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5 – LE INTERCETTAZIONI LASCIANO POCO SPAZIO A FRAINTENDIMENTI Se c’è un elemento che inchioda l’impianto accusatorio, è il materiale intercettivo. Telefonate, intercettazioni ambientali, chat, server. Secondo l’ordinanza della Procura di Genova è una prova diretta della destinazione dei fondi. Le intercettazioni riguardano zaini rossi pieni di contanti, mazzette contate in auto e di consegne da 150, 180 o 250 mila euro. E ancora: soldi nascosti in container, tra apparecchi medici oppure negli indumenti. Ai dati tecnici si aggiungono i file sequestrati: contabilità parallele, tabelle con nomi e cifre, documenti che parlano di stipendi ai prigionieri e di "pensioni" pagate alle famiglie dei martiri. E poi le foto, gli incontri, i ringraziamenti ufficiali dei vertici di HAMAS. Secondo la Procura, non si tratta di indizi isolati ma di un corpus probatorio convergente. Il denaro raccolto in Italia, sotto l’etichetta della beneficenza, arriva regolarmente a destinazione. E lo fa in modo sistematico. Tutto ciò – va ricordato – emerge dall’ordinanza di custodia cautelare, emessa dalla Procura di Genova. Un atto che, più che raccontare un singolo reato, squarcia il velo su un sistema strutturato di finanziamento del terrorismo, radicato e profondamente mimetizzato nel tessuto della solidarietà e del nostro paese.

4 – L’INCHIESTA PARTITA DA GENOVA, SI ALLARGA ALL’ITALIA E ALL’EUROPA L’inchiesta non si ferma a Genova. Stando a quanto abbiamo letto sull'ordinanza, si irradia dal capoluogo ligure verso Milano, Roma, Bergamo, Torino, Modena, Firenze: la mappa italiana disegnata dalla Procura è davvero ampia. Ogni città è un nodo, ogni sede – spesso non dichiarata – un centro di raccolta e coordinamento, come l’associazione madre. E travalica anche i confini. L’ABSPP è indicata come la cellula italiana della Union of Good, il cartello internazionale di charities che, secondo numerose autorità occidentali, coordina il finanziamento globale di HAMAS. Francia, Germania, Regno Unito, Austria, Olanda: le organizzazioni “sorelle” compaiono tutte nell’ordinanza. La Turchia, invece, emerge come snodo logistico centrale. È lì che passano i corrieri di contante ed è lì che opera il sistema "hawala", vale a dire una rete di intermediari per spostare fondi senza muovere fisicamente contanti attraverso i canali bancari tradizionali. Da lì, i fondi raggiungono Gaza e la Cisgiordania, alimentando associazioni ritenute sotto il controllo diretto dell’organizzazione terroristica. Secondo la Procura di Genova, quella genovese è una delle tante centraline regionali che consentono ad HAMAS di mantenere flussi finanziari costanti anche quando i canali ufficiali vengono interrotti.

3 – DAVANTI ORGANIZZAZIONI UMANITARIE, DIETRO SOSTEGNO AL TERRORISMO Sempre all’interno dell’atto della Procura di Genova, apprendiamo che al centro dell’inchiesta ci sono diverse associazioni, apparentemente nate per raccogliere, tra le altre cose, fondi a sostegno della popolazione palestinese. È qui che la solidarietà, da strumento di beneficenza, è diventata sorgente di finanziamenti illeciti al terrorismo. L’ABSPP – Associazione Benefica di Solidarietà con il Popolo Palestinese – è la struttura storica fondata negli anni Novanta e guidata proprio da Hannoun. Dopo la riapertura delle indagini nel 2023, accanto all’ABSPP sono comparse prima La Cupola d’Oro, costituita a Milano nel dicembre 2023 e poi, più recentemente, La Palma, registrata a Bergamo nel gennaio 2025. Stesse finalità dichiarate, sostegno finanziario alla popolazione palestinese ma con alle spalle gli stessi uomini e lo stesso reale obiettivo e non quello della beneficenza. Tra le causali dei bonifici, ricorrono spesso le stesse diciture: “orfani”, “pacchi viveri”, “Ramadan” o “emergenze umanitarie”. Parimenti, però, l’analisi contabile restituisce altri dati: almeno il 71% dei fondi inviati all’estero finisce, direttamente o indirettamente, a entità controllate da HAMAS. Una percentuale approssimativa, sottolinea la Procura, dal momento che questo è solo ciò che è stato possibile tracciare, non potendo quantificare con precisione il denaro contante. Accanto alle associazioni operative è poi emerso il nome di INFOPAL, un’agenzia di stampa finanziata stabilmente dall’ABSPP. Agenzia di informazione sulla faccia ma, in realtà, fucina della propaganda di Hamas, essenziale per legittimare l’operato della rete e costruire un forte consenso intorno a essa. Si tratterebbe quindi di un sistema basato sull’elusione, pronto a rigenerarsi ogni volta che un conto viene bloccato o un’associazione viene attenzionata.

