𝑅𝑜𝑐𝑘&𝑀𝑒𝑡𝑎𝑙 𝐵𝑎𝑙𝑙𝑎𝑑𝑠
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La ballad è l'essenza di una band, il cuore morbido che si cela dietro la dura corazza dell'heavy metal.
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Never Say Goodbye fu estratta come quarto e ultimo singolo dal terzo album in studio del gruppo, Slippery When Wet, nell'agosto del 1987. Non riuscì a raggiungere la top 10 della Billboard Hot 100 come le tre precedenti hit estratte dal disco, ma si piazzò comunque alla posizione #21 della Official Singles Chart nel Regno Unito.
La canzone è famosa per essere stata la prima vera e propria power ballad del gruppo, genere di cui i Bon Jovi diventeranno dei veri specialisti negli anni successivi. Per questo motivo, il brano è in netto contrasto con diverse altre tracce di Slippery When Wet, dal momento che è cantata con ritmo più lento e appare decisamente poco ottimista. Il suo testo, infatti, tratta di una relazione tra due giovani amanti, il cui desiderio è quello di stare insieme e di non separarsi mai.
Non sono un grande fan di Bon Jovi, ma questa ballad fu una delle prime, tra le migliori a mio avviso e inserita nel contesto di un album davvero bello.
E quindi buon ascolto con Never Say Goodbye, Bon Jovi 🖤
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Si tratta di una cover del brano di Billy Roberts, scritto nel 1962. Il singolo viene fatto sentire al direttore artistico della Decco, il quale lo liquida dicendo che non era nulla di che, e che non vede potenziale nel brano. Colui che invece vede il grande potenziale nel brano è Kim Lambert, manager degli Who. Grazie a lui, il singolo prodotto da Chas Chandler, viene pubblicato nel Regno Unito, entrando nella classifica britannica dei dischi più venduti di sempre.
Jimy è la ricerca dell’immaginifico senza essere mai barocco; Jimi ha insegnato all’hard e al metal, al grunge e al garage, per quattro generazioni, quante cose si possano fare con solo sei corde, senza mai essere scolastici.
E come si sta su un palco, inchiodando gli spettatori al posto, senza bisogno nemmeno delle ancelle ritmiche. Il piu grande chitarrista di sempre nella sua ballad piu famosa.
Hey Joe. Buon ascolto🖤
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In un album pieno di energia (1971), sesso e chitarre sfrontate come Sticky Fingers, Moonlight Mile spunta alla fine come un sussurro inatteso. È quella canzone che arriva quando il party è finito, gli amplificatori sono spenti e restano solo la strada, la luna e qualche pensiero in tasca.
Il riff iniziale è una chitarra acustica morbida e ipnotica, suonata da Mick Taylor, che più che aprire un pezzo sembra aprire un diario. Subito dopo arriva la voce di Jagger, molto lontana dal frontman provocatore a cui siamo abituati: qui è intimo, stanco, dolce, come un viaggiatore che ha fatto mille chilometri e ha ancora voglia di raccontarti cosa ha visto.
Il testo è poetico, rarefatto, quasi zen:
"I’m riding down your moonlight mile tonight…"
Una frase semplice, ma che dice tutto: solitudine, desiderio, malinconia.
Gli archi, arrangiati in punta di dita, entrano senza invadere. Non c’è esibizionismo, solo atmosfera. È rock? È soul? È qualcosa che gli Stones non hanno fatto spesso, ed è proprio per questo che funziona: mostra un volto vulnerabile, elegante e sorprendentemente profondo della band.
Moonlight Mile” è la fine perfetta per un disco carico, la sigaretta fumata da soli fuori dal locale, il pensiero che ti resta addosso.
Non è la canzone che ti fa saltare… è quella che ti fa sentire.
Buon ascolto e buona domenica 🙋🏻♂️
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Il video ha molti riferimenti alla gioventù dei Floyd a Cambridge, dove sono cresciuti Syd Barrett, Roger Waters e David Gilmour, le sciarpe universitarie, le biciclette e le barche sul fiume.
In particolare molte scene sono ambientate nel St. John's College, incluso il Ponte dei Sospiri . Viene mostrato anche un busto di grandi dimensioni di Syd Barrett. Successivamente sarebbe stato utilizzato nelle esibizioni dal vivo durante il Division Bell Tour dei Pink Floyd del 1994 e visto nel video PULSE.
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High hopes è il brano che chiude The Division Bell e che, per 20 anni, ha chiuso anche la storia discografica dei Pink Floyd.
Simbolicamente la canzone parte da ricordi d’infanzia di Gilmour per arrivare a quello che all’epoca voleva essere un lascito universale della band e probabilmente proprio in un senso di summa generale, si possono trovare molte citazioni del passato floydiano: l’intro con le campane che ricorda molto quello di Fat Old Sun, il cinguettio degli uccelli e il ronzio delle mosche, molto simili a Grandchester Meadows, fino alla marcetta della parte orchestrale centrale, che riporta a Bring The Boys Back Home.
Il tema di fondo della canzone si può accostare a quello di A Great Day For Freedom, ovvero i sogni e le ambizioni di gioventù tradite da una vita che non è andata nel modo in cui doveva andare, bruciando le speranze di una generazione intera.
Ma in una vita (e in una carriera) che volge al termine, il compito di portare avanti il lavoro e cambiare il mondo spetta a qualcun altro, alle nuove generazioni.
Questo messaggio può avere sia una valenza a livello umano che musicale, come a dire “noi finiamo qui il nostro percorso, abbiamo rivoluzionato per sempre la storia della musica, ora tocca a qualcun altro darsi da fare”.
E non è un caso che questa sorta di testamento universale sia proprio scritto nelle ultime frasi dell’ultima canzone di quello che per vent’anni è stato l’ultimo album della band
“The dawn mist glowing / The water flowing / The endless river / Forever and ever – L’alba si vaporizza incandescente / L’acqua scorre / Nel fiume senza fine / Sempre e per sempre”.
E sarà proprio quell’endless river, quel fiume senza fine, che rappresenta l’eredità musicale infinità lasciata dai Floyd, a dare il titolo all’ultimo album della band, del 2014.
Ma questa è un’altra storia
Uno dei miei brani preferiti dei Floyd 🥰
Buon Ascolto con questo capolavoro
High Hopes, Pink Floyd ❤️
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Brano conclusivo del primo atto, Through Her Eyes è una power ballad calata nell'atmosfera concept dell'album (del quale rappresenta la scena conclusiva del primo atto) e presenta un arrangiamento molto semplice rispetto agli standard del gruppo. Esso è infatti caratterizzato da un riff di chitarra acustica di John Petrucci e dalla totale assenza di Mike Portnoy che lascia il posto ad una batteria elettronica. Il basso di John Myung, invece, esegue continue fioriture nei passaggi tra un accordo e l'altro.
Il significato intrinseco si ricollega al tema del concept album Metropolis pt 2, Scenes From a Memory e di quanto si possa conoscere tutto di una persona soltanto guardandola negli occhi, di come si possa ripercorrere all'indietro qualsiasi dramma subito, tragedia o perdita o amore irrisolto.
Gli occhi sono tutto ciò che serve per conoscere una persona.
Un pezzo colossale, morbido, profondo. I Dream Theathre non deludono mai.
Buon ascolto🖤
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