Si stima che una sola fabbrica russa, International Publisher LLC, fra il 2019 e il 2021 abbia guadagnato l'equivalente di 5,6 milioni di euro.
Le riviste identificano e ritirano sempre più articoli fraudolenti. Secondo Adam Marcus di Retraction Watch gli articoli ritirati sono passati negli ultimi 15 anni «da 500 all'anno a circa 10.000 nel solo 2025», ma quelli che dovrebbero essere ritirati sarebbero «almeno il doppio, se non di più». Nella banca dati di Retraction Watch i ritiri motivati ufficialmente dalle fabbriche di articoli sono il 17,4 per cento, «una stima molto prudente».
Marcus parla di «corsa agli armamenti»: più si diventa bravi a scoprire le fabbriche, più loro diventano brave a non farsi scoprire. Il sistema privilegia la quantità delle pubblicazioni rispetto alla qualità, e finché resterà così ci sarà chi è disposto a pagare per averne qualcuna in più sul curriculum.
https://www.scienzainrete.it/articolo/paper-mills-se-non-hai-tempo-scrivere-articoli-scientifici-basta-comprarne/lorenzo-manunza
Il premio Nobel per la Fisica 2026 è stato assegnato a Francis Halzen, dell'University of Wisconsin-Madison, per i contributi decisivi all'osservatorio IceCube e per la scoperta di neutrini ad alta energia provenienti dallo spazio.
Abbiamo intervistato Lucia Votano, fisica associata all'Istituto Nazionale di Fisica Nucleare. Votano si occupa di fisica astroparticellare e in particolare di neutrini, è stata direttrice del Laboratorio INFN del Gran Sasso e oggi partecipa all'esperimento Juno, un osservatorio gigante di neutrini nella Cina meridionale.
L'intervista si ascolta qui:
https://www.scienzainrete.it/articolo/neutrini-attraverso-ghiaccio/jacopo-mengarelli/2026-10-07
I bandi pubblici di ricerca italiani hanno ora linee guida che puntano ad allineare gestione e valutazione alle pratiche di ERC, DFG, NIH e UKRI, le agenzie di ricerca europea, tedesca, statunitense e britannica. Il documento, datato luglio 2026, è opera di un gruppo di esperti presieduto dall'infettivologo Matteo Bassetti e composto da Stefano Bertuzzi, Angela Liberatore, Carlo Mango, Francesca Pasinelli e Anna Pelagotti. Nasce da una proposta della senatrice a vita Elena Cattaneo ed è stato presentato al ministero dell'Università e della ricerca dalla ministra Anna Maria Bernini.
Le raccomandazioni sono dieci. La prima è una struttura professionale e permanente: funzionari a tempo pieno che gestiscono procedure e conflitti di interesse senza entrare nel merito scientifico. Sopra di loro, un Consiglio scientifico consultivo istituito per legge e indipendente dal ministero: la politica fissa bilancio e grandi priorità e non deve avere alcun ruolo nella scelta dei vincitori o dei revisori.
Almeno metà dei membri dei panel e dei revisori esterni deve venire da istituzioni non italiane. La peer review va su due livelli: almeno due o tre specialisti esterni per ogni proposta, poi un panel di generalisti. Ogni candidato riceve una valutazione dettagliata, con punteggio e posizione in graduatoria. I calendari vanno pubblicati con almeno dodici mesi di anticipo e il tasso di successo dichiarato prima, indicativamente fra il 15 e il 25 per cento. Si propone di vietare ai revisori l'uso dell'IA generativa per analizzare, riassumere o giudicare le proposte.
Gli esperti ricordano di aver svolto un ruolo «consultivo non vincolante» e raccomandano che il Consiglio scientifico e le garanzie contro le interferenze politiche siano codificati nella legislazione.