2 – MOHAMMAD HANNOUN E GLI ALTRI INDAGATI DALLA PROCURA Al centro dell’inchiesta della Procura di Genova, come abbiamo appreso dalla lettura dell’ordinanza di custodia cautelare, campeggia un nome su tutti: Mohammad Hannoun. Secondo gli inquirenti, c’è lui al vertice della cellula italiana di HAMAS, il perno attorno al quale ruota tutto il sistema articolato di uomini, sedi e associazioni. Hannoun non viene descritto come un semplice attivista, ma come un membro del comparto estero dell’organizzazione terroristica e il principale referente per la raccolta fondi in Italia. Attorno ad Hannoun, tuttavia, si muove una struttura capillare. Sono 9 in totale i destinatari principali delle misure cautelari, tutti indicati come parte integrante del meccanismo di finanziamento: da Ra’Ed Hussny Moussa Dawoud, responsabile della filiale milanese dell’ABSPP, a Raed Al Salahat per la Toscana, fino a Osama Alisawi, ex ministro del governo di HAMAS a Gaza e snodo fondamentale nella ricezione dei fondi. Figure diverse con un obiettivo comune: raccogliere fondi destinati a foraggiare il terrorismo. L’ordinanza descrive anche una suddivisione territoriale sparsa in tutta Italia, da Milano, a Roma, a Firenze, a Torino fino al Sud Italia. Passando, ovviamente, per Genova. Ogni area ha i suoi referenti, incaricati di raccogliere denaro contante, gestire donazioni, mantenere i rapporti con gli affiliati e convogliare le somme verso il centro decisionale. Una rete che, secondo la Procura, funziona come un sistema a “vasi comunicanti”. Accanto agli indagati principali compaiono poi soggetti con ruoli operativi o di supporto: gestori di conti correnti, delegati bancari, referenti logistici. E non mancano i cosiddetti “prestanome”, spesso cittadini italiani, intestatari di nuove associazioni o usati per aprire rapporti finanziari meno esposti ai controlli. Una strategia chiara, discussa nelle intercettazioni, per aggirare i blocchi imposti dopo il 7 ottobre 2023. Secondo quanto riportato nell’atto della Procura di Genova, questa non è una galassia spontanea di solidarietà, ma una struttura gerarchica, coordinata e consapevole. Ogni anello conosce la propria funzione. E il vertice, Hannoun, appare come il regista capace di tenere insieme propaganda, raccolta fondi e collegamenti internazionali.

Dalle intercettazioni sul caso Hannoun, è emerso anche il nome dell'imam di Torino, indicato come responsabile del movimento
Dalle intercettazioni sul caso Hannoun, è emerso anche il nome dell'imam di Torino, indicato come responsabile del movimento di denaro in Piemonte, costa Adriatica, Sicilia e Sardegna

Stefania Ascari, deputata del Movimento 5 Stelle, siede nella Commissione parlamentare Antimafia. È un dato istituzionale, no
Stefania Ascari, deputata del Movimento 5 Stelle, siede nella Commissione parlamentare Antimafia. È un dato istituzionale, non un’opinione. Ed è proprio questo dato a rendere politicamente esplosiva la rete di rapporti che la legano a Mohammad Hannoun, oggi arrestato nell’ambito dell’inchiesta sui finanziamenti a Hamas. Ascari non è una figura marginale in questa vicenda. I fatti documentati dicono che: 1. Ha intrattenuto rapporti diretti e continuativi con Hannoun, presidente dell’A.B.S.P.P. e figura centrale del circuito oggi sotto inchiesta. 2. Ha partecipato con Hannoun e con Alessandro Di Battista a due viaggi in Siria, presentati come missioni umanitarie e politiche. 3. Ha organizzato e autorizzato una conferenza stampa alla Camera dei Deputati in cui Hannoun è stato ospite e relatore, garantendogli una legittimazione istituzionale piena. 4. Ha promosso e rilanciato pubblicamente le raccolte fondi riconducibili alle associazioni di Hannoun, chiedendo contributi. Non stiamo parlando di una foto casuale, di un incontro fugace o di una presenza marginale. Parliamo di viaggi, eventi istituzionali, attività di sostegno politico e mediatico, raccolte fondi. Oggi sappiamo — perché lo dicono le carte giudiziarie — che una parte rilevante di quelle raccolte non era destinata agli aiuti umanitari, ma sarebbe confluita nel finanziamento di Hamas. È un dato in fase processuale, ma già sufficiente a porre un problema politico immediato. Ed è qui che la questione diventa insostenibile. Una deputata che: 1. ha legittimato pubblicamente un soggetto oggi accusato di finanziamento al terrorismo, 2. ha promosso le sue iniziative, 3. ha chiesto donazioni per le sue associazioni, può davvero continuare a sedere nella Commissione Antimafia, l’organo parlamentare che dovrebbe vigilare proprio su reti criminali, finanziamenti illeciti, circuiti opachi e collegamenti internazionali? La domanda non è giudiziaria. È politica, istituzionale e morale. Se la Commissione Antimafia deve mantenere credibilità, non può permettersi zone grigie, né cortocircuiti di questo livello. Per questo la domanda è semplice, e non può più essere elusa: Stefania Ascari non ritiene opportuno dimettersi dalla Commissione Antimafia? Non per una condanna. Ma per una questione di responsabilità istituzionale. Nella foto: #Hannoun #Ascari #DiBattista

2 – MOHAMMAD HANNOUN E GLI ALTRI INDAGATI DALLA PROCURA Al centro dell’inchiesta della Procura di Genova, come abbiamo appreso dalla lettura dell’ordinanza di custodia cautelare, campeggia un nome su tutti: Mohammad Hannoun. Secondo gli inquirenti, c’è lui al vertice della cellula italiana di HAMAS, il perno attorno al quale ruota tutto il sistema articolato di uomini, sedi e associazioni. Hannoun non viene descritto come un semplice attivista, ma come un membro del comparto estero dell’organizzazione terroristica e il principale referente per la raccolta fondi in Italia. Attorno ad Hannoun, tuttavia, si muove una struttura capillare. Sono 9 in totale i destinatari principali delle misure cautelari, tutti indicati come parte integrante del meccanismo di finanziamento: da Ra’Ed Hussny Moussa Dawoud, responsabile della filiale milanese dell’ABSPP, a Raed Al Salahat per la Toscana, fino a Osama Alisawi, ex ministro del governo di HAMAS a Gaza e snodo fondamentale nella ricezione dei fondi. Figure diverse con un obiettivo comune: raccogliere fondi destinati a foraggiare il terrorismo. L’ordinanza descrive anche una suddivisione territoriale sparsa in tutta Italia, da Milano, a Roma, a Firenze, a Torino fino al Sud Italia. Passando, ovviamente, per Genova. Ogni area ha i suoi referenti, incaricati di raccogliere denaro contante, gestire donazioni, mantenere i rapporti con gli affiliati e convogliare le somme verso il centro decisionale. Una rete che, secondo la Procura, funziona come un sistema a “vasi comunicanti”. Accanto agli indagati principali compaiono poi soggetti con ruoli operativi o di supporto: gestori di conti correnti, delegati bancari, referenti logistici. E non mancano i cosiddetti “prestanome”, spesso cittadini italiani, intestatari di nuove associazioni o usati per aprire rapporti finanziari meno esposti ai controlli. Una strategia chiara, discussa nelle intercettazioni, per aggirare i blocchi imposti dopo il 7 ottobre 2023. Secondo quanto riportato nell’atto della Procura di Genova, questa non è una galassia spontanea di solidarietà, ma una struttura gerarchica, coordinata e consapevole. Ogni anello conosce la propria funzione. E il vertice, Hannoun, appare come il regista capace di tenere insieme propaganda, raccolta fondi e collegamenti internazionali.