Restano le risorse. L'ultima tornata dei PRIN, valutata in quattro mesi, ha premiato 199 gruppi di ricerca su 4.279 proposte, con 260 milioni di euro disponibili e l'87 per cento dei revisori provenienti dall'estero. Il tasso di successo è di poco inferiore al 5 per cento, sotto la soglia del 15 sotto la quale, scrive il documento, la selezione scoraggia i candidati migliori e sovraccarica i revisori. L'Italia investe in ricerca e sviluppo l'1,3 per cento del PIL contro una media europea del 2,24.
Nel documento si legge: «Aumentare la quota di ricerca finanziabile è più efficace che perfezionare ulteriormente il sistema di selezione».
https://www.scienzainrete.it/articolo/pool-di-esperti-prova-ad-allineare-bandi-italiani-agli-standard-internazionali/luca-carra
Il Nobel 2026 per la fisiologia o medicina è andato a Karl Deisseroth, Peter Hegemann e Georg Nagel «per le scoperte sui canali ionici attivati dalla luce e sull’optogenetica». Il pezzo decisivo di questo strumento lo ha costruito la selezione naturale in un’alga unicellulare.
La storia comincia con una domanda di fisiologia cellulare: come fa Chlamydomonas reinhardtii, un’alga verde, a nuotare verso la luce. Nel 1991 Hegemann e Hartmann Harz misurarono le correnti elettriche prodotte dall’illuminazione e videro che erano troppo rapide per una cascata di secondi messaggeri: sensore e canale potevano coincidere nella stessa proteina. Fra il 2002 e il 2003 furono caratterizzate le canalrodopsine, proteine di membrana che sono esse stesse canali ionici aperti direttamente dalla luce. Nel 2005 Edward Boyden, Feng Zhang e Deisseroth, in collaborazione con Nagel ed Ernst Bamberg, introdussero il gene in neuroni di ratto in coltura: impulsi di luce blu evocavano potenziali d’azione con precisione dell’ordine del millisecondo.
La canalrodopsina ha bisogno di retinale, il derivato della vitamina A che assorbe il fotone, e nei neuroni dei mammiferi quello già presente bastava. Una proteina di un’alga funziona in un neurone di roditore perché la vita sulla Terra discende da un antenato comune e conserva un nucleo profondo di macchinari molecolari. La stessa logica vale per la proteina fluorescente verde, che viene da una medusa, per l’enzima resistente al calore della reazione a catena della polimerasi, isolato da un batterio delle sorgenti termali di Yellowstone, e per CRISPR, un sistema immunitario adattativo con cui i batteri si difendono dai virus.
Se ne ricava un argomento a favore della ricerca di base. Nessuno poteva prevedere che la fototassi di un’alga avrebbe fornito il controllo ottico dei neuroni. Sono migliaia gli organismi studiati per curiosità senza che ne sia derivata alcuna ricaduta strumentale. Finanziare la ricerca mossa dalla curiosità significa campionare in modo ampio lo spazio delle soluzioni evolute, accettando che la gran parte dei campioni non produca strumenti: è l’unica strategia razionale quando non si sa dove cercare.
Con l’optogenetica ci si può chiedere se attivare una popolazione di neuroni produce un comportamento e se silenziarla lo abolisce. Serve però prudenza: la luce impone ai neuroni bersaglio una sincronia e una regolarità di scarica che l’attività spontanea non ha. In clinica, nel 2021 José-Alain Sahel e colleghi hanno descritto un recupero parziale della funzione visiva in un paziente con retinite pigmentosa. È un caso singolo e la funzione rimane lontana dalla norma.
La regola del Nobel limita a tre i premiati. Boyden firmò come primo autore il lavoro del 2005 e ne rivendica la coideazione. Gero Miesenböck aveva ottenuto già nel 2002 il primo controllo ottico geneticamente codificato dei neuroni.
https://www.scienzainrete.it/articolo/lalga-che-cercava-luce-nobel-loptogenetica-e-lezione-dellevoluzione/gilberto-corbellini