1 – ARRESTO DI MOHAMMAD HANNOUN: PERCHÉ È STATA RIAPERTA L’INCHIESTA Dopo un'attenta lettura del testo dell'ordinanza di custodia cautelare della Procura di Genova, in merito alla rete di finanziamenti ad HAMAS passati come raccolte fondi a scopo umanitario qui in Italia, con al centro Mohammad Hannoun, abbiamo appreso che il procedimento è il risultato di una stratificazione investigativa durata anni. L’indagine è stata ripresa in mano dagli inquirenti solo in seguito all’attacco contro i civili israeliani occorso il 7 ottobre 2023. Fascicoli, nomi e flussi finanziari apparentemente leciti sono adesso al vaglio degli inquirenti perché così tanto leciti non lo sono sembrati più. L’attività investigativa ha preso avvio il 18 ottobre 2023, con il deposito di una comunicazione di notizia di reato da parte della Digos di Genova e del Gico della Guardia di Finanza. Tuttavia, l’inchiesta è cominciata più di vent’anni fa, infatti è stato riaperto un procedimento del 2003, grazie anche alla trasmissione di nuova documentazione da parte delle autorità israeliane. Documenti, elenchi, materiale sequestrato e poi confrontato con i dati acquisiti in Italia. Un incastro che, secondo la Procura, restituisce piena coerenza al quadro accusatorio. Nel dicembre 2023, poi, con l’aiuto del Nucleo Speciale di Polizia Valutaria di Roma, incaricato di ricostruire nel dettaglio i flussi finanziari, l’inchiesta ha assunto una dimensione sistemica, andando oltre la singola associazione. L’ipotesi a quel punto si è fatta chiara: sotto la copertura di attività umanitarie a favore della popolazione palestinese in difficolta, Hannoun e gli altri hanno in realtà gestito per anni una rete stabile e organizzata di raccolta fondi destinati, in larga parte, al sostegno dell’organizzazione terroristica di HAMAS. Il contesto internazionale ha, poi, giocato un ruolo decisivo. Dopo il 7 ottobre, quando il riflettore si è di nuovo acceso sul caso, come emerge anche dall’atto della Procura di Genova, la rete non si è fermata ma si è adattata. Ed è proprio per questa capacità finanziaria camaleontica che gli inquirenti hanno capito di trovarsi di fronte non a iniziative isolate, ma a una vera e propria infrastruttura di supporto. Come spesso abbiamo ribadito, seguire il denaro è una pista eccezionale per smascherare gli illeciti.

Abbiamo deciso di leggere integralmente l'ordinanza di custodia cautelare emessa dal Tribunale di Genova a carico di Mohammad
Abbiamo deciso di leggere integralmente l'ordinanza di custodia cautelare emessa dal Tribunale di Genova a carico di Mohammad Hannoun e degli altri 9 indagati. Rimanete collegati, scioglieremo i nodi principali in cinque articoli 👇🏻

Qui tutti minacciano querele. "Querelerò chi diffonde notizie inventante e chiedo agli altri sindaci di seguirmi". Così in un
Qui tutti minacciano querele. "Querelerò chi diffonde notizie inventante e chiedo agli altri sindaci di seguirmi". Così in una nota la sindaca di Genova Silvia Salis. Non una parola sul riciclaggio, sulle indagini, sui fondi dirottati ad Hamas. Si preoccupa dei danni alla causa dei palestinesi. Ma benvenuta nel club di quelli che "non conosco #hannoun, solo una foto, pochi minuti" che sta diventando virale

⭕️Non solo pro Pal: il predicatore sfilava coi Fratelli musulmani In uno scatto Hannoun è insieme a Morsi, già processato, leader dell'islamismo radicale in Egitto Spunta una foto esclusiva che riguarda il filo Hamas Mohammad Hannoun, al centro dell'inchiesta che mira a smantellare la rete dell'organizzazione terroristica basata in Italia. Vediamo Hannoun non più solo al fianco dei capi di Hamas, ma vicino a Mohamed Morsi, incarcerato e processato per vari reati, uno dei leader dei Fratelli Musulmani in Egitto, l'organizzazione islamista fondata nel 1928 che vuole promuovere il risveglio islamico contro l'occidentalizzazione per rafforzare l'identità araba a discapito dei valori giudaico cristiani. Insomma, la "purezza" dell'islam e la sua centralità all'interno della società. Ma a comparire in quella foto è anche Izzedin Elzir, imam di Firenze e presidente dell'unione delle comunità islamiche d'Italia. Lo stesso che, intervistato due giorni fa dal Corriere fiorentino, aveva detto: "Conosco tutte le persone. Per me questa vicenda è una bolla di sapone". Ma lo dice perché supporta chi, come Hannoun, ascoltava in macchina canzoni che inneggiavano al 7 ottobre come scritto nell'ordinanza? O che gioiva per la morte di altri civili? O perché come si legge nel "The 2024 Handbook of Political Islam in Europe", c'è una conversazione tra uno degli autori del capitolo sull'Italia, il dottor Tommaso Virgili, ed Elzir, nella quale quest'ultimo afferma di non considerare Hamas un'organizzazione terroristica, bensì un gruppo di combattenti per la libertà. Ma non è Hannoun l'unico "fan" di Morsi. Diverse le foto che ritraggono Mohamad Shahin, l'imam di Torino per cui il Viminale ha chiesto l'espulsione, con la maglia delle dita che compongono il numero quattro, simbolo proprio dei Fratelli Musulmani. O i post di Shahin, che poi ha rimosso, che inneggiava proprio a Morsi e malediceva Abdel Fattah al-Sisi, Presidente d'Egitto. E, infatti, secondo il ministero degli Interni, Shahin era un esponente della fratellanza. E non è un caso che Shahin sia in parte legato al caso dell'arresto di Hannoun: Elsalay, uno dei 9 arrestati nella maxi operazione contro la cupola di Hamas in Italia, parlando con Shahin e riferendosi a El Shobky, gli contesta di avergli parlato di come l'associazione inviasse il denaro. Ali El Shobky è il referente piemontese di Abspp, colui che ha incontrato l'ex capo di Hamas Haniyeh. Perché parlava del giro di denaro di un'associazione che in teoria è distante da lui? E, soprattutto, rinnega la sua appartenenza alla fratellanza?

Su @linkiesta https://www.linkiesta.it/2025/12/hannoun-hamas-stefania-ascari-m5s-antimafia/ @maxcoccia pone una domanda legittima e doverosa: "Ma dopo tutto questo Stefania Ascari può ancora sedere nella Commissione parlamentare Antimafia? Non sarebbe invece opportuno un passo indietro, a tutela del lavoro della Commissione e della stessa deputata, e che il Movimento 5 stelle adottasse una linea di rigore coerente con quella che in passato ha rivendicato e preteso in vicende giudiziarie anche molto diverse da questa?"

Dal 1945 in poi, il continente ha conosciuto una fase inedita: pace prolungata, crescita economica, integrazione politica, progressiva espulsione della guerra dal lessico quotidiano. Un tempo sufficientemente lungo da farci credere che la storia avesse cambiato natura, che la violenza fosse diventata un residuo del passato, che il conflitto appartenesse ad altri luoghi e ad altri popoli. Oggi sappiamo che non era così. Quella fase non era la regola, ma una parentesi. E come tutte le parentesi storiche, prima o poi si chiude. La guerra è tornata sul continente europeo, la sicurezza si è incrinata, le categorie che avevamo archiviato — confine, nemico, riarmo, alleanza — sono riemerse con una rapidità che ha colto molti impreparati. Ma ciò che colpisce non è solo il ritorno del conflitto: è la nostra difficoltà a riconoscerlo. Abbiamo continuato a leggere il presente con gli strumenti del passato recente, non con quelli della lunga durata. Qualcosa di analogo è accaduto agli ebrei europei. Anche per loro, dal secondo dopoguerra in avanti, si è aperta una fase storicamente eccezionale: decenni di emancipazione, cittadinanza piena, integrazione culturale, libertà religiosa, assenza di persecuzione sistematica. Un tempo così lungo da far pensare che l’antisemitismo fosse stato definitivamente confinato nei manuali di storia, neutralizzato dalla memoria della Shoah, reso impraticabile dal progresso civile. Anche qui, l’errore è stato scambiare una condizione momentanea per la normalità permanente. La condizione ebraica in Europa occidentale, negli ultimi anni, ha smesso di somigliare a quella di una minoranza integrata e ha ricominciato ad assomigliare a quella di una presenza tollerata, condizionata, osservata. Non si tratta — o non ancora — di persecuzione nel senso storico del termine. Si tratta di qualcosa di più sottile e, proprio per questo, più difficile da nominare: un restringimento progressivo dello spazio sociale e simbolico. Come per l’Europa nel suo insieme, anche per gli ebrei il punto non è la brusca irruzione del pericolo, ma la fine dell’illusione di sicurezza permanente. L’antisemitismo non è “tornato”: ha semplicemente smesso di essere represso dal contesto. Ha trovato nuovi linguaggi, nuove giustificazioni, nuove legittimazioni morali. Si è adattato, come ha sempre fatto nella storia europea. Il parallelismo non è casuale. L’Europa che aveva creduto di essersi lasciata alle spalle la guerra per sempre è la stessa che aveva creduto di essersi lasciata alle spalle l’antisemitismo per sempre. In entrambi i casi, la fiducia non si fondava su una trasformazione profonda delle strutture culturali, ma su un equilibrio politico, economico e simbolico che oggi mostra tutte le sue crepe. Quando quell’equilibrio si incrina, riemerge ciò che era stato temporaneamente contenuto. Non è un caso che l’aumento dell’ostilità verso gli ebrei avvenga proprio mentre l’Europa sperimenta la fragilità del suo ordine. Le minoranze diventano, come sempre, il luogo su cui si proiettano paure più ampie: perdita di controllo, declino, fine delle certezze. La storia insegna che l’antisemitismo non ha bisogno di grandi crisi morali; gli basta la fine di una stabilità data per scontata. Il problema, oggi, non è solo politico. È concettuale. Continuiamo a pensare in termini di eccezione quando l’eccezione è finita. Continuiamo a parlare di “derive”, “rigurgiti”, “tensioni temporanee”, come se il quadro generale restasse intatto. Ma la parentesi si è chiusa. E il mondo che emerge non assomiglia a quello che avevamo interiorizzato come normale. La sfida non è tornare indietro — cosa impossibile — ma riconoscere il nuovo tempo storico in cui siamo entrati. Solo così si può evitare l’errore più grave: quello di interpretare i segnali del presente come anomalie, invece che come sintomi. La pace, come l’assenza di persecuzione, non è uno stato naturale della storia. È una costruzione fragile, reversibile, sempre provvisoria. Averlo dimenticato è stato comprensibile. Continuare a dimenticarlo, oggi, è pericoloso. Carmen Dal Monte

https://www.soloriformisti.it/guerra-e-antisemitismo-il-ritorno-della-storia-nel-cuore-della-fragile-europa-contemporanea/ di Carmen DalvMonte GUERRA E ANTISEMITISMO: IL RITORNO DELLA STORIA NEL CUORE DELLA FRAGILE EUROPA CONTEMPORANEA Per l’Europa, come per gli ebrei europei, la sfida non è tornare indietro — cosa impossibile — ma riconoscere il nuovo tempo storico in cui siamo entrati. Solo così si può evitare l’errore più grave: quello di interpretare i segnali del presente come anomalie, invece che come sintomi. Leggi l'articolo completo 👇👇👇

Qui si concentravano giovani, famiglie, altri militanti del movimento sionista come lui. Eppure anche qui, come nei DP camps europei, a un certo punto ci si ribellò all’inerzia e alla disperazione: si studiava, si discuteva, si rafforzava un’identità politica e culturale che avrebbe trovato espressione negli anni successivi la fondazione dello stato di Israele. L’internamento non riuscì a spezzare la determinazione di chi vedeva nella Palestina mandataria la possibilità di ricominciare. Nel 1947 Katz ottenne finalmente un certificato di immigrazione e poté lasciare Cipro per trasferirsi, come membro dell’Hashomer Hatzair, al confine con il Libano. Visse per un po’ nel kibbutz Eilon, dopodiché nell’ottobre del 1948 fu uno dei fondatori del kibbutz Ga’aton, in Galilea, dove visse fino alla morte. Quell’esperienza a Cipro rimase parte integrante del suo percorso: una tappa obbligata tra la sopravvivenza e la costruzione di una nuova vita, segnata dall’impegno collettivo nel nascente Stato di Israele. Una tappa che, in quanto artista e illustratore, ha riversato anche nelle sue opere. Le vicende di Rose Lipszyc e Shmuel Katz mostrano come Cipro sia stata, per molti sopravvissuti alla Shoah, un nuovo incubo alla fine del precedente. Dietro il filo spinato dei campi britannici si concentrarono dolore, rabbia ma anche la speranza mai persa, in un’attesa forzata che segnò profondamente una generazione già provata dall’orrore. Quella dei campi di internamento di Cipro ritorna, quindi, come l’ennesima pagina della Storia scomoda ma essenziale per comprendere come la liberazione dei campi in Europa non abbia coinciso con una concreta salvezza.

Rose Lipszyc e Shmuel Katz sono stati due sopravvissuti alla Shoah. Le loro storie sono state diverse, tuttavia sono stati le
Rose Lipszyc e Shmuel Katz sono stati due sopravvissuti alla Shoah. Le loro storie sono state diverse, tuttavia sono stati legati da un’esperienza comune: l’illusione della libertà con la fine della persecuzione nazista, che ha coinciso con l’internamento nei campi britannici di Cipro. Per loro, come per molti altri ebrei scampati allo sterminio, Cipro non fu solo una semplice tappa a metà tra l’Europa e l’Yishuv, rappresentò un altro muro, un altro ostacolo apparentemente insormontabile. I campi di internamento di Cipro, infatti, non ebbero solo lo scopo di contenere fisicamente coloro che cercavano salvezza nel Mandato. Così come in molte altre occasioni che abbiamo descritto - ad esempio la deportazione degli ebrei alle Mauritius -, anche in questo caso l’obiettivo britannico fu quello di scoraggiare in tutti i modi l’immigrazione clandestina ebraica, l’Aliyah Bet. Dopo essersi salvata grazie a documenti falsi e sotto le mentite spoglie di una bambina polacca, Rose Lipszyc intraprese un lungo cammino a piedi verso il Mediterraneo. Come migliaia di altri profughi ebrei, voleva emigrare nella Palestina mandataria, l’unico luogo che dopo lo sterminio occorso in Europa sembrava costituire speranza e sicurezza di sopravvivenza. Fu un viaggio carico di aspettative, pieno del bisogno di lasciarsi definitivamente alle spalle la guerra e gli anni vissuti nella paura. A Venezia salì su una barca sovraffollata, fragile, inadatta a una traversata sicura. A bordo c’erano circa trecento persone, stipate una contro l’altra. Rose ricordò sempre quella sensazione fisica di compressione, di mancanza di spazio, come se anche il mare non fosse abbastanza grande per contenere la disperazione e l’attesa di quei sopravvissuti. Quando le coste della Palestina apparvero all’orizzonte, la speranza di Rose fu bruscamente spezzata. Due navi da guerra britanniche intercettarono l’imbarcazione. I soldati inglesi salirono a bordo per arrestare i profughi. Per Rose fu uno shock totale. Lei stessa ha descritto quell’episodio così: "I soldati inglesi, ai quali avrei baciato i piedi per avermi liberata in Germania, saltavano sulla nostra piccola barca con i manganelli” con intenzioni tutt’altro che umanitarie, aggiungiamo noi. Venne Trasferita a Cipro e fu rinchiusa in uno dei campi di detenzione allestiti dalle autorità britanniche. Tra il 1946 e il 1949, secondo una stima dello Yad Vashem, più di 52.000 ebrei provenienti da 39 navi vi furono imprigionati. Le condizioni non erano paragonabili ai campi nazisti, non c’era lo sterminio sistematico, né la fame deliberata. Tuttavia, insisteva il resto: il filo spinato, la guardia armata, la negazione della libertà, le baracche sovraffollate, le condizioni igieniche precarie e le malattie diffuse - tanto che più di quattrocento persone vi morirono. Per Rose, quei mesi rimasero impressi come un doloroso paradosso storico: la libertà riconquistata che si trasformava in un’altra prigionia. Solo nel 1948, all’indomani della fondazione dello stato di Israele, Rose vi si trasferì con il marito anche se, già nel 1952, scelse di emigrare in Canada. Anche Shmuel Katz arrivò a Cipro dopo essersi miracolosamente salvato dalla distruzione dell’Europa ebraica. Nato a Vienna e cresciuto tra Austria e Ungheria, sopravvisse alla guerra grazie alla protezione offerta dalla “Glass House” di Budapest, dove il diplomatico Carl Lutz nascose molti ebrei per salvarli dallo sterminio. Nel dopoguerra, anche lui come molti giovani ebrei legati al movimento sionista, vide nella Palestina mandataria l’unica possibilità per una rinascita collettiva. Nel 1946 riuscì a imbarcarsi sulla Knesset Israel. Il viaggio, carico di aspettative politiche e personali, si concluse però con l’intercettazione della nave da parte della marina britannica e il trasferimento forzato dei passeggeri in uno dei 12 campi di detenzione di Cipro. 👇🏻👇🏻

on i soldi per i bambini di Gaza si compravano case e proprietà in Emilia-Romagna Mentre esponenti del centrosinistra minacciano querele, parlano di “strumentalizzazione” e rivendicano la purezza della causa palestinese, le carte dell’inchiesta raccontano un’altra storia. Una storia fatta di contanti, immobili, aste giudiziarie e fondi umanitari dirottati. #Hannoun #maivisto Uno dei casi più emblematici riguarda l’Emilia-Romagna. Adel Ibrahim Salameh Abu Rawwa, 52 anni, marocchino, residente a Sassuolo, dipendente A.B.S.P.P. e referente per la raccolta fondi nel Nord-Est, è accusato di concorso esterno: non un militante armato, ma un ingranaggio essenziale del circuito finanziario. Secondo le indagini, avrebbe assicurato un supporto economico continuativo, destinato anche al sostentamento dei familiari di persone coinvolte in attentati terroristici. I numeri sono quelli che hanno acceso i riflettori dell’Unità di informazione finanziaria (UIF). In un arco temporale ristretto, Abu Rawwa avrebbe acquistato oltre 40 immobili all’asta tra Modena e Reggio Emilia – appartamenti, autorimesse, terreni, magazzini – senza ricorrere a mutui o finanziamenti bancari. Pagamenti in contanti o con mezzi propri, a fronte di redditi dichiarati incompatibili con un patrimonio stimato intorno ai 4 milioni di euro. Non investimenti occasionali, ma un’accumulazione sistematica. Secondo l’archivio del catasto, Abu Rawwa risulta intestatario di circa 90 proprietà in Emilia-Romagna: 55 in provincia di Modena e 35 in provincia di Reggio. In totale: 48 appartamenti, un ufficio, 14 autorimesse, 14 terreni agricoli, otto tra magazzini/cantine/depositi e cinque fabbricati ancora da ultimare. Durante le perquisizioni sono stati sequestrati oltre 1 milione di euro; circa 560 mila euro erano nascosti in un vano ricavato in un garage a Sassuolo. In base alle informazioni riportate nelle fonti, il denaro complessivamente sequestrato ammonta a 1 milione e 80mila euro, con circa 560mila euro occultati nel garage di Sassuolo. Le intercettazioni rafforzano il quadro: in una conversazione del 2024, parlando di raccolte per la “resistenza”, Abu Rawwa invita alla cautela e raccomanda di presentarle sempre come aiuti umanitari. Per gli inquirenti, la prova della consapevolezza che quella umanitaria fosse una facciata. Non è un caso isolato. L’indagine ricostruisce un sistema: raccolte fondi, trasporto di contante, consegne fisiche. Nel febbraio 2024 Abu Rawwa sarebbe arrivato dalla sua Sassuolo alla sede milanese dell’associazione con 180 mila euro in uno zaino, provento di donazioni raccolte nelle settimane precedenti. Denaro che, secondo l’accusa, non era destinato a scuole, ospedali o bambini di Gaza, ma a una rete di sostegno a Hamas. Eppure, per anni, questi soggetti hanno operato alla luce del sole. Hanno parlato nelle piazze, frequentato convegni, trovato ascolto e legittimazione. Chi sollevava dubbi veniva accusato di islamofobia, di razzismo, di voler colpire “la causa palestinese”. Oggi, di fronte a sequestri, intercettazioni e patrimoni immobiliari costruiti con i soldi delle donazioni, la linea diventa un’altra: minimizzare, gridare al complotto, minacciare querele. I fatti restano. Con i soldi raccolti in nome dei bambini di Gaza si compravano case e proprietà in Emilia-Romagna. Non è un’opinione, è l’ipotesi investigativa suffragata da flussi finanziari, atti catastali, contante sequestrato e conversazioni intercettate. Continuare a confondere la difesa dei civili palestinesi con la copertura politica e mediatica di reti opache non è solidarietà: è complicità. E mentre aspettiamo che la magistratura faccia il suo corso, qualche lettera di dimissioni vorremmo vederla, soprattutto dai parlamentari eletti tra Bologna e Modena, che organizzavano le conferenze stampa alla Camera dei Deputati per #Hannoun.

"Scendiamo in piazza insieme. È giunto il momento. Siamo con voi. Non solo da lontano e a parole. Siamo con voi anche sul cam
"Scendiamo in piazza insieme. È giunto il momento. Siamo con voi. Non solo da lontano e a parole. Siamo con voi anche sul campo." Qualcosa si muove davvero, se l'account ufficiale del Mossad in Farsi posta così. https://x.com/MossadSpokesman/status/2005649986504237381?s=20

Occhio all'Iran. Tra ieri e oggi l’Iran è stato attraversato da proteste e scioperi diffusi, partiti dal cuore economico del Paese e rapidamente estesi ad altri settori strategici. Il segnale più evidente è arrivato dalla chiusura del Bazar di Teheran, accompagnata da manifestazioni di piazza e slogan apertamente antigovernativi. Ieri centinaia di commercianti hanno abbassato le serrande nei principali poli commerciali della capitale – Alaeddin, Charsou, Jomhouri Street, Lalehzar, Shoush – e si sono riversati in strada. I cori richiamano le grandi mobilitazioni degli ultimi anni: “Non abbiate paura, siamo tutti insieme”, “Il commerciante preferisce morire piuttosto che umiliarsi”. Oggi la protesta si è intensificata e politicizzata. In diverse zone di Teheran compaiono slogan come “Morte al dittatore”, “Questo è l’anno del sangue”, “Né Gaza né Libano, la mia vita per l’Iran”. Le forze di sicurezza intervengono con gas lacrimogeni e arresti mirati, senza però spegnere del tutto la mobilitazione. Le chiusure e gli scioperi non restano confinati a Teheran. Segnalazioni di solidarietà arrivano da altre città e, soprattutto, da comparti industriali chiave. Nel sud del Paese, i lavoratori della raffineria petrolchimica di Kangan bloccano gli accessi all’impianto, denunciando mesi di salari non pagati e condizioni di lavoro insostenibili. Il lessico è netto: “Siamo trattati come oggetti consumabili, non come esseri umani”. Alla base delle proteste c’è il crollo del rial, che il ieri ha toccato un nuovo minimo storico, superando quota 1,44 milioni di rial per dollaro. Per i commercianti significa impossibilità di rifornirsi, vendite in perdita e mercato paralizzato. Da qui la definizione ricorrente nelle piazze: “bancarotta forzata”. La chiusura del Bazar, la convergenza tra commercianti e lavoratori industriali, e il passaggio rapido da rivendicazioni economiche a slogan politici indicano una crisi che non è più episodica. l’Iran è entrato in una fase di instabilità che merita attenzione. Occhio all’Iran, appunto.

⭕️Iran: le proteste continuano, scende la notte e si diffondono in diverse città, tra cui Karaj, Malard e Varamin.